Dall'anticlericalismo all'antifascismo, dall'etica della responsabilità personale ai tradimenti odierni di destre e sinistre

La morale laica
di ALESSANDRO GALANTE GARRONE

SONO nato a Vercelli nel 1909, e lì ho vissuto fino a 18 anni. La mia era una famiglia cattolica, metà contadini e metà insegnanti. Religiosa, ma di una religiosità molto seria, austera, rigorosa, ben radicata nella tradizione ottocentesca. Un cattolicesimo liberale e risorgimentale, con venature gianseniste e manzoniane, senza concessioni all'esteriorità formalista, alla devozione bigotta, al clericalismo, alle forzature psicologiche. Nessun legame con l'autorità ecclesiastica, mai visto prelati circolare per casa.

Io non arriverei a dire, con Croce, "non possiamo non dirci cristiani". Una frase, peraltro, equivocata da troppi. Credo che volesse intendere, molto semplicemente, che anche il cristianesimo è stato portatore di importanti valori morali, oltre a permeare fortemente la cultura europea (e non soltanto europea). Anch'io ho sempre avvertito e riconosciuto il valore storico, morale, sociale e culturale della religione. E di certi uomini di Chiesa. Magari sconosciuti ai più, come il mio amico fraterno don Michele Do, parroco di Saint Jacques. Originario dell'Albese, si è ben presto autoesiliato in Val d'Aosta, a 1.700 metri di altitudine, a debita distanza da certe gerarchie che non l'hanno mai amato. Ecco, don Michele è un uomo di grande e vera fede, dunque un prete un po' strano e molto scomodo, sicuramente speciale. Un santo battagliero che non vuole abbassare la religione a questioncina politica, ma si sforza di tenerla fuori, alta e pura, nel suo eremo di montagna. A costo di rimanere anche lui lì, in alta quota, vecchio e malato di cuore. Un altro è l'ex vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, spirito ribelle e aperto pure lui: dice che la religione non dev'essere una gabbia, ma una fonte di ispirazione e di libertà. Mio nonno, il padre di mia madre, era figlio di un mugnaio e insegnava matematica al liceo di Vercelli. Severissimo, ha bocciato non so quante generazioni di studenti. Cattolicissimo, teneva sul comodino non dei libri di devozione, ma I Promessi sposi e un'opera di Niccolò Tommaseo. Era intimo amico dello scrittore piemontese liberale Giovanni Faldella, con cui intrecciò anche un bell'epistolario. La vita politica, sociale e culturale era seguita dai miei famigliari con la massima apertura, il che non era considerato in contrasto con la loro fede profonda e sincera. E di questo sono grato a mia madre e anche a mio padre, che non era praticante ma credeva, e a volte andava ad accompagnare mia madre alla messa, la domenica mattina. Mio padre, come mio nonno materno, era cattolico di fede, ma liberale in politica. Io stesso fui credente fin verso i vent'anni. Ricordo i tanti natali celebrati nelle mille chiese di Vercelli, le processioni, i canti e i salmi della novena, il suono delle campane, le note dell'organo e le voci del coro, i Tantum ergo Sacramentum che potrei ancora recitare a memoria, in quell'atmosfera di raccoglimento quasi magico.

Natale non lo festeggio più da almeno settant'anni (ne ho appena compiuti 91). Ma ogni volta che si avvicina evoca in me ricordi tumultuosi di felicità e di mestizia insieme. Al Natale, ad esempio, associo il mio primo, silenzioso e castissimo innamoramento a dieci anni per una compagna di classe. La ricordo come fosse allora, mentre giocava con il suo cerchio colorato. Si chiamava Camilla. Frequentavamo la quarta elementare. È morta diversi anni fa, senza mai sospettare.

Ma il Natale mi riporta alla mente anche i lutti che falcidiarono la mia famiglia: la morte in guerra dei fratelli di mia madre, Pinotto ed Eugenio Garrone, nella battaglia del Grappa del 1917. Poco dopo, proprio alla vigilia di Natale, si ammalò di polmonite mio padre, giovanissimo, che poi morì nel gennaio seguente (non c'era ancora la penicillina). Insegnava latino a Torino, al liceo Gioberti e all'università, lo ricordo sul letto di malattia mentre mi parlava di un suo allievo piuttosto promettente: un tale Piero Gobetti.

Serva Chiesa in servo Stato Ecco: è bello dialogare, da laici, con cattolici seri. L'ho fatto per cinquant'anni con un altro credente sincero e severo, perfino un po' lugubre, come Arturo Carlo Jemolo: un altro degli uomini e degli intellettuali che hanno segnato la mia formazione. Era un cattolico liberale, ispirato da una fede profondissima, che non l'ha mai abbandonato. Eppure i valori civili che animavano le sue battaglie non venivano mai mescolati con le questioni confessionali. Ho ritrovato una sua lettera del 4 settembre 1967, che rispondeva a un mio articolo sulla Stampa favorevole all'ergastolo a Walter Reder, l'ufficiale nazista responsabile della strage di Marzabotto. Jemolo era contro quell'ergastolo, mentre era favorevole - in generale - alla pena di morte. E mi diceva che l'ergastolo è molto più afflittivo e disumano della pena capitale, soprattutto per un anziano com'era ormai Reder. Mi scriveva di essere "addolorato" per il mio corsivo, e aggiungeva di aver provato, nel leggerlo, "una fitta che ha qualche analogia con ciò che deve sentire chi sposa una persona che ritiene incapace di rancori, sempre disposta al perdono, dolcissima, che guarda tutti con benevolenza, e propenda forse anche per ingenuità a credere nel pentimento più che nella simulazione del peccatore, e poi si accorge che la persona è del tutto diversa, capace di forti rancori, quando occorre dura, chiusa alla pietà. Credo che non sia così, che tu sia sempre l'uomo umanissimo e di profonda bontà che sei sempre stato". E aggiungeva, riferendosi sempre a me, che "i girondini sono nobilissime figure, ma sono loro a rendere poi necessarie le dittature". Una definizione che, a rileggerla oggi, mi fa sorridere, se penso che sono poi stato eletto - mio malgrado - al rango di terribile "giacobino", con una di quelle ridicole applicazioni di categorie storiche agli uomini di oggi, con etichette buone per qualunque piccola bega di giornata.

Anche quando ci confrontavamo sui valori più alti, non ho mai avvertito in Jemolo il tentativo di prevaricare, invocando in soccorso la religione con i suoi "agganci" trascendenti: il giurista era un laico, l'uomo era un credente, ma non gli passava neppure per la mente di dire: "La penso così perché sono cattolico, e dunque ho ragione io". Il che non ci impediva di litigare, ma restando amici. "Vedi, Sandro", mi diceva sempre, "tu sei uno che non crede al paradiso. Ma poi fai di tutto per conquistarlo".

Libertà, legalità, responsabilità Dopo il mio progressivo distacco dalla religione praticata, dovuto inizialmente soprattutto a fattori negativi (antifascismo, antipapismo, anticlericalismo, antirazzismo, antinazismo), scoprii e assorbii valori positivi sempre nuovi. La patria degli zii soldati e poi della nostra guerra di Liberazione. La legalità e l'etica della responsabilità, nella mia lunga e appassionante esperienza di magistrato (l'ho fatto per trent'anni, a Torino, prima di dedicarmi all'insegnamento della storia dal 1963). La libertà da tutti i totalitarismi e gli autoritarismi, nei testi dei miei maestri (a cominciare dalla Storia d'Europa di Benedetto Croce, livre de chevet della nostra generazione) e nel dna di Giustizia e libertà e poi del Partito d'azione. L'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge -non ancora consacrata dalla Costituzione repubblicana - nella mia esperienza faticosa e contrastata di cittadino di una nazione che si reggeva sul partito unico e sul privilegio di tessera. Insomma, l'eredità migliore dell'Illuminismo del Settecento, quella che dà valore universale alla Rivoluzione francese, almeno a ciò che di buono essa ha portato (e non tutto, certamente, fu buono): il riscatto della dignità dell'uomo in quanto tale. Per me, l'Illuminismo è quello che ho imparato e studiato sui libri di un altro grande storico e amico, Franco Venturi. Ricordo quando Franco venne
per la prima volta a Torino, dopo il confino e l'esilio in Francia, a Parigi. Ancora dominava il fascismo, anche se il regime era ormai in crisi, e sotterraneamente muoveva i primi passi il Partito d'azione. Ecco, Venturi ci portò un soffio di spirito europeo, libero, ricchissimo.

Fino ai vent'anni, l'educazione cattolica non fu per me un peso. Una religiosità sentita, autentica, tutta interiore. Poi le vicende politiche e il comportamento ambiguo della Chiesa me ne fecero progressivamente allontanare. Il mio maestro, all'università, era Francesco Ruffini, un grande laico liberale, che come opera prima aveva scritto proprio una difesa della libertà e dell'eguaglianza di tutte le religioni. Ma nel 1929, con i Patti lateranensi, il Vaticano fece immondo mercato della religione con il cavalier Benito Mussolini e il papa definì il duce "l'uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare". Non avevo ancora compiuto vent'anni, ma da un po' di tempo avevo imboccato decisamente la strada dell'antifascismo. A quell'annuncio, ebbi un moto di sdegno. Avvertii immediatamente la ripugnanza di quella scelta di bassa convenienza: Vaticano e regime, per questioni di bieco profitto, si accaparravano condizioni di vantaggio, questo di tipo politico, quello di tipo chiesastico, a spese del bene pubblico. E da allora il laicismo e l'antifascismo divennero per me un tutt'uno.

Anche la mia famiglia, pur rimanendo cattolica, era diventata antifascista, fin dai giorni del delitto Matteotti. E anche Ruffini, pur nato e cresciuto cattolico, dopo i Patti lateranensi smise di professare la sua religione. Cavurrianamente, credeva nel motto "Libera Chiesa in libero Stato", mentre il Concordato del 1929 era tutto l'opposto: serva Chiesa in servo Stato.

Poi venne tutto il resto, fino alle leggi razziali. Un altro shock terribile. Ricordo che, anche per una donna cattolicissima come mia nonna materna, Maria, esse furono un colpo tremendo. Lei era molto anziana, ma continuava a tenere un piccolo diario quotidiano. Quando il regime approvò quelle leggi, lo troncò bruscamente. Nell'ultima pagina scritta, si legge questa frase: "Da oggi non posso più scrivere". Morì pochi mesi dopo, nel 1938.

Io dunque seguii fino in fondo la scelta di Ruffini. E non quella di un altro maestro come Luigi Einaudi, di cui pure seguivo le lezioni all'università: Einaudi riuscì sempre a scindere il suo liberalismo e il suo antifascismo dalle questioni di fede, restando fino alla fine un buon cattolico. Io no. E questo fu l'unico dolore che diedi a mia madre. La quale, non comprendendo le ragioni della mia scelta, continuò a credere in Dio e nella Chiesa, a festeggiare il Natale e le altre feste comandate, a sperare che quello scavezzacollo di suo figlio Sandro ritrovasse la fede perduta.

In Italia, nonostante i grandi intellettuali che ho citato, la vita culturale era piuttosto angusta. Anche la censura fascista era, tutto sommato, "perforabile" proprio perché governata da ignoranti. Ricordo quando la polizia politica venne a perquisire casa mia: mi sequestrarono libri totalmente innocui, e non si accorsero di quelli, ben più "eversivi" e compromettenti, che arricchivano la mia biblioteca. E per fortuna li lasciarono lì: erano, naturalmente, i più interessanti. Eppure vivere in una città "aperta" come Torino fu, in quegli anni, un grande privilegio. Non tutti hanno avuto la fortuna di incontrare sulla propria strada intellettuali come Ruffini e Omodeo, e stringere amicizia con uomini del calibro di Giorgio Agosti e Dante Livio Bianco. Ecco perché dico che la morale laica è più difficile e faticosa da costruire, e dipende molto dall'esperienza biografica di ciascun individuo che la vuole coltivare.

Intendiamoci. Non ho mai divinizzato il libero pensiero, e ho sempre mantenuto un grande rispetto per chi crede davvero. Ancora oggi avverto dentro di me certe antiche vibrazioni della fede religiosa. E capisco quanto debba sentirsi offeso, chi la fede ce l'ha, da questi rigurgiti di clericalismo, da questa fede sempre più massificata ed esteriore, superficiale, fasulla, direi quasi irreligiosa.

Il procuratore del Re processa la Fiat Negli ultimi mesi, in tempi di Giubileo e adunate oceaniche sul tipo di Tor Vergata, è rifiorito il dibattito sul senso e il fondamento della nostra "morale laica", terrena, non ancorata a nulla di trascendente, "senza Dio". Io ho sempre pensato che la morale di ciascuno di noi dipenda dalla realtà storica del suo tempo e dalla sua esperienza personale.

I miei primi modelli viventi furono i miei zii materni, i fratelli Garrone, quelli morti nella grande guerra. Due splendide figure dell'interventismo democratico, salveminiano. Eugenio era poetico, sentimentale. Pinotto aveva una grande forza di carattere, una brillantissima intelligenza e uno spirito avventuroso: magistrato, fu anche un pioniere dell'alpinismo, artefice delle prime ascensioni in alta montagna.

Infatti si fece mandare come pretore a Morgex, in Val d'Aosta: lo chiamavano "il pretore del Monte Bianco". In procura, a Torino, Pinotto Garrone si ritrovò fra le mani, come "procuratore del Re", il primo processo alla Fiat e al senatore Giovanni Agnelli senior, per aggiotaggio e altri reati. In questo "anticipò" la mia esperienza del 1945 quando, come presidente della Commissione del Cln per l'epurazione, mi ritrovai a processare Vittorio Valletta come collaborazionista. Finì, per Pinotto e per me, nella stessa maniera: ci portarono via i processi.

Mi è ricapitata fra le mani la prima lettera che mi scrisse da Napoli Omodeo, in risposta a una che gli avevo scritto io, il 27 novembre 1930. Avevo 21 anni, e gli avevo mandato alcuni miei articoli, scritti per il giornale di Vercelli, La Sesia. Allora ero così bizzarro e infatuato della cultura tedesca che avevo escogitato uno pseudonimo, anagrammando e rimaneggiando il mio nome, da Alessandro Galante a un incredibile "Leonard von Sagental" ("la valle delle leggende"). Lui, Omodeo, era già molto più adulto e affermato. Aveva combattuto sul Carso, poi era stato vicinissimo a Giovanni Gentile, che aveva tentato invano di portare sulla sponda dell'antifascismo. E, non essendoci riuscito, quando Gentile era divenuto un intellettuale organico del fascismo, se n'era totalmente distaccato, diventando un fedelissimo di Benedetto Croce. Nel '30, era già un antifascista notorio. Il regime lo sapeva bene, e lo teneva d'occhio: aveva sempre un poliziotto che lo seguiva come un'ombra ovunque andasse, anche nei suoi viaggi da Napoli a Torino. Quello che scriveva ai suoi amici, me compreso, veniva esaminato in anticipo dalla censura, con una lente di ingrandimento tanto occhiuta quanto ottusa. Le sue parole andavano quindi lette in controluce, fra le righe.

Non credo che Pinotto l'abbia presa bene (come non la presi bene io, mezzo secolo dopo). Era anche lui un tipo orgoglioso, ribelle a ogni imposizione. Avendo vinto il primo posto nel concorso in magistratura, l'avevano subito mandato a Roma, al ministero, nell'ufficio del "Massimario", dove si raccoglievano le sentenze. E si ritrovò subito ad avere a che fare con i principi del foro. Un giorno stava seduto, chino sul suo piccolo tavolino, in un angolo di un immenso salone del ministero. Entrò dall'altro capo uno degli avvocati più rinomati di Roma e, con gran sussiego, attraversò tutta la sala tenendo il cappello ben calcato in testa, forse per affermare una certa superiorità. Non fece neppure il cenno di levarselo, e gli domandò la pratica di cui aveva bisogno. Pinotto era un giovanetto imberbe, la faccia che lo faceva ancor più giovane di quanto già non fosse. Ma non s'impressionò, anzi. "Un momento, scusi", disse. Si alzò, attraversò il salone fino a raggiungere l'attaccapanni, afferrò il suo cappello, se lo calcò in testa e tornò a sedersi al suo tavolino. Senza dire una parola. Poi, finalmente, rispose al principe del foro: "Bene, adesso mi dica...".

L'avvocatone, a quel punto, arrossì, si scusò, si levò il cappello, ripetè la sua domanda. E finalmente fu esaudito da quel giudice ragazzino.

Spiriti liberi e un po' ribelli "Caro Galante", mi scriveva in quella fine di novembre del '30, da Napoli, "grazie della sua buona ed affettuosa lettera. M'ha commosso: non per le lodi (...) ma per un commosso giovanile affanno, un anelito verso le vette, che mi ricorda quello dei due alpini di Vercelli (i fratelli Garrone, n. d. c.). Accolgo ciò come una speranza di questi tempi in cui mi pare che la gioventù si rinchiuda in cinica indifferenza verso tutto e tutti. E m'ha commosso vedere come l'opera mia, che io svolgo in amara solitudine, senza il senso della sua efficacia, quasi per testardaggine, non passi del tutto inosservata, susciti echi e consensi all'altro capo d'Italia. Mi creda, lei mi ha dato un conforto grande in momenti in cui deluso da troppi uomini, da tanti amici coi quali credevo di dover percorrere la mia via, dalla scuola, metto tutto me stesso nell'attività di scrittore e di studioso. (...) Le mando alcune copie (...) della prima parte del mio saggio sui Garrone: (...) io ho pensato di mettere proprio al vertice della mia ricerca sugli epistolari di guerra i due Garrone, come le figure rappresentative di ciò che spiritualmente significò la nostra guerra. (...) Alla sua nonna esprima il sentimento di venerazione che io provo per colei che s'incinse nei due gloriosissimi alpini d'Italia". Erano tutte sottili allusioni al fascismo. La cinica indifferenza della gioventù, l'amara solitudine, la delusione dai tanti amici intellettuali che avevano voltato gabbana e si erano prostrati dinanzi ai nuovi padroni d'Italia. Mi sembrano, fra l'altro, espressioni e concetti attualissimi. Più che mai validi per quest'Italia del 2000, per questi tempi non sicuramente paragonabili a quelli di settant'anni fa, ma pur sempre preoccupanti, soprattutto per le prospettive del nostro immediato futuro.

Il coraggio che oggi ci manca Oggi quel che più preoccupa e amareggia è la mancanza di franchezza, e forse di coraggio, di tanti uomini pubblici, anche fra i più vicini a noi. Mi piacerebbe poter trasmettere loro il coraggio, la franchezza, la fierezza di quelli che ho chiamato in un mio scritto "i miei maggiori". Penso ancora a Francesco Ruffini, il mio maestro di libertà. Non ho mai dimenticato la prima volta in cui lo vidi entrare nell'aula dell'università: era la mia prima lezione in assoluto da studente, alla fine di novembre del 1926.

Lui non era più molto giovane, eppure salì con grande agilità la scaletta di legno che portava al pulpito dei vecchi professori. Occhi azzurri, fronte spaziosa, lunga barba bianca: non poteva che essere antifascista. Con la stessa fierezza si alzava in Senato per difendere, finché gli fu concesso, le libertà statutarie travolte ad una ad una dal regime. Nel 1928 una masnada di studenti del Guf organizzò una gazzarra per contestarlo. Credo che nessuno di noi suoi allievi, nemmeno quelli che si erano lasciati abbacinare dal fascismo, vi abbia partecipato. Lui comunque passò fra i suoi contestatori, nel cortile dell'università, senza fare una piega. Nemmeno sfiorato da tanta volgarità.

Allo stesso modo si era comportato, la testa alta e lo sguardo limpido, tre anni prima, nel novembre del '25, quando fra gli schiamazzi dei fascisti e dei loro compari, aveva sfidato il regime nascente in pieno Senato: "La libertà", aveva detto, "non rappresenta per me solamente il supremo dei miei ideali di cittadino, ma quasi la stella polare a cui si è indirizzata sempre quella qualunque mia attività didattica e scientifica, la quale può non aver contato proprio nulla, ma che per me conta più che tutto, perché essa è stata ed è la ragione stessa della mia vita spirituale. Così che, se alla libertà per opportunismo, per utile, o per paura io non tenessi fede, mi parrebbe di essere vissuto invano e di perdere insieme la stessa ragione di vivere. E a me accadrebbe davvero propter vitam vivendi perdere causam". Sei anni dopo, nel 1931, avrebbe rifiutato di giurare fedeltà al regime fascista, insieme ad altri 12 professori universitari (suo figlio Edoardo compreso) che con quell'atto di estremo coraggio rinunciarono ipso facto all'insegnamento.

Ecco, sono questi i valori che mi hanno trasmesso quelli che ho chiamato "i miei maggiori" (con un'espressione magari un po' retorica: mio fratello Carlo, scherzosamente, si riprometteva di scrivere un giorno I miei tenenti). Valori che poi ci hanno come "marchiati" sulla pelle viva negli anni della guerra di Liberazione: quando nulla era più chiacchiera accademica, quando i principi%u02C6 e i valori imparati sui libri, discussi e predicati per anni entravano nella carne di uomini chiamati a scelte drammatiche e irrevocabili.

Chi ha fede ha una marcia in più? Di ritorno dal raduno oceanico sotto il palco del papa a Tor Vergata, il presidente del Consiglio Giuliano Amato ha ripetuto una sua vecchia tesi: quella secondo cui - in estrema sintesi - "chi ha la fede ha una marcia in più rispetto a noi laici". Io non vedo proprio come si possa generalizzare a questo modo. E non capisco questa sorta di complesso di inferiorità che sembra trasparire dalle sue parole. Riuscire a mobilitare le masse intorno a una figura carismatica come quella del papa, non è di per sé un valore. Se dovessimo misurare il valore delle persone e delle fedi dalla loro capacità di attirare folle e applausi, dovremmo dare giudizi storici strampalati (e talora ribaltati) su tutti i fenomeni e gli atteggiamenti sociali a cui un paese si abbandona, anche i più irrazionali e deleteri: dal consenso strabordante riscosso da alcuni regimi dittatoriali, agli indici di gradimento per certe trasmissioni diseducative e volgari, alle follie che si commettono ogni domenica per una partita di calcio (da non confondere con la passione e il pathos per la propria squadra del cuore; una passione che anch'io, vercellese nato all'epoca della grande Pro Vercelli dei sette scudetti, ho coltivato fino ad oggi; ma un conto è guardare una bella partita della "mia" Juventus per rilassarsi e divertirsi con un po' di bel gioco, quando c'è, senza doversene affatto vergognare, un altro è abbandonarsi a scene di isteria e di violenza collettiva). No, non credo che la questione stia in questi termini. Anche la morale laica ha le sue "marce in più", anche se più difficili da innestare.

C'è però un'altra obiezione: non solo la morale laica è più ostica di quella religiosa. Essa sarebbe anche aristocratica, elitaria, non alla portata di tutti. Questi pericoli esistono. Il rischio di non riuscire a diffonderla e ad affermarla tra la gente comune, fra quelle che un tempo si dicevano "le masse", è sempre in agguato.

Come quello di indurre i suoi detentori, o presunti tali, al sommo peccato d'orgoglio di chiudersi nella torre d'avorio, di montare in cattedra, di puntare il dito, di arroccarsi in una élite.

La religiosità dei fratelli Garrone, che mi contagiò fino ai vent'anni, traspare egregiamente dal loro epistolario di guerra, che lo storico e mio grande amico Adolfo Omodeo ha posto al centro della sua storia morale della generazione dei combattenti del 1915-18 (s'intitolava, se non sbaglio, Momenti della vita di guerra). Il grande studioso delle religioni, il laicissimo e anticlericale Omodeo nutrì sempre un profondo rispetto per la religiosità dei fratelli Garrone e della loro madre, mia nonna Maria, prima portatrice di questa fede. Non avvertì mai alcun imbarazzo, nell'esaltare le loro figure, per il fatto che fossero cattolici. Anzi, comprese il valore storico, morale, politico, civile e sociale di questa religiosità forte, dignitosa, anticipatrice della fede di tanti antifascisti cattolici e idealisti. I Garrone erano, l'ho detto, interventisti. Ma non guerrafondai, non nazionalisti, eppure profondamente impregnati di amor di patria. Mi vien quasi da scusarmi per l'uso di questo termine, "patria", oggi bandito dal nostro vocabolario pubblico: ma non riesco a trovarne uno migliore, anche perché non esiste. Ricordo l'entusiasmo, il senso di liberazione di Piero Calamandrei (ne è rimasta traccia nel suo diario) quando, alla caduta del fascismo, ritrova la sua patria, e non lo nasconde, ma lo dichiara apertamente, ad alta voce. Il termine patria - ha ragione Vittorio Foa - ci è stato sequestrato dal fascismo, che per cinquant'anni ci ha quasi impedito di utilizzarlo. Ce ne dovremmo riappropriare. Invece la chiamiamo "il paese", o peggio ancora "l'azienda Italia", espressioni orrende. Ecco: l'amor patrio è stato uno dei valori ispiratori della morale laica della nostra generazione, e dovrebbe esserlo ancora per quelle presenti e future.

La mia formazione culturale e morale la devo alle letture appassionate di autori come Croce, Gobetti e Omodeo. Storico legatissimo a Croce, Omodeo era uno spirito libero e un po' ribelle, fortemente anticlericale, con toni che allora parevano addirittura esagerati, e che si ritroveranno qualche decennio più tardi negli scritti di Ernesto Rossi. Adoravo questi spiriti indipendenti, non solo dalle imposizioni ecclesiastiche del Vaticano e politiche del fascismo.

Io non arriverei a dire, con Croce, "non possiamo non dirci cristiani". Una frase, peraltro, equivocata da troppi. Credo che volesse intendere, molto semplicemente, che anche il cristianesimo è stato portatore di importanti valori morali, oltre a permeare fortemente la cultura europea (e non soltanto europea). Anch'io ho sempre avvertito e riconosciuto il valore storico, morale, sociale e culturale della religione. E di certi uomini di Chiesa. Magari sconosciuti ai più, come il mio amico fraterno don Michele Do, parroco di Saint Jacques. Originario dell'Albese, si è ben presto autoesiliato in Val d'Aosta, a 1.700 metri di altitudine, a debita distanza da certe gerarchie che non l'hanno mai amato. Ecco, don Michele è un uomo di grande e vera fede, dunque un prete un po' strano e molto scomodo, sicuramente speciale. Un santo battagliero che non vuole abbassare la religione a questioncina politica, ma si sforza di tenerla fuori, alta e pura, nel suo eremo di montagna. A costo di rimanere anche lui lì, in alta quota, vecchio e malato di cuore. Un altro è l'ex vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, spirito ribelle e aperto pure lui: dice che la religione non dev'essere una gabbia, ma una fonte di ispirazione e di libertà.

Io mi batterò sempre perché la morale laica venga intesa in senso universale, problematicamente discussa e anche contestata, messa continuamente alla prova con il dubbio e l'esperienza della vita. Sempre tentando di trasmetterla a tutti. Con l'esempio concreto e con le parole più semplici e chiare, senza fronzoli, nella sua essenza elementare. È vero che essa rimarrà sempre un fatto individuale, un continuo confronto con la propria coscienza: perché la morale laica deve attingere a se stessa, all'interno dei valori umani, senza inseguire "puntelli" trascendenti. Ma guai a farla calare dall'alto, come dispensata con orgoglio da chi ha raggiunto (o meglio, crede di aver raggiunto) un grado superiore di cultura. Ecco: sfrondarla di tutte le soprastrutture tipiche di chi, aristocraticamente, la ritiene riservata alle persone colte ed elette, è il compito più arduo. Molto più facile, la morale, per i portatori di una fede: non solo religiosa, ma anche politica (ad esempio, il comunismo). Ma per costoro è anche molto più facile il pericolo di cadere nell'intolleranza, come le nostre due Chiese - la cattolica e la comunista - hanno dimostrato. Anche se, tutto sommato, in Italia, la versione democristiana del cattolicesimo ha garantito molta più tolleranza di quanta non ci avrebbero lasciato i comunisti.

E, a questo proposito, vorrei spendere due parole su questa ridicola e ignorantissima equazione che oggi vien fatta fra noi azionisti e i comunisti, quasi che fossimo pressappoco la stessa cosa. Per quel che mi riguarda, le due Chiese le ho conosciute entrambe, ed entrambe le ho respinte, non avendone mai subito il fascino. Ho subito invece il fascino di alcuni cattolici e di alcuni comunisti. Dei cattolici ho già detto. Quanto ai comunisti, i migliori li conobbi durante la clandestinità del Partito d'azione, sullo scorcio del regime fascista. Due comunisti purissimi, integrali e integralisti: un operaio e un piccolo impiegato, con cui avevo contatti segreti prima della guerra di Liberazione. Mi colpivano e mi affascinavano perché ricercavano il senso più profondo della loro utopia, un'utopia riservata a pochi, vissuta con lo strano orgoglio dei privilegiati. Non avevano nulla a che vedere con il partito-massa, e nemmeno con il futuro partito "togliattizzato". Infatti furono subito "riassorbiti" e, durante la Resistenza, scomparvero.

Ecco: è bello dialogare, da laici, con cattolici seri. L'ho fatto per cinquant'anni con un altro credente sincero e severo, perfino un po' lugubre, come Arturo Carlo Jemolo: un altro degli uomini e degli intellettuali che hanno segnato la mia formazione. Era un cattolico liberale, ispirato da una fede profondissima, che non l'ha mai abbandonato. Eppure i valori civili che animavano le sue battaglie non venivano mai mescolati con le questioni confessionali. Ho ritrovato una sua lettera del 4 settembre 1967, che rispondeva a un mio articolo sulla Stampa favorevole all'ergastolo a Walter Reder, l'ufficiale nazista responsabile della strage di Marzabotto. Jemolo era contro quell'ergastolo, mentre era favorevole - in generale - alla pena di morte. E mi diceva che l'ergastolo è molto più afflittivo e disumano della pena capitale, soprattutto per un anziano com'era ormai Reder. Mi scriveva di essere "addolorato" per il mio corsivo, e aggiungeva di aver provato, nel leggerlo, "una fitta che ha qualche analogia con ciò che deve sentire chi sposa una persona che ritiene incapace di rancori, sempre disposta al perdono, dolcissima, che guarda tutti con benevolenza, e propenda forse anche per ingenuità a credere nel pentimento più che nella simulazione del peccatore, e poi si accorge che la persona è del tutto diversa, capace di forti rancori, quando occorre dura, chiusa alla pietà. Credo che non sia così, che tu sia sempre l'uomo umanissimo e di profonda bontà che sei sempre stato". E aggiungeva, riferendosi sempre a me, che "i girondini sono nobilissime figure, ma sono loro a rendere poi necessarie le dittature". Una definizione che, a rileggerla oggi, mi fa sorridere, se penso che sono poi stato eletto - mio malgrado - al rango di terribile "giacobino", con una di quelle ridicole applicazioni di categorie storiche agli uomini di oggi, con etichette buone per qualunque piccola bega di giornata.

Anche quando ci confrontavamo sui valori più alti, non ho mai avvertito in Jemolo il tentativo di prevaricare, invocando in soccorso la religione con i suoi "agganci" trascendenti: il giurista era un laico, l'uomo era un credente, ma non gli passava neppure per la mente di dire: "La penso così perché sono cattolico, e dunque ho ragione io". Il che non ci impediva di litigare, ma restando amici. "Vedi, Sandro", mi diceva sempre, "tu sei uno che non crede al paradiso. Ma poi fai di tutto per conquistarlo".

Libertà, legalità, responsabilità Troppo puri per convivere con Togliatti. E io non potevo non capirli, avendo assistito ai tradimenti e alle spregiudicatezze del Partito comunista, sia durante sia dopo la Resistenza.

Dopo il mio progressivo distacco dalla religione praticata, dovuto inizialmente soprattutto a fattori negativi (antifascismo, antipapismo, anticlericalismo, antirazzismo, antinazismo), scoprii e assorbii valori positivi sempre nuovi. La patria degli zii soldati e poi della nostra guerra di Liberazione. La legalità e l'etica della responsabilità, nella mia lunga e appassionante esperienza di magistrato (l'ho fatto per trent'anni, a Torino, prima di dedicarmi all'insegnamento della storia dal 1963). La libertà da tutti i totalitarismi e gli autoritarismi, nei testi dei miei maestri (a cominciare dalla Storia d'Europa di Benedetto Croce, livre de chevet della nostra generazione) e nel dna di Giustizia e libertà e poi del Partito d'azione. L'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge -non ancora consacrata dalla Costituzione repubblicana - nella mia esperienza faticosa e contrastata di cittadino di una nazione che si reggeva sul partito unico e sul privilegio di tessera. Insomma, l'eredità migliore dell'Illuminismo del Settecento, quella che dà valore universale alla Rivoluzione francese, almeno a ciò che di buono essa ha portato (e non tutto, certamente, fu buono): il riscatto della dignità dell'uomo in quanto tale. Per me, l'Illuminismo è quello che ho imparato e studiato sui libri di un altro grande storico e amico, Franco Venturi. Ricordo quando Franco venne per la prima volta a Torino, dopo il confino e l'esilio in Francia, a Parigi. Ancora dominava il fascismo, anche se il regime era ormai in crisi, e sotterraneamente muoveva i primi passi il Partito d'azione. Ecco, Venturi ci portò un soffio di spirito europeo, libero, ricchissimo.

In Italia, nonostante i grandi intellettuali che ho citato, la vita culturale era piuttosto angusta. Anche la censura fascista era, tutto sommato, "perforabile" proprio perché governata da ignoranti. Ricordo quando la polizia politica venne a perquisire casa mia: mi sequestrarono libri totalmente innocui, e non si accorsero di quelli, ben più "eversivi" e compromettenti, che arricchivano la mia biblioteca. E per fortuna li lasciarono lì: erano, naturalmente, i più interessanti. Eppure vivere in una città "aperta" come Torino fu, in quegli anni, un grande privilegio. Non tutti hanno avuto la fortuna di incontrare sulla propria strada intellettuali come Ruffini e Omodeo, e stringere amicizia con uomini del calibro di Giorgio Agosti e Dante Livio Bianco. Ecco perché dico che la morale laica è più difficile e faticosa da costruire, e dipende molto dall'esperienza biografica di ciascun individuo che la vuole coltivare.

Oggi, con questa ondata di revisionismo becero, si rimprovera agli azionisti di essersi lasciati offuscare la mente dalla pregiudiziale antifascista, al punto di non vedere o non denunciare a sufficienza i crimini dello stalinismo e i peccati del comunismo. È una tesi, oltreché falsa, offensiva. Si dimentica che già nel 1935, a Parigi, al congresso internazionale degli scrittori, Gaetano Salvemini, uno dei nostri maestri, intervenne per denunciare la mancanza delle libertà fondamentali non soltanto in Germania e in Italia, ma anche in Unione Sovietica. Nel 1939, quando fu siglato il patto Ribbentrop-Molotov, Giustizia e libertà lo definì subito, quasi in tempo reale, "un monumento di perfidia". Nel 1945, appena finita la guerra, mentre Tito era ancora pienamente inserito nell'impero sovietico, il Partito d'azione attaccò le sue pretese egemoniche su Trieste, di cui difese strenuamente l'italianità. Ernesto Rossi era forse, negli anni Sessanta, l'anticlericale più aspro, il vero erede spirituale di Salvemini. Il 15 gennaio 1967 mi scrisse una lettera, l'ultima, pochi mesi prima di morire, proprio nel periodo di maggiore invadenza del clero sulla vita pubblica in Italia: "Oggi in Italia", mi diceva, "i nostri più pericolosi avversari sono i preti, non i comunisti. (...) Non si può avere più tanti scrupoli a trovarci, in certe occasioni, in compagnia anche dei comunisti. Solo bisogna stare molto attenti a non lasciarci fregare a vantaggio dell'impero sovietico. 'Si può mangiare la zuppa anche col diavolo', dicono gli inglesi, 'ma bisogna adoprare un cucchiaio col manico lungo'". Più chiaro di così...

Chi sbaglia deve essere punito Mi è ricapitata fra le mani la prima lettera che mi scrisse da Napoli Omodeo, in risposta a una che gli avevo scritto io, il 27 novembre 1930. Avevo 21 anni, e gli avevo mandato alcuni miei articoli, scritti per il giornale di Vercelli, La Sesia. Allora ero così bizzarro e infatuato della cultura tedesca che avevo escogitato uno pseudonimo, anagrammando e rimaneggiando il mio nome, da Alessandro Galante a un incredibile "Leonard von Sagental" ("la valle delle leggende"). Lui, Omodeo, era già molto più adulto e affermato. Aveva combattuto sul Carso, poi era stato vicinissimo a Giovanni Gentile, che aveva tentato invano di portare sulla sponda dell'antifascismo. E, non essendoci riuscito, quando Gentile era divenuto un intellettuale organico del fascismo, se n'era totalmente distaccato, diventando un fedelissimo di Benedetto Croce. Nel '30, era già un antifascista notorio. Il regime lo sapeva bene, e lo teneva d'occhio: aveva sempre un poliziotto che lo seguiva come un'ombra ovunque andasse, anche nei suoi viaggi da Napoli a Torino. Quello che scriveva ai suoi amici, me compreso, veniva esaminato in anticipo dalla censura, con una lente di ingrandimento tanto occhiuta quanto ottusa. Le sue parole andavano quindi lette in controluce, fra le righe.

Un altro caposaldo della morale laica che ci ha animati è l'etica della responsabilità: anch'essa non può che essere personale. Eppure, oggi più che mai, l'idea di pagare di persona le conseguenze delle proprie azioni, di essere soggetti liberi di scegliere e di rispondere in proprio delle scelte compiute, stenta ad affermarsi. In quella stessa lettera di Jemolo sulla pena di morte (4 settembre 1967), leggo ancora: "Una cosa sono i principî di Beccaria, ed altra il non volere le sanzioni. (...) L'Italia, (...) questo formaggino tenero che è l'Italia. (...) Già vedo che se questa Italia, che ha perduto l'idea che chi manca dev'essere punito, si rialzerà, si rialzerà meno libera che non sia oggi e che non fosse nel 1914". Parole che mi sembrano grandemente profetiche, per i tempi che viviamo e ancor più per quelli che, forse, ci apprestiamo a vivere. "Chi sbaglia dev'essere punito": e invece il portato peggiore di questa "nuova" politica è proprio la perdita di qualunque etica della responsabilità, di qualunque collegamento fra il delitto e il castigo, almeno per una classe dirigente che pare ormai interessata soltanto a conquistarsi l'impunità, salvo poi pretendere la "tolleranza zero" per i reati degli altri. Se penso che questi signori sono gli stessi che tacciano di "elitarismo" noi azionisti, beh, il mio sangue ribolle... Dall'altra parte, ci sono i lasciti della cultura catto-comunista, che ha sempre teso a scaricare sulla società e sulla collettività le responsabilità dei singoli, soprattutto per i reati "di strada": socializzazione delle colpe, perdonismo, pietismo, rifiuto della pena e del carcere, continue battaglie per l'amnistia e l'indulto.     (continua...)


Addio a Galante Garrone

Il giacobino mite di Torino

di CLAUDIO MAGRIS

Ho incontrato per la prima volta Alessandro Galante Garrone a casa di Franco Venturi, molto prima di diventare un loro collega all'Università di Torino, poco dopo essermi laureato in quella Facoltà di Lettere torinese che in quegli anni era di una straordinaria vitalità, un luogo di rigorose tradizioni accademiche e un cuore pulsante della vita cittadina e nazionale, una stazione meteorologica delle grandi trasformazioni che investivano la società italiana. Sì, è vero, l'ho capito fin da quel primo incontro: Alessandro Galante Garrone era un «mite giacobino», come egli stesso si era scherzosamente definito, con un termine sul quale più tardi, nei nostri anni talora regressivi, si sono fatte facili ironie. Come i radicali da lui così splendidamente studiati dal punto di vista storico e come il Partito d'Azione in cui aveva militato, egli aveva l'intransigenza morale di chi pensa non solo al Paese reale, alle cose così come sono, ma anche al Paese ideale, alle cose così come dovrebbero essere ed è pronto a battersi per trasformare la realtà e renderla migliore. Ma aveva anche una mitezza fraterna per la vita e le persone, una comprensione affettuosa per l'esistenza, quella «pietas» che, come dice il titolo di un suo libro, sa raccogliere con reverenza il retaggio dei propri maggiori. Del resto è la chiarezza morale che permette di vivere a fondo la vita, di guardarla in faccia. Il suo antifascismo era inevitabile conseguenza di questo suo modo di essere, del rispetto che egli aveva per la dignità di ognuno e della sua convinzione che, quando tale rispetto viene calpestato, non si può restare con le mani in mano. Pure il suo lavoro di storico nasce da questa morale non astratta ma concreta, dal sentimento che la verità dell'uomo si realizza nel suo agire nella storia, nel modo in cui l'individuo contribuisce a farla o la subisce. Alessandro Galante Garrone era un figlio esemplare di quella grande cultura torinese degli Einaudi, dei Gobetti, del liberalismo e della Resistenza; di quella Torino che Gramsci aveva definito «la città moderna della Penisola», che aveva visto una grande borghesia scontrarsi con un grande proletariato ma anche capire la necessità del dialogo con esso - quando esistevano ancora la borghesia e il proletariato e la politica aveva un altro senso, ora perduto. Uomini come Alessandro Galante Garrone ci hanno insegnato ad amare l'Italia - un'Italia civile che forse, diceva Biagio Marin, era ed è solo una nostra esigenza.

Corriere della Sera
31.10.03


Vai alla pagina precedente

Vai alla prima pagina