RICORDO DI SANDRO
Alessandro Galante Garrone nel ricordo di Paolo Sylos Labini
Conobbi Alessandro Galante Garrone di persona diversi anni fa in una riunione dei Lincei. L’ho poi visto più volte a Torino, a casa sua, dove andavo a trovarlo, o quando veniva al teatro Eliseo per manifestazioni e dibattiti organizzati dai comuni amici di Giustizia e Libertà. Cerco qui d’illustrare i temi di cui avrei voluto parlare con lui se avessi avuto il tempo necessario, o se fossi vissuto a Torino. Per sicurezza faccio controllare questa nota dalla dolcissima Signora Miti.
Dei suoi quattro grandi amori, Filippo Buonarroti, Gaetano Salvemini, Adolfo Omodeo e la musica classica, io condivido in pieno soprattutto l’amore per Salvemini. Cominciamo con Salvemini e con la religione. È stato detto che Alessandro fosse un ateo: non è esatto. Può essere definito un agnostico? Forse sì, ma la definizione è assai riduttiva. Credo che qualsiasi etichetta, presa isolatamente, sia ingannevole; questo è vero anche per il credente in una religione, per esempio un cattolico. Che vuol dire “cattolico”, chi va a messa e si avvicina ai sacramenti, secondo le regole? Ovviamente no, non basta affatto: se poi la sua condotta è cinica e immorale, allora l’ossequio alle regole convenzionali rappresenta una disgustosa ipocrisia: in fondo a questa strada o anche prima troviamo frotte di persone che un mio amico credente definiva “atei devoti”. E che dire di un credente il quale si rende conto che coloro che guidano la Chiesa cattolica entrano a patti con politici senza scrupoli, addirittura con manigoldi e accettano di fare con questi ogni sorta di affari e di entrare in ogni tipo di patto, purché politicamente vantaggioso? Io dico che il credente se ha rispetto di se stesso deve denunciare e condannare quei rapporti, ricordando il troppo spesso ignorato detto biblico, che non si può vendere la primogenitura per un piatto di lenticchie.
Ma in tal modo si pone fuori dalla Chiesa? Se la risposta è sì, la responsabilità è dei vertici ecclesiastici. Galante Garrone, dopo le intese con Mussolini e, ancora di più, dopo l’atteggiamento sulle leggi razziali, denunciò e condannò fermamente la Chiesa: aveva ragione. La responsabilità personale è fondamentale. Vale il detto di Giovenale: «Non possiamo per amore della vita perdere le ragioni di vivere», che è la quintessenza della morale laica.
Ho frequentato a lungo Salvemini – negli Stati Uniti giornalmente per sette mesi; poi in Italia, a Firenze e a Punta di Sorrento sono andato a trovarlo varie volte; conosco molte sue opere – per alcuni anni ho curato come organizzatore e amministratore le sue opere pubblicate da Feltrinelli. Credo di non tradire affatto il suo pensiero se affermo che i punti fondamentali appena ricordati erano anche i suoi. Salvemini aveva grande stima e profondo affetto per Luigi Sturzo, pienamente ricambiati. Era Salvemini un mangiapreti di professione”? Ovviamente no, come non lo era Alessandro Galante Garrone.
Il “non so” di Galante in materia di religione e sull’esistenza dell’ente superiore – il suo agnosticismo – è questo. È evidente che l’etichetta in quanto tale è ingannevole. È la condotta che conta.
Nella prolusione al corso di storia moderna per l’anno 1949-50 che Salvemini tenne all’Università di Firenze dopo 24 anni di esilio e che fu pubblicata dal “Ponte” due volte, la prima nel febbraio 1950, la seconda, con una mia breve introduzione, nel marzo 1994, egli ricorda gli anni della sua adolescenza e della sua giovinezza, come studente universitario, verso la fine dell’Ottocento.Colpisce la descrizione dei docenti, alcuni originali, altri grigi, ma tutti perbene, tutti civili: alcuni ostentavano la loro fede religiosa, altri il loro ideali sociali e politici, ma, fino alla prima guerra mondiale, l’ambiente non sembra condizionato dall’edonismo piccoloborghese. Nella vita politica di tanto in tanto appare uno scandalo, alcuni, come quello della Banca romana, di vaste proporzioni. Ma le deviazioni vengono punite e i politici corrotti di regola si dimettono; non risulta che vi sia una diffusa corruzione. Che cosa mai succede dopo la fine della prima guerra mondiale?
La guerra, pur se vinta, fu un trauma tremendo. La crisi economica internazionale in Italia diventò anche crisi sociale, con una dilagante disoccupazione e con scioperi frequenti; nei “padroni del vapore” e in molti strati di ceti medi urbani il pericolo bolscevico suscitò angoscia. Tutto ciò favorì l’affermazione del fascismo. Mussolini, per conquistare il potere, commise ogni sorta di crimini e di gravissimi abusi politici, e, in tal modo, contribuì a scardinare i vecchi valori, cominciando da quelli che uniscono la nazione e danno un significato non retorico al concetto di patria. I vecchi valori erano preservati soprattutto in molte famiglie di antiche tradizioni contadine, non povere, ma neppure ricche. I nuovi valori, portati avanti da ceti medi in rapida crescita, principalmente da quelli con scarse radici culturali ed etiche, spesso s’incarnavano nell’edonismo piccolo-borghese, ossia nella caccia ai soldini, quale che sia il costo morale. L’evoluzione, che ha antiche origine storiche, è proseguita ed ha subito un’accelerazione nel dopoguerra e poi, dopo interruzioni, ai nostri giorni. La tragedia della seconda guerra mondiale – noi entrammo in guerra vergognosamente impreparati – per certi versi aggravò la corruzione, per altri, con la Resistenza, rianimò le spinte ideali e di progresso civile: avevamo ed hanno ragione gli uomini come Galante Garrone nell’attribuire alla Resistenza un ruolo straordinario nella storia del nostro paese, un’esperienza che aveva dato nuova vita ai valori risorgimentali di Giustizia e Libertà. Anche sotto questo aspetto, le recenti vicende politiche sono spaventosamente tristi. Salvemini fu accusato di essere un “moralista”; la stessa critica è stata fatta a Galante Garrone. Nel linguaggio dei critici si sottintende: il “moralista” è tanto bravo come persona, ma non capisce nulla di politica. Galante Garrone ha sempre rifiutato questa posizione. Io cercherò di confutarla facendo riferimento a Salvemini e al suo libro Il ministro della malavita, che è all’origine dell’etichetta di “moralista”, libro ristampato con altri scritti nel volume I del IV gruppo delle Opere edite da Feltrinelli. Salvemini ha spiegato più volte che le sue critiche a Giolitti non riguardavano presunte malefatte personali e neppure la sua politica in generale, ma i sistemi da lui adottati nelle elezioni nel Mezzogiorno: nel Nord Giolitti non ostacolava i metodi civili, ma nel Sud, che per lui era una specie di paese africano, seguiva i sistemi descritti in quel famoso libro. Erano veri o falsi i fatti ricordati da Salvemini ? Che io sappia, nessuno ha mai posto in dubbio quei fatti, neppure uno: l’autore si documentava con scrupolo. La denuncia aveva motivazioni genuinamente politiche.
Con quei sistemi non si aiutava in alcun modo il Sud a progredire civilmente, anzi si contribuiva ad imbarbarirlo ancora di più, ciò che andava a danno non solo del Sud ma, a lungo andare, dell’intero paese. Sappiamo che Cavour, anche lui uomo del Nord, questo lo aveva ben capito e nell’ultima parte della sua vita era addirittura assillato dal problema del Sud. Lo era per ragione morali ? Evidentemente no: lo era per ragioni politiche, ammesso che chi è a capo di una nazione deve preoccuparsi dell’intera collettività e non solo di una sua parte. Basta questo per affermare che Cavour come uomo politico
era ben superiore a Giolitti.
Chi riconosce che lo sviluppo civile è l’obiettivo politico fondamentale vede dissolversi come neve al sole la separazione fra “morale” e politica, una separazione messa a suo tempo in risalto da Machiavelli per un obiettivo importante, ma ben determinato – come l’unità d’Italia; per di più in quell’epoca non c’era la democrazia coi suoi anticorpi e spesso la scelta era fra prepotenze brutali, compiute per puro egoismo, e prepotenze o arbitrii in qualche misura utili alla comunità considerata; tuttavia, la generalizzazione e l’estensione al nostro tempo delle tesi del segretario fiorentino culturalmente sono state una vera jattura. È ragionevole sostenere che lo sviluppo economico, almeno fino a un certo punto, è la condizione materiale dello sviluppo civile: la morale è un fenomeno socialmente rilevante e non una questione puramente individuale. Nelle condizioni contemporanee un divorzio fra morale ed economia contrasta lo sviluppo civile e a lungo andare porta con sé anche il declino economico.
Salvemini riporta i dati sulle elezioni del 1904 e del 1909, anni entrambi inclusi nell’età giolittiana (1903-1913): gli eletti nel Nord a favore del governo variano, quelli del Sud mostrano un’impressionante stabilità – circa il 32%: era il risultato dei sistemi elettorali (brogli di ogni tipo, violenze fisiche dei “mazzieri” ed altri) adottati da Giolitti per l’Africa italiana, ossia per il Sud. Questo 32% votava per il governo insieme ai ministeriali del Nord quando Giolitti era al vertice e le due quote oscillavano, sommate, intorno al 70%. Ma – e questo è il punto – questi elettori, che conoscevano i prefetti, non il presidente del consiglio, votarono per il governo anche quando a capo non c’era più Giolitti ma Salandra. Nel 1915 solo una minoranza di deputati era favorevole all’intervento in guerra: ma la minoranza divenne maggioranza grazie al voto dei governativi, non più giolittiani, del Mezzogiorno, gli “ascari”. Giolitti, che non voleva l’intervento, «fu punito dove aveva peccato» – commenta Salvemini (p. 565). Tale interpretazione è particolarmente apprezzabile poiché essa riconosce che l’intervento nella guerra non fu giustificato sotto l’aspetto democratico; e Salvemini, come ben sappiamo, era interventista. La partecipazione del nostro paese alla prima guerra mondiale rappresentò un evento di straordinario rilievo ed è perciò sorprendente che gli storici abbiano ignorato l’interpretazione salveminiana.
Uno dei punti fondamentali dell’“etica della responsabilità” che fu praticata da Gaetano Salvemini e che, a mio parere, lo stesso Galante Garrone ha fatto sua, è riassunta dalle ultime battute della prolusione per l’anno 1949-50. Eccole: «Nell’inverno del 1944, conversando in America con un amico, mi venne detto, chissà come, che, tutto compreso, quel gruppo di amici che si era formato a Firenze tra il 1892 e il 1895, non potevano dolersi di aver avuto cattiva fortuna. Uno era stato impiccato dagli austriaci; sua moglie e un altro avevano dovuto rifugiarsi in Svizzera; uno era stato sbalzato nell’America meridionale; io nell’America settentrionale; due erano rimasti in Italia: non ne sapevo nulla, ma ero sicuro che avevano conservato il rispetto di se stessi. Poter chiudere gli occhi alla luce dicendo: Cursum consummavi, fidem servavi, quale migliore successo nella vita? Questo è quello che conta. L’amico mi guardò interdetto e tacque. Due anni dopo mi disse: «Spesso ho ripensato a quanto mi diceste quella volta. Avevate ragione.
Le persone di educazione inglese spesso sono lente a capire, ma capiscono sempre per il verso buono». Legato a questa citazione è quest’ultimo aneddoto: «Negli ultimi anni di vita andavo a trovare Salvemini alla Villa la Rufola a Punta di Sorrento, dov’era ospite di suoi amici carissimi. Quando cominciò a star male fu assistito amorevolmente da Giuliana Benzoni. Due giorni prima di morire – me lo raccontò la stessa Benzoni, che era presente – andarono a far visita a Salvemini due ex studentesse di Firenze. Sapevano che stava per morire e si avvicinarono trepidanti e commosse al letto dove il maestro giaceva, assopito. Salvemini aprì gli occhi con fatica. Le guardò, “Come siete carine – disse – , se mi rimetto vi sposo tutte e due”». Cursum consummavit, fidem servavit, per questo era sereno e scherzava, pur essendo perfettamente consapevole che «stava per chiudere gli occhi alla luce», come aveva detto nella prolusione del 1949. Sono sicuro che Alessandro e Miti Galante Garrone conoscessero la prolusione di Firenze. Ma forse non conoscevano l’ultimo aneddoto.
Paolo Sylos Labini
Da Critica Liberale n. 96
Questo articolo è pubblicato anche da “Galatea”, dicembre 2003.
continua da Alessandro Galante Garrone
Una cosa - diceva Jemolo - sono i principî di Beccaria, un'altra è la sanzione
che deve seguire a ogni mancanza. Siamo rimasti, in un certo senso, quell'Italia
"formaggino" contro cui si scagliava Jemolo, con l'aggravante di un
ritorno di certe odiose aspirazioni alla "giustizia di classe", forte
coi deboli e debole coi forti. Che poi, in questo momento, tende ad essere
debole con tutti. Ed è davvero stupefacente che tutto ciò avvenga con il
contributo fattivo del fronte che si dice "di destra".
I tradimenti di questa destra "Caro Galante", mi scriveva in quella
fine di novembre del '30, da Napoli, "grazie della sua buona ed affettuosa
lettera. M'ha commosso: non per le lodi (...) ma per un commosso giovanile
affanno, un anelito verso le vette, che mi ricorda quello dei due alpini di
Vercelli (i fratelli Garrone, n. d. c.). Accolgo ciò come una speranza di
questi tempi in cui mi pare che la gioventù si rinchiuda in cinica indifferenza
verso tutto e tutti. E m'ha commosso vedere come l'opera mia, che io svolgo in
amara solitudine, senza il senso della sua efficacia, quasi per testardaggine,
non passi del tutto inosservata, susciti echi e consensi all'altro capo
d'Italia. Mi creda, lei mi ha dato un conforto grande in momenti in cui deluso
da troppi uomini, da tanti amici coi quali credevo di dover percorrere la mia
via, dalla scuola, metto tutto me stesso nell'attività di scrittore e di
studioso. (...) Le mando alcune copie (...) della prima parte del mio saggio sui
Garrone: (...) io ho pensato di mettere proprio al vertice della mia ricerca
sugli epistolari di guerra i due Garrone, come le figure rappresentative di ciò
che spiritualmente significò la nostra guerra. (...) Alla sua nonna esprima il
sentimento di venerazione che io provo per colei che s'incinse nei due
gloriosissimi alpini d'Italia". Questa destra italiana, anzi all'italiana,
non ha nulla del rigore e dell'intransigenza che contraddistinguevano la destra
storica risorgimentale e liberale, e non è neppure lontana parente di quelle
degli altri paesi europei ed extraeuropei. Io ho conosciuto un uomo di destra
liberale, Indro Montanelli, mio coetaneo: abbiamo litigato per decenni,
soprattutto sull'interpretazione e sul ruolo della guerra di Liberazione. Ma ho
sempre nutrito nei suoi confronti sentimenti di stima e simpatia, che credo
ricambiati. Quando andavo a Milano per le mie ricerche storiche, lo incontravo
spesso fuori dal suo giornale, in centro, e allora avevamo preso l'abitudine di
passeggiare a lungo insieme, dalla Galleria del Duomo per le vie di Milano.
Quando scriveva i volumi della sua storia d'Italia, Montanelli mi chiedeva
talvolta qualche consiglio e qualche libro, poi mi mandava i suoi, freschi di
stampa. Ricordo che, a proposito dell'Italia del Sei-Settecento, mi preannunciò
che avrebbe "saccheggiato" qualche mio scritto. E quando il libro fu
pronto, me lo spedì dedicato "Ad Alessandro Galante Garrone, dopo il
saccheggio". Ebbi la tentazione di rispondergli, scherzosamente:
"Peccato che mi abbia saccheggiato troppo poco". Ma sarebbe stato un
peccato di orgoglio, e rinunciai.
Appena questa "nuova" destra s'è affacciata all'orizzonte, Montanelli
ha avuto il merito di metterne tutti in guardia e di prenderne le distanze. Lui
più di me, per la sua provenienza, non si dà pace per la deriva della destra
nostrana che ha tagliato i ponti con la cultura della destra storica. Lui,
Montanelli, è forse l'ultimo esemplare pregiato di una destra liberale, che non
c'è più.
Erano tutte sottili allusioni al fascismo. La cinica indifferenza della gioventù,
l'amara solitudine, la delusione dai tanti amici intellettuali che avevano
voltato gabbana e si erano prostrati dinanzi ai nuovi padroni d'Italia. Mi
sembrano, fra l'altro, espressioni e concetti attualissimi. Più che mai validi
per quest'Italia del 2000, per questi tempi non sicuramente paragonabili a
quelli di settant'anni fa, ma pur sempre preoccupanti, soprattutto per le
prospettive del nostro immediato futuro.
Il coraggio che oggi ci manca Il neoclericalismo senza oppositori Oggi quel che
più preoccupa e amareggia è la mancanza di franchezza, e forse di coraggio, di
tanti uomini pubblici, anche fra i più vicini a noi. Mi piacerebbe poter
trasmettere loro il coraggio, la franchezza, la fierezza di quelli che ho
chiamato in un mio scritto "i miei maggiori". Penso ancora a Francesco
Ruffini, il mio maestro di libertà. Non ho mai dimenticato la prima volta in
cui lo vidi entrare nell'aula dell'università: era la mia prima lezione in
assoluto da studente, alla fine di novembre del 1926.
Lui non era più molto giovane, eppure salì con grande agilità la scaletta di
legno che portava al pulpito dei vecchi professori. Occhi azzurri, fronte
spaziosa, lunga barba bianca: non poteva che essere antifascista. Con la stessa
fierezza si alzava in Senato per difendere, finché gli fu concesso, le libertà
statutarie travolte ad una ad una dal regime. Nel 1928 una masnada di studenti
del Guf organizzò una gazzarra per contestarlo. Credo che nessuno di noi suoi
allievi, nemmeno quelli che si erano lasciati abbacinare dal fascismo, vi abbia
partecipato. Lui comunque passò fra i suoi contestatori, nel cortile
dell'università, senza fare una piega. Nemmeno sfiorato da tanta volgarità.
Allo stesso modo si era comportato, la testa alta e lo sguardo limpido, tre anni
prima, nel novembre del '25, quando fra gli schiamazzi dei fascisti e dei loro
compari, aveva sfidato il regime nascente in pieno Senato: "La libertà",
aveva detto, "non rappresenta per me solamente il supremo dei miei ideali
di cittadino, ma quasi la stella polare a cui si è indirizzata sempre quella
qualunque mia attività didattica e scientifica, la quale può non aver contato
proprio nulla, ma che per me conta più che tutto, perché essa è stata ed è
la ragione stessa della mia vita spirituale. Così che, se alla libertà per
opportunismo, per utile, o per paura io non tenessi fede, mi parrebbe di essere
vissuto invano e di perdere insieme la stessa ragione di vivere. E a me
accadrebbe davvero propter vitam vivendi perdere causam". Sei anni dopo,
nel 1931, avrebbe rifiutato di giurare fedeltà al regime fascista, insieme ad
altri 12 professori universitari (suo figlio Edoardo compreso) che con
quell'atto di estremo coraggio rinunciarono ipso facto all'insegnamento.
Ecco, sono questi i valori che mi hanno trasmesso quelli che ho chiamato "i
miei maggiori" (con un'espressione magari un po' retorica: mio fratello
Carlo, scherzosamente, si riprometteva di scrivere un giorno I miei tenenti).
Valori che poi ci hanno come "marchiati" sulla pelle viva negli anni
della guerra di Liberazione: quando nulla era più chiacchiera accademica,
quando i principi%u02C6 e i valori imparati sui libri, discussi e predicati per
anni entravano nella carne di uomini chiamati a scelte drammatiche e
irrevocabili.
Chi ha fede ha una marcia in più? Dicevo, all'inizio, del riaffacciarsi
prepotente della questione clericale in Italia, sull'onda del Giubileo. Con una
sequela impressionante di rivendicazioni da parte del Vaticano, su questioni che
investono le competenze dello Stato laico: dai finanziamenti alla scuola privata
all'ora di religione, dalla distribuzione della cosiddetta "pillola del
giorno dopo" agli attacchi contro la magistratura per le indagini su un
noto prelato di Napoli, dagli strepiti per l'amnistia a certi bizzarri e
sgangherati tentativi di riscrivere il passato in chiave revisionista (contro il
Risorgimento e in difesa nientemeno che dei sanfedisti del cardinal Ruffo),
dalla beatificazione di Pio IX a una serie di spudorate alterazioni della
Storia, in una gara senza fine a chi costruisce più fantocci da usare
politicamente per gli interessi politici del momento.
A questo proposito, non mi meraviglia tanto l'atteggiamento della Chiesa, che
intravede un cedimento evidente della politica e delle istituzioni, e ne
approfitta da par suo. Mi meraviglia l'atteggiamento della politica e
soprattutto delle istituzioni dello Stato. Di ritorno dal raduno oceanico sotto
il palco del papa a Tor Vergata, il presidente del Consiglio Giuliano Amato ha
ripetuto una sua vecchia tesi: quella secondo cui - in estrema sintesi -
"chi ha la fede ha una marcia in più rispetto a noi laici". Io non
vedo proprio come si possa generalizzare a questo modo. E non capisco questa
sorta di complesso di inferiorità che sembra trasparire dalle sue parole.
Riuscire a mobilitare le masse intorno a una figura carismatica come quella del
papa, non è di per sé un valore. Se dovessimo misurare il valore delle persone
e delle fedi dalla loro capacità di attirare folle e applausi, dovremmo dare
giudizi storici strampalati (e talora ribaltati) su tutti i fenomeni e gli
atteggiamenti sociali a cui un paese si abbandona, anche i più irrazionali e
deleteri: dal consenso strabordante riscosso da alcuni regimi dittatoriali, agli
indici di gradimento per certe trasmissioni diseducative e volgari, alle follie
che si commettono ogni domenica per una partita di calcio (da non confondere con
la passione e il pathos per la propria squadra del cuore; una passione che
anch'io, vercellese nato all'epoca della grande Pro Vercelli dei sette scudetti,
ho coltivato fino ad oggi; ma un conto è guardare una bella partita della
"mia" Juventus per rilassarsi e divertirsi con un po' di bel gioco,
quando c'è, senza doversene affatto vergognare, un altro è abbandonarsi a
scene di isteria e di violenza collettiva). No, non credo che la questione stia
in questi termini. Anche la morale laica ha le sue "marce in più",
anche se più difficili da innestare.
L'affettata indifferenza generale, anzi, peggio: l'accantonamento del problema.
Nessuno che abbia posto la questione di come fronteggiare da posizioni serie,
solide, pensate, non pregiudiziali né in un senso né nell'altro, questa
crescente invadenza neoclericale.
Di fronte a tanta acquiescenza, viene quasi da rimpiangere i vecchi
democristiani, che le prerogative dello Stato laico sapevano difenderle meglio
di certi "laici" di oggi. Ancora l'anno scorso, se non ricordo male,
l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro oppose un netto rifiuto a non so quale
intromissione dei vescovi sul problema dei soldi alla scuole cattoliche,
invitandoli a restare al loro posto. Scalfaro - lo dico per inciso - ha svolto
in questi anni difficili una funzione positiva, in difesa delle istituzioni dai
vari pericoli che di volta in volta le minacciavano. Mi ha scritto più volte
lettere di pieno consenso che, da un cattolico praticante come lui, non mi sarei
aspettato così affettuose e "simpatizzanti". Non credo che celassero
un calcolo politico, trattandosi di un carteggio strettamente privato. Penso che
il loro autore fosse sincero. Nella sua posizione, con la sua fede e la sua
storia, ha avuto un certo coraggio a "compromettersi" con un tipo come
me. Di lui conservo un buon ricordo, da uomo di Stato ha sempre saputo astrarsi
dalle sue inclinazioni confessionali. E durante i momenti di maggiore attacco
alla magistratura di Milano e di Palermo, ha saputo prendere anche in pubblico
posizioni coraggiose e non certo comode, che vorrei veder prendere oggi da chi
siede nelle istituzioni.
C'è però un'altra obiezione: non solo la morale laica è più ostica di quella
religiosa. Essa sarebbe anche aristocratica, elitaria, non alla portata di
tutti. Questi pericoli esistono. Il rischio di non riuscire a diffonderla e ad
affermarla tra la gente comune, fra quelle che un tempo si dicevano "le
masse", è sempre in agguato.
Come quello di indurre i suoi detentori, o presunti tali, al sommo peccato
d'orgoglio di chiudersi nella torre d'avorio, di montare in cattedra, di puntare
il dito, di arroccarsi in una élite.
Io mi batterò sempre perché la morale laica venga intesa in senso universale,
problematicamente discussa e anche contestata, messa continuamente alla prova
con il dubbio e l'esperienza della vita. Sempre tentando di trasmetterla a
tutti. Con l'esempio concreto e con le parole più semplici e chiare, senza
fronzoli, nella sua essenza elementare. È vero che essa rimarrà sempre un
fatto individuale, un continuo confronto con la propria coscienza: perché la
morale laica deve attingere a se stessa, all'interno dei valori umani, senza
inseguire "puntelli" trascendenti. Ma guai a farla calare dall'alto,
come dispensata con orgoglio da chi ha raggiunto (o meglio, crede di aver
raggiunto) un grado superiore di cultura. Ecco: sfrondarla di tutte le
soprastrutture tipiche di chi, aristocraticamente, la ritiene riservata alle
persone colte ed elette, è il compito più arduo. Molto più facile, la morale,
per i portatori di una fede: non solo religiosa, ma anche politica (ad esempio,
il comunismo). Ma per costoro è anche molto più facile il pericolo di cadere
nell'intolleranza, come le nostre due Chiese - la cattolica e la comunista -
hanno dimostrato. Anche se, tutto sommato, in Italia, la versione democristiana
del
cattolicesimo ha garantito molta più tolleranza di quanta non ci avrebbero
lasciato i comunisti.
La questione dei finanziamenti pubblici alle scuole private è emblematica.
Nella Costituzione, mai abrogata, c'è scritto "senza oneri per lo
Stato". Più chiaro di così! Invece, con argomentazioni capziose e
mistificazioni reiterate, il governo ha trovato il modo di finanziare le scuole
confessionali surrettiziamente, con fondi dello Stato. E lo stesso stanno
facendo alcune regioni. E poi l'ora di religione: trovo davvero singolare che si
continui a insegnare quella cattolica e basta, anche se non si ha il coraggio di
dirlo ufficialmente. Tant'è che gli insegnanti di religione vengono designati
dai vescovi, non dallo Stato. E questo in una scuola che dovrebbe essere
"pubblica", cioè di tutti! In uno Stato laico, gli insegnanti di
religione dovrebbero essere di nomina pubblica, come quelli di tutte le altre
materie. E l'ora di religione andrebbe sostituita con la storia delle religioni.
Per fare cultura, non proselitismo. Ma anche questo non sembra interessare ai più.
E, a questo proposito, vorrei spendere due parole su questa ridicola e
ignorantissima equazione che oggi vien fatta fra noi azionisti e i comunisti,
quasi che fossimo pressappoco la stessa cosa. Per quel che mi riguarda, le due
Chiese le ho conosciute entrambe, ed entrambe le ho respinte, non avendone mai
subito il fascino. Ho subito invece il fascino di alcuni cattolici e di alcuni
comunisti. Dei cattolici ho già detto. Quanto ai comunisti, i migliori li
conobbi durante la clandestinità del Partito d'azione, sullo scorcio del regime
fascista. Due comunisti purissimi, integrali e integralisti: un operaio e un
piccolo impiegato, con cui avevo contatti segreti prima della guerra di
Liberazione. Mi colpivano e mi affascinavano perché ricercavano il senso più
profondo della loro utopia, un'utopia riservata a pochi, vissuta con lo strano
orgoglio dei privilegiati. Non avevano nulla a che vedere con il partito-massa,
e nemmeno con il futuro partito "togliattizzato". Infatti furono
subito "riassorbiti" e, durante la Resistenza, scomparvero.
Troppo puri per convivere con Togliatti. E io non potevo non capirli, avendo
assistito ai tradimenti e alle spregiudicatezze del Partito comunista, sia
durante sia dopo la Resistenza.
Oggi, con questa ondata di revisionismo becero, si rimprovera agli azionisti di
essersi lasciati offuscare la mente dalla pregiudiziale antifascista, al punto
di non vedere o non denunciare a sufficienza i crimini dello stalinismo e i
peccati del comunismo. È una tesi, oltreché falsa, offensiva. Si dimentica che
già nel 1935, a Parigi, al congresso internazionale degli scrittori, Gaetano
Salvemini, uno dei nostri maestri, intervenne per denunciare la mancanza delle
libertà fondamentali non soltanto in Germania e in Italia, ma anche in Unione
Sovietica. Nel 1939, quando fu siglato il patto Ribbentrop-Molotov, Giustizia e
libertà lo definì subito, quasi in tempo reale, "un monumento di
perfidia". Nel 1945, appena finita la guerra, mentre Tito era ancora
pienamente inserito nell'impero sovietico, il Partito d'azione attaccò le sue
pretese egemoniche su Trieste, di cui difese strenuamente l'italianità. Ernesto
Rossi era forse, negli anni Sessanta, l'anticlericale più aspro, il vero erede
spirituale di Salvemini. Il 15 gennaio 1967 mi scrisse una lettera, l'ultima,
pochi mesi prima di morire, proprio nel periodo di maggiore invadenza del clero
sulla vita pubblica in Italia: "Oggi in Italia", mi diceva, "i
nostri più pericolosi avversari sono i preti, non i comunisti. (...) Non si può
avere più tanti scrupoli a trovarci, in certe occasioni, in compagnia anche dei
comunisti. Solo bisogna stare molto attenti a non lasciarci fregare a vantaggio
dell'impero sovietico. 'Si può mangiare la zuppa anche col diavolo', dicono gli
inglesi, 'ma bisogna adoprare un cucchiaio col manico lungo'". Più chiaro
di così...
Chi sbaglia deve essere punito Manca la schiettezza, la sincerità, addirittura
il coraggio di affrontare liberamente i temi fondamentali della vita e della
morte. Penso all'accoglienza quasi incredula che ha suscitato una recente uscita
di Montanelli sull'eutanasia. Tabù anche quello. Eppure di che cosa dovrebbero
discutere degli uomini liberi se non dei momenti cruciali della loro esistenza?
Io, ad esempio, condivido soltanto in parte l'opinione di Montanelli in
proposito. Ciascuno - è vero - è padrone della propria vita. E ha il diritto
di "staccare la spina" quando lo coglie lo sfinimento, la ribellione a
una vita che non è più vita per la vecchiaia o la malattia o il dolore o la
disperazione. Ma soltanto a condizione che possa provvedere da solo. In questo
caso, comprendo la sua scelta e compiango la sua sorte: mai mi sentirei di
criticarlo o condannarlo. Ma qui mi fermo. Per chi ha bisogno dell'aiuto di
un'altra persona - un medico, un parente, un amico - per raggiungere questo
stesso risultato, non credo che si possa fare nulla. Ognuno è padrone della
propria vita e della propria morte, ma non di quelle altrui. In questi casi, in
linea generale, sono contrarissimo all'eutanasia. Uno può darsela, la morte.
Informarsi sul modo. Ma chiedere il concorso di un altro mi lascia molto
perplesso: altrimenti, per fare un esempio, come stabilire se la decisione del
morituro è una scelta definitiva e consapevole, o non è invece soltanto il
frutto di un cedimento momentaneo?
Avevo un amico carissimo: Edoardo Ruffini, figlio del mio professore e secondo
padre, Francesco. Anche lui, come suo padre, aveva rifiutato nel 1931 di
prestare il giuramento al fascismo, e fu una scelta dolorosissima visto che, a
differenza di suo padre (che stava per andare in pensione), aveva appena
iniziato la carriera universitaria. Eravamo pressappoco coetanei, come fratelli.
La sua vita è stata funestata da una sequela incredibile di disgrazie
famigliari, una più terribile dell'altra, culminate con la morte di un figlio e
una figlia. Alla fine Edoardo aveva raggiunto un'infelicità cupissima,
irreversibile. Un giorno, giunto allo stremo, decise di togliersi la vita
insieme alla moglie. Credo che fossero intorno ai sessant'anni. Ingerirono delle
pastiglie, e si addormentarono insieme, per sempre. Fu, la loro, una bellissima
fine. Ma da soli, ciascuno per sé. Senza coinvolgere altri.
I tradimenti di questa sinistra Un altro caposaldo della morale laica che ci ha
animati è l'etica della responsabilità: anch'essa non può che essere
personale. Eppure, oggi più che mai, l'idea di pagare di persona le conseguenze
delle proprie azioni, di essere soggetti liberi di scegliere e di rispondere in
proprio delle scelte compiute, stenta ad affermarsi. In quella stessa lettera di
Jemolo sulla pena di morte (4 settembre 1967), leggo ancora: "Una cosa sono
i principî di Beccaria, ed altra il non volere le sanzioni. (...) L'Italia,
(...) questo formaggino tenero che è l'Italia. (...) Già vedo che se questa
Italia, che ha perduto l'idea che chi manca dev'essere punito, si rialzerà, si
rialzerà meno libera che non sia oggi e che non fosse nel 1914". Parole
che mi sembrano grandemente profetiche, per i tempi che viviamo e ancor più per
quelli che, forse, ci apprestiamo a vivere. "Chi sbaglia dev'essere
punito": e invece il portato peggiore di questa "nuova" politica
è proprio la perdita di qualunque etica della responsabilità, di qualunque
collegamento fra il delitto e il castigo, almeno per una classe dirigente che
pare ormai interessata soltanto a conquistarsi l'impunità, salvo poi pretendere
la "tolleranza zero" per i reati degli altri. Se penso che questi
signori sono gli stessi che tacciano di "elitarismo" noi azionisti,
beh, il mio sangue ribolle... Dall'altra parte, ci sono i lasciti della cultura
catto-comunista, che ha sempre teso a scaricare sulla società e sulla
collettività le responsabilità dei singoli, soprattutto per i reati "di
strada": socializzazione delle colpe, perdonismo, pietismo, rifiuto della
pena e del carcere, continue battaglie per l'amnistia e l'indulto.
Una cosa - diceva Jemolo - sono i principî di Beccaria, un'altra è la sanzione
che deve seguire a ogni mancanza. Siamo rimasti, in un certo senso, quell'Italia
"formaggino" contro cui si scagliava Jemolo, con l'aggravante di un
ritorno di certe odiose aspirazioni alla "giustizia di classe", forte
coi deboli e debole coi forti. Che poi, in questo momento, tende ad essere
debole con tutti. Ed è davvero stupefacente che tutto ciò avvenga con il
contributo fattivo del fronte che si dice "di destra".
I tradimenti di questa destra Di fronte a certe polemiche volgari e indecenti,
troppo spesso si tace o si finge di non sentire e vedere. Ma la troppa prudenza
sconfina a volte nella complicità. Capisco che è difficile contrastare la
marea montante: appena uno afferma un principio o un'opinione con forza e senza
infingimenti, gli rovesciano addosso tonnellate di improperi e di fango. Così i
più preferiscono evitare, assecondare, parlar d'altro. L'ho sperimentato in una
recente polemica meschina e piccina che ha riguardato anche me, a Torino, senza
peraltro che facessi nulla per esservi coinvolto. È stata un'occasione,
l'ennesima, per constatare il livello di imbarbarimento cui siamo giunti, e il
livello di acquiescenza con cui viene generalmente accolto. Anche da chi sento
più vicino o meno lontano.
Questa destra italiana, anzi all'italiana, non ha nulla del rigore e
dell'intransigenza che contraddistinguevano la destra storica risorgimentale e
liberale, e non è neppure lontana parente di quelle degli altri paesi europei
ed extraeuropei. Io ho conosciuto un uomo di destra liberale, Indro Montanelli,
mio coetaneo: abbiamo litigato per decenni, soprattutto sull'interpretazione e
sul ruolo della guerra di Liberazione. Ma ho sempre nutrito nei suoi confronti
sentimenti di stima e simpatia, che credo ricambiati. Quando andavo a Milano per
le mie ricerche storiche, lo incontravo spesso fuori dal suo giornale, in
centro, e allora avevamo preso l'abitudine di passeggiare a lungo insieme, dalla
Galleria del Duomo per le vie di Milano. Quando scriveva i volumi della sua
storia d'Italia, Montanelli mi chiedeva talvolta qualche consiglio e qualche
libro, poi mi mandava i suoi, freschi di stampa. Ricordo che, a proposito
dell'Italia del Sei-Settecento, mi preannunciò che avrebbe
"saccheggiato" qualche mio scritto. E quando il libro fu pronto, me lo
spedì dedicato "Ad Alessandro Galante Garrone, dopo il saccheggio".
Ebbi la tentazione di rispondergli, scherzosamente: "Peccato che mi abbia
saccheggiato troppo poco". Ma sarebbe stato un peccato di orgoglio, e
rinunciai.
Appena questa "nuova" destra s'è affacciata all'orizzonte, Montanelli
ha avuto il merito di metterne tutti in guardia e di prenderne le distanze. Lui
più di me, per la sua provenienza, non si dà pace per la deriva della destra
nostrana che ha tagliato i ponti con la cultura della destra storica. Lui,
Montanelli, è forse l'ultimo esemplare pregiato di una destra liberale, che non
c'è più.
Il neoclericalismo senza oppositori Dicevo, all'inizio, del riaffacciarsi
prepotente della questione clericale in Italia, sull'onda del Giubileo. Con una
sequela impressionante di rivendicazioni da parte del Vaticano, su questioni che
investono le competenze dello Stato laico: dai finanziamenti alla scuola privata
all'ora di religione, dalla distribuzione della cosiddetta "pillola del
giorno dopo" agli attacchi contro la magistratura per le indagini su un
noto prelato di Napoli, dagli strepiti per l'amnistia a certi bizzarri e
sgangherati tentativi di riscrivere il passato in chiave revisionista (contro il
Risorgimento e in difesa nientemeno che dei sanfedisti del cardinal Ruffo),
dalla beatificazione di Pio IX a una serie di spudorate alterazioni della
Storia, in una gara senza fine a chi costruisce più fantocci da usare
politicamente per gli interessi politici del momento.
A questo proposito, non mi meraviglia tanto l'atteggiamento della Chiesa, che
intravede un cedimento evidente della politica e delle istituzioni, e ne
approfitta da par suo. Mi meraviglia l'atteggiamento della politica e
soprattutto delle istituzioni dello Stato. L'affettata indifferenza generale,
anzi, peggio: l'accantonamento del problema. Nessuno che abbia posto la
questione di come fronteggiare da posizioni serie, solide, pensate, non
pregiudiziali né in un senso né nell'altro, questa crescente invadenza
neoclericale.
Forse la prima avvisaglia di questa deriva si ebbe con l'improvvido discorso di
Luciano Violante, credo per l'inaugurazione dell'attuale legislatura alla Camera
dei deputati: il discorso sui "ragazzi e le ragazze di Salò", che in
quel momento si prestava alle peggiori strumentalizzazioni contingenti. In
seguito, non da parte di Violante ma un po' di tutto il centro-sinistra, mi ha
lasciato sconcertato il progressivo abbandono della questione morale e del
sostegno alla magistratura, con una serie di riforme processuali e addirittura
costituzionali che hanno reso vani i processi contro Tangentopoli. E poi
l'ondata spaventosa di revisionismo che è seguita al processo Andreotti
(celebrato in un clima di ostilità o al massimo di indifferenza da parte della
politica), sebbene la sentenza che l'ha assolto contenesse - mi pare -
espressioni non proprio lusinghiere sul conto dell'imputato. Ricordo che,
durante quel processo, scrissi per La Stampa un commento piuttosto critico sul
senatore a vita: pochi giorni dopo, quel volpone di Andreotti mi mandò una
lettera tutta cerimoniosa, in cui addirittura mi ringraziava per le mie parole.
Lì ebbi la conferma del fatto che l'Italia non è mai veramente cambiata. È
rimasta un paese che, almeno in politica, è incapace di discutere
schiettamente, e quando occorre anche duramente, sui valori di fondo e sulle
questioni che contano. Si passa dal pettegolezzo all'insulto, ma si saltano a piè
pari la sincerità e la franchezza che si devono alle cose serie. In nome di una
malintesa "pacificazione", che autorizza i peggiori compromessi.
Di fronte a tanta acquiescenza, viene quasi da rimpiangere i vecchi
democristiani, che le prerogative dello Stato laico sapevano difenderle meglio
di certi "laici" di oggi. Ancora l'anno scorso, se non ricordo male,
l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro oppose un netto rifiuto a non so quale
intromissione dei vescovi sul problema dei soldi alla scuole cattoliche,
invitandoli a restare al loro posto. Scalfaro - lo dico per inciso - ha svolto
in questi anni difficili una funzione positiva, in difesa delle istituzioni dai
vari pericoli che di volta in volta le minacciavano. Mi ha scritto più volte
lettere di pieno consenso che, da un cattolico praticante come lui, non mi sarei
aspettato così affettuose e "simpatizzanti". Non credo che celassero
un calcolo politico, trattandosi di un carteggio strettamente privato. Penso che
il loro autore fosse sincero. Nella sua posizione, con la sua fede e la sua
storia, ha avuto un certo coraggio a "compromettersi" con un tipo come
me. Di lui conservo un buon ricordo, da uomo di Stato ha sempre saputo astrarsi
dalle sue inclinazioni confessionali. E durante i momenti di maggiore attacco
alla magistratura di Milano e di Palermo, ha saputo prendere anche in pubblico
posizioni coraggiose e non certo comode, che vorrei veder prendere oggi da chi
siede nelle istituzioni.
La questione dei finanziamenti pubblici alle scuole private è emblematica.
Nella Costituzione, mai abrogata, c'è scritto "senza oneri per lo
Stato". Più chiaro di così! Invece, con argomentazioni capziose e
mistificazioni reiterate, il governo ha trovato il modo di finanziare le scuole
confessionali surrettiziamente, con fondi dello Stato. E lo stesso stanno
facendo alcune regioni. E poi l'ora di religione: trovo davvero singolare che si
continui a insegnare quella cattolica e basta, anche se non si ha il coraggio di
dirlo ufficialmente. Tant'è che gli insegnanti di religione vengono designati
dai vescovi, non dallo Stato. E questo in una scuola che dovrebbe essere
"pubblica", cioè di tutti! In uno Stato laico, gli insegnanti di
religione dovrebbero essere di nomina pubblica, come quelli di tutte le altre
materie. E l'ora di religione andrebbe sostituita con la storia delle religioni.
Per fare cultura, non proselitismo. Ma anche questo non sembra interessare ai più.
Mi è dispiaciuto vedere una persona intelligente e perbene come Massimo D'Alema
perdersi dietro a calcoli che non saprei definire altro che "togliattiani",
e che alla fine per giunta si sono rivelati sbagliati. Ecco: anche in occasione
della Bicamerale, chi avrebbe potuto e dovuto parlare in difesa della nostra
Carta costituzionale e dei suoi valori fondanti, è rimasto zitto.
Un'abdicazione collettiva, una diserzione continua. Ricordo le vigorose prese di
posizione di MicroMega e di pochi altri amici (subito etichettati come fanatici,
giacobini, giustizialisti e non so più cos'altro), cadute nel vuoto senza che
nessuno le raccogliesse. Il resto è stato silenzio. E se ora questa destra
dovesse vincere le elezioni e ritentare di metter mano alla Costituzione, come
potrà opporvisi chi fino a ieri ha taciuto o acconsentito?
Queste cose bisognerebbe dirle forte, sbatterle sul naso di chi ci ha lasciato
questo amaro senso di delusione, alla fine di una legislatura che era iniziata
nel 1996 con tante speranze. Di fronte a questa incapacità di parlare chiaro, a
questa abdicazione dal dovere morale di dire le cose schiettamente, vorrei
ricordare - da laico - il versetto evangelico che tengo fra i più cari:
"Il vostro parlare sia sì sì no no, il resto viene dal maligno". Sarò
fatto male, sarò all'antica, ma credo che quando una cosa non si riesce a
mandarla giù, non resti che sputarla fuori, anche a costo di scontentare
qualcuno. Invece chi interviene, come è capitato talvolta di fare anche a me,
in difesa della Costituzione e della magistratura, in favore di una legge
antitrust e contro il conflitto d'interessi, viene subito zittito come un
visionario, un rompiscatole, un comunista.
Si è perduta una grande occasione anche per tentare di ripristinare il senso di
legalità. Anziché accelerare i processi, li si è vieppiù rallentati con
provvedimenti legislativi a dir poco infelici, che hanno affossato Mani Pulite
con lo strumento della prescrizione. Ho rivissuto, in questi anni, la
frustrazione per la mancata epurazione del dopoguerra. Dalla Liberazione in poi,
la classe politica ha sempre fatto poco o nulla contro il sistema della
corruzione. Anche allora, l'epurazione partì da basso, e non dall'alto, dai
vertici, che furono sostanzialmente risparmiati. Oggi, cinquant'anni dopo, ci
siamo ritrovati con gli stessi problemi di allora. Oggi come allora, la parola
d'ordine è "continuità". Allora i vecchi notabili sopravvissuti al
fascismo si riciclarono ai vertici dell'Italia repubblicana. Così come oggi ha
fatto, nonostante le speranze suscitate da Mani Pulite e dalla
"primavera" di Palermo, il notabilato della Prima Repubblica,
trapiantato senza cesura alcuna nella Seconda. Intanto si continua a parlare
della riforma della pubblica amministrazione malata di burocrazia. Come se fosse
una grande scoperta. Esattamente come mezzo secolo fa. E chiunque pronunci
ancora espressioni del tipo "questione morale" o "legalità"
viene tacciato di "giustizialismo": un termine che fa accapponare la
pelle.
I pericoli del nostro futuro Non nascondo di essere amareggiato, deluso, stanco
e sfiduciato. Anche perché vedo che il risultato di questo afflosciarsi
collettivo del centro-sinistra - che io mi auguro provvisorio e ancora
rimediabile - è il dilagare dello scontento fra gli elettori progressisti e
l'incredibile ritorno di fiamma di Berlusconi. Una prospettiva che mi spaventa:
per le possibili, ulteriori manomissioni della Costituzione e, temo, del codice
penale; per le ulteriori lesioni alla laicità dello Stato e alla sua unità; e
poi per questo dilagare di volgarità e incultura (il Cavaliere che annuncia in
televisione la sua prossima visita al papà dei fratelli Cervi!), simboleggiato
da quel ghigno che campeggia sui muri d'Italia, con manifesti pieni di bestialità
e promesse impossibili da mantenere. Quel sorriso falso, tipico di chi non crede
in nulla se non nel denaro che ha accumulato. Fa paura un paese disposto -
almeno stando alle previsioni di certuni - a farsi turlupinare un'altra volta da
un uomo così spaventosamente mediocre. Ma fa paura anche una politica ridotta a
spettacolo televisivo, basata su elementi di pura suggestione: non a caso anche
la sinistra si è vista costretta a rincorrere su quello stesso terreno,
presentando Francesco Rutelli, temo, non per le sue qualità - delle quali non
dubito - ma per le sue sembianze esteriori, per la sua avvenenza.
Manca la schiettezza, la sincerità, addirittura il coraggio di affrontare
liberamente i temi fondamentali della vita e della morte. Penso all'accoglienza
quasi incredula che ha suscitato una recente uscita di Montanelli
sull'eutanasia. Tabù anche quello. Eppure di che cosa dovrebbero discutere
degli uomini liberi se non dei momenti cruciali della loro esistenza? Io, ad
esempio, condivido soltanto in parte l'opinione di Montanelli in proposito.
Ciascuno - è vero - è padrone della propria vita. E ha il diritto di
"staccare la spina" quando lo coglie lo sfinimento, la ribellione a
una vita che non è più vita per la vecchiaia o la malattia o il dolore o la
disperazione. Ma soltanto a condizione che possa provvedere da solo. In questo
caso, comprendo la sua scelta e compiango la sua sorte: mai mi sentirei di
criticarlo o condannarlo. Ma qui mi fermo. Per chi ha bisogno dell'aiuto di
un'altra persona - un medico, un parente, un amico - per raggiungere questo
stesso risultato, non credo che si possa fare nulla. Ognuno è padrone della
propria vita e della propria morte, ma non di quelle altrui. In questi casi, in
linea generale, sono contrarissimo all'eutanasia. Uno può darsela, la morte.
Informarsi sul modo. Ma chiedere il concorso di un altro mi lascia molto
perplesso: altrimenti, per fare un esempio, come stabilire se la decisione del
morituro è una scelta definitiva e consapevole, o non è invece soltanto il
frutto di un cedimento momentaneo?
Ecco, il pericolo di un ritorno di Berlusconi c'è: sarebbe una cosa deleteria,
un altro passo verso l'abisso, ma in questo momento sembra essere lo sbocco più
naturale, se non ci fermiamo in tempo. Io non voglio ancora rassegnarmi all'idea
che ciò sia ineluttabile, ma certo le responsabilità dell'altra parte sono
gravi, per quanto è stato fatto e detto, ma ancor più per quanto non è stato
fatto e non è stato detto in questi cinque anni.
Sarebbe bastato poco. Sarebbe bastato applicare la legge sull'ineleggibilità
dei titolari di concessioni pubbliche, che non è una legge giacobina o
comunista, ma porta la data del 1957 e la firma di Alcide De Gasperi: da anni,
insieme agli amici Bobbio, Sylos Labini, Veltri e Flores d'Arcais, lo vado
ripetendo con quel po' di voce che mi è rimasta, e vedo che solo ora, proprio
alla vigilia delle elezioni, importanti esponenti del centro-sinistra sembrano
darmi ragione. Ma che cosa hanno fatto in tutti questi anni, invece di applicare
quella legge e spazzare via il mostruoso conflitto di interessi che ammorba la
vita pubblica italiana? Ma lo comprendono oppure no che, con questo monopolio
dell'informazione, si fa credere all'opinione pubblica quel che si vuole?
L'ho sperimentato ancora pochi mesi fa, quest'estate, alla morte di Edgardo
Sogno. Ho espresso concetti di simpatia, che credo non siano piaciuti a molti
miei amici, sulla figura di Sogno. Ho detto che è stato un sincero democratico,
un antifascista davvero eroico, al quale ho visto fare cose incredibili come il
tentativo di liberare Ferruccio Parri dalla prigione nazista. Ho soltanto
aggiunto che non era un gran cervello politico, e aveva commesso alcuni errori,
ma non tali da farne un golpista. Incredibilmente, l'indomani, mi sono ritrovato
iscritto d'ufficio fra i nemici di Sogno da qualcuno che non sapeva, o non
voleva, leggere. A questo punto, capisco chi non parla più.
Avevo un amico carissimo: Edoardo Ruffini, figlio del mio professore e secondo
padre, Francesco. Anche lui, come suo padre, aveva rifiutato nel 1931 di
prestare il giuramento al fascismo, e fu una scelta dolorosissima visto che, a
differenza di suo padre (che stava per andare in pensione), aveva appena
iniziato la carriera universitaria. Eravamo pressappoco coetanei, come fratelli.
La sua vita è stata funestata da una sequela incredibile di disgrazie
famigliari, una più terribile dell'altra, culminate con la morte di un figlio e
una figlia. Alla fine Edoardo aveva raggiunto un'infelicità cupissima,
irreversibile. Un giorno, giunto allo stremo, decise di togliersi la vita
insieme alla moglie. Credo che fossero intorno ai sessant'anni. Ingerirono delle
pastiglie, e si addormentarono insieme, per sempre. Fu, la loro, una bellissima
fine. Ma da soli, ciascuno per sé. Senza coinvolgere altri.
I tradimenti di questa sinistra Che fare di fronte all'imbarbarimento presente e
a quello, che speriamo ancora di scongiurare, prossimo venturo? Mi soccorre
ancora una volta (l'ultima, il lettore si rassicuri!) il mio maestro Adolfo
Omodeo. Il quale, il 20 dicembre del 1930, mi scriveva, sfidando la censura con
allusioni sempre più esplicite e temerarie al regime che dilagava allora:
"Capisco, figliuolo, tutta l'angustia sua, che è poi mia e di mille altri,
e vorrei poter venire una volta o l'altra a Torino, e conversare con lei di
tante cose. Per lettera è difficile. Una cosa però deve confortarci: che, se
anche la volgarità s'accanisce contro di noi, che custodiamo con devozione la
luce della cultura e la religione delle memorie, noi finalmente trionferemo. Il
mondo non può vivere senza quella luce, sia che pel momento imbarbarisca per
l'irrompere dei barbari, sia che s'imbarbarisca nel godimento delle tecniche
meccaniche del momento e della civiltà goda il lato esterno e non lo spirito
intimo. Perciò ritorneremo a quella interiorità in cui poniamo il pregio della
vita. La questione può esser di prima o di poi: se noi saremo chiamati a parte
del successo, o morremo come Mosè prima di toccar la terra promessa. Ma ciò fa
nulla, e col Mazzini ripeteremo: ora e sempre. Quanto più sentiremo questa
fiducia, tanto più la trasfonderemo negli altri. Un tempo provavo sgomenti
profondi per la sorte della nostra civiltà; e ora invece sento una ripresa:
sento di poter trovare compagni di fede e d'opera". A me pare che questa
vecchia lettera un po' ingiallita parli ancora agli italiani del 2000.
(articolo di Alessandro Galante Garrone apparso sul n° 5 di MicroMega
del 2000, a cura di Marco Travaglio e Paolo Borgna)
La Repubblica
30 ottobre 2003