Gennaio 1975: si rinnova ed approfondisce il discorso di "Iniziativa Europea"

Perché la "Sinistra europea"
di Mario Zagari

Il discorso dell'unità europea non deve essere più caccia riservata delle forze del capitalismo e del neo-capitalismo, ma riguarda proprio le masse dei lavoratori e diventa il discorso delle nuove generazioni. Si tratta adesso di rispondere ad esigenze che esprimono la storia di oggi e che sono entrate nella coscienza del movimento operaio internazionale.
Più volte nel corso di questi anni la Sinistra europea é stata sollecitata a porsi come protagonista del movimento unitario dell'Europa. Più volte essa è mancata o ha scarsamente reagito, per disuinione, per mancanza di coraggio, perché attratta e distratta da una problematica che sembrava più immediata.
Con questo non intendiamo affermare che cio' che di positivo è accaduto nell'ambito europeo non abbia avuto anche il contributo, talvolta assai cospicuo delle forze democratiche e popolari.
E' stato grazie a questo impegno che si é potuto passare dallo stato di congelamento dei rapporti intereuropei all'atmosfera odierna, al riconoscimento delle realtà economiche esistenti nel nostro continente, alla concezione di iniziative per la sicurezza europea e per misure di disarmo, misure che appena dieci anni faddietro apparivano a molti impensabili o venivano respinte come irrealistiche a chi se ne facesse promotore.
Tutte queste azioni, talvolta anche poco conosciute e poco valorizzate, appartengono al patrimonio acquisito dal movimento della Sinistra europea. Ma esse non possono bastare ad esaurire la sua capacità di presenza di fronte ad una domanda crescente di contributi e di interventi, non sporadici né marginali, che siano ispirati a un pîano organico e globale ed a una visione panoramicca dei gravi e in qualche caso drammatici problemi che si pongono oggi sul piano politico ed economico. Mai come oggi un insieme di congiunture negative, ma qualcuna anche di segno positivo - quale la ripresa della democrazia nel Mediterraneo - richiedono questo salto di qualità, rendendo il momento storico che attraversiamo l'ora da non lasciar passare per una coniugazione politica di carattere comunitario.
Cresce di giorno in giorno il cerchio di opinione che si augura che l'Europa esca dallo stato di minorità internazionale per poter diventare una realtà organizzata ed autonoma quale fattore di collaborazione e di pace. Ma quando si tratta di definire esattamente come cio' possa configurarsi e quale fisionomia l'Europa debba avere, le contraddizioni, le reticenze, le timidezze si accavallano nel confondere il quadro, quindi rischiano di non farlo progredire.
Compito della Sinistra europea è per l'appunto quello di sgomberare il terreno da equivoci o da posizioni troppo generiche che finirebbero per fare il gioco dell'immobilismo o dell'affermazione delle classi dominanti.
E' in questo momento particolarmente significativo che pone all'Europa dei problemi roventi di identità nel senso che viene a cadere il modello secondo cui l'Europa era stata costruita essenzialmente su un'unità doganale ormai superata dai sistemi sofisticati di una politica commerciale internazionale capace di aggirare facilmente quelle che erano le vecchie Maginot doganali. 
Contro queste vecchie strutture e gli accomodamenti neocapitalistici sono venute le sfide del Terzo Mondo, dell'URSS e della Cina.
E' avvenuto proprio a me per primo di sentire da Ciu-en-Lai la proposizione bruciante:"Perché questa Europa non la fate?". La risposta è perché ;questa Europa non é capace di esistere, perché un'Europa mercantile, quella per intendere del mercato Comune, non esiste nel sistema pluralistico che si é creato sul piano internazionale. Quella cinese è una sfida lontana che pero' evidentemente ha la sua incidenza e richiama l'Europa alle sue responsabilità internazionali.
Una sfida esterna, direi la sfida cui si doveva prestare più attenzione, era la sfida dei paesi in via di sviluppo. Ed è infatti sui problemi del rapporto tra l'Europa e l'Africa, del rapporto tra l'Europa e il Terzo Mondo, del rapporto tra l'Europa e i paesi in via di sviluppo che scoppia la grande crisi.
Quando noi, in nome della Sinistra europea, sostenavamo che questo era il punto più impoertante che legava l'Europa ai paesi in via di sviluppo, eravamo accolti sempre con sorrisi scettici, come se parlassimo di qualcuno o qualcosa che non esisteva, o che poteva soltanto prospettarsi dal punto di vista umanitario, come pretesa di prrendere atto che una grande parte della popolazione mondiale viveva al di la della soglia della fame. La realtà si è incaricata di dimostrarci che dietro questa vi era una immensa forza e che nel discorso della ragione di scambio tra Nord e il Sud del mondo, tra i paesi sviluppati e sottosviluppati, un elemento violentemente polemico sarebbe venuto alla luce. La conferma è arrivata con la sfida del petrolio.
Vero é che del Mercato Comune Europeo era nata come un'Europa degli affari. Nell'epoca della guerra fredda di Truman e Stalin, quando l'Europa occidentale si presentava come un avamposo degli Stati Uniti d'America e l'Europa orientale era soltanto una propaggine dell'Unione Sovietica, e in quell'epoca le masse avevano nozione dell'Europa come qualcosa che serviva unicamente a consolidare la potenza americana nel continente euro-asiatico. Più tardi nel periodo kennediano, questa Europa ha assunto una diversa fisionomia: allora si é parlato di un'Europa come scelta di civiltà, pilastro della grande partnership euro-americana. Era diventata un'Europa che, nella misura in cui fosse federata, avrebbe rappresentato un elemento integrativo ma al tempo stesso correttivo, della potenza americana.
Ma il periodo Kennedy-Krusciov venne presto travolto dagli avvenimenti e all'epoca della grande illusione idealistica è succeduta quella della Real-politik che ha aperto un discorso di potere tra Stati uniti e Unione Sovietica, discorso rivelotosi tuttavia assai incerto e intermittente perché costruito su accordi di potere, su spartizioni di influenza, senza alcun disegno in cui si ritrovino le forze vive di oggi a livello sociale, culturale e geopolitico.
Il discorso che facciamo e che intendiamo fare come Sinistra europea inaugura un'ideologia nuova, capace di rinnovare un vechio bagaglio ormai logoro per proporre nuove esperienze e nuove vie di espressione politica democratica.
I grandi problemi che si pongono oggi all'Europa, riguardano da un lato le forze politiche e sindacali, dall'altro i programmi e gli obiettivi: programmi e obiettivi capaci di trasformare il sistema radicalmente e forze interessata ad attuare tale trasformazione. Questa che deve nascere è una strategia alternativa all'Europa degli anni 60. Quella era l'Europa del falso miracolo economico: doveva essere una supersocietà illusa di creare condizioni di sviluppo economico tali per cui avrebbe operato da se stessa come un motore meraviglioso. Ma quell'Eldorado che avrebbe dovuto dischiudere una vita migliore per tutti (la famosa società affluente ) ha dovuto invece concludere che non ha affatto costruito una società migliore, ma al contrario ha ottenuto una società più lacerata, dilaniata da una crescente contestazione interna, scossa da opposizioni molto maggiori di quelle della vecchia società non affluente che l'aveva preceduta. Quel meccanismo economico degli anni '60 non ha funzionato e non ha affatto messo automaticamente in moto il meccanismo di sviluppo sociale; i problemi sociali non sono stati risolti dalla soluzione dei problemi del libero scambio.
Si è solo configurata un'Europa protezionistica verso gli altri, e al tempo stesso incapace di produrre vantaggi al proprio interno.
E' questa l'Europa che ha fallito. Per di più essa è venuta meno alle aspettative che aveva creato nel momento in cui il neocapitalismo ha trovato nelle società multinazionali il grimaldello per superare facilmente, attraverso gli eurodollari, i controlli nazionali interni. Le multinazionali hanno trovato in questa Europa un terreno estremamente favorevole per realizzare i più lauti profitti, impradonendosi di tutte le imprese che desideravano, badando al tempo stesso a ostacolare ogni prospettiva di unità politica perché essa presuppone il controllo dello sviluppo economico continentale.
A questo punto due cose risultano chiare: questi problemi non possono essere risolti unicamente sul piano nazionale, mentre li possiamo affrontare e risolvere a livello europeo: solo il renegoziato delle strutture comunitarie puo' assicurare un rilancio dell'Europa e del movimento unitario.
Si tratta di rispondere a esigenze che esprimono la storia di oggi e che ora sono entrate nella coscienza del movimento operaio internazionale, il quale cerca, nella sua veste sindacale e nella sua veste politica, un nuovo sbocco e lo trova nell'Europa: un'Europa che non deve limitarsi a non essere - come a detto Berlinguer - né antisovietica né antiamericana, ma deve essere se stessa. Un 'Europa cioé, che abbia la capacità di trovare in se medesima un proprio modello autonomo, un suo contratto sociale, un suo modo di partecipazione alla vita democratica per riproporlo al resto del mondo.
Ecco quindi il discorso ritornare nelle mani della sinistra, ed ecco perché il disegno di una politica europea non é più quello del libero scambio, ma diventa una politica sociale e regionale. E' infatti questo il momento in cui si pongono il problema dell'utilizzo del fondo sociale e quello di un fondo regionale capace di contribuire allo sviluppo delle aree depresse e sottosviluppate dell'Europa, siano esse del Mezzogiorno d'Italia, la Scozia, l'Inghilterra o altre aree che esistono in Europa. Sono problemi estremamente urgenti che occorre risolvere. Il che non significa cullarsi nel pensiero di un'unità europea soltanto immaginaria.
Siamo in sostanza alla ricerca di quella che è stata definita l'autogestione, di un diverso modo di stabilire i rapporti nella società.
Non si tratta di creare un'unità europea soltanto perché sia facilitato un certo tipo di sviluppo, perché si formino migliori occasioni economiche, o perché la produzione sia aumentata, o perché si possa meglio sacrificare il vitello d'oro del prodotto nazionale lordo allo sviluppo economico massimo. Si tratta, al contrario di ricercare una nostra posizione autonoma, di trovare una nostra identità, di saper rispondere al quesito "cosa vuole dire essere un cittadino europeo".
Il discorso dell'unità europea non deve essere più caccia riservata delle forze del capitalismo e del neocapitalismo, ma riguarda proprio le masse dei lavoratori e diventa il discorso delle nuove generazioni, di tutti coloro che avvertono come nel dualismo economia-politica sono essi ad essere interessati a rivalutare la politica e a stabilmire un primato della politica nei confronti delle forze economiche dominanti.


Ricerche storiche a cura di Gianni Copetti
Portavoce di "Avanti Europa e Iniziativa Europea"
Tratte dalla rivista "Sinistra europea" 

Anno XVII -N° 185 - gennaio 1975


NENNI E L'UNITA' EUROPEA

di Mario Zagari

Ricordando Pietro Nenni in occasione del centenario della sua nascita, avendo vissuto con lui, in prima persona, tanto la fase dell'opposizione autonomistica alla politica frontista, che lui guidava, come il lungo periodo, dalla metà degli anni '50 in poi, in cui Nenni seppe fare della politica per l'Europa unita il centro della sua azione politica, credo di poter senza sbagliare premettere alcune considerazioni che la memoria storica mi suggerisce.

Quando Nenni arrivo' a Roma ed incontro' i giovani socialisti romani, che avevano combattuto contro il nazismo, fu certamente sorpreso che vi fossero tanti giovani che vi fosse un cosi' forte contrasto tra le idee che lui sosteneva e quelle di coloro che doveva poi chiamare i giovani turchi, che si opponevano sia alla continuazione dei Comitati di liberazione nazionale, in cui vedevano esaurirsi l'identità socialista, sia alla politica di unità d'azione del Partito socialista, sottolineando l'istanza repubblicana come una priorità assoluta ed il modo particolare la prospettiva europea come l'unica possibile.

Certamente Nenni, in quel momento, trovava pericolosa l'impazienza dei più giovani e considerava fumoso ed utopico il progetto federalista.

Ripercorrendo, tuttavia, il suo lungo percorso mi sono reso conto che Nenni era come un Ulisse che doveva superare tentazioni e pericoli per arrivare alla sua Itaca a ritrovare se stesso.

Se qualcuno, infatti, ha parlato di scontro generazionale in quel periodo non ha probabilmente tenuto conto che Nenni, come altri emigrati, arrivava in Italia disilluso dal comportamento delle democrazie, che avevano lasciato cadere sotto il controllo dei fascisti e dei nazisti la democrazia spagnola. Come altri emigrati, aveva visto a Monaco le democrazie inchinarsi a Hitler, mentre i giovani che dovevano poi dar vita alla corrente di " Iniziativa Socialista ", vittime a loro volta del sequestro fascista, guardavano alla democrazia europea come alla premessa necessaria dell'edificazione socialista.

Vi era, tuttavia, tra i giovani e anziani un nesso unico ; ed era quello della più grande unità dei lavoratori. Questi giovani, infatti, venivano dal M.U.P. (Movimento di Unità Proletaria), che era nato nella clandestinità nella speranza che non si ripetessero più le vecchie divisioni socialiste e che specialmente Livorno non continuasse a dividere il movimento dei lavoratori.

Ma, rileggendo la vicenda nenniana, non posso non ricordare come Nenni abbia accettato nella sua Dichiarazione politica, malgrado la sua posizione allora fontista, un punto che per noi era essenziale, quello della federazione europea come obiettivo dei socialisti ; ne posso dimenticarmi che, mentre a nome del Partito socialista democratico sviluppavo le tesi europeiste alla Camera, Nenni zitti' alcuni colleghi socialisti che si opponevano alle mie tesi, scandendo : " Dice cose giuste ".

Tutto questo per mettere in luce che l'europeismo di Nenni c'é sempre stato ; e non poteva essere diversamente, considerata la sua lunga militanza all'estero con i socialisti europei : da Léon Blum a Brugmans, da Spaak a Debrukere, da Cole alla Woutton. Soltanto non riusciva a vedere come nello scontro gigantesco tra democrazie occidentali e stalinismo si potesse trovare un posto per l'Europa, che a lui appariva essenzialmente predestinata a subire il comando di una Germania ricostruita dagli americani in funzione antisovietica.

Non capi', allora, la nostra adesione alla Comunità di Difesa, che fu il primo grande tentativo di realizzare una Comunità politica, sostenuto dal Movimento socialista per gli Stati Uniti d'Europa,(1) alle cui riunioni dovevano, più tardi, partecipare anche uomini come Riccardo Lombardi e Tullio Vecchietti. 
Non possiamo, tuttavia, stupirci che, quando la situazione internazionale lo rese possibile, il fiume sotterraneo sia venuto alla luce e che Nenni abbia potuto esprimere il suo europeismo con tanta più forza, quanto più era stato conculato nel passato.
Mi basta un piccolo ricordo, nel periodo in cui ero con lui agli Esteri : una riunione a Lussemburgo dove Nenni si batté per tutta la notte per alzare un muro contro la partecipazione alla Comunità dei colonnelli greci. Ad un certo momento Brandt, che nel 1965 a Stoccolma lo aveva accolto nell'Internazionale Socialista con le parole : "Il grande vecchio uomo è ritornato tra noi ", si rivolse a me dicendo : Il vecchio uomo è veramente un leone ".

Rifare compiutamente la storia di tutti quegli anni e di quelli successivi, fino verso la metà del decenni 1950-'60, significherebbe, peraltro, ripercorrere le orme di analisi critiche e analitiche, che gli altri hanno compiuto, peraltro non di rado, contraddicendosi. Certamente, il Partito socialista fu la forza politica, compressa da ogni parte, che subi' le conseguenze, le ferite e le lacerazioni di una divisione, che in realtà attraversava l'intero Paese. Più ancora subi' le ferite di un mancato chiarimento politico di fondo della situazione generale interna, ma soprattutto internazionale, che vedeva il mondo diviso in blocchi rigidamente contrapposti ; ed un'Europa non meno divisa (e aggiungerei visibilmente spaccata) dal muro di Berlino.

Fortunatamente, a metà degli anni cinquanta, l'Europa fu attraversata da un vento benefico che prese il nome di distensione. Quella distensione-che ebbe certamente tra i suoi protagonisti personalità tanto discusse quanto sicuramente dotate di una grande visione politica : Kennedi, Krusciov, Giovanni XXXIII-significo', innanzi tutto, la crescita politica dell'Europa e in Europa trovo' anche tra i socialisti interpreti lungimiranti e appassionati. Viene in mente il nome di Willy Brandt, come di altri ; ma credo di poter dire, senza essere smentito,che il contributo degli italiani, e di Nenni in particolare, nel cogliere i primi segnali del disgelo-e nel preparare il terreno agli sviluppi futuri-fu importante e, sotto certi aspetti, decisivo.

Non si possono, infatti, capire gli sviluppi più positivi della situazione politica italiana, quali si sono determinati negli ultimi quarant'anni tra mille ostacoli e mille contraddizioni, se non si riconnette all'evoluzione della situazione internazionale e al sorgere di quella che fu dapprima la grande speranza e, poi, una realtà : la distensione. E in Italia furono i socialisti con Nenni, fin dal XXXI° Congresso del PSI, tenutosi a Torino nel marzo-aprile 1955, ad indicare la strada aprendosi al dialogo con i cattolici, come la socialdemocrazia aveva fatto, e ponendo, in tal modo, le premesse di una nuova simmetrica storia e politica.

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Altre testimonianza scritte da Mario Zagari :nella Rivista trimestrale AFFARI ESTERI-ANNO XXII Numero 90 - Primavera 1991
" Nenni ed il XX° Congresso del PCUS "
" Il Congresso di Venezia " "febbraio 1957 "
" Nenni e l'Enciclica Pacem in Terra "
" la primavera di Praga "
-" Senza democrazia e senza libertà tutto si avvilisce, tutto si corrompe, anche le istituzioni sorte dalle rivoluzioni proletarie, anche la trasformazione, da privata a sociale, della proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, che dell'economia socialista è la condizione principale, ma nell'etica socialista è pur sempre il mezzo e non il fine, il fine essendo la liberazione dell'uomo da ogni forma di oppressione e di sfruttamento ".- 


(1) oggi, Movimento per gli Stati Uniti d'Europa - Sinistra Europea)
Ricerche di Gianni Copetti


Movimento Avanti Europa
(l'Europe en Marche)

Site internet: http://users.pandora.be/avantieuropa
France: G. COPETTI ; 8 bd. S. Carnot - 06110 - Le Cannet :email : copetti.gianfranco@wanadoo.fr 
Belgique : 2, Baron Opsomerdreef-3090 - Overijse - email gianfranco.copetti@pandora.be 


MESSAGGIO DEL MOVIMENTO PER GLI STATI UNITI D'EUROPA

Gauche européenne

ALLA CONVENZIONE EUROPEA

 

1. L'integrazione europea resta un'opera incompiuta. Certo dal 1945, la Comunità europea ha progressivamente realizzato all'interno delle sue frontiere i sogni di pace, libertà e rispetto dei diritti dell'uomo. A livello mondiale, il peso economico della Comunità é confontabile a quello degli Stati Uniti d'America e il potenziale dell'euro, a quello del dollaro. Il livello di vita dei paesi della Comunità si situa tra i più elevati del mondo.

Nel momento in cui tali acquisizioni devono estendersi all'Europa centrale e orientale, l'Unione europea rischia, tuttavia, di essere incapace di prendere le decisioni che s'impongono, e di applicarle efficacemente. L'incapacità di raccogliere le sfide del XXI secolo rischia, a termine, di bloccare qualsiasi ulteriore progresso e addirittura di mettere le acquisizioni raggiunte in pericolo.

2. Il modello sociale europeo, capace di riconciliare l'efficacia del mercato, con un livello elevato di tutela sociale, e il rispetto dei diritti sociali fondamentali, sostenuto da un Servizio pubblico degno di tale nome, é in pericolo! La coesione economica e sociale della Comunità è minacciata dalla sottoccupazione e dalle disparità di redditi tra regioni. L'ampliamento imminente della Comunità rende ancora più urgente la necessità di prevenire tali rischi di primo piano.

Il modello sociale europeo é minacciato non soltanto dalla dominazione a livello mondiale di un'ideologia ultraliberale e dagli effetti di una mondializzazione mal gestita, ma soprattutto dall'incapacità, da parte della Comunità, di ritornare alla piena occupazione. La realizzazione di tale obiettivo, rialibilitato finalmente dal Consiglio europeo di Lisbona, è un fattore determinante per garantire non soltanto un migliore equilibrio dei conti sociali, ma anche, in senso lato, la coesione economica e sociale e la prosperità della Comunità nonché il peso economico e, in fin dei conti, politico dell'Europa nel mondo.

3. Realizzare la piena occupazione nella Comunità a Quindici significa, a termine, creare da 30 a 35 milioni di posti di lavoro supplementari, il che corrisponde alla cifra della popolazione occupata attualmente in Germania. Tale obiettivo costituisce un potenziale di PIL equivalente praticamente a quello della Germania e che rappresenta oltre il doppio del PIL attuale dei paesi candidati all'adesione. La realizzazione di questo obiettivo, conformemente al modello sociale europeo e ad uno sviluppo sostenibile, renderebbe il modello europeo, esemplare a livello mondiale e corrispondebbe al superamento dell'ideologia ultraliberale, garantendo ulteriormente di trarre il meglio dal processo permanente di mondializzazione.

4. Per realizzare questa nuova ambizione europea è indispensabile dotare l'Unione europea di una Costituzione democratica e d'istituzioni forti e indipendenti, quali le istituzioni di cui al Memorandum trasmesso dalla Voix féderale - Reseau pour la Constitution européenne nel marzo 2002, alla Convenzione europea.

Soltanto un'Europa prospera, che disponga di istituzioni democratiche forti, puo' far fronte alle sfide economiche, sociali e politiche del XXI secolo e trasformare le egemonie attuali e future in un partenariato globale che garantisca la pace e lo sviluppo a livello mondiale.

5. Il principio di sussidiarietà, iscritto nel Trattato di Maastricht, non esige soltanto che la Comunità lasci alle entità nazionali, regionali e locali , le attività che esse sono in grado di esercitare più efficacemente. Esso esige altresi,' sempre che l'organizzazione comunitaria sia efficace e soggetta a controllo democratico, che le attività che, per la loro stessa natura devono essere esercitate a livello centrale e rispondono all'interesse generale, siano attribuite senza restrizione a livello comunitario. Tali attività comportano, senza alcun dubbio, la difesa dei diritti fondamentali, la politica estera e di sicurezza (mondiale) e l'attuazione di politiche economiche quadro, miranti a garantire la coesione economica e sociale nonché la piena occupazione nell'Unione europea. Una Comunità che sia riuscita a centralizzare la politica monetaria è obbligata, per non arrivare a termine ad un fallimento, a dotarsi anche questi settori del minimo indispensabile di politiche comuni. Si tratta in definitiva di "dare a Cesare quel che é di Cesare," in questo caso, in un contesto democratico e di sovranità condivisa.

Il Presidente : Ludwig Schubert : ludwig.schubert@skynet.be - Segretario: Gianni Copetti : gianfranco.copetti@pandora.be - membri del comitato : Michel.Stavaux@cec.eu.int - Pierrewathelet@skynet.be - Alan.Hick@esc.eu.int - Jean Pierre Gouzy: use.library@free.fr

Bruxelles: 19 luglio 2002


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