«E’ l’Italia che sognavo da ragazzo. Né fascista né comunista, libera»


ROMA - Chissà se ha in mente la volta in cui il Papa, in viaggio a Beirut nel ’97, davanti a un gruppo di ragazzi entusiasti che gli avevano preparato una festa di compleanno troppo anticipata, replicò stringendo con forza il pastorale e borbottando uno scaramantico «not yet, pas encore, parliamone tra otto giorni». Forse se la rammenta, Carlo Azeglio Ciampi, quella sortita, amplificata nella diretta tv. Pure lui ha quasi voglia di scherzare, sulla pioggia di messaggi augurali che da ieri mattina vengono recapitati sul Colle: manifestazioni di stima e simpatia, ma evidentemente gli fa un certo effetto che precorrano di ventiquattr'ore l’anagrafe. Ci sorride sopra, il presidente, perché i suoi ottant’anni cadono solo oggi, mentre il 19 dicembre toccherà alla moglie Franca, coetanea, soffiare sulle candeline. Sono stati «anni densi e fortunati», dice, con una riflessione retrospettiva nel suo studio. «Anni fortunati a partire dall’età della formazione, in famiglia prima e poi al liceo, presso i gesuiti di Livorno, e poi ancora alla Normale di Pisa». «Anni cruciali», aggiunge, e pensa soprattutto «all’invernata» che lo aspettava dopo l’otto settembre 1943, trascorsa sulle montagne dell’Abruzzo a fianco di un maestro, il filosofo Guido Calogero, che lì stava confinato, mentre lui era un tenente di 23 anni che cercava di varcare le linee per ricongiungersi all’esercito regolare, al Sud. «Furono mesi durissimi, eppure colloco proprio in quella stagione i miei ricordi più belli... Ero come carta assorbente, come creta che a poco a poco si va plasmando, curioso di tutto e sempre in cerca di risposte. L’Italia che sognavo allora, libera, né fascista né comunista, alla fine siamo riusciti a costruirla. E’ un grande Paese e, ciò che più conta, comincia ad esserne sempre più consapevole».
Ciampi allude a tanti indizi che percepisce personalmente: il «noi» degli italiani, a rischio per mancanza di autostima, sembra uscire dalla depressione grazie anche al «lavoro sulla memoria» avviato dal Quirinale. Insomma: se un’identità di popolo data per agonizzante ora si rianima e se può dunque rinascere un sobrio orgoglio nazionale, lo si deve (come certificano, con trasversale unanimità, gli storici contemporanei e i partiti) a quell’azione di pedagogia civile che lui ha avviato, sollecitando il recupero di riti repubblicani perduti, di spazi simbolici lasciati a lungo deserti, di inni, bandiere, parate.
Eppure, il capo dello Stato spiega di non agire «secondo alcun progetto o disegno». «Prendo queste iniziative in base a impulsi spontanei, non faccio retorica. Sento che, anche così, si sta creando un più forte legame, una comunione tra me e gli italiani. Ho pudore a parlarne, ma non me ne vergogno: se devo riandare a un momento in cui ho avvertito la responsabilità e l’orgoglio di rappresentare il nostro Paese, ripenso al maggio del 1993, quando, da presidente del Consiglio, andai a fare una visita di Stato in Germania. Da noi le cose non andavano bene, in ogni senso, credibilità e affidabilità erano purtroppo questioni aperte. Ad un certo punto, stavo a fianco di Kohl su di un palco, fu issato il tricolore mentre la banda suonava Mameli. Beh: un brivido mi corse lungo la schiena e mi tremarono le gambe».
Pensò magari all’«Italia nuova», che vagheggiava con Calogero e il nucleo di antifascisti rifugiati sui monti di Scanno e coagulati nel Partito d’azione?
«Sì, i discorsi che facevamo giorno e notte, gli interrogativi che insieme ci ponevamo, echeggiano spesso dentro di me. Nessuno sapeva quel che ci avrebbe riservato il futuro. Una cosa legava i giovani della mia generazione, quelli che avevano una forte impronta nazionalistica e quelli che non avevano una maturità politica definita, ma si ritenevano incompatibili con la retorica e l’intolleranza della dittatura: non avevamo "sentito" la guerra. Ci eravamo prima augurati che la conferenza di Monaco, nel ’39, avesse salvato la pace, mentre era solo un rinvio, e comunque anche dopo i primi bombardamenti coltivavamo l’illusione che il conflitto si potesse risolvere in fretta. Il sentimento generale era quello di un popolo che voleva esser fedele rispetto allo Stato di allora, ma che di sicuro si metteva in armi senza passione. L’epilogo dell’otto settembre creò un enorme smarrimento: un esercito guarda ai propri comandanti, e dato che questi erano in fuga, bisognava cercare nella propria coscienza la strada giusta da imboccare».
Ciampi, che era cresciuto «con il lievito liberal-crociano della Normale, uno spazio di libertà impensabile per l’epoca», la strada la trova nei mesi di clandestinità sull’Appennino. «La gente aiutava noi quanto soccorreva inglesi e americani, e davvero "dividemmo il pane che non c’era", come hanno scritto in un libro i ragazzi di una scuola di Sulmona. Non voglio fare polemiche, tantomeno con gli storici, ma nella tragedia dell’autunno del 1943 la Patria rinacque, altro che morire. Anzi, se per Patria s’intende lo spirito d’italianità, dovremmo forse andare molto più indietro nel tempo, e potremmo rifarci addirittura a Dante e Petrarca e via via, attraverso l’esperienza delle libere repubbliche, collegarci con il Risorgimento e arrivare alla Costituzione del ’47, in cui la Patria ritrova la sua struttura».
Logico che c’è più di una slogatura storica e parecchi rammendi strinati, nella vicenda di quest’«identità comune» che il presidente proietta in modo così retroattivo. Tuttavia il filo della continuità lo distingue «con nettezza» e lo evoca di continuo per sottolineare l’importanza delle memorie, come ha fatto giorni fa andando alla casa Nathan-Rosselli, dove Mazzini morì sotto falso nome, «da esule in patria».
«La mia gioventù è stata bruciata dalla guerra», continua Ciampi nella sua riflessione-bilancio. «Comunque, per chi ha avuto la sorte di scampare al conflitto, e tanti sono morti combattendo, si può dire che quella gioventù sia stata particolarmente fortunata. Certo, abbiamo avuto lacerazioni e difficoltà, passioni e inquietudini, ma abbiamo saputo superarle, traducendo in realtà l’ideale di un Paese non totalitario - ripeto: né fascista né comunista - sotto la spinta a unire forti istanze sociali con il rispetto della libertà».
Ma quanto ha senso insistere nella riscoperta di una tradizione repubblicana, mentre il Paese mostra d’essere ancora lacerato proprio sulla storia più recente? E serve davvero il recupero di una «religione civile», fatta di simboli e liturgie da riscoprire dopo una fase di «secolarizzazione» coatta, visto che non è chiusa la grande crisi politico-istituzionale degli anni Novanta?
«La fiducia nel futuro si nutre della memoria condivisa del proprio passato. E l’oblio genera invece indifferenza. Io non sto inseguendo un’astrazione, non faccio nulla di premeditato. Interpreto il mio ruolo in modo assolutamente spontaneo, faccio ciò che "sento", e credo che in questo mi sia stato utile l’aver scelto di vivere al Quirinale: dal cambio della guardia all’alzabandiera, tante cose rituali solo in apparenza mi fanno percepire il pericolo di una certa amnesia e insieme l’importanza di ridare dignità alle istituzioni almeno in alcuni momenti di forte valore simbolico per tutti».
E’ successo così, racconta, oltre che per il ripristino della parata del 2 giugno («mi pareva giusto che potessero sfilare i nostri militari impegnati in missioni di pace»), per la riapertura del Vittoriano, il 4 novembre: «Quando a giugno ho saputo che stavano per essere completati i restauri, ho chiesto di poterlo visitare e una volta lì mi sono sbalordito. Ho scoperto un monumento straordinario, che la gente forse non ha mai osservato veramente oltre il sacello del milite ignoto. Un monumento che, oltretutto, riassume l’unità dell’Italia nelle sue tante diversità. Mi pareva assurdo che restasse ancora chiuso».
Ed è successo così per la visita che ha voluto fare una settimana fa nel gelo di Tambov, 500 chilometri a Sud di Mosca, dove sono sepolti almeno 12 mila soldati italiani dell’Armir. Teneva in tasca la sua vecchia "bustina" da autiere, Ciampi, mentre una banda suonava l’Inno del Piave. «Tra quei caduti c’erano tanti miei fratelli, miei commilitoni. E avrei potuto esserci anch’io, se il destino non avesse deciso diversamente. E’ fondamentale tenere viva e salda la memoria, perché certi orrori del passato non possano più ripetersi. L’idea di Europa ha corso il rischio di uscire annichilita, dall’urto culturale e politico prodotto dalle due guerre mondiali e dai due totalitarismi del Novecento. Se è sopravvissuta, e grazie al cielo è sopravvissuta, lo deve alle sue radici storiche. Che alla fine del secolo sono riuscite ad avere ragione di ogni barricata politica». Il pensiero, è chiaro, lo porta alle difficoltà del vertice di Nizza, per il quale si è speso molto nei mesi scorsi. Non lo dice, ma il regalo più grande che si augura è una chiusura che decreti un successo dell’Italia e dell’Europa.

Marzio Breda

Corriere della Sera
9 dicembre 2000


“Socialismo liberale”: ossimoro o tautologia?
I casi sono due: o si accosta ad una parola un’altra parola di senso contrario, oppure l’aggettivo ripete il concetto già contenuto nel sostantivo

di Vittorio Valenza

Da qualche tempo, sono tornati in uso gli appellativi di “socialismo liberale”, di “liberalsocialismo” e, perché no?, di “liberalismo sociale”. La cosa non è di quelle destinate a togliere il sonno al popolo e forse non merita neanche di essere sottolineata. Tuttavia, poiché, come sostiene un autorevole storico delle dottrine politiche, George Lichtheim, “la scelta della terminologia politica non è mai accidentale”, ma evidenzia “un modo nuovo di guardare il mondo” e tende “a creare forme di vita sociale”; forse è importante, per quanto ne siamo capaci, approfondire la questione. Norberto Bobbio scrive che “liberalismo” e “socialismo”, “sono storicamente considerati due termini antitetici”, tanto che “tutta la storia del pensiero politico dell’Ottocento, e in parte anche del Novecento, potrebbe essere raccontata come la storia del contrasto tra liberalismo e socialismo.” Il mettere insieme i due termini darebbe, quindi, vita a un “ossimoro”, cioè al procedimento retorico che consiste nell’accostare due parole di senso contrario. “Socialismo liberale” sarebbe, pertanto, una contraddizione in termini. Tuttavia, la critica che il socialismo rivolge alla dottrina liberale non è indirizzata, come quella dei reazionari o dei totalitari, contro i principi, i valori e i fondamenti del liberalismo. Per esempio, i socialisti non hanno mai messo in discussione la libertà di pensiero, di parola, d’associazione, di voto, e così via. Né i socialisti hanno mai contestato il principio d’isonomia, cioè l’eguaglianza di fronte alla legge. Neanche hanno mai inteso confutare quelli che sono i fondamenti del liberalismo: l’empirismo, l’anti-innatismo, cioè l’educazionismo, il contrattualismo sociale e la sovranità popolare. Anzi, il socialismo nasce proprio per dare concreta e universale realizzazione al progetto liberale. Come scrive Norberto Bobbio, “il socialismo fu concepito come un naturale sviluppo storico del liberalismo nel processo di emancipazione dell’umanità.” L’imputazione che il socialismo muove al liberalismo è, quindi, quella d’inadempienza: la mancata attuazione di qualcosa da parte di chi vi si dice impegnato. Che valore possono, infatti, avere le cosiddette “libertà di” (la libertà di religione, di parola, di stampa, di associazione, di partecipazione al potere politico, di iniziativa economica e così via), quando non sono supportate dalle “libertà da” e cioè la libertà dal bisogno, dall’incertezza per il domani, dall’ignoranza? Nello stato liberale, gli individui sono uguali davanti alla legge, ma sensibile e stridente rimane l’ineguaglianza economica e sociale. Anzi, quest’ultima rischia di vanificare la prima. Citiamo Carlo Rosselli: “Dice il socialismo: l’astratto riconoscimento della libertà di coscienza e delle libertà politiche a tutti gli uomini, se rappresenta un momento essenziale nello sviluppo della teoria politica, ha un valore ben relativo quando la maggioranza degli uomini, per condizioni intrinseche e ambientali, per miseria morale e materiale, non sia posta in grado di apprezzarne il significato e di valersene concretamente. La libertà non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dalla emancipazione dal morso dei bisogni essenziali, non esiste per l’individuo, è un mero fantasma. L’individuo in tal caso è schiavo della sua miseria, umiliato dalla sua soggezione; […]. Libero di diritto, è servo di fatto.” La critica socialista del liberalismo s’innesta, pertanto, in quelle contraddizioni che impediscono al liberalismo stesso di tener fede alle sue promesse. Per esempio, l’incoerenza tra i principi d’isonomia e di sovranità popolare con la pratica delle discriminazioni elettorali. Oppure la contraddizione tra la proclamata libertà d’associazione e la pratica delle leggi antisindacali sul modello della celebre “legge Le Châtelier”, che proibiva le associazioni operaie in quanto lesive della libera concorrenza e della cosiddetta “libertà di contratto”. La quale “libertà di contratto” evidenzia, peraltro, un’altra contraddizione. Infatti, il rapporto che fa entrare il “prestatore d’opera” nella produzione non è un contratto con mezzi di produzione, ma con chi li detiene, cioè con il capitalista. Questo rapporto prende la forma giuridica di un “libero contratto” che fissa le condizioni del lavoro: il salario, il tempo di lavoro e così via. I contraenti figurano come “due persone giuridiche sullo stesso piano” ma l’uno dispone di danaro, l’altro soltanto della sua forz a di lavoro. La “libertà di contratto” nasconde, in realtà, la più completa disuguaglianza se non la più assoluta costrizione. Se non esce da questo schema, il “prestatore d’opera” può usufruire tutt’al più della libertà di morire di fame. Non si pensi che questi esempi appar-tengano a un lontano quanto non riproponibile passato. Ancora oggi fanno scuola le parole di uno dei più autorevoli pensatori liberali, Friedrich von Hayek: “Il campo in cui la mancata applicazione dei principi liberali ha comportato lo sviluppo di impedimenti sempre maggiori per il funzionamento del sistema di mercato è quello del monopolio del lavoro organizzato, ovvero i sindacati. […] Questa posizione dei sindacati operai, appunto, ha reso largamente inoperante in materia di determinazione dei salari il meccanismo di mercato ed è più che dubbio che un’economia di mercato possa continuare a sussistere quando la determinazione concorrenziale dei prezzi non vale anche per i salari.” Come si concilia questa realtà con il principio formulato dalla dottrina liberale secondo il quale la libertà può essere realizzata soltanto se, come afferma la famosa formula di Emanuele Kant, la libertà di ciascuno non va oltre ciò che è compatibile con una eguale libertà per tutti gli altri. Semplicemente, non si concilia. Gli effetti pratici del liberalismo tendono, infatti, a dar vita a forme di oppressione e di schiavitù di massa. Con il riservare le proprie conquiste a pochi, il liberalismo contraddice sé stesso. Si giunge così all’antinomia per eccellenza. Come sottolinea un più che autorevole storico del pensiero liberale, Guido De Ruggiero, per il liberalismo “la proprietà è un diritto naturale dell’individuo ” . Senza la proprietà ogni indipendenza o autonomia dell’individuo sarebbe resa del tutto vana: “Solo in quanto proprietario, egli è sufficiente a sé stesso e può resistere a tutte le invadenze degli altri individui e dello stato.” Questa legittimazione della proprietà, che ha un posto d’onore in tutte le dichiarazioni dei diritti dell’uomo, è comune a tutti i liberali. È rimasta immutata per più di trecento anni, da John Locke a Robert Nozick. Ma, usiamo sempre le parole di De Ruggiero, proprio da questa concezione “derivano alcune imprevedibili conseguenze, che l’intaccano alla base. Se la proprietà è essenziale allo spiegamento della libertà naturale dell’uomo, ciò vuol dire che non alcuni uomini soltanto debbono goderne come di un odioso privilegio, ma che tutti gli uomini debbono essere proprietari.” La contraddizione è più che evidente. Da un lato, la libertà dei liberali presuppone la proprietà, dall’altro, la pratica del liberalismo economico tende a negare la proprietà (e, quindi, la libertà) alla maggior parte degli individui. Infatti, benché i fondatori della teoria liberale, sostenessero che il motore della natura umana, l’amor di sé, può essere indirizzato in modo tale da promuovere, mediante quegli stessi sforzi che compie nel proprio interesse, l’interesse pubblico; si è dimostrato che gli effetti pratici del liberalismo, lasciato a sé stesso, contraddicono i principi del liberalismo stesso. La disuguaglianza, pur non essendo connaturata in senso stretto all’uomo, si sviluppa però inesorabilmente quando gli individui e le forze sociali entrano in concorrenza tra di loro. Come sintetizza Nicola Tranfaglia: il liberalismo, “favorisce la permanenza e l’accrescersi delle situazioni di privilegio e di disuguaglianza presenti nell’ordine capitalistico.” Parafrasando una celebre frase di Karl Marx, possiamo dire che là dove lo stato liberale raggiunge la sua vera fioritura, l’uomo conduce una vita doppia, per così dire “una vita celeste ed una vita terrestre”: la vita nella comunità politica e quella nella società civile. La prima nel regno dell’uguaglianza formale, la seconda nell’ineguaglianza reale. Per far sì che la libertà, diventi patrimonio di tutti, il “dogma” a cui il liberalismo deve rinunciare è, per i socialisti di tutte le scuole, il liberismo con la sua mitica parola d’ordine: “laissez faire, laizzez passer” (lasciar fare, lasciar correre). Non si esce, quindi, dall’ossimoro a meno di non espungere dal liberalismo il liberismo economico. Questa realtà non sfuggì nemmeno a quei liberali, come, per esempio, a John Stuart Mill o a Leonard Trelawney Hobhouse che diedero vita a un liberalismo socialisteggiante. Infatti, come spiega Friedrich von Hayek, per dare una risposta alla questione sociale, il liberalismo dei seguaci di Mill “rinunciò al dogma del non intervento dello Stato nella vita economica e sociale”, a cominciare dalla scuola. “Insomma, il pensiero liberale sperò almeno di poter ridurre le barriere sociali che vincolavano gli individui alla loro classe di origine, fornendo certi servizi a coloro che non erano ancora in grado di procurarseli da soli.” Se poniamo, quindi, una più che seria ipoteca sul liberismo, la formula “socialismo liberale” non dà più luogo a un ossimoro. In compenso, diventa, però, una tautologia. Infatti, se, come scrive Carlo Rosselli, “il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà”; allora dire “socialismo liberale” risulta, quantomeno, ridondante. È una sovrabbondanza e, come tutte le sovrabbondanze, è inutile: “frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora” (è inutile fare con molti quel che si può fare con pochi). Pertanto, noi concordiamo con Ralf Dahrendorf: ci è sufficiente l’appellativo “socialista” e riteniamo che “la posizione di ciascuno vada definita soprattutto attraverso le azioni che
compie.

La Tribuna di Lodi
9 settembre 2000


IL PAESE GOBBO E GLI ULTIMI AZIONISTI 

Il caso Bobbio

di EZIO MAURO 

CI DEV'essere qualcosa di formidabile e inspiegabile, se due grandi vecchi come Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone sono ancora il bersaglio della polemica e dell' intolleranza politica di tutte le destre italiane, antiche e nuove, politiche e intellettuali, camuffate o rampanti. I due hanno novantuno e novantadue anni. Vivono riparati, ai margini della polemica politica e culturale, com'è giusto e comprensibile alla loro età. Si parlano qualche volta al telefono, ma più che altro si scambiano i pensieri per lettera, come del resto fanno da mezzo secolo. Attorno Torino è cambiata, quel loro mondo in cui il piemontesismo era concepito come una "condizione condizionante" è finito per sempre, forse addirittura con Pavese - come ha scritto tanti anni fa Bobbio -, forse con le tante mutazioni della città, o più semplicemente con l'inevitabile trasformazione dell'Italia che non ha più una capitale della produzione, perché dalla vecchia fabbrica si affaccia oggi alla new economy.
Eppure, a più di novant'anni, Bobbio e Galante Garrone restano il fantasma fisso, l'ossessione inguaribile delle destre italiane. Non hanno un partito alle spalle, non hanno nemmeno eredi: soltanto quelli che Bobbio chiama dei "fallimenti", o per meglio dire delle speranze deluse, il partito d'Azione, l'unificazione socialista, una sinistra finalmente europea, e riformista. Com'è possibile che questi uomini soli, anziani e soli, siano ancora e costantemente il centro di una polemica politica e culturale che può portare tranquillamente il Polo a negare nei loro confronti il riconoscimento della cittadinanza onoraria di Torino?
Oggi una parte degli avversari si fa indulgente, e chiede alla destra torinese di ripensarci, di non infierire nella guerra simbolica del sigillo civico. 

MAGARI, sottovoce, suggerisce di distinguere tra Bobbio che ha riconosciuto qualche anno fa la sua compromissione giovanile col fascismo e Galante che non ha mai giurato fedeltà al regime, come se questa fosse una macchia, nell'Italia del Duemila. Ma questa indulgenza tardiva, questo improvviso buonismo dosato con cura ossessiva, è ipocrita e soprattutto inutile. Davvero gli intellettuali revisionisti possono stupirsi se qualche consigliere comunale di Alleanza Nazionale si oppone ad un riconoscimento civico per Bobbio e Galante Garrone, dopo che per anni i due sono stati investiti da una polemica politica furiosa di aperta delegittimazione?
La verità è che per capire questa ossessione, e le nevrosi culturali che ne derivano, bisogna distinguere, finalmente. Per la destra di An, Bobbio e Galante Garrone sono esattamente due intellettuali antifascisti, irriducibili nel sostenere l'inconciliabilità tra il fascismo e la democrazia, convinti - sbagliando - che dal 1945 l'Italia avesse pronunciato nei confronti del fascismo "una condanna definitiva, e senza appello". Per i revisionisti neoliberali, la colpa è invece un'altra, genetica e irrimediabile: l'azionismo, anzi meglio la corrente torinese dell' azionismo, quel gramsci-azionismo (come viene chiamato spregiativamente) che discende da Piero Gobetti, e che è sopravvissuto ben oltre la morte del partito d'Azione, più di cinquant'anni fa.
Cinquant'anni dopo, dunque, perché l'azionismo fa ancora paura, pur disarmato da ogni strumento diretto di intervento politico? La ragione è ideologica, nient'affatto culturale. I moderni nemici dell' azionismo sono in realtà impegnati in una critica a senso unico della sinistra italiana, e in una riscrittura della storia repubblicana del nostro Paese che è diventata un perno centrale del cambio di egemonia culturale in atto oggi in Italia. E' cioè in corso un trasloco, un cambio di stagione, una destrutturazione del sistema di valori civici su cui si è retta la nostra democrazia per cinquant'anni, un sistema condiviso, coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne derivano, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione.
Per raggiungere questo obiettivo - politico, e ideologico - era necessario attaccare direttamente tre punti fermi della cultura civile repubblicana: l'antifascismo, l'azionismo, il Risorgimento. E' stato fatto, con cura e con impegno, e con risultati di rilievo, che sono sotto gli occhi di tutti. I prossimi passi sono facilmente prevedibili: la Costituzione, troppo vecchia e intrisa di quelle culture ormai delegittimate, poi l'impianto istituzionale repubblicano, troppo arcaico, specchio di quella Costituzione, di quelle culture, di quel mondo passato e finalmente gettato in minoranza.
Il centro del bersaglio è naturalmente l'azionismo, crocevia teorico del Risorgimento e dell'antifascismo, soprattutto nella variante torinese, così intrisa di gobettismo. Un azionismo che tradisce la "neutralità" liberale, anzi compie il sacrilegio di coniugare il metodo e i valori liberali con la sinistra italiana, rifiutando l' anticomunismo. Né comunisti, dunque, né anticomunisti, "né con loro né contro", come Bobbio ricorda la sua posizione negli Anni Cinquanta. Nel tentativo continuo di indicare ai comunisti i limiti del comunismo: a Togliatti all'epoca della polemica di "Politica e cultura"; a Berlinguer ancora nel 1978, quando Bobbio gli ricorda che "la terza via non esiste", tra comunismo e socialdemocrazia bisogna scegliere. Gli azionisti, proprio per queste ragioni, sono pericolosi due volte: perché non portano in sè il peccato originale del comunismo, come la parte maggioritaria della sinistra italiana, e perché non scelgono l'anticomunismo, come dovrebbe fare ogni buon liberale. Questo liberalismo di sinistra, anzi, nello specifico del caso italiano rifiuta l'equidistanza tra fascismo e comunismo: e gli azionisti vengono perciò accusati in pratica di essere troppo deboli come anticomunisti, troppo severi come antifascisti. "In questi ultimi anni di revisionismo storico - ha scritto Bobbio - mi accade di constatare che il rifiuto del'antifascismo in nome dell'anticomunismo ha finito spesso di condurre a un'altra forma di equidistanza che io considero abominevole: tra fascismo e antifascismo".
E' questa la seconda ragione dell' ossessione per l'azionismo. Il tentativo di ridurre a posteriori il fascismo ad una sorta di debolezza nazionale, di cedimento italico, di vizio collettivo. La delegittimazione sistematica di Bobbio dopo la pubblicazione della sua lettera giovanile al Duce ha raggiunto il suo scopo quando il filosofo ha parlato dell'apatica zona grigia in cui viveva in quegli anni, mentre altri si opponevano alla dittatura. Il fascismo come patrimonio di tutti, verrebbe da dire, salvo pochi fanatici, alla cui scelta si nega pervicacemente ogni valore morale, ogni valore di testimonianza utile anche per oggi. E' la rappresentazione di un'Italia al peggio, in cui tutti sono uguali nei vizi e le virtù civiche non contano perché lo Stato è un estraneo, se non un nemico da cui guardarsi. Un Paese pronto ad ascoltare l'elogio del malandrino, in cui l'avversario viene schernito, i suoi ideali sono messi alla berlina, le virtù civiche vengono derise, la delegittimazione politica, morale, personale va in scena abitualmente, senza più contravveleni.
Ed è chiaro che l'azionismo - sia pure residuale, rarefatto, ormai sterile nel panorama politico italiano - è un'altra volta una pietra d'inciampo per questo disegno ideologico di amalgama culturale verso il peggio. Quell'azionismo che profilava un'Italia di minoranza, intransigente, laica, illuminista, repubblicana davvero, insofferente al clericalismo cattolico e comunista, convinta della necessità di coniugare l'etica con la politica, religiosa di un'unica religione civica, quella di una democrazia forte. Meglio l'Italia cinica e indifferente della Prima Repubblica e magari di oggi. Meglio una politica che se trova "un Paese gobbo", come diceva Giolitti, si adatta tranquillamente, e gli confeziona "un abito da gobbo". Ecco perché si può tranquillamente rifiutare il sigillo di Torino a Bobbio e Galante Garrone. L'opera lunga e faticosa di demolizione dell'azionismo è probabilmente compiuta. Non era Togliatti, d'altra parte, che chiamava Parri "quel fesso"? E non era Guglielmo Giannini, sull'"Uomo Qualunque", che derideva quei "visi pallidi" degli azionisti? Cinquant'anni dopo, con la sinistra distratta e silenziosa, i revisionisti possono finalmente riposarsi: quel lavoro è finito. 

La Repubblica
24.10.2000


La grande caccia all'Azionismo 

di GIORGIO BOCCA

L'ANTICOMUNISMO senza comunisti è superato in livore e ossessione solo dall'antiazionismo senza azionisti, ultimo un intervento di Giuliano Ferrara su "l'Unità", una sorta di esorcismo contro il demonio che continua ad aggirarsi per l' Italia. Sono passati cinquantaquattro anni dalla caduta del governo Parri che segnò la fine della brevissima avventura politica del Partito d'Azione, ma l'azionismo resta un partito centrale della politica italiana: un partito virtuale, in gran parte immaginario, l'opposto di tutti i vizi e le debolezze secolari della nazione, di una virtuosità giacobina, estranea alla cultura clericale del paese, di fronte a cui anche i suoi vecchi militanti si sentono impari: ma davvero eravamo un partito di vipere come diceva Giannini il fondatore dell' Uomo qualunque del professor Codignola? Un partito di incorreggibili sovversivi come dicevano di Riccardo Lombardi e di Emilio Lussu i liberali? O più semplicemente gli eredi delle minoranze laiche, illuministe, repubblicane, riformiste fatte regolarmente a pezzi dalle restaurazioni borboniche o papaline, una minoranza scomoda in un paese diviso fra guelfi e ghibellini?
L'avventura politica del Partito d' Azione fu breve, resa possibile forse solo dall'anomalia della Resistenza, un periodo corto e così eccezionale da permettere la guida delle élite sulle masse, dell'utopia sulla realpolitik, della progettazione riformista sulla conservazione del vecchio stato. La grande maggioranza dei partigiani di Giustizia e Libertà sapeva poco o niente dei fratelli Rosselli e di Gobetti, delle due anime del partito, diviso fra il moderatismo di La Malfa e il giacobinismo di Lussu ma gli andava bene la voglia di modernizzare il paese, di toglierlo dalle dipendenze clericali, cattoliche o comuniste che fossero; gli andava molto bene e questo era il cemento che li univa, la affermazione di una politica etica, sottratta ai peggiori commerci elettorali, a una accettazione acritica della democrazia; per una democrazia forte capace di difendersi, di cui Leo Valiani era il più deciso sostenitore. Che si trattasse di una avventura breve lo si era già capito nella primavera del '45 quando gli italiani tornarono a fare la fila per iscriversi ai vecchi partiti socialista o cattolico, dandogli milioni di voti alle prime elezioni e trascurando questo partito nuovo dal nome strano "di azione", infelice nome che poteva ricordare l'attivismo, l'interventismo fascisti. La diaspora degli azionisti fu rapida dopo il congressso del febbraio '46 che ne segnò il dissolvimento: alcuni tentarono di sopravvivere in nuove formazioni politiche effimere, altri passarono nel Partito socialista o repubblicano ma restandovi sempre in certo modo come corpi estranei. Il loro merito, la ragione per cui l'azionismo senza azionisti è ancora così odiato e temuto è che rimasero nella memoria e spesso nella fantasia come i portatori di una eresia, di ciò che il paese rassegnato a volte sembrava desiderare ma che poi, come spaventato, rifiutava: la politica non disgiunta dalla etica, la indipendenza da ogni potere clericale, la cura della società. Che resta dell'azionismo? Quanto basta per essere odiato. 
Resta lo stupore, la incredulità di fronte a certi spettacoli della restaurazione: tutti quei ministri e notabili della repubblica "nata dalla Resistenza", ma neppure il suo presidente se ne ricorda, che vanno in piazza San Pietro ad ascoltare genuflessi gli ultimatum di un pontefice che fa il suo mestiere di integralista; e questa politica che per il terrore che ha dell'etica, predica ogni giorno a destra come a sinistra l'assoluzione generale, Tristano Codignola era una vipera per il qualunquista Giannini, Lombardi e Foa dei giacobini, l'intero partito una minoranza che tentava una fuga in avanti. Però meglio sconfitti che vincitori se i vincitori hanno prodotto i personaggi contemporanei che non hanno ritegno a dare di sé pubblico e disgustoso spettacolo: ex ministri che pagavano con le tangenti in un anno un conto in albergo di mezzo miliardo, che facevano sparire i miliardi dei "conti protezione" e ora chiedono che gli si restituisca la dignità e l'onore. Ma dignità e onore ognuno se li guadagna da sé, non li aspetta da una amnistia. 

C'È evidentemente in questo paese un azionismo che dura, che spaventa, che è ancora di stimolo, di esempio a cinquantaquattro anni dalla sua morte, che forse resisterà anche al neo liberismo e alla globalità, qualcosa come fu il costume repubblicano nella Roma imperiale, lo spirito conciliare nella Chiesa di Andreotti e di Marcinkus. Allargare la definizione di azionista a tutto ciò che di pulito e di coraggioso sopravvive nella repubblica è una retorica, a cui gli azionisti si sarebbero opposti per primi. Ma anche se l'azionismo fosse solo un mito, una bella leggenda da cavalieri della tavola rotonda, se fosse solo una aspirazione, una affinità elettiva conserviamolo ringraziando i suoi molti nemici che con il loro odio sempiterno lo onorano, e lo perpetuano. 

La Repubblica
18 novembre 1999


Era il simbolo di una generazione antifascista formatasi negli anni del fascismo. È morto a Milano a 90 anni

Addio Leo Valiani, padre e figlio della patria


di GIANCARLO MOLA 


"Non sono un padre della patria, ma un figlio della patria". Così, con l'innata modestia di sempre, Leo Valiani ha parlato di se stesso il giorno in cui la Milano antifascista (e non solo) festeggiava il suo novantesimo compleanno. 

Non era vero, ovviamente. Di questa Repubblica nata dalla Resistenza lui è stato genitore affettuoso e severo allo stesso tempo. Il suo percorso è stato quello di una intera generazione, cresciuta antifascista negli anni del fascismo, vessata ma non piegata dal regime, costretta all'esilio infine protagonista della fondazione dell'Italia del dopuguerra. Protagonista, poi delusa.

Leo Valiani è morto oggi a Milano nella sua casa di corso Plebisciti, dopo una lunga malattia. Era stato ricoverato il 6 settembre presso la casa di cura "La Madonnina", ma le sue condizioni sembravano migliorate e Valiani era stato dimesso.

Si era formato negli anni del regime di Benito Mussolini e, prima della sua capitolazione, tra i vari polmoni delle Resistenza, aveva scelto quello del Partito d'Azione, il più prolifico sotto il profilo culturale, ma anche il meno radicato nelle masse operaie. Nell'Assemblea costituente eletta nel 1946, il piccolo gruppo "azionista" perse quasi tutte le sue battaglie: per il sistema uninominale e per la repubblica presidenziale, per il decentramento amministrativo e regionale, per lo stato laico. Quando gli esponenti di spicco del partito decisero poi di confluire nel Partito repubblicano di Ugo La Malfa o nei socialisti di Pietro Nenni, Valiani rimase a guardare. La sua militanza politica continuò soprattutto nella forma di una feconda attività giornalistica. Fino all'1 dicembre 1980, quando il suo compagno di mille battaglie Sandro Pertini (insieme, la mattina del 26 aprile 1945, a Milano, odinarono l'insurrezione generale), lo chiamò a Palazzo Madama conferendogli la carica di senatore a vita.

Leo Valiani era nato il 9 febbraio del 1909 a Fiume. Terra di frontiera, bollente incontro di popoli e nazionalità. Dalla sua città assistette all'inarrestabile ascesa del regime di Benito Mussolini. Fino al 1926, quando il varo delle leggi speciali, lo portò alla grande scelta: quella della clandestinità. Scelse di militare nel Partito comunista, l'unico che a lui, poco più che ragazzo, sembrava incarnare con maggiore forza gli ideali egualitari e antiautoritari di cui la sua famiglia lo aveva imbevuto. 

Fu arrestato nel 1928, condannato e confinato a Ponza. Poi il Tribunale speciale gli comminò una pena ancora più grave. Scontata anche quella riparò in Francia e da lì passò in Spagna dove partecipò alla guerra nella doppia veste di giornalista e militante. Una esperienza che a lungo segnò la sua esistenza. Tanto che, quando nei mesi passati, il commentatore Sergio Romano ha aperto la polemica sulla Repubblica spagnola come "un prolungamento delle purghe staliniane", Valiani è tornato con forza a difendere le ragioni di quella vicenda. "Il ruolo dell'Unione sovietica fu certo cospicuo, ma assai meno determinante di quanto qualcuno oggi creda. È noto che, alle elezioni del febbraio 1936, vinte in Spagna dal Fronte popolare, i comunisti raccolsero appena sedici deputati su circa trecento che formavano la maggioranza di sinistra: gli altri erano equamente divisi fra socialisti e democratici laici".

Ma la rottura con il partito comunista e l'Unione sovietica sarebbe arrivata, per Valiani, poco dopo. Nel 1939 quando, poco prima dello scoppio della guerra mondiale, i russi sottoscrissero con i tedeschi il patto Molotov-Ribbentrop. "Quel patto - scrisse Valiani tempo dopo in una lettera a Paolo Spriano - mise termine ai miei dubbi. Esso provava l'innocenza dei trotskisti e dei buchariniani che Stalin aveva accusato di essere agenti della Germania nazista".

Poi venne il rientro in Italia, l'invasione dei tedeschi dopo l'8 settembre del '43, la guerra partigiana. Valiani fu protagonista di primissimo piano sul fronte milanese, a fianco di Pertini, di Longo e di Sereni. Di quegli anni, di quelle angosce e di quelle speranza rimase per sempre fiero testimone. Una testimonianza, la sua, sempre discreta, schiva, lontana dai riflettori e dai futili protagonismi. Con lui se ne va una generazione di italiani rara e preziosa. Ma anche un pezzo di storia, oggi spesso dimenticata.

La Repubblica
18 settembre 1999


"Abbiamo ricordato i comuni maestri" 

Bobbio dopo la visita a casa sua del presidente Ciampi 

di ETTORE BOFFANO 


TORINO - Lassù tra i libri della biblioteca di un filosofo, nel grande studio che guarda verso la collina di Torino, oltre la ferrovia e la città, Carlo Azeglio Ciampi e Norberto Bobbio hanno parlato per mezz'ora. "No, non di politica. Perlomeno, non di quella politica che intendete voi - spiega il senatore a vita, pochi minuti dopo che il presidente ha lasciato la sua casa - Mi chiedo spesso perché, in occasioni come queste, voi giornalisti immaginate chissà quali discorsi, chissà quali colloqui segreti. Invece, nella realtà, si finisce per discutere di corse semplici, di vecchi amici che non ci sono più. E anche oggi, con il presidente Ciampi, è avvenuto così".
Una visita annunciata, quasi dovuta quella di all'anziano filosofo torinese della politica e del diritto. Bobbio, alla vigilia della sua elezione al Quirinale, ne aveva consacrato la candidatura, ricordando una vecchia amicizia e, soprattutto, la comune appartenenza al Partito d'Azione e all'esperienza lontana di Giustizia e Libertà. "Non è una novità - aveva detto il senatore a vita - da tempo dico che è il mio candidato ideale. Sì, ci conosciamo bene. Lui ha fatto parte come me del Partito d'Azione". E ieri, Ciampi è salito al quarto piano del palazzo di via Sacchi, accompagnato dalla moglie Franca. Ad accoglierlo, il filosofo, con la moglie Valeria.
Professor Bobbio, di che cosa avete parlato con il presidente?
"Preferirei non dirlo, il nostro era un incontro privato. Un colloquio affettuosissimo, come mi aspettavo. Abbiamo parlato soprattutto di un vecchio e comune amico che non c'è più. Uno che è stato maestro di Ciampi alla Normale di Pisa e per me, che sono più vecchio di lui, è stato al tempo stesso maestro ed amico. Guido Calogero, il filosofo e grecista".
Che cosa ha significato per Ciampi l' insegnamento di Guido Calogero?
"Guido Calogero, l'ho detto già altre volte, è stato il più giovane dei miei maestri. Poi, io ho percorso un po' di strada con lui. Con Aldo Capitini, Calogero fu il fondatore in Italia del liberalsocialismo e io partecipai con loro a quella fondazione e a quell'esperienza. Con Ciampi, che si porta dietro molto del suo insegnamento, abbiamo rievocato quell'uomo, quelle idee, quel momento storico del pensiero politico italiano".
E dunque, avete finito per parlare di politica, di liberalsocialismo.
"Sì, ma della politica come filosofia di vita, della politica come morale, come impegno etico. E adesso mi fermo qui: ho già detto persino troppo su un incontro privato tra me e il presidente della Repubblica". 

La Repubblica
12 luglio 1999


DUCCIO GALIMBERTI 

Duccio Galimberti nasce in Piemonte, a Cuneo, nel 1906 dal deputato liberal-radicale Tancredi e dalla poetessa Alice Schanzer. 
Dopo aver conseguito la laurea in legge a Torino esercita l’attività di avvocato e compie studi inerenti a problemi giuridici.
Indipendente durante il fascismo, aderisce al Partito d’Azione poco dopo la sua fondazione e ne diventa il più assiduo organizzatore nella provincia di Cuneo. Dopo l’8 settembre fu tra gli organizzatori della guerra partigiana dando vita al gruppo di “Italia libera” da cui nacquero la prima e la seconda divisione partigiana Giustizia e Libertà. Leader incontrastato della Resistenza in Piemonte condusse le trattative per giungere ad un accordo di mutua assistenza con i maquis francesi.
Fu arrestato a Torino dai fascisti e venne fucilato a Centallo dai repubblichini.
Un ordine del Cln piemontese cita Duccio Galimberti come un eroe nazionale. Ebbe la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, la prima concessa ad un partigiano.


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