La barbarie, la guerra, la politica.
di Massimo D'Alema
Qualche giorno fa il ministro degli Esteri britannico, Jack Straw, ha dichiarato che molto probabilmente il terrorismo islamico sopravviverà anche se Bin Laden dovesse morire o essere catturato. Non è il solo a pensarla così. Dopo l’undici settembre e soprattutto all’indomani dell’azione militare contro i talebani, sono in molti a interrogarsi sull’approdo di una crisi drammatica. In discussione non è da che parte stare, se con gli Stati Uniti o a fianco di chi li ha colpiti in maniera tanto feroce, né i dubbi si alimentano di quell’antico anti americanismo che alberga tuttora in una parte minoritaria dell’opinione pubblica. Le domande sono altre e investono le prospettive del dopo. Quanto durerà la guerra e quando potremo dire d’aver centrato l’obiettivo? Forse quando avremo conquistato Kabul e neutralizzato le centrali di Al Qaeda? Ma debellare quella minaccia basterà a sconfiggere l’ideologia che ha sorretto finora la guerra santa contro l’Occidente? Oppure il pericolo dell’islamismo radicale ha già travalicato quei confini? E se così fosse, quale sarebbe a quel punto il teatro di un conflitto assai più generalizzato? Quali i soggetti disposti a combattere e a quale prezzo? Sono gli interrogativi di tante persone comuni e non a caso riaffiorano quando ci si avventura in previsioni sulla durata della crisi. Sei mesi, due anni, vent’anni si diffonde un’incertezza angosciante che alimenta la paura, il senso d’insicurezza, l’impressione d’aver imboccato un tunnel costellato di pericoli senza che si intraveda l’uscita. Trascurare questo sentimento sarebbe un errore ma non meno grave sarebbe subirlo. Il punto, come ripetuto infinite volte, è che la reazione militare contro il terrorismo non è solo un atto giustificabile ma necessario. Rientra a pieno titolo nel diritto all’autodifesa di una nazione aggredita ed è soprattutto la condizione per difendere l’umanità intera dal pericolo di un imbarbarimento delle forme di convivenza e da una riduzione degli spazi di libertà, sicurezza, democrazia. Altra cosa è chiedersi quale debba essere la via preferibile – o l’unica possibile – per raggiungere una pace giusta limitando l’allargarsi del conflitto e prospettando tempi, strategie e il sistema di alleanze necessario a evitare nuove tragedie. In questo senso colpisce ancora una volta il ritardo di una parte della sinistra concentrata unicamente sull’aspetto militare della crisi ed anzi sul tema particolare della partecipazione italiana alla coalizione internazionale che si è venuta formando. Pur movendo da comprensibili sentimenti pacifisti questa posizione finisce non solo per apparire impotente di fronte alla sfida del terrorismo ma, quel che è più grave, per non comprendere il nesso che c’è tra assunzione delle nostre responsabilità, rispetto dei nostri obblighi internazionali e possibilità di esercitare un ruolo politico positivo in una crisi così drammatica.
A quale titolo nel momento in cui tutti i grandi paesi europei prestano sostegno militare agli Stati Uniti, un’Italia che si sottraesse a questo impegno potrebbe rivolgersi all’Europa e agli americani e pesare sul piano politico e delle stesse iniziative umanitarie come è avvenuto in passato nei Balcani? Una sinistra che fatica a comprendere l’inevitabilità dell’azione intrapresa finisce dunque col rimuovere lo scenario nuovo che si è creato e i problemi drammatici che ne derivano. Certo, dobbiamo operare tutti, governo e opposizione, con senso di responsabilità affinché la politica svolga quel ruolo decisivo che le spetta. Dobbiamo soprattutto evitare in ogni modo che la popolazione afgana precipiti in una nuova catastrofe umanitaria. L’inverno è vicinissimo, la situazione dei profughi destinata a degenerare, c’è un bisogno crescente di farmaci, cibo, vestiario, assistenza. Guai a considerare il tutto come un aspetto collaterale o rinviabile. Una tragedia umanitaria sarebbe la negazione dei valori stessi per i quali ci stiamo battendo. E naturalmente dobbiamo spingere l’Europa verso quel ruolo di attore globale che solo può sollevare gli Stati Uniti da un peso eccessivo rafforzando al contempo le nostre relazioni con il mondo arabo. E’ compito dell’alleanza mondiale che ha preso vita gestire con intelligenza l’intreccio delicato tra la dimensione militare, quella politica e quella umanitaria. Non sarà facile ma si giudicherà da questo lo spessore reale della nuova leadership americana e quello dei suoi principali alleati.
Fin qui le nostre scarne certezze. Restano sullo sfondo gli interrogativi iniziali. La domanda su cosa ci riserva il futuro, quello immediato ma anche la prospettiva a medio e lungo termine. Qui le difficoltà a districarsi, a connettere i fili della crisi e a seguire un ordine logico aumentano. E non perché gioverà ripeterlo all’infinito s’appannino o vengano meno le distinzioni tra i torti e le ragioni, tra la razionalità della tolleranza e l’irragionevole fondamentalismo che vuole annientare un nemico additato come il demonio. Ma per la complessità di uno scontro che pure non essendo la guerra di civiltà evocata da alcuni è certamente un conflitto di valori, principi, interessi senza eguali nella storia almeno per le dimensioni che assume. Dunque come affrontare tutto questo? E movendo da quali premesse? Vorrei segnalare quelle che a me paiono le due esigenze di fondo in questo passaggio delicato. La prima è rappresentata dal consenso di cui sempre più necessiterà la nostra politica e la strategia di gestione della crisi. Diciamo che avremo a che fare con due paure distinte e complementari; quella di coloro che si sentiranno minacciati anche militarmente da noi e quella che tenderà a diffondersi dentro di noi, dentro società minacciate a loro volta da un pericolo esterno e da un senso diffuso d’insicurezza. Se questa seconda paura dovesse accrescersi a fronte di un’assenza di risultati nella lotta al terrorismo, correremmo il rischio di una frattura con l’opinione pubblica. E le conseguenze sarebbero gravissime. Perché, nel lungo periodo, non si governa una partita così complicata e dai costi tanto elevati senza una solida coesione della società civile coinvolta. Non si fa la guerra contro l’opinione pubblica. Né può bastare, per le caratteristiche dell’avversario e la sua volontà di distruggere tout court un modello di civiltà, un’azione di propaganda o rassicurazione. Il punto è che l’investimento sulla risorsa militare deve sempre apparire commisurato ai risultati che si possono ragionevolmente conseguire. E non prescindere lo ripeto dall’impegno contestuale per ridurre al minimo, da entrambe le parti, il costo in termini di vite umane. Solo così è possibile affiancare all’iniziativa dei Parlamenti e dei governi una tenuta psicologica e culturale delle nostre comunità, evitando il pericolo questo sì drammatico di una depressione che a quel punto non sarebbe solo economica ma investirebbe la fiducia dei cittadini verso uno sbocco possibile della crisi. Combattere la paura, dunque. Anche questa è una delle prove che abbiamo davanti.
Mantenere e difendere una razionalità delle scelte che saremo chiamati a compiere e non illuderci che la risposta muscolare da sola possa fronteggiare l’aggressione ai nostri danni più imprevedibile e devastante che potessimo immaginare sino a due mesi fa. Ecco perché non abbiamo bisogno, soprattutto adesso, di alcuna retorica della guerra o di politici e filosofi e giornalisti con indosso l’elmetto. Perché non serve a nulla e a nessuno replicare scioccamente le parti in commedia che hanno contrassegnato altre pagine di storia. La partita non è tra interventisti della prima ora e chi vuole sottrarsi al ricatto di questo tempo e degli eventi che lo attraversano. Si è aperta una crisi grave questa è la verità che mette a repentaglio la sicurezza di tutti e noi siamo qui, ad affrontare uno scenario in larga misura sconosciuto con gli strumenti della politica e le risorse culturali della nostra civiltà. Non vince chi nega questa realtà o se ne astrae. L’unica strada concessa è assumerne il peso e fronteggiarlo con senso di responsabilità e lo spirito critico che deve guidarci nella conoscenza e comprensione del nuovo pericolo.
Questa è la nostra seconda esigenza. Approfondire le radici dell’odio esploso simbolicamente nel rogo delle torri e indagare le vie e gli strumenti, per quanto oscure e fragili siano, che possono recidere ogni legame tra gli autori di quella follia e il contesto che li ha generati e sul quale vorrebbero esercitare la loro egemonia. L’Islam, dunque, la realtà composita del mondo musulmano, la cultura e i disegni politici che vi confluiscono scontrandosi l’uno con l’altro; la nostra relazione, il rapporto dell’Occidente con tutto questo è la variabile decisiva per gli anni e i decenni a venire. Questa relazione è prima di tutto una ricerca di interlocutori e di agganci necessari a superare la barriera che ci separa, quel muro che il radicalismo islamico concepisce come alleato primo dell’ideologia dell’odio. Un sistema di alleanze da coltivare, consolidare, espandere; in questo senso l’azione diplomatica degli Stati Uniti e dell’Europa per un coinvolgimento dei governi arabi moderati è stata una scelta fondamentale. Ma non basta. E’ una strada che va percorsa con più coraggio nella consapevolezza dei ritardi e degli errori compiuti e soprattutto del fatto che su questo piano si deciderà la sorte della lotta contro il moderno fondamentalismo. Chi sono, dunque, questi nostri nuovi avversari e soprattutto perché ci odiano? Perché desiderano la nostra distruzione più della difesa della loro stessa vita? Ora, la risposta a queste due domande non è affatto semplice. Richiederebbe una lunga analisi, la rilettura attenta di alcuni secoli di storia e più vicino a noi un esame critico di fenomeni che hanno incoraggiato negli ultimi due decenni l’allargarsi dell’islamismo tradizionalista e radicale. Una premessa però va fatta. Non si può ragionare dell’Islam e del mondo musulmano puntando l’obiettivo su un dettaglio in grado di illuminare il tutto. L’Islam è un mondo vastissimo, articolato, diversificato che dal deserto algerino si prolunga all’Indonesia. Dentro questo territorio immenso convivono orientamenti politici e filoni religiosi difficilmente riducibili ad unità. Non c’è un solo Islam, come è noto. E neppure un solo fondamentalismo. C’è invece e questo aspetto non può essere trascurato uno scontro interno alle comunità islamiche. Uno scontro durissimo e violento che non inizia qualche mese fa ma affonda nella storia degli ultimi decenni. Uno scontro che ha come posta in gioco il potere politico e la guida spirituale del mondo musulmano. C’è chi indica nell’assassinio di Sadat esattamente vent’anni fa lo spartiacque tra un prima e un dopo. Il leader egiziano cade sotto i colpi di un commando armato, tra gli altri, dall’attuale braccio destro di Bin Laden. E’ l’inizio dello jihad la guerra santa – che da lì in avanti non distinguerà più come ha scritto di recente Renzo Guolo – tra “musulmani e non ma tra partito della fede e dell’empietà. I nemici non sono solo gli occidentali ma chiunque non aderisca da musulmano all’interpretazione tradizionalista e radicale della fede. Ciò che ne consegue è una delle pagine più agghiaccianti della storia recente, è la tragedia di milioni di uomini e donne trucidati o schiavizzati per le loro idee, il loro abbigliamento, il sesso cui appartengono. Dalle stragi algerine del GIA al burqa imposto alle donne afgane, la violenza del fondamentalismo si scatena in primo luogo verso altri “fratelli musulmani” in un conflitto che dissotterra vocaboli e pratiche di un’altra epoca, teste decapitate, lapidazioni pubbliche, esecuzioni di massa.
Tutto questo avviene mentre un’altra parte del mondo – l’Occidente – vive la sua stagione più euforica, quella globalizzazione che per buona parte dell’ultimo decennio è coincisa con l’esaltazione acritica del mercato, della tecnica, dei profitti speculativi. Che legame c’è, se un legame c’è, tra due realtà così distanti dal punto di vista culturale e persino antropologico? Un nesso esiste. Ci piaccia o meno riconoscerlo, sussiste tuttora. Esso è riconducibile all’idea che fosse a portata di mano un’omologazione globale dei valori da parte delle nostre società. La suggestione di un mercato unico come lasciapassare di un solo pensiero, di una sola visione del mondo, dell’uomo, delle virtù e dei vizi, della legge e del costume, del sapere e della vita. Una parte dell’Islam, la più laica, ha cercato di convivere con questa offensiva culturale. Ha percorso la via della mediazione tra difesa della propria identità e apertura verso processi che apparivano inarrestabili nella loro dinamica progressiva. Un’altra parte dell’Islam ha fondato invece sulla resistenza a tutto ciò una stagione di reclutamento ideologico e militare con le conseguenze che abbiamo imparato a conoscere. Ma esattamente qui, a questo livello, emerge la responsabilità dell’Occidente nella crescita del radicalismo e del fondamentalismo islamico. Perché non è possibile negare quanto sia stata miope la logica delle alleanze che gli Stati Uniti e gran parte dell’Europa hanno perseguito nel tempo. Come giustificare altrimenti il sostegno politico, finanziario, militare a dittature sanguinarie in nome della difesa di interessi strategici o commerciali? Lo stesso fondamentalismo è stato visto come un contrappeso rispetto ad uno spirito nazionalista e progressista che pure cercava faticosamente di emergere. Non è stato forse un incoraggiamento al fondamentalismo in nome della guerra fredda l’appoggio che per una lunga fase ricevettero i talebani e lo stesso Bin Laden? O come non vedere, in un contesto diverso, le conseguenze drammatiche del sostegno americano al regime di Suharto e il silenzio successivo allo sterminio di centinaia di migliaia di oppositori? Per non parlare dell’insorgere in molti paesi arabi di regimi autoritari con i quali si riteneva legittimo contrattare un prezzo contenuto del petrolio chiudendo gli occhi di fronte alla violazione sistematica dei diritti umani e negando al contempo il trasferimento tecnologico e di risorse necessario a promuovere uno sviluppo del tessuto economico e civile di quelle società. E ancora, su un altro piano, non è forse evidente il tragico errore e le responsabilità di quella parte delle classi dirigenti israeliane che ha puntato perfino sulla eliminazione fisica dei leader palestinesi più aperti al processo di pace, cercando in questo modo di indebolire la forza contrattuale dell’avversario? Con l’effetto di rafforzare l’estremismo di Hamas e ritardare la nascita di quello stato palestinese che avrebbe rappresentato oggi, e per molte ragioni, un punto di riferimento prezioso dentro il mondo arabo.
E’ un tragico elenco di fatti, circostanze, scenari. Ma è soprattutto la conferma dell’errore storico in cui è incorso l’Occidente; l’idea che interessi contingenti, e di natura prevalentemente economica, potessero sacrificare sul terreno delle alleanze la difesa di quei valori di tolleranza e laicità dai quali dipende la possibilità stessa della convivenza tra civiltà diverse. Si sono privilegiate invece le alleanze che, di volta in volta, apparivano convenienti, magari con lo scopo prioritario di scalzare opposizioni scomode, ma senza rendersi conto che un’azione di così corto respiro andava aprendo varchi larghissimi alle culture più estreme e radicali. Il risultato è che l’Occidente, ogni qualvolta ne ha ravvisato il bisogno, ha protetto i propri interessi prescindendo totalmente dalla difesa di quei valori di civiltà che oggi è chiamato a difendere. Lo ha fatto magari pensando di comprare insieme al petrolio la coscienza – lo spirito – di quelle popolazioni senza rendersi conto di quale miscela esplosiva andava componendosi sotto il suo sguardo e spesso col suo contributo. Ci odiano anche per questo. Ci odiano – espressione terribile in sé – perché non contestano singole espressioni o eccessi della nostra visione del mondo ma la nostra visione del mondo. Dietro il radicalismo islamico c’è un’alternativa di sistema alle nostre vite e questo messaggio possiede, come tutte le grandi ideologie totalizzanti, una forza e una capacità di penetrazione che non si contrasta solo con le bombe. Questo è al contempo il punto di maggiore forza e maggiore debolezza nella tesi di chi contesta oggi l’azione militare. Maggiore forza perché ha ragione a sostenere che da sola essa non basterà a risolvere la crisi aperta. Maggiore debolezza perché – come è del tutto evidente – di fronte a un avversario del genere non è la mediazione politica o l’appello a un generico intervento di polizia internazionale che può affrontare l’emergenza. Tutto ciò conferma la necessità di una reazione forte e compatta della comunità internazionale ma, insieme, il bisogno di moltiplicare i canali di scorrimento verso il mondo arabo, la comunità musulmana, l’Islam moderato. E’ l’intera strategia delle alleanze perseguito dall’Occidente che a questo punto deve cambiare se vogliamo che veda la luce un diverso ordine globale. Un rovesciamento radicale dell’ottica seguita sin qui e la scelta di anteporre ovunque l’affermazione di quei valori di laicità e pluralismo che soli potranno bilanciare la forza e l’aggressività dei fanatismi più radicali. La sfida che si consuma oggi sui cieli di Kabul sempre più si trasferirà, domani, nelle società arabe e nello sforzo per costruire dentro quei paesi un forte tessuto civile, di resistenza culturale, capace di saldare la rappresentanza politica e i governi di quelle comunità ai valori del dialogo e della tolleranza religiosa. La verità ultima è che i nemici del fondamentalismo sono oggi i nostri amici più preziosi, noi abbiamo bisogno di loro almeno quanto loro hanno bisogno di noi. Capirlo è la condizione per convincere l’opinione pubblica occidentale che abbiamo intrapreso non solo l’unica strada possibile per difendere la nostra vita ma anche la sola via concessa se vogliamo evitare una nuova barbarie. E’ probabile che siamo all’inizio di questa lunga battaglia. Quel che è certo è che la politica – l’idea più alta e nobile della politica come miscela di pensiero e azione collettiva è chiamata oggi a riscoprire per intero la sua vocazione e la sua forza. Dovremmo cercare tutti di esserne all’altezza.
Rientra a pieno titolo nel diritto all’autodifesa di una nazione aggredita ed è soprattutto la condizione per difendere l’umanità intera dal pericolo di un imbarbarimento delle forme di convivenza e da una riduzione degli spazi di libertà, sicurezza, democrazia. Altra cosa è chiedersi quale debba essere la via preferibile – o l’unica possibile – per raggiungere una pace giusta limitando l’allargarsi del conflitto e prospettando tempi, strategie e il sistema di alleanze necessario a evitare nuove tragedie. In questo senso colpisce ancora una volta il ritardo di una parte della sinistra concentrata unicamente sull’aspetto militare della crisi ed anzi sul tema particolare della partecipazione italiana alla coalizione internazionale che si è venuta formando. Pur movendo da comprensibili sentimenti pacifisti questa posizione finisce non solo per apparire impotente di fronte alla sfida del terrorismo ma, quel che è più grave, per non comprendere il nesso che c’è tra assunzione delle nostre responsabilità, rispetto dei nostri obblighi internazionali e possibilità di esercitare un ruolo politico positivo in una crisi così drammatica. A quale titolo nel momento in cui tutti i grandi paesi europei prestano sostegno militare agli Stati Uniti, un’Italia che si sottraesse a questo impegno potrebbe rivolgersi all’Europa e agli americani e pesare sul piano politico e delle stesse iniziative umanitarie come è avvenuto in passato nei Balcani? Una sinistra che fatica a comprendere l’inevitabilità dell’azione intrapresa finisce dunque col rimuovere lo scenario nuovo che si è creato e i problemi drammatici che ne derivano. Certo, dobbiamo operare tutti, governo e opposizione, con senso di responsabilità affinché la politica svolga quel ruolo decisivo che le spetta. Dobbiamo soprattutto evitare in ogni modo che la popolazione afgana precipiti in una nuova catastrofe umanitaria. L’inverno è vicinissimo, la situazione dei profughi destinata a degenerare, c’è un bisogno crescente di farmaci, cibo, vestiario, assistenza. Guai a considerare il tutto come un aspetto collaterale o rinviabile. Una tragedia umanitaria sarebbe la negazione dei valori stessi per i quali ci stiamo battendo. E naturalmente dobbiamo spingere l’Europa verso quel ruolo di attore globale che solo può sollevare gli Stati Uniti da un peso eccessivo rafforzando al contempo le nostre relazioni con il mondo arabo. È compito dell’alleanza mondiale che ha preso vita gestire con intelligenza l’intreccio delicato tra la dimensione militare, quella politica e quella umanitaria. Non sarà facile ma si giudicherà da questo lo spessore reale della nuova leadership americana e quello dei suoi principali alleati.
Fin qui le nostre scarne certezze. Restano sullo sfondo gli interrogativi iniziali. La domanda su cosa ci riserva il futuro, quello immediato ma anche la prospettiva a medio e lungo termine. Qui le difficoltà a districarsi, a connettere i fili della crisi e a seguire un ordine logico aumentano. E non perché – gioverà ripeterlo all’infinito – s’appannino o vengano meno le distinzioni tra i torti e le ragioni, tra la razionalità della tolleranza e l’irragionevole fondamentalismo che vuole annientare un nemico additato come il demonio. Ma per la complessità di uno scontro che pure non essendo la guerra di civiltà evocata da alcuni è certamente un conflitto di valori, principi, interessi senza eguali nella storia almeno per le dimensioni che assume. Dunque come affrontare tutto questo? E movendo da quali premesse?
Vorrei segnalare quelle che a me paiono le due esigenze di fondo in questo passaggio delicato. La prima è rappresentata dal consenso di cui sempre più necessiterà la nostra politica e la strategia di gestione della crisi. Diciamo che avremo a che fare con due paure distinte e complementari; quella di coloro che si sentiranno minacciati anche militarmente da noi e quella che tenderà a diffondersi dentro di noi, dentro società minacciate a loro volta da un pericolo esterno e da un senso diffuso d’insicurezza. Se questa seconda paura dovesse accrescersi a fronte di un’assenza di risultati nella lotta al terrorismo, correremmo il rischio di una frattura con l’opinione pubblica. E le conseguenze sarebbero gravissime. Perché, nel lungo periodo, non si governa una partita così complicata e dai costi tanto elevati senza una solida coesione della società civile coinvolta.
Non si fa la guerra contro l’opinione pubblica. Né può bastare, per le caratteristiche dell’avversario e la sua volontà di distruggere tout court un modello di civiltà, un’azione di propaganda o rassicurazione. Il punto è che l’investimento sulla risorsa militare deve sempre apparire commisurato ai risultati che si possono ragionevolmente conseguire. E non prescindere – lo ripeto – dall’impegno contestuale per ridurre al minimo, da entrambe le parti, il costo in termini di vite umane. Solo così è possibile affiancare all’iniziativa dei Parlamenti e dei governi una tenuta psicologica e culturale delle nostre comunità, evitando il pericolo – questo sì drammatico – di una depressione che a quel punto non sarebbe solo economica ma investirebbe la fiducia dei cittadini verso uno sbocco possibile della crisi. Combattere la paura, dunque. Anche questa è una delle prove che abbiamo davanti.
Mantenere e difendere una razionalità delle scelte che saremo chiamati a compiere e non illuderci che la risposta muscolare da sola possa fronteggiare l’aggressione ai nostri danni più imprevedibile e devastante che potessimo immaginare sino a due mesi fa. Ecco perché non abbiamo bisogno, soprattutto adesso, di alcuna retorica della guerra o di politici e filosofi e giornalisti con indosso l’elmetto. Perché non serve a nulla e a nessuno replicare scioccamente le parti in commedia che hanno contrassegnato altre pagine di storia. La partita non è tra interventisti della prima ora e chi vuole sottrarsi al ricatto di questo tempo e degli eventi che lo attraversano. Si è aperta una crisi grave – questa è la verità – che mette a repentaglio la sicurezza di tutti e noi siamo qui, ad affrontare uno scenario in larga misura sconosciuto con gli strumenti della politica e le risorse culturali della nostra civiltà. Non vince chi nega questa realtà o se ne astrae. L’unica strada concessa è assumerne il peso e fronteggiarlo con senso di responsabilità e lo spirito critico che deve guidarci nella conoscenza e comprensione del nuovo pericolo. Questa è la nostra seconda esigenza. Approfondire le radici dell’odio esploso simbolicamente nel rogo delle torri e indagare le vie e gli strumenti, per quanto oscure e fragili siano, che possono recidere ogni legame tra gli autori di quella follia e il contesto che li ha generati e sul quale vorrebbero esercitare la loro egemonia. L’Islam, dunque, la realtà composita del mondo musulmano, la cultura e i disegni politici che vi confluiscono scontrandosi l’uno con l’altro; la nostra relazione, il rapporto dell’Occidente con tutto questo è la variabile decisiva per gli anni e i decenni a venire.
Questa relazione è prima di tutto una ricerca di interlocutori e di agganci necessari a superare la barriera che ci separa, quel muro che il radicalismo islamico concepisce come alleato primo dell’ideologia dell’odio. Un sistema di alleanze da coltivare, consolidare, espandere; in questo senso l’azione diplomatica degli Stati Uniti e dell’Europa per un coinvolgimento dei governi arabi moderati è stata una scelta fondamentale. Ma non basta. È una strada che va percorsa con più coraggio nella consapevolezza dei ritardi e degli errori compiuti e soprattutto del fatto che su questo piano si deciderà la sorte della lotta contro il moderno fondamentalismo.
Chi sono, dunque, questi nostri nuovi avversari e soprattutto perché ci odiano? Perché desiderano la nostra distruzione più della difesa della loro stessa vita? Ora, la risposta a queste due domande non è affatto semplice. Richiederebbe una lunga analisi, la rilettura attenta di alcuni secoli di storia e più vicino a noi un esame critico di fenomeni che hanno incoraggiato negli ultimi due decenni l’allargarsi dell’islamismo tradizionalista e radicale. Una premessa però va fatta. Non si può ragionare dell’Islam e del mondo musulmano puntando l’obiettivo su un dettaglio in grado di illuminare il tutto. L’Islam è un mondo vastissimo, articolato, diversificato che dal deserto algerino si prolunga all’Indonesia. Dentro questo territorio immenso convivono orientamenti politici e filoni religiosi difficilmente riducibili ad unità.
Non c’è un solo Islam, come è noto. E neppure un solo fondamentalismo. C’è invece – e questo aspetto non può essere trascurato – uno scontro interno alle comunità islamiche. Uno scontro durissimo e violento che non inizia qualche mese fa ma affonda nella storia degli ultimi decenni. Uno scontro che ha come posta in gioco il potere politico e la guida spirituale del mondo musulmano. C’è chi indica nell’assassinio di Sadat esattamente vent’anni fa lo spartiacque tra un prima e un dopo. Il leader egiziano cade sotto i colpi di un commando armato, tra gli altri, dall’attuale braccio destro di Bin Laden. È l’inizio dello jihad – la guerra santa – che da lì in avanti non distinguerà più – come ha scritto di recente Renzo Guolo – tra “musulmani e non ma tra partito della fede e dell’empietà”. I nemici non sono solo gli occidentali ma chiunque non aderisca da musulmano all’interpretazione tradizionalista e radicale della fede. Ciò che ne consegue è una delle pagine più agghiaccianti della storia recente, è la tragedia di milioni di uomini e donne trucidati o schiavizzati per le loro idee, il loro abbigliamento, il sesso cui appartengono. Dalle stragi algerine del GIA al burqa imposto alle donne afgane, la violenza del fondamentalismo si scatena in primo luogo verso altri “fratelli musulmani” in un conflitto che dissotterra vocaboli e pratiche di un’altra epoca, teste decapitate, lapidazioni pubbliche, esecuzioni di massa.
Tutto questo avviene mentre un’altra parte del mondo – l’Occidente – vive la sua stagione più euforica, quella globalizzazione che per buona parte dell’ultimo decennio è coincisa con l’esaltazione acritica del mercato, della tecnica, dei profitti speculativi. Che legame c’è, se un legame c’è, tra due realtà così distanti dal punto di vista culturale e persino antropologico? Un nesso esiste. Ci piaccia o meno riconoscerlo, sussiste tuttora. Esso è riconducibile all’idea che fosse a portata di mano un’omologazione globale dei valori da parte delle nostre società. La suggestione di un mercato unico come lasciapassare di un solo pensiero, di una sola visione del mondo, dell’uomo, delle virtù e dei vizi, della legge e del costume, del sapere e della vita.
Una parte dell’Islam, la più laica, ha cercato di convivere con questa offensiva culturale. Ha percorso la via della mediazione tra difesa della propria identità e apertura verso processi che apparivano inarrestabili nella loro dinamica progressiva. Un’altra parte dell’Islam ha fondato invece sulla resistenza a tutto ciò una stagione di reclutamento ideologico e militare con le conseguenze che abbiamo imparato a conoscere. Ma esattamente qui, a questo livello, emerge la responsabilità dell’Occidente nella crescita del radicalismo e del fondamentalismo islamico. Perché non è possibile negare quanto sia stata miope la logica delle alleanze che gli Stati Uniti e gran parte dell’Europa hanno perseguito nel tempo. Come giustificare altrimenti il sostegno politico, finanziario, militare a dittature sanguinarie in nome della difesa di interessi strategici o commerciali?
Lo stesso fondamentalismo è stato visto come un contrappeso rispetto ad uno spirito nazionalista e progressista che pure cercava faticosamente di emergere. Non è stato forse un incoraggiamento al fondamentalismo in nome della guerra fredda l’appoggio che per una lunga fase ricevettero i talebani e lo stesso Bin Laden? O come non vedere, in un contesto diverso, le conseguenze drammatiche del sostegno americano al regime di Suharto e il silenzio successivo allo sterminio di centinaia di migliaia di oppositori? Per non parlare dell’insorgere in molti paesi arabi di regimi autoritari con i quali si riteneva legittimo contrattare un prezzo contenuto del petrolio chiudendo gli occhi di fronte alla violazione sistematica dei diritti umani e negando al contempo il trasferimento tecnologico e di risorse necessario a promuovere uno sviluppo del tessuto economico e civile di quelle società.
E ancora, su un altro piano, non è forse evidente il tragico errore e le responsabilità di quella parte delle classi dirigenti israeliane che ha puntato perfino sulla eliminazione fisica dei leader palestinesi più aperti al processo di pace, cercando in questo modo di indebolire la forza contrattuale dell’avversario? Con l’effetto di rafforzare l’estremismo di Hamas e ritardare la nascita di quello stato palestinese che avrebbe rappresentato oggi, e per molte ragioni, un punto di riferimento prezioso dentro il mondo arabo. È un tragico elenco di fatti, circostanze, scenari. Ma è soprattutto la conferma dell’errore storico in cui è incorso l’Occidente; l’idea che interessi contingenti, e di natura prevalentemente economica, potessero sacrificare sul terreno delle alleanze la difesa di quei valori di tolleranza e laicità dai quali dipende la possibilità stessa della convivenza tra civiltà diverse. Si sono privilegiate invece le alleanze che, di volta in volta, apparivano convenienti, magari con lo scopo prioritario di scalzare opposizioni scomode, ma senza rendersi conto che un’azione di così corto respiro andava aprendo varchi larghissimi alle culture più estreme e radicali.
Il risultato è che l’Occidente, ogni qualvolta ne ha ravvisato il bisogno, ha protetto i propri interessi prescindendo totalmente dalla difesa di quei valori di civiltà che oggi è chiamato a difendere. Lo ha fatto magari pensando di comprare insieme al petrolio la coscienza – lo spirito – di quelle popolazioni senza rendersi conto di quale miscela esplosiva andava componendosi sotto il suo sguardo e spesso col suo contributo. Ci odiano anche per questo. Ci odiano – espressione terribile in sé – perché non contestano singole espressioni o eccessi della nostra visione del mondo ma la nostra visione del mondo. Dietro il radicalismo islamico c’è un’alternativa di sistema alle nostre vite e questo messaggio possiede, come tutte le grandi ideologie totalizzanti, una forza e una capacità di penetrazione che non si contrasta solo con le bombe.
Questo è al contempo il punto di maggiore forza e maggiore debolezza nella tesi di chi contesta oggi l’azione militare. Maggiore forza perché ha ragione a sostenere che da sola essa non basterà a risolvere la crisi aperta. Maggiore debolezza perché – come è del tutto evidente – di fronte a un avversario del genere non è la mediazione politica o l’appello a un generico intervento di polizia internazionale che può affrontare l’emergenza. Tutto ciò conferma la necessità di una reazione forte e compatta della comunità internazionale ma, insieme, il bisogno di moltiplicare i canali di scorrimento verso il mondo arabo, la comunità musulmana, l’Islam moderato. È l’intera strategia delle alleanze perseguito dall’Occidente che a questo punto deve cambiare se vogliamo che veda la luce un diverso ordine globale. Un rovesciamento radicale dell’ottica seguita sin qui e la scelta di anteporre ovunque l’affermazione di quei valori di laicità e pluralismo che soli potranno bilanciare la forza e l’aggressività dei fanatismi più radicali. La sfida che si consuma oggi sui cieli di Kabul sempre più si trasferirà, domani, nelle società arabe e nello sforzo per costruire dentro quei paesi un forte tessuto civile, di resistenza culturale, capace di saldare la rappresentanza politica e i governi di quelle comunità ai valori del dialogo e della tolleranza religiosa. La verità ultima è che i nemici del fondamentalismo sono oggi i nostri amici più preziosi, noi abbiamo bisogno di loro almeno quanto loro hanno bisogno di noi. Capirlo è la condizione per convincere l’opinione pubblica occidentale che abbiamo intrapreso non solo l’unica strada possibile per difendere la nostra vita ma anche la sola via concessa se vogliamo evitare una nuova barbarie. È probabile che siamo all’inizio di questa lunga battaglia. Quel che è certo è che la politica – l’idea più alta e nobile della politica come miscela di pensiero e azione collettiva – è chiamata oggi a riscoprire per intero la sua vocazione e la sua forza. Dovremmo cercare tutti di esserne all’altezza.
l'Unità
11 Novembre 2001