2001 L'identità' della Sinistra
(considerazioni sparse intorno ad un documento di alcuni intellettuali e
dirigenti politici milanesi)
I dati della sconfitta
I risultati della recente consultazione elettorale per il Parlamento hanno
segnalato una rilevante sconfitta politica ed elettorale dello schieramento di
centro sinistra ed una rilevante riduzione del peso elettorale della sinistra,
in assoluto e nell'ambito dei consensi alla alleanza. I ballottaggi per i Comuni
di Torino, Roma e Napoli positivi per il centro sinistra non possono tuttavia
attenuare l'esito pesantemente negativo del dato nazionale, confermato anche
nelle successive elezioni regionali siciliane.
Lo schieramento di centro destra ha una solidissima maggioranza parlamentare che
consentirà a Berlusconi di governare per l'intera legislatura.
L'Ulivo perde. Rifondazione cala. Si disperdono voti su Di Pietro e su D'Antoni.
L'impolitico Berlusconi sembra avere più capacità di stabilire alleanze
rispetto ai professionisti della politica. L'Ulivo verso D'Antoni, Di Pietro e
Rifondazione doveva stabilire una alleanza oppure risultando impossibile
l'alleanza doveva combatterli. Questo richiedeva la logica politica del
maggioritario. "O blandirli o spegnerli". O perlomeno tentare di
farlo.
L'esame dei voti tuttavia non è inutile divagazione.
L'Ulivo conquista molti più voti nel maggioritario (16,4 milioni) rispetto alla
somma dei consensi del proporzionale (degli aderenti all'Ulivo più
Rifondazione:14,8 milioni) come già avvenne nel 96 anche se in misura minore
(16,7 milioni contro 16,2).
E come nel 96 la coalizione di centro destra prende meno voti nel maggioritario
(16,8 milioni oggi - 19,1 Polo + Lega nel 96)) rispetto alla somma degli
aderenti nel proporzionale (18,4 milioni oggi - 19,6 Polo + Lega nel 96)
A sinistra l'elettore premia la coalizione. A destra l'elettore premia il
partito (soprattutto FI ed a danno degli alleati).
A destra si afferma l'egemonia di FI., a sinistra si determina un riequilibrio
tra area cattolica e DS.
Tutto ciò' impone una seria riflessione alla sinistra, in primo luogo, per
affrontare gli appuntamenti futuri, posto che una logica bipolare si è
nettamente affermata.
L'Ulivo: cos'è e cosa deve essere.
Ancor oggi è una semplice alleanza elettorale. Non è ancora una coalizione con
un minimo di struttura funzionale ancor prima che democratica.
Certamente è percepita dall'elettorato di centro sinistra come soggetto
politico anche se non come un partito. Difficile dire tuttavia se in positivo
(una coalizione con un suo programma che genera consenso se non entusiasmo) o in
negativo (la cosa più utile da votare per fermare Berlusconi).
Non c'è pertanto nessun automatismo nel destino futuro dell'Ulivo. Sarà quello
che lo vorranno far diventare anzitutto le forze che lo compongono, soprattutto
quelle con un minimo di struttura organizzata. Se non faranno niente
continueranno a perdere.
Sia la sinistra (DS, SDI e Comunisti italiani) che la "Margherita"
hanno ormai un evidente interesse a stabilire un minimo di regole e di struttura
democratica dell'Ulivo. Sempreché concezioni distorte dell'identità di piccolo
gruppo o della presunzione di grande gruppo non decidano di imbalsamarlo o di
distorcerlo, con danno per tutto il centrosinistra. Occorrono regole e
democrazia nelle scelte.
E' significativo che nel settembre 2000, l'unica proposta di fare una scelta
democraticamente verificata per la candidatura alla premiership per le ormai
imminenti elezioni, dopo aver esplicitamente dichiarata la preferenza per Amato,
sia venuta dal convegno di Orvieto di Libertà eguale.
Vi sono rischi di costruire senza saperlo e senza volerlo il partito
democratico? L'unico gruppo politico esplicitamente orientato a questo obiettivo
è quello dei Democratici (Prodi-Parisi) che stenta tuttavia a trovare consenso
nell'area culturalmente e politicamente più vicina, anche per il più limitato
obbiettivo della trasformazione della "Margherita" in un partito.
Il dato vero, e preoccupante per la sinistra, è che mentre in questa occasione
del 13 maggio la galassia di orientamento cattolico ha trovato la forza per
presentarsi unita al corpo elettorale (ottenendone un premio, anche con l'aiuto
del nome di Rutelli nel simbolo) la sinistra, quella aderente all'Ulivo, non ha
ancor oggi avviato un serio tentativo di aggregazione.
Basti vedere quante difficoltà incontra ancora il tentativo di Amato di avviare
un processo reale di ricomposizione, un "percorso", come si dice oggi,
coinvolgente la base.
La sinistra : la sconfitta nella sconfitta
Il dato elettorale più negativo del 13 maggio è quello della sinistra. Dei DS
anzitutto, ma anche quello dello SDI e dei Comunisti italiani.
L'indebolimento del consenso ai DS non può essere interpretato come una critica
da "sinistra", visto l'esito elettorale di Rifondazione comunista che,
soprattutto dalla caduta del Governo Prodi in poi, non ha certo mancato di
aggredire, piuttosto che criticare, la sinistra di governo.
La situazione in realtà è più grave.
C'è un crescente distacco dei DS dalla società italiana, nelle sue diverse
articolazioni, specialmente di quelle più dinamiche e legate alla evoluzione
del sistema economico e sociale, ma anche in quelle più tradizionalmente legate
alla sinistra.
Da ormai qualche tornata elettorale i DS nel nord ovest superano a stento il 12%
ed in molte zone restano nettamente sotto al 10%. Il dato è così politicamente
rilevante che sono state affacciate anche ipotesi di declassamento dei DS a
partito locale, di tipo appenninico del Centro Italia; ipotesi suffragate da
allarmanti analisi sulla composizione socio-economica degli aderenti e dei
votanti in quelle zone..
Il dato milanese per il Comune è ancora più negativo. Il Centro sinistra non
riesce a trovare un candidato unificante e la coalizione intorno ad Antoniazzi
raccoglie più consensi se si sommano i voti dei partiti aderenti, rispetto a
quelli raccolti dal candidato sindaco. Molti elettori che hanno votato per le
formazioni di centro sinistra per il Consiglio comunale, hanno votato per
Albertini come Sindaco. 40.000 milanesi secondo alcune stime!
La ricerca pregiudiziale dell'accordo con Rifondazione non ha giovato alla
candidatura. La autonomia della scelta a livello locale, se c'è stata, non era
delle più felici nella realtà milanese.
Complessivamente dunque c'è ampia materia per indurre a riflettere sul
crescente slegame della sinistra con la società italiana, specie nelle zone più
ricche e dinamiche, sull'insufficiente identità' della sinistra, sulla
debolezza della sua vocazione maggioritaria, sul carattere indistinto dei suoi
obiettivi politici locali, nazionali, europei ed internazionali.
Chi ritiene che la sinistra abbia o possa avere un ruolo nel futuro, in primo
luogo ha l'obbligo di fare chiarezza sul rapporto tra sinistra e società, sulle
finalità dell'azione politica della sinistra, riaggregata ed impegnata a
rinnovare strumenti d'interpretazione e programmi, ad aggiornare i propri valori
alla luce di istanze nuove di libertà individuale, di pluralità degli stili di
vita, in un mondo globalizzato.
Le radici dell'identità' della sinistra e il rapporto con le novità
Anche se il prof. Mannheimer, come altri analisti dei comportamenti elettorali,
ci spiega che nell'elettorato italiano c'e' una pregiudiziale favorevole al
nuovo, ciò' non significa che per la sinistra non sia importante riconoscere le
proprie radici. Importante per se' ma importante anche per il corpo elettorale,
vale a dire i cittadini, ai quali ci si vuole rivolgere. Le radici non sono
certo un peso, una zavorra, se ci si ricorda però che la sinistra ha sempre
puntato al futuro, al progresso, al cambiamento.
La sinistra italiana ha una storia ricchissima a partire dalla seconda meta` del
secolo XIX. Nasce dal movimento delle associazioni di mutuo soccorso, dalle
cooperative, dal movimento dei lavoratori per conquistare condizioni di vita
accettabili, per poi giungere a costruirsi un sindacato ed un partito ormai alla
fine di quel secolo..
E` in quest`epoca che sono assunti da questo movimento i valori d'eguaglianza,
di fraternità`, di progresso sociale e civile, di difesa dei deboli, di dignità`
del lavoro e dei lavoratori, d'emancipazione femminile, di spirito
internazionalista.
Valori che divengono senso comune e ragion d'essere della sinistra.
La crisi del primo dopoguerra è il momento della crescita ma anche della
rottura del movimento operaio e socialista e del trionfo del fascismo. Tranne la
parentesi dei Fronti Popolari solo dopo il '42, nella Resistenza e nella lotta
partigiana, si recupera un minimo di unità. Con la sconfitta del fascismo e il
ritorno alla democrazia si ricostruisce il sindacato e il sistema cooperativo,
ma con una primato del momento partitico. Non a caso la rottura dell'unità
antifascista nel governo del paese nel '47 porta a fratture nel movimento
sindacale e della cooperazione che non avevano giustificazioni endogene.
La nuova e più recente fase di assetto bipolare del sistema politico, trova il
mondo del terzo settore e della cooperazione, in forte crescita ed impegnato
alla riscoperta della sua autonomia. Nel sindacato del lavoro dipendente sembra
invece allontanarsi la prospettiva dell'unità; sono crescenti gli episodi di
rottura che certamente nuoceranno al paese.
Tuttavia nella sua lunga storia la sinistra ha colto i migliori successi, specie
fra le nuove generazioni, quando si è impegnata a comprendere le novità, ad
affrontare con proprie proposte le situazioni nuove, anche le più difficili.
In questi ultimi anni non sempre è stato così. Dopo il raggiungimento
dell'Euro sia la sinistra che la stessa coalizione non hanno saputo indicare in
modo chiaro, emblematico, percepibile, quale era il nuovo obbiettivo a cui si
chiamava la società italiana
L'equivoca formula della "fase 2", copriva le interpretazioni più
diverse dentro l'Ulivo e dentro la sinistra. Le bandiere della libertà e dello
sviluppo sono state lasciate alla Destra. Destra che, dalla Thatcher e Reagan in
poi, avremmo dovuto ormai imparare che non è conservazione del passato, ma
difesa dinamica e aggressività programmatica degli interessi costituiti contro
le nuove esigenze della convivenza umana.
La debolezza della cultura di governo della sinistra in Italia
La sinistra e` stato spesso divisa al suo interno, nelle sue componenti
riformiste, massimaliste e rivoluzionarie. Contrasti a volte laceranti,
fratricidi. Sui mezzi piu` che sui fini. O meglio quando i mezzi sono apparsi
piu` importanti dei fini. Anche recentemente, negli anni ottanta e novanta.
Su questa lunga vicenda non c'e' stato ancora una riflessione seria, che porti
ad un esame sereno dei fatti, delle vicende e degli uomini che hanno
caratterizzato le varie fasi della storia, anche recente, della sinistra.
Certo il fatto piu` rilevante, da considerare in termini critici, è stato che
la sinistra, non è mai riuscita, nella sua interezza o perlomeno nella sua
maggioranza, ad essere sinistra con la volontà di governare il paese. Ha pesato
negativamente il legame del PCI dalla logica di potenza del comunismo sovietico.
Fatto gravido di conseguenze, che ha sterilizzato l'enorme potenziale che
l'intelligenza politica dei comunisti italiani aveva accumulato. Ne` hanno
aiutato le fughe "neo-consiliari" o le derive "cinesi",
certamente capaci di criticare il "socialismo reale" ma
inesorabilmente ostili ad ogni e qualsiasi Bad Godesberg o Epinay italiana.
Anche se un sentimento di unita' della sinistra ha consentito, durante il
trentennio del primo centro sinistra, a socialisti e comunisti di mantenere
rapporti a livello locale o sindacale, i diversi ruoli politici rispetto al
governo del paese, hanno impedito il formarsi di una vera sinistra di governo
nel "senso comune" dei militanti e degli elettori. La lunghissima
esperienza di governo locale di comunisti e socialisti in tante parti d'Italia,
che pure ha formato ottimi dirigenti politici, non è mai approdata al tema del
governo del paese. Facevano ostacolo la consapevolezza anche inconscia della
impossibilità del governo della sinistra unita, a causa alla collocazione
internazionale del PCI. La brevissima stagione del governo di "solidarietà
nazionale" alla fine degli anni 70 fu addirittura l'avvio di un cruento
scontro nella sinistra.
Neppure dopo il terremoto politico dall'89 al 93, neppure dopo l'assunzione di
compiti di governo del PDS nel 96, e finanche dopo la formazione del Governo D'Alema,
la sinistra ha avuto modo di elaborare complessivamente ed unitariamente il
senso del nuovo ruolo. Vissuto spesso, da una parte non piccola di militanti,
come uno spiacevole compito al quale non ci si poteva sottrarre.
La sinistra della tradizione del movimento operaio e socialista non ha ancora
elaborato una sua identità (valori, strumenti d'interpretazione, programmi)
adeguata alla realtà odierna. Non c'è stata integrazione reale nei DS neppure
dei pochi socialisti-laburisti, dei cristiano-sociali, o della sinistra
repubblicana. Verso l'ambientalismo non è maturata una capacità di distinguere
il riformismo dal fondamentalismo, entrambi presenti in quella sensibilità.
La comune adesione al PSE dei DS e dello SDI non ha avuto effetto alcuno nei
comportamenti reciproci dei due partiti. I DS sono ancora largamente un partito
ex-comunista, nei comportamenti anche se non più nelle idee e nella
organizzazione.
Esistono poi varie forze disperse di sinistra che non trovano luoghi ed
occasioni di aggregazione. E' mancato e manca in ogni caso qualsiasi serio
sforzo di amalgamare, di fondere esperienze diverse in una cultura politica
condivisa, ancorata ai valori storici ma capace di rinnovare gli strumenti di
analisi e di progettazione dell'iniziativa politica.
Questo è un possibile obbiettivo del prossimo congresso dei DS anche se non
potrà essere che un avvio, si spera, di un processo certamente, e purtroppo,
non breve. Che avrà prospettiva solo con una funzionante democrazia interna su
base federale e con la formazione di gruppi dirigenti dotati di consenso reale.
La sinistra riformista e l'Ulivo
Nell'Ulivo non sono accettabili divisioni di compiti nei rapporti coi diversi
strati sociali tra una sinistra chiamata ad occuparsi della tradizione di classe
(e cercare di tener buona o agganciare Rifondazione) e la Margherita che si
occupa di parlare la centro della società (magari cercando di agganciare D'Antoni
e Di Pietro). Questo modo d'intendere la coalizione sarebbe funesto per la
sinistra, per la Margherita e per l'Ulivo.
Che ci possa essere una competizione tra Margherita ed sinistra (almeno
federata) è del tutto possibile, è molto probabile e forse inevitabile.
Bisognerebbe puntare quindi a considerare questa concorrenza in termini
positivi, per trovare le risposte migliori ai problemi o cercando compromessi
seri nei casi di dissenso.
La categoria dell'autonomia, per qualificare l'esigenza prioritaria della
sinistra in questa fase, sembra tuttavia fuorviante se riferita all'esigenza di
difendersi da una ineluttabile deriva "ulivistica" o dal rischio di
sudditanza rispetto alla Margherita.
Può essere un appello all'orgoglio di partito o di area politico-culturale, ma
non coglie la novità vera del compito attuale della sinistra: le ragioni del
socialismo in un mondo globalizzato ed in una società mutata nel profondo della
struttura dell'economia e dei comportamenti sociali.
In entrambi gli scenari, internazionale e locale, esistono le ragioni del
socialismo. Se non altro perché esiste il conflitto anche se spesso diverso da
quello di ieri e nella necessità di un ruolo nuovo della politica e del potere
pubblico.
Ruolo che nel locale deve essere fondato sull'autorevolezza più che
sull'autorità, per negoziare con le diverse parti sociali o soggetti, progetti
condivisi e gestioni concordate.
Ruolo che nel contesto internazionale richiede il superamento, non velleitario e
da costruire con pazienza e determinazione, dell'unilateralismo dell'assetto del
mondo.
Una sinistra insomma che sa di non avere la chiave per tutte le serrature, ma
che ha l'autorevolezza ed il necessario consenso per trovare le chiavi adatte.
Autorevolezza che può nascere nel contesto nazionale da un profondamente
riformato sistema pubblico. Capace di raggiungere obbiettivi più che garantire
procedure. Più orientato al controllo che alla gestione diretta. Più
competente perché strutturalmente legato alle istituzioni culturali, piuttosto
che arretrato rispetto alla società.
La società attuale non vuole programmi calati dall'alto e preconfezionati.
Chiede di essere protagonista dei cambiamenti necessari. Tanto più lo chiedono
i soggetti più direttamente impegnati nel promuovere lo sviluppo della società
fondata sulla gestione delle informazioni.
Nel contesto internazionale si tratta di perseguire un più equilibrato rapporto
tra Europa e Stati Uniti, anche nell'ambito della Nato, una rivitalizzazione
reale dell'ONU e delle agenzie internazionali da questa emanate, un processo da
avviare per sistemi decisionali più trasparenti nel rapporto tra gli Stati ed e
le aggregazioni continentali. Le contestazioni degli attempati giovanotti con le
tute non fanno crescere la trasparenza delle decisioni delle agenzie
internazionali, uniche sedi peraltro dove si avviano i tentativi di dare regole
al mondo globale.
La sinistra e le riforme istituzionali
Che ci fossero esigenze di mutamento nell'assetto e nel funzionamento delle
istituzioni repubblicane è noto dalla costituzione della Commissione Bozzi
(inizi degli anni 80). Come è altrettanto nota l'incapacità del sistema
politico italiano di modificare alcunchè fino a tutti gli anni 80.
La sinistra, sia socialista che comunista, aveva percepito l'esistenza del
problema, ma non aveva saputo individuare le soluzioni praticabili.
Le sole modifiche che hanno prodotto conseguenze significative sono state quelle
ottenute coi referendum sul sistema elettorale del 91 e del 93. Da lì sono
venute le spinte alle innovazioni faticosamente introdotte a partire
dall'assetto del potere locale, mentre sul tema del federalismo non si può
certo dimenticare la spinta prodotta dalla Lega Nord, anche se poi ha tralignato
in localismo secessionista.
A riprova comunque delle difficoltà del sistema politico italiano a produrre
autonomamente modifiche del sistema stesso, si consideri il fallimento
dell'ultimo referendum che, non a caso, ha bloccato ogni pur necessaria modifica
dello spurio sistema elettorale per la Camera.
La riforma elettorale ha certamente ma necessariamente spostato gli equilibri
tra il momento esecutivo e quello normativo. La paralisi progressiva del sistema
era certamente dovuto al ruolo eccessivo e ridondante del potere legislativo,
ancorché sempre meno efficace sui problemi reali della società italiana.
La sinistra non ha quindi sbagliato nell'assecondare questo orientamento. Nel
ruolo di governo ha avviato, ed in qualche caso non ha ancora ben definito, il
ruolo di indirizzo e di controllo che compete al complesso sistema delle
assemblee elettive e delle Authorities. Ha inoltre solo avviato una riforma del
funzionamento degli apparati pubblici che come detto in precedenza è parte
della riforma del ruolo della politica nel nostro paese.
Il riferimento agli aspetti istituzionali riguarda anche il mondo globalizzato
di oggi, a a partire dalle prospettive dell'unita' politica dell'Europa ed alla
interdipendenza dei problemi mondiali.
Significa sentirsi coprotagonisti nelle scelte dell'Internazionale socialista e
nel Partito socialista europeo. Significa avere come obiettivo un ruolo di punta
dell'Italia nella costruzione dell'Europa politica (una politica economica, una
politica estera ma anche una politica militare coi relativi costi se non si
vuole essere velleitari), distinta anche se alleata degli USA nella Nato.
Un'Europa che deve divenire fattore di stabilita' e di democrazia, di un assetto
mondiale che combatta il sottosviluppo, la fame, le stragi etniche e tribali, le
organizzazioni criminali.
Questo deve essere il compito della sinistra di governo nel campo delle
istituzioni. Senza iattanza e senza sicumera. Nelle condizioni concretamente
possibili.
Lo Stato di diritto
Gli albori della sinistra nel secolo scorso furono in larga parte permeati dalla
ricerca ed affermazione dei diritti dei lavoratori in quanto cittadini.
Innegabile e` il contributo che la sinistra, fin dal suo esordio, ha dato allo
sviluppo della democrazia e della libertà`. Sia con le forme dell'autorganizzazione
per rispondere alle pressanti esigenze del vivere quotidiano, sia richiedendo ai
poteri pubblici un ruolo di garanzia dell'esercizio dei diritti individuali e
sociali. In tempi successivi si e` richiesto allo Stato, come al potere locale,
di intervenire direttamente nell`economia e nella società`, in forme sempre
piu` penetranti. I risultati sono stati importanti per la sicurezza sociale, ed
anche per lo stesso sviluppo economico.
Ma nel corso degli ultimi decenni del secolo XX sono emerse contraddizioni e
guasti. Processi di corporativizzazione, di burocratizzazione, di sprechi
crescenti, di crescita della spesa pubblica che non era compensata da quella
delle entrate (debito pubblico crescente e fuori controllo). Quando si è posta
mano all'incremento delle entrate, ben presto ci si e` scontrati con una latente
rivolta fiscale anche per la cattiva qualità` delle prestazioni dell'intervento
pubblico in moltissimi campi..
E` sorto il problema dei diritti dell'individuo che erano calpestati
dall'inefficacia e inefficienza dell'azione pubblica non meno che dalle
diseguaglianze sociali. E` sorto il problema della riforma dello Stato, del suo
modo di essere, del suo rapporto coi cittadini: la richiesta di un vero stato di
diritto.
E` in questo contesto che va considerato il problema della Giustizia.
La critica al suo non funzionamento e` largamente condivisa da tutti. Gli sforzi
prodotti fino a questo momento sono scarsi di risultati (giudice di pace,
depenalizzazione dei reati minori, giudice monocratico)
Il ricorso alla Giustizia per le cause civili e` in aumento, ma con tempi tali
che spesso vi ricorre piu` chi ha torto che chi ha ragione.
Il processo penale e` al collasso. La sentenza (anche la piu` corretta) arriva
quando comunque ingiustizia e` fatta. La riforma del processo penale verso un
sistema di tipo accusatorio e` stata massacrata dalle sentenze delle supreme
Corti (Cassazione e Costituzionale). Non c'è una seria organizzazione della
difesa penale di chi non ha mezzi. Le modifiche costituzionali per il
"giusto processo" sono ben lungi dall'aver dato risposte ai problemi
della giustizia penale italiana.
La sinistra, da sempre garantista in materia di processo penale, e` lacerata da
quando al suo interno e` nata l'idea che si potesse combattere coi processi
penali i potentati economici. A partire dalla vicenda di "mani
pulite", settori importanti della sinistra hanno pensato che si potesse,
legittimamente, fare battaglia politica con gli interventi della magistratura.
Accanto ai "forcaioli" di destra, che reclamano la giustizia sommaria
contro tutte le devianze o anomalie della società`, sono comparsi i "forcaioli"
di sinistra che vorrebbero punire i potenti, gli avversari politici con le
condanne penali.
Il risultato e` stato di lasciare la bandiera del garantismo alla destra
italiana, per la quale, com'e` noto, i ricchi sono sempre "persone per
bene". Ed e` stato quello di favorire tendenze ad un potere giudiziario da
Stato etico, a volte anche arrogante.
La fase più recente vede un'inversione di tendenza nell'opinione pubblica con
il rischio di una permanente contrapposizione tra il potere politico e quello
della magistratura, che non può certo portare a nessun miglioramento del
sistema giudiziario.
L'impresa e la critica del capitalismo
Il rifiuto dell'impresa come valore è molto diffuso nella mentalità di
moltissime persone di sinistra. Ciò non è una positiva resistenza culturale al
"pensiero unico". Anzi. Questa mentalità impedisce spesso di
esercitare una critica seria delle forme del capitalismo con cui si manifesta,
oggi. Una pregiudiziale negativa verso l'impresa non induce ad una riflessione
seria sullo stato delle imprese nel nostro paese. Se invece l'impresa è un bene
si puo' essere stimolati ad esaminare quali effetti negativi sull'imprese hanno
certi sviluppi del capitalismo attuale.
La ridondanza degli aspetti finanziari dell'economia, quelli cioè` che piu`
facilmente e prima di altri si sono "globalizzati", è certamente un
problema. La semplice deprecazione pero` non serve. Questo forse e` il settore
dove piu` urgente e pressante diviene necessario intervenire per la crescita, in
numero e rilevanza economica, di istituzioni finanziarie. La liberalizzazione
dei mercati finanziari, la concorrenza fra diversi soggetti, le regole di questo
mercato, l'intervento fiscale sulle plusvalenze, ecc. questo e` il banco di
prova di una sinistra di governo. A livello internazionale si pongono i problemi
degli effetti a volte perversi che possono avere i flussi finanziari
internazionali, motivati esclusivamente da attese di brevissimo periodo. Si
pongono problemi di governo mondiale sollecitati persino da grandi speculatori
della finanza mondiale come Soros.
Il capitalismo italiano, sia nella versione delle piccole imprese che delle
grandi, e` fatto da "famiglie". Poche aziende raccolgono il capitale
di rischio sul mercato. La confusione tra proprietà`, management, direzione
operativa e` totale. Questo e` un altro banco di prova per la sinistra di
governo, se si vuole avere manager e dirigenti piu` numerosi, magari meno pagati
ma piu` capaci, nell'interesse dell'economia italiana e della sua capacita`
competitiva.
La spesa della ricerca in Italia e` misera. Quella pubblica, ma anche quella
privata. In queste condizioni non si compete, si subisce. Non si ha sviluppo di
qualità. Non si migliora la qualità del lavoro. La sinistra deve identificarsi
con lo sviluppo della ricerca, quella "di prodotto" piu` che quella
"di processo", che per evidenti ragioni di profitto a breve, viene pur
sempre coltivata, magari scopiazzando. L'imprenditoria della ricerca in Italia
è affidata a pochissimi "eroi". Bisogna cambiare, radicalmente e
rapidamente.
Lo sviluppo e la giustizia sociale non si ottengono infatti solo con gli effetti
redistributivi della spesa pubblica. Oggi e` molto piu` collegata
all'organizzazione della ricerca e della diffusione del sapere. In altri
problemi è il tema della qualità dello sviluppo.
Si potrebbe anche dire nel contempo che la misura dello stato sociale del futuro
sarà` piu` legata alla spesa, pubblica e privata, per il sapere che non alla
spesa previdenziale, assistenziale e sanitaria.
Maurizio Mottini
Luglio 2001
Il significato storico del confronto mondiale
di Maurice Aymard
Fernand Braudel ce l'ha ricordato nella parte iniziale del suo manuale sul mondo attuale (1963), ripubblicato nel 1987 dopo la morte col titolo Una grammatica delle civiltà: il termine civilisation ha molteplici significati, i suoi usi non coincidono, variano da una lingua all'altra e questo rende spesso difficile la traduzione. Appare in Francia a metà del XVIII secolo, e si oppone allora a barbarie dalla parte della quale viene ricacciato il "buon selvaggio", pur idealizzato per la purezza dei costumi dalla filosofia dei Lumi. Accettato rapidamente in Inghilterra (civilization), relega in secondo piano il termine più antico, civility, che s'identifica con la buona educazione comunemente intesa. In Germania, Zivilisation dovrà al contrario coesistere durevolmente con altre due parole: Bildung, precedente, e Kultur, che si afferma in compenso nel XX secolo. Quest'ultima s'identifica con le attività dello spirito (norme, valori, ideali), in opposizione alle tecniche di dominio della natura, che il termine stesso di civiltà industriale e urbana, in opposizione alla civiltà agricola che l'aveva preceduta, invita a raggruppare sotto il nome di civiltà. L'italiano, invece, ha potuto accontentarsi del vecchio termine civiltà. A queste differenze tra le nostre lingue e tra le parole che usiamo per designare le stesse realtà, sono venute a sovrapporsi, nel corso dei due ultimi secoli, tre nuove prese di coscienza. La prima, a partire dal XIX secolo, nel momento stesso in cui l'Europa, allora al massimo della potenza, realizzava sotto il suo controllo una prima unificazione del mondo, è stata quella della pluralità delle civiltà che si dividono il nostro pianeta. La seconda, influenzata soprattutto dal progresso dell'antropologia sociale e culturale, è stata quella dell'unità e della coerenza di ciascuna civiltà considerata per se stessa: ogni analisi un po' approfondita, anche se ha cominciato in un primo tempo col distinguere i differenti aspetti di una civiltà (religione, politica, tecnica, ecc.), deve in seguito stabilire i legami, complessi e molteplici, tra questi differenti fattori. E questo ci ricorda che una civiltà è al tempo stesso una rappresentazione del mondo e un'organizzazione materiale e spirituale di questo. La terza presa di coscienza, infine, porta a ripensare i rapporti che si stabiliscono tra le diverse civiltà e a rimettere in causa le gerarchie che avevano potuto essere stabilite tra queste, a cominciare da quella che opponeva civiltà primitive a civiltà sviluppate: ogni civiltà è, a suo modo, una totalità, ma, salvo rarissime eccezioni, e raramente durevoli, nessuna è totalmente separata dalle altre. Le civiltà si scambiano incessantemente innovazioni e beni materiali o culturali, tra i quali sono condotte a fare delle scelte: accettare, adattare o al contrario rifiutare. Su questo argomento mezzo secolo fa Fernand Braudel aveva scritto nel suo grande libro sul Mediterraneo (1949) che ogni civiltà si definisce attraverso i suoi doni, i suoi prestiti e i suoi rifiuti: vivere, per una civiltà, significa quindi essere capace di donare, e di ricevere e di prendere a prestito…Ma si riconosce, non di meno, una grande civiltà dal fatto che essa rifiuta talvolta di prendere in prestito, dal fatto che essa si oppone con veemenza a determinati allineamenti, dal fatto che essa fa una scelta selettiva tra quanto i proponenti lo scambio le offrono e spesso le imporrebbero se non ci fossero vigilanze, o, più semplicemente, incompatibilità di umore e di appetito (p.559). Queste frasi sono più attuali che mai. Negli anni 1950-75 è stato alla moda credere alla convergenza futura delle civiltà il cui sviluppo conduceva ad evolvere nella stessa direzione: tale era il credo delle teorie della mondializzazione. Questo credo è stato brutalmente rimesso in discussione dalla crisi economica mondiale degli anni 1970. Ricompare oggi dietro i discorsi, anch'essi alla moda, sulla globalizzazione. Questa, a sentire questi discorsi, dovrebbe trasformare inevitabilmente il nostro pianeta in un grande villaggio, e abolire al tempo stesso le distanze e le differenze tra gli uomini, attraverso la circolazione istantanea delle informazioni su internet e attraverso quella, accresciuta e accelerata, delle merci. Sappiamo che non c'è niente di tutto questo, che solo un'élite privilegiata, su scala mondiale, accede realmente ai vantaggi di questa circolazione: nell'ordine del 5% della popolazione del pianeta per il famoso villaggio internet. E vediamo intorno a noi crescere il rifiuto di una uniformazione culturale, politica o economica che significherebbe la sottomissione passiva a un ordine imposto dall'esterno con il doppio volto della modernità e dell'inevitabilità. Questo rifiuto può prendere le forme estreme di fondamentalismi religiosi o ideologici spinti fino a un punto che a noi appare assurdo e che peniamo a non respingere e condannare. Ma esso traduce sempre una volontà di difesa delle civiltà, e il rifiuto d'una omogeneizzazione che vorrebbe dire una perdita parziale o totale della loro identità. Mai il mondo ha affermato con tanta forza e persino violenza la sua diversità e la sua pluralità come nell'ora della globalizzazione. Dobbiamo dunque ritrovare, o ricreare le condizioni di un dialogo, che passa attraverso l'accettazione di questa diversità e attraverso il riconoscimento dell'altro nella sua differenza: non c'è dialogo possibile senza un forma o un'altra di uguaglianza tra i partner. Da questo punto di vista la scomparsa dei blocchi che si dividevano il pianeta ha segnato un indiscutibile passo in avanti: tutte le carte sono state ridistribuite, anche se si continua a distinguere, per abitudine, il Nord, l'Est e il Sud, come vent'anni fa si distinguevano i mondi capitalista e socialista, e il Terzo Mondo, associando strettamente criteri economici e criteri politici. Le frontiere alle quali ci aveva abituato la seconda metà del XX secolo hanno perduto una larga parte (ma non sempre la totalità) del loro senso. Altre frontiere che si credevano cancellate sono, al contrario, riapparse in superficie e hanno ritrovato tutta la loro attualità, come quelle dei nazionalismi che, per limitarci all'esempio più vicino a noi, oppongono e dividono i aesi del sudest europeo, e rimettono in causa l'esistenza di Stati che si ritenevano stabilizzati. La religione è ridiventata, in alcune regioni del mondo, un potente strumento d'identità: un'identità che, in certi casi, trascende le frontiere degli Stati, in altri, al contrario, le chiude. Accade lo stesso per le lingue: proprio quando sono in tante a sparire, dal momento che non sono più parlate da un numero sufficiente di locutori, delle lingue ieri minoritarie, o poste in condizioni d'inferiorità dall'affermarsi di una lingua internazionale o imperiale di comunicazione (il tedesco nell'Impero in Europa centrale e orientale, l'osmanli nel Sud-est europeo, l'inglese in India, ecc.), si vedono riconoscere nuovamente un'esistenza ufficiale - pensiamo al basco o al catalano nella Spagna postfranchista. Accanto all'inglese, al francese e al portoghese, le grandi lingue dell'Africa subsahariana diventano o ridiventano strumenti di comunicazione su scala regionale, senza d'altra parte imporsi come lingue uniche su scala statale. Anche in Europa, in modo più generale, le grandi unità - di lingua, di religione, di cultura, di origine etnica, di tradizione storica, ecc. - sulle quali gli Stati del XIX secolo avevano fondato la loro esistenza, la loro legittimità e il loro progetto politico, si trovano oggi rimesse in discussione da un duplice processo di affermazione e di riconoscimento dei particolarismi, da una parte, e di superamento delle frontiere per creare un insieme più vasto, dall'altra. Per cercare di capire meglio tutte queste evoluzioni in corso, molte delle quali ci sorprendono per la loro rapidità, e che sono destinate a modellare il XXI secolo, la migliore via possibile è ancora quella d'interrogare altre realtà storiche più profonde, più durevoli e ancora più inglobanti dei nostri Stati. Realtà che spiegano la storia particolare di ciascuno di questi Stati invece di essere spiegate da quella. Al primo posto figurano le civiltà. Ma che cosa intendiamo esattamente con questa parola civiltà? Essa comprende senza alcun dubbio realtà molteplici, nelle quali dobbiamo provare a mettere ordine. Quest'ordine può essere organizzato intorno a quattro nozioni-chiave: l'assemblaggio specifico dei tratti culturali che le costituiscono, lo spazio che occupano, la lunga durata della loro vita, le società alle quali danno il loro volto. Ma esso potrà essere determinato con scale spaziali e cronologiche differenti. Si potrà così parlare volta a volta di una civiltà "occidentale", segnata in profondità dalle differenti forme del cristianesimo, e che accorpa in un insieme comune l'Europa dell'Est come dell'Ovest, l'America latina e l'America del Nord; di una civiltà europea, che si distingue altrettanto bene da quella degli Stati Uniti come da quella dell'America latina; di una civiltà propria di ciascuno dei grandi Stati che compongono quest'Europa (Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Italia, Polonia, Russia, ecc.; di due civiltà (occidentale e orientale) o anche, seguendo Janos Sücz, che assegna un suo posto autonomo all'Europa centrale (Le Tre Europe), di tre civiltà che si dividono lo spazio europeo; o, infine, di un'altra tripartizione di questo stesso spazio, religiosa in questo caso, che opporrebbe da un millennio al mondo ortodosso una cristianità occidentale essa stessa divisa da cinque secoli tra la Riforma protestante e il cattolicesimo. Tra queste diverse definizioni delle civiltà europee, che poggiano su una successione di cambiamenti di scale, sarebbe inutile voler scegliere ad ogni costo. Ricaviamone che ogni civiltà è molteplice, e che essa si inscrive in una storia anch'essa plurale, che vi ha inserito una lunga serie di punti d'inflessione. Vista dal Mediterraneo, la rottura tra le due cristianità che conferma lo scisma segue la frontiera che separa i due mondi greco e latino, che Roma aveva unificato sotto una stessa autorità politica senza abolire tuttavia questa frontiera, e che la caduta di Roma separa nuovamente. Ma la linea che prolunga fino al Baltico questa frontiera religiosa è più tarda: essa indica la storia della cristianizzazione dell'Europa non sottomessa all'autorità di Roma, a partire da Costantinopoli da una parte, e dai centri occidentali dell'Europa carolingia, dall'altra. Dal canto suo, la linea di spartizione tra le due Europe, protestante e cattolica, segue nell'insieme la frontiera di un Impero romano scomparso da un millennio, come se la parte anticamente romanizzata dell'Europa occidentale avesse deciso di restare fedele all'autorità della Roma pontificia, mentre la parte non romanizzata avesse deciso di rifiutarla. Sempre visto dal Mediterraneo, l'Islam s'impone nel VII secolo occupando, dall'Egitto all'altopiano iraniano, l'insieme del vicino e medio Oriente, che aveva visto nascere ed affermarsi, molti millenni prima della nostra era, le prime grandi civiltà agricole della nostra storia - le sole in grado di paragonarsi alla Cina -, e costituirsi i primi grandi stati monarchici. Questo insieme, dominato per un millennio dalla Grecia, poi da Roma, riprende di un colpo la sua indipendenza, in un Mediterraneo destinato anch'esso a dividersi in tre - le due cristianità che se ne dividono la riva nord, l'Islam che ne domina la riva sud, impadronendosi ad ovest dei paesi del Maghreb e della Spagna del sud, dove si era insediata Cartagine. Questo scenario porta Fernand Braudel a scrivere in Una grammatica delle civiltà (p.73): Cristianità e Islam (...), queste nuove religioni si sono impadronite, di volta in volta, del corpo di civiltà già affermate sul posto. Di volta in volta, ne rubano l'anima: fin dall'inizio ebbero il vantaggio di mettere sul proprio conto una ricca eredità, un passato, tutto un presente, già un avvenire(...) Come il cristianesimo è stato l'erede dall'Impero romano di cui è il prolungamento, l'Islam s'impossesserà, al suo esordio, del Vicino Oriente, uno dei più antichi, forse il più antico crocevia di uomini e di popoli civilizzati che ci sia al mondo. Ma varrà la pena di sottolineare che queste due religioni, che si sono divise lo spazio mediterraneo, ne hanno tratto profitto, dopo essersi lungamente affrontate, per rilanciare la loro espansione in alcune direzioni in cui Roma aveva dovuto rinunciare ad arrischiarsi. La cristianità, in tutta l'Europa ad est del Reno e a nord del Danubio e del Mar Nero, poi, dal XVI e XVII secolo, in direzione della Siberia; l'Islam, non soltanto verso le oasi dell'Asia centrale, già raggiunte da Alessandro, e da lì verso il mondo cinese, ma anche verso l'India e l'Asia del sudest e, attraverso il Sahara, verso l'Africa nera: l'I-slam vi sarà raggiunto, dal XVI secolo, dal cristianesimo dei mercan-ti e poi dei colonizzatori europei arrivati dal mare, ciò che spiega la situazione attuale di molti Stati africani della costa nord del golfo di Guinea, suddivisi tra i musulmani, maggioritari al nord e i cristiani che dominano il sud. L'importante è vedere che di volta in volta questa storia, in cui ritroviamo, sempre presenti o pronte a rimettersi in gioco, frontiere molto antiche, ha modellato gli spazi in cui viviamo oggi. Essa costi-tuisce non la sola chiave, ma senza dubbio alcuno la principale, che ci permette di comprenderli, fornendoci i necessari punti di riferimen-to. L'esplosione della Federazione Jugoslava, in un'Europa che noi crediamo tuttavia fortemente laicizzata, ce ne ha fornito nel corso dell'ultimo decennio degli esempi che ci hanno sorpreso, per la vio-lenza delle opposizioni che hanno strettamente mescolato le identità religiose e le identità etniche, a tal punto che gli accordi di Dayton non riconoscono alcun posto a quelli che, in Bosnia, non si riconoscerebbero né come Serbi, né come Croati, né come Musulmani. Nell'Unione indiana, che raggruppa tuttavia, dopo la secessione del Bangladesh più musulmani del Pakistan, ma che aveva scelto dopo Nehru la carta della neutralità religiosa e del rispetto delle convinzioni di ciascuno, l'ostilità all'Islam è ridiventata una carta politica per i par-tigiani dell'induismo intransigente. In Malesia, nonostante l'esistenza di un'importante minoranza cinese, e di una meno importante mino-ranza di origine indù, l'Islam è divenuto una referenza obbligata, che permette di stabilire il legame, al di là della lunga parentesi colonia-le, tra i primi sultanati malesi del XIV e XV secolo e il nuovo Stato, che ne rivendica il retaggio e fonda su di esso la sua legittimità. Se il fenomeno religioso è così venuto a rioccupare nel corso dei due ultimi decenni il proscenio, come fenomeno maggiore di civiltà e come marcatore di lunga durata delle identità individuali e collettive, ciò è dovuto al fatto che esso condivide con la politica almeno due tratti essenziali: fortemente interiorizzata dagli individui, la religione contribuisce a modellare in profondità le loro maniere di pensare, di credere, di agire, di rappresentarsi il mondo in un modo che permet-te loro di resistere alla perdita d'influenza della religione nel mondo moderno; implicando cerimonie e rituali di gruppo, essa modella solidarietà, identità collettive, reti, che strutturano le nostre società. Nella Germania prima della riunificazione, il voto socialista caratterizzava così le regioni a maggioranza protestante situate ad est del Reno, mentre la Cdu dominava nei Paesi renani e in Baviera, a maggioranza cattolica. Pur essendo recenti, le nostre democrazie politiche possono così riutilizzare, nel loro funzionamento quotidiano, delle realtà infinitamente più antiche. Esse s'inscrivono in una continuità e occupano spazi di cui esse non hanno scritto della storia che la parte più vicina a noi. Una delle chiavi di questa continuità ci è fornita, senza alcun dubbio, dalle società contadine che hanno occupato, valorizzato e costruito, nella sua unità come nella sua diversità lo spazio europeo, proprio come esse hanno costruito quello della maggior parte delle grandi civiltà del mondo. A differenza dell'America coloniale che si è costruita a partire dalle sue città, lo spazio europeo è stato durevolmente modellato dai contadini che hanno rappresentato, fino all'inizio del XIX secolo, l'80% della sua popolazione. Ciò ha impli-cato volta a volta una combinazione originale tra, da una parte, la diffusione di un sistema tecnico che associa in proporzioni variabili i cereali, le colture arbustive, l'allevamento e l'utilizzo delle risorse della foresta e, dall'altra, l'adattamento alle condizioni dell'ambiente, talora fertile e favorevole, talora, al contrario, ostile e difficile da dominare: donde la diversità infinita delle soluzioni trovate e la frammentazione frequente dei nostri paesaggi che fanno sì che nessuno dei nostri villaggi rassomigli ad un altro per quelli che lo conoscono dall'interno, mentre tutti i villaggi di una stessa regione si ras-somigliano per chi posa su di essi uno sguardo esteriore e superfi-ciale. Si potrà anche, quindi, definire l'Europa come una civiltà del pane, anche se questo pane è stato a lungo bianco per i più ricchi e nero o grigio per la maggioranza della popolazione e se è stato fatto qui di grano, là di segale, altrove ancora di miscugli variati dei cereali più diversi. Oggi il pane non è più il principale alimento degli Europei. Ma è rimasto la nostra referenza culturale. Ciò non ha impedito all'Europa di adottare successivamente il mais, pianta americana e il riso, pianta venuta dall'Asia. Analogamente, e in maniera accelerata nel corso dell'ultimo mezzo secolo, i rurali hanno lasciato in massa le campagna per venire a vivere e a lavorare in città. L'Europa odierna è nata dalla rivoluzione industriale e urbana, che ne ha rimodellato i paesaggi e ridistribuito gli abitanti nello spazio. Ma la campagna e la terra restano per noi, come il pane, delle referenze culturali essenziali: esse popolano la nostra memoria, la nostra lingua, i nostri proverbi, la nostra morale, gli insegnamenti trasmessi dalla scuola e dalla famiglia. L'Europa è senza dubbio la prima grande civiltà che abbia non inventato la scrittura, ma che ne abbia generalizzato l'uso e l'insegnamento. Per millenni quest'insegnamento è stato limitato a minoranze relativamente poco numerose, ma, nel corso dell'ultimo mezzo millennio, si è esteso per tappe a nuovi strati della popolazione, fino a che i nostri sistemi scolastici non ne hanno fatto, tra il XIX ed il XX secolo, un obbligo per tutti. Passata per prima, per riprendere le classificazioni di Jack Goody, all'alfabetizzazione generalizzata, l'Europa ha potuto così essere definita successivamente come una civiltà del testo stampato e dell'educazione, che è diventata a sua volta la base di una civiltà della conoscenza, cui oggi fa concorrenza una civiltà dell'informazione: questa definizione corrisponde stavolta allo spazio più ampio possibile della civiltà europea, inglobando l'America del Nord, una parte dell'America latina e tutti i Paesi di popolazione europea come l'Australia e la Nuova Zelanda. Nessun dubbio, infine, sul ruolo principale giocato dalla guerra nella storia della civiltà europea e sul fatto che essa abbia contribuito a darle una parte dei suoi contenuti. La guerra è stata per lungo tempo, fino ad una data recente, e per sventura degli abitanti, indissolubilmente legata alla storia degli Stati che si sono divisi lo spazio europeo. Questi l'hanno largamente utilizzata per acquistare nuovi territori e stabilizzare le proprie frontiere e, ancor più, per estendere all'insieme del nostro continente le regole dell'equilibrio tra Stati indipendenti e sovrani che erano state messe a punto per la prima volta nell'Italia della metà del XV secolo. E il cambiamento registrato nel corso dell'ultimo mezzo secolo, e al quale vogliamo credere, è ancora al tempo stesso molto recente e fragile. Per rendere possibile il dialogo tra le sue diverse componenti, l'Europa deve ancora confermarsi come civiltà della pace. Giocando così sullo spazio e sul tempo e passando via via dal religioso al politico, dall'economia alla cultura e alle forme, talora pacifiche e talora violente che regolano i rapporti tra gli uomini, ci siamo confrontati con l'estrema complessità del termine "civiltà". Ma questa complessità, lungi dal costituirne un limite, ne fonda al contrario la ricchezza. Per riprendere le definizioni di Fernand Braudel, le civiltà sono spazi, società, economie, mentalità collettive, continuità. Qualsiasi scelta tra queste definizioni molteplici, le cui strutture spaziali sono ben lungi dal coincidere sempre, ne sacrificherebbe la complessità ad una preoccupazione di semplificazione che irrigidirebbe le frontiere e le renderebbe impossibili da superare. In compenso, ogni dialogo implica lo scambio ed ogni scambio presuppone l'uguaglianza dei partner, ma anche, perché sia possibile, luoghi di incontro e intermediari, traghettatori culturali a proprio agio dai due lati delle frontiere e capaci di capire le differenze, ma anche di aiutare a superarle, proponendo le equivalenze. Il numero dei mediatori è la chiave di riuscita della tappa della sua storia nella quale l'Europa si trova impegnata nel suo insieme da poco più di un decennio. Dobbiamo moltiplicarli, diversificarli, rafforzarne il posto, il ruolo e la riconoscenza di cui beneficiano nelle nostre società. La sfida è a lungo termine, ma è una sfida in cui tutti i progressi realizzati potranno essere agevolmente capitalizzati e sfruttati per permettere nuovi progressi. Se si può augurare qualcosa all'Europa del secolo che inizia, è che il XXI secolo non sia il secolo della lingua unica, ma quello dei traduttori, i soli capaci di far comunicare culture di cui ci è necessario salvare le differenze
(Traduzione a cura di Francesca Bucci Margheri)
La rivista gli argomenti umani ha aderito al Comitato internazionale di studi comparati sulle civiltà e la globalizzazione, che ha elaborato la nota che riportiamo di seguito.
Documento programmatico del Comitato per gli studi comparati sulle civiltà e la globalizzazione
Il 3 e 4 settembre del 2001 si sono riuniti alla Maison des Sciences de l'Homme per discutere sui modi e i tempi atti a sviluppare la partecipazione internazionale agli studi comparativi sulla globalizzazione e le civiltà: o Maurice Aymard, Direttore scientifico a l'Ehess; direttore responsabile della Maison des Sciences de l'Homme; o Wayne Bledsoe, Presidente dellla Società internazionale per gli studi comparativi delle civiltà; o Sema Tanguiane, Direttore ad honorem della sezione per l'educazione dell'Unesco; o Timour Timofeiev, Presidente dell'Istituto per gli Studi di problemi politici e socioculturali, Accademia delle scienze della Russia. Obiettivo del Comitato sulla globalizzazione e le civiltà è creare una rete internazionale di ricercatori, che rappresentino sia i Paesi sviluppati sia quelli in via di sviluppo, per discutere le attuali teorie sulla globalizzazione e le civiltà e per proporne di nuove. Il professor Timofeiev ha preso posizione sull'approccio alla globalizzazione che ha definito come neoliberal, basato sull'assunto che la globalizzazione sia una parte del processo storico ormai coronata dal successo e inevitabile. Timofeiev accetta la globalizzazione, ma ha espresso delle riserve sulla grandezza del suo successo; ha invitato a avviare ulteriori ricerche sulle vie migliori per capire le contraddizioni trovate nel voler insistere, da parte di numerosi ricercatori, sulla crescente unificazione delle nazioni a fronte della globale ed evidente frammentazione e diversità. La polarizzazione socioeconomica e la disuguaglianza che esiste tra Paesi ricchi e poveri sono i primi argomenti che meritano ulteriori ricerche. Il professor Bledsoe ha sottolineato che la globalizzazione è percepita come il collasso dello spazio e del tempo attraverso l'implementazione e lo sviluppo dei sistemi di comunicazione elettronica, dunque è un fenomeno storico innegabile, ma il significato di questo fenomeno rimane controverso. Per sostenere quelle comunicazioni elettroniche è stato spinto il mondo vicino a una cultura unica ed è diminuito il significato delle frontiere nazionali, sono proposizioni discutibili che meritano una ricerca ulteriore e una discussione. È necessario fare una riflessione ulteriore sulla creazione di gerarchie politiche e economiche per regolare, a livello mondiale, il conflitto tra nazoni ricche e Paesi poveri. L'assenza di una autorità normativa al livello internazionale, che è vincolante per tutte le nazioni, è il vuoto maggiore del processo di globalizzazione. Il professor Sema Tanguiane ha espresso preoccupazione per le pretese dei globalizionisti notando che, nella sua mente, il concetto di civiltà è non-congiunturale e il concetto di globalizzazione è congetturale. I globalizionisti portano avanti le questioni economiche, ma non riescono a prendere in considerazione l'ideologia politica e la struttura. I tifosi della globalizzazione inoltre estendono le loro teorie a quelle aree culturali come l'educazione senza considerare le conseguenze positive e negative. Perché la natura internazionale della globalizzazione, che è stata indirizzata allo sviluppo dei mercati economici e della privatizzazione in giro per il mondo, e il ruolo delle Nazioni Unite dovrebbero essere considerati nella discussione. Il professor Aymard ha riconosciuto che se da una parte è vero che molte civiltà continuano a esistere, e parlare della diminuzione di significato delle frontiere nazionali può essere fuorviante, dall'altra la globalizzazione è una realtà. Mentre le nazioni continuano a esistere, la nozione di appartenenza a uno spazio particolare dei cittadini è differente da quella degli antenati. Parte di questo cambiamento nell'identificarsi in uno spazio fisso può essere attribuita all'essere multilingue della maggioranza della popolazione del mondo. Linguaggio e religione non sono più decisivi come erano una volta nello stabilire l'identità nazionale e la civiltà in un modo univoco, ma la loro importanza rimane. Con la migrazione delle minoranze nelle società stabili, religione e linguaggio possono anche essere usati come un'identità personale se non come un'identità non civile. Il Comitato auspica il confronto serrato tra diverse teorie che riguardino l'estensione e il significato della globalizzazione e incoraggia gli studiosi da tutte le nzioni, sviluppate o in via di sviluppo, a mostrare il loro punto di vista su questo tema centrale: l'evoluzione delle culture e delle civiltà, e la globalizzazione, identificare le contraddizioni. La proposta di una rete che possa indagare su che cosa siano le contraddizioni interne al processo globale e alle civiltà, contraddizioni percepite dagli studiosi. Il tema indicato può comprendere, ma non essere limitato ai seguenti argomenti fondamentali: o globalizzazione vs. civiltà: una prospettiva storica; o il ruolo del G7/G8 nella globalizzazione; o il colonialismo nelle civiltà e nella globalizzazione; o civiltà, privatizzazione e globalizzazione; o le società transnazionali e l'impatto della globalizzazione sulle civiltà; o la cultura popolare (cibo, musica, sport, moda, etc..): un rispecchiamento delle civiltà mondiali o della globalizzazione; o globalizzazione e evoluzione: causa o effetti? o le conseguenze umanitarie delle civiltà e della globalizzazione (salute, educazione,
etc..).