(seguito del documento "Terzi ed altri", per il Congresso DS)
Il tema centrale è quello del partito politico, che è stato storicamente lo strumento principale di mediazione tra società e Stato e il luogo della partecipazione politica. Oggi non è più così, e sicuramente non è possibile ricostituire la forma storica del partito di massa, la quale si è formata in un determinato contesto politico e sociale. Ma è possibile e necessario riproporci oggi con grande forza il tema della democratizzazione della vita politica, anche utilizzando a questo fine tutti i nuovi strumenti di comunicazione. Al modello di partito leaderistico e verticalizzato, che oggi è stato universalmente adottato da tutti, a destra come a sinistra, è possibile contrapporre un progetto radicalmente alternativo, basato su una sistematica democratizzazione di tutto il processo decisionale: elezioni primarie per i candidati, referendum tra gli iscritti, sviluppo delle autonomie territoriali, struttura non verticalizzata ma a rete, forme organizzate di coinvolgimento degli elettori, avendo come obiettivo primario la costruzione di uno "spazio pubblico", nel quale il singolo è un soggetto portatore di diritti e non uno spettatore o, peggio, una pedina da manovrare nel gioco di potere intermo all'oligarchia di vertice.
Non ci sono mai soluzioni obbligate, e non è affatto vero che le forme della politica debbano necessariamente assumere, nel mondo contemporaneo, una curvatura di tipo autoritario. Va apertamente combattuta la rassegnazione di chi, per calcolo o per
pavidità, si adatta ormai a convivere con una politica svuotata della sua necessaria linfa democratica.
È un tema di grande difficoltà. Ma è la condizione necessaria per il rilancio della sinistra, perché in un modello istituzionale che riduce la politica ad un gioco tutto di vertice, le ragioni della sinistra non hanno la possibilità di farsi valere, perché esse sono fondamentalmente le ragioni di un autentico processo democratico. Questa atrofia del partito come struttura democratica non è l'ultima delle ragioni della nostra sconfitta.
Tutti questi temi precipitano nella realtà milanese e si presentano qui con una particolare drammaticità, perché qui è l'epicentro sia delle trasformazioni sociali sia dell'egemonia politica della destra. Il problema di Milano non è un specificità locale, da risolvere con qualche particolare adattamento, con espedienti organizzativi, ma è il tema della politica della sinistra in tutta la sua profondità. Non è una questione locale, e non è quindi neppure solo il problema del Nord. Milano rende del tutto evidente come il rischio di una dissoluzione della sinistra sia un'eventualità tutt'altro che teorica, rende evidente che siamo di fronte alla necessità urgente di scelte drastiche. Scelte politiche, strategiche, di cultura politica e di progetto sociale. La debolezza di Milano è una debolezza per tutto il partito e per tutta la sinistra. È anzi, più correttamente, la dimostrazione pratica di un deficit di politica nazionale. Qui è chiaro che occorre un vero processo di ricostruzione, il quale non può certo avvenire solo per la forza interna di una organizzazione ormai debilitata, ma richiede una linea di dialogo con la società, con le competenze, con le rappresentanze sociali.
A questo si intreccia anche il problema della crisi della direzione politica, che esiste e che dovrà essere affrontato, ma può essere affrontato seriamente solo sulla base di una effettiva chiarificazione politica. È questa chiarificazione di fondo che vogliamo sollecitare con questo nostro contributo, per costruire un congresso che non sia l'ennesima occasione perduta e che non si risolva in una fittizia unità che lascia tutti i nodi irrisolti. L'esigenza del momento non è l'unità del partito, ma la chiarezza delle proposte politiche.
L'unità potrà essere solo il risultato di un progetto politico chiaro, su cui costruire il consenso e la mobilitazione attiva. E noi pensiamo che la sfida per una sinistra autonoma, non subalterna, che ridefinisce e rilancia le sue ragioni di fondo, possa avere questa forza di mobilitazione e di adesione, superando l'attuale condizione di passività e l'indeterminatezza di una identità politica che si è venuta sempre più logorando. Ciò che è in gioco non è la difesa o l'equilibrio delle posizioni di potere, ma è il destino del partito e della sinistra. Per questo sentiamo il bisogno di una discussione ampia e partecipata, per arrivare a scelte condivise. A ciò vogliamo contribuire, a partire da queste riflessioni, creando una sede di discussione, di ricerca e di approfondimento aperta a tutto il partito e alle diverse energie della sinistra milanese.
Un consenso da Milano
Mario Artali, Luca Bernareggi, Maria Chiara Bisogni, Franco Cazzaniga, Carlo Cerami, Marco
Cipriano, Antonio Duva, Roberto Imberti, Pino Landonio, Loris Maconi, Marco
Maffuccini, Paolo Matteucci, Franco Mirabelli, Ornella Piloni, Alessandro Pollio
Salimbeni, Nora Radice, Ignazio Ravasi, Carlo Stelluti
Il documento che alcuni esponenti della sinistra milanese hanno proposto alla discussione contiene valutazioni e delinea prospettive tali da meritare un serio ed approfondito confronto, aperto alle diverse culture e sensibilità della sinistra dentro e fuori i Ds e al di là delle nostre diverse opinioni sulle questioni poste.
Ci sembra un contributo molto utile, sia in vista del congresso nazionale sia per le specifiche esigenze dei Ds e della sinistra a Milano.
Per quanto riguarda la discussione congressuale, emerge con forza, nel quadro dell'alleanza dell'Ulivo, il tema dell'autonomia culturale e politica della sinistra e il rilancio dell'idea del partito della sinistra riformista a vocazione maggioritaria, plurale nelle sue ispirazioni culturali e storiche e guardando oltre le attuali forme organizzate.
Anche per le carenze della discussione sin qui svolta dal partito a Milano, aderiamo volentieri all'invito per un confronto rapido e approfondito sui temi proposti nel documento.
L'Ulivo non è una holding
di Antonio Duva
Il contributo al dibattito della sinistra di cui qui si discute è un documento
ricco e coinvolgente, sicuramente utile al dibattito che dovrà portare i
Democratici di Sinistra a un congresso di confronto effettivo dal quale far
scaturire indirizzi chiari e conclusioni non precarie. Si tratta di offrire ai
Ds e, più in generale, a tutta la sinistra una base di orientamento strategico,
un'attrezzatura politica e concettuale adeguata ad affrontare una fase difficile
e presumibilmente non breve.
Il percorso può investire itinerari diversi; il traguardo invece deve, a mio
avviso, essere dichiarato in modo esplicito. Si tratta di perseguire tre
obiettivi distinti ma strettamente legati fra loro. Essi sono: l'arresto del
processo di involuzione populista e conservatrice messo in luce dai risultati
del 13 maggio; la riconquista della maggioranza elettorale e politica del Paese
da parte dell'alleanza riformatrice espressa dall'Ulivo; la definizione, di un
ruolo dei Ds attivo e propulsivo - non egemone ma neppure subalterno -
nell'ambito dello schieramento democratico.
Esaminato in questa luce, il contributo pubblicato da gli argomenti umani
presenta, a mio avviso, passi molto convincenti ma anche, invece, valutazioni
non condivisibili. Appartengono alla prima categoria la consapevolezza della
gravità della sconfitta politica subita dalla sinistra italiana il 13 maggio;
l'analisi degli errori compiuti in materia di alleanze politiche ed elettorali
prima della scadenza elettorale; l'affermazione della esigenza di uno spazio
autonomo della sinistra dotato di un proprio riconoscibile asse culturale e
sociale. Ed è senz'altro condivisibile la tesi secondo cui questo è, appunto,
il tema vero del prossimo congresso: l'autonomia della sinistra attraverso la
riconquista di una più nitida identità culturale e programmatica. Quella
identità che troppe esitazioni, troppe formule conciliatorie, troppe, si può
aggiungere, contraddizioni fra enunciati e comportamenti reali hanno in questi
anni concorso a logorare, fino a renderla sempre meno incisiva e quindi debole
anche come mero richiamo elettorale.
Cambiare con forza registro, dunque, è un imperativo implicito. Ma basta, a
questo scopo, affermare che sono superati i risultati del Congresso di Torino?
Sostenere una simile tesi rischia, tra l'altro, di dar luogo a una
contraddizione rispetto a quanto sostenuto poche righe più avanti. Laddove, cioè,
si afferma: l'autonomia non è il ripiegamento in una tradizione svuotata ma è
la messa in moto di uno straordinario lavoro di ricerca e di innovazione
culturale. Ma questo, appunto, è stato il presupposto e, in parte, anche il
risultato del congresso di Torino, del primo congresso, cioè, celebrato da una
forza politica dalle radici antiche ma nuova nella fisionomia assunta in quella
assise.
Allora la domanda che mi permetto di porre è la seguente: si dice che Torino è
superato perché l'itinerario prospettato al Lingotto e sostenuto da una
larghissima area del Partito viene oggi considerato sbagliato, oppure Torino va
ripensato criticamente perché gli obiettivi allora indicati non sono stati, in
concreto, compiutamente ed efficacemente perseguiti? La risposta che, per parte
mia, ritengo di dare è quest'ultima. Troppe parti, invece, del testo proposto
fanno pensare che il ricominciare al quale pensano i compagni comporta il
considerare Torino come qualcosa di radicalmente sbagliato, fonte di tutti gli
errori e le sconfitte che sono poi seguiti. Elementi di sostegno a questo
giudizio si ritrovano in almeno tre aspetti:
a) - nella sostanziale rimozione, evidente nel documento, dell'esperienza di
governo del centro-sinistra, che è stata certo contrassegnata da errori e
ritardi (penso, per tutti, al tema del conflitto d'interessi) ma anche da molti
risultati positivi - dalla politica economica a quella europeistica - che il
trascorrere del tempo e l'emergere delle scelte del nuovo governo conservatore
faranno - è facile prevedere - non solo risaltare sempre più ma anche
rimpiangere da parte di molti che quelle scelte hanno frenato più che
sostenuto.
b) - In una valutazione diffidente del ruolo dell'Ulivo. È vero che a questo
spingono anche settori politici, interni ed esterni ai Ds, che aspirano a fare
dell'Ulivo e dei suoi rapporti con la sinistra materia di loro esclusivistica
competenza. Questa pretesa è ingiustificata: l'Ulivo è un patrimonio comune a
tutte le forze democratiche del Paese e alla sua affermazione hanno contribuito,
a partire da Romano Prodi, tutti i leader che hanno avuto responsabilità di
governo e di guida, negli anni recenti, dei partiti del centro-sinistra. Se
errori vi sono stati - come autorevoli dichiarazioni anche autocritiche
confermano - sono errori di natura collettiva. Non avrebbe senso né utilità
politica istruire processi o alimentare spirali recriminatorie.
Tuttavia se, come fondatamente afferma il documento, incombe ora il rischio
dell'affermarsi di una versione statica dell'Ulivo, questa è una questione che
non è estranea alla responsabilità e alle scelte che anche i Democratici di
Sinistra dovranno assumere per il loro futuro e per il futuro dell'Ulivo.
Condivido il deciso rifiuto della tesi secondo la quale la sinistra potrebbe
partecipare alla coalizione, ma non avrebbe titoli per guidarla.
È giusto invece, a mio avviso considerare l'Ulivo come uno schieramento nel
quale non ci sono ruoli prefissati o schemi precostituiti. Ciascuna delle forze
che concorrono a dar vita all'Ulivo, in altre parole, deve essere portatrice di
un proprio progetto di rinnovamento valido per l'intera società. Se però si
vuole che il confronto tra i diversi progetti abbia un effetto dinamico e
coesivo per l'Ulivo e non di tensione e di disgregazione, occorre
un'elaborazione di cultura politica di segno convergente.
A questa esigenza mi sembra andasse incontro, tra l'altro, il proposito di fondere diverse tradizioni politiche e culturali che è stato uno dei motivi di fondo della nascita stessa dei Ds. Mi sembra che, anche per questa via, fosse possibile prevedere un percorso di crescita dei Ds in quanto partito che tuttavia risultasse coerente con una prospettiva di rafforzamento complessivo dell'Ulivo. I risultati sono stati largamente inferiori alle attese. Ma l'esigenza di un bilancio, della riflessione critica e della definizione di una prospettiva, anche rispetto a questo capitolo, ignorato dal documento, permane.
Che spazio, che ruolo - in altri termini - si ritiene che possano avere i portatori di culture altre (ambientalismo, socialismo democratico, laicismo, cristianesimo sociale) che hanno scommesso sui Democratici di Sinistra e che hanno contribuito alle loro battaglie politiche e parlamentari? Si ritiene che essi siano o no utili, per esempio, ai fini di un rapporto più efficace fra Ds e altre forze dell'Ulivo o si preferisce considerare l'Ulivo come una mera stanza di compensazione politica, addirittura una holding, secondo un'immagine efficace recentemente proposta?
Ecco interrogativi che non mi sembra trovino risposta nel contributo dei compagni ma che per molti, come me, che sono di estrazione laica e repubblicana, sono invece cruciali. Siamo tutti d'accordo nel ritenere che quella del socialismo europeo sia la collocazione più coerente per una forza di sinistra moderna. Ma il socialismo europeo oggi è un luogo politico nel quale se, come giustamente si dice, si confrontano ipotesi diverse ciò deriva proprio dal contributo non marginale che a tale confronto viene da quelle culture altre a cui prima accennavo.
c) - Da questa considerazione consegue l'ultimo punto critico che mi preme sottolineare e che investe - insieme - le parti del documento che riguardano il lavoro e quelle concernenti Rifondazione comunista. È troppo assolutorio, a mio avviso, il giudizio dato su Rifondazione che si intreccia con quello sulla politica del lavoro. Quali che siano stati errori e manchevolezze nei comportamenti strategici dell'Ulivo, è certo che la responsabilità che si è assunto il Partito della Rifondazione nei confronti del Paese e della sinistra, con le scelte successive al 1998, è assai rilevante. Essa ha pesato anche nell'indebolimento del nesso fra politica e lavoro di cui abbiamo sofferto in questi anni, anche se a me pare ingiusto sottovalutare i risultati che, pure, sul piano parlamentare e di governo, sono stati conseguiti in materia. E osservo di passata che gli ipercritici che, dal fronte moderato come da quello di sinistra dell'Ulivo, hanno reso impossibile dare vita a una normativa compiuta in materia di lavoro atipico, ammortizzatori sociali e rappresentanza sindacale, avranno presto materia per amare riflessioni.
Ma, per tornare alle questioni generali, se la prospettiva che abbiamo di fronte è quella del socialismo europeo non possiamo ignorare che questo, nelle sue diverse accentuazioni, ha un elemento comune: quello di proporsi come sinistra di governo. E, pur nel contesto negativo, è proprio questo dato che si è manifestato con nettezza il 13 maggio ed è stato probabilmente fra i principali motivi che hanno consentito la rincorsa dell'Ulivo e il suo innegabile radicamento di massa. Da questo dato, a me pare, converrà partire anche per le riflessioni future.
Sta in questa premessa il passo di avvio di un percorso che deve avanzare in una prospettiva unitaria. Le storie delle sinistre hanno radici e risorse preziose per alimentare una prospettiva vitale della sinistra. L'elemento che le accomuna è la coscienza della autonomia ideale su cui poggiano. Purché l'autonomia non sia una rivendicazione fine a se stessa ma abbia la piena capacità di calarsi nella dinamica dei processi politici.
Se è consentito concludere con un richiamo a un altro Paese vorrei osservare che l'Italia di oggi ricorda la Francia dei primi anni Settanta. Anche allora la sinistra patì - di misura - una grave sconfitta. Conquistò l'Eliseo Valery Giscard D'Estaing, espressione di una realtà simile a quella dell'Italia di Berlusconi, nella quale s'intrecciavano confuse aspirazioni al moderno e gravi pratiche deteriori. La sinistra francese si trovò allora a un bivio: ascoltare i richiami severi ma antistorici di Georges Marchais o assecondare la sfida coraggiosa e innovativa di Francois Mitterrand. Prevalse questa ultima scelta e dopo il rovescio del 1974 si aprì per la sinistra, nel 1981, la lunga stagione di governo democratico e riformatore della quale ancora oggi i cittadini francesi sentono i benefici effetti.
A congresso per scegliere davvero
di Alessandro Pollio Salimbeni
La riunione della Direzione nazionale Ds del 25 e 26 giugno ha segnato un passo avanti, ponendo i termini della discussione un po' più avanti del livello finora raggiunto. Si iniziano a delineare i temi del congresso e a chiarire i punti di differenza. Ora il confronto può avviarsi sul merito, non su contrasti o destini personali, e si devono cercare le ragioni per essere d'accordo o dissentire su linee politiche, non per fedeltà a questo o a quello. In questi anni il contrasto è stato sulla politica: credo che sia una grave responsabilità del gruppo dirigente Ds aver messo il silenziatore sulla politica e aver cercato di risolvere il problema sotto forma di accordo tra dirigenti, spesso accomunati solo dalla sempre più stanca e poco convinta ripetizione della maggioranza di Torino e del carattere risolutivo di quel congresso. Questo è stato ciò che si definisce oligarchia, e vale anche per quella curiosa forma di discussione che vede oggi i segretari regionali come un tipo di dirigenti che sembra non abbiano avuto niente a che fare con la politica e la maggioranza. Se ne conosce qualcuno scelto con altro criterio? Si ricordano voti contrari sulle scelte?
Fino al 10 settembre, quando saranno depositate le mozioni congressuali, si svolge una fase in cui parlare, riflettere insieme, organizzare la discussione, irrobustire il partito: già dopo le elezioni vi sono stati molti che hanno trovato nel risultato le ragioni per tornare ad iscriversi o farlo per la prima volta. Anche il congresso può e deve essere una ragione per il tesseramento: solo un partito vivo e grande può proseguire nel suo corso.
Si tratta di misurarsi con il tema del partito del socialismo in Italia e dato che questo titolo appare comune a tutti ed era un deliberato del congresso di Torino, occorre misurarsi con i contenuti e con le distanze che in questi anni, non solo con il congresso di Torino, ci sono state tra le affermazioni e le cose. Solo lungo un processo politico si possono definire convergenze e divergenze, un processo in cui non chiedere a nessuno da dove viene ma costruire insieme la strada e il luogo in cui andare. Questo mi pare il senso dell'espressione Torino è superato, discussione libera, la maggioranza congressuale non c'è più e simili: ma se è superato, dopo poco più di un anno, se alla prova di governo non si conquista consenso e si giunge al minimo storico, c'è qualcosa di profondo che non è risolto, che non può essere affrontato dando per certo quello che almeno il voto (ma il voto, in una democrazia, è la prova vera e unica) revoca in dubbio. Deficit di comunicazione, abbiamo governato bene ma non abbiamo capitalizzato: in queste risposte c'è pigrizia intellettuale, l'inerzia di non voler mettere in discussione posizioni (politiche, personali, collettive), oppure, come dice Guccini l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto - ma quello era, appunto, un dio che è morto.
E allora vorrei cominciare col mettere in discussione quello che noi, la Nuova sinistra, abbiamo sbagliato in questi anni, perché non vorrei avessimo anche noi la stessa ipocrisia e perché non penso sia utile, e nemmeno giusto, avere l'atteggiamento di chi l'aveva detto prima. Su alcune cose è stato così e comunque ci sono gradi differenti di responsabilità: ma, onestamente, non servono le ragioni postume, se non nella misura in cui si può trovare un filo di ragionamento comune e da lì ripartire.
Penso a tre ordini di errori.
In primo luogo l'atteggiamento di estraneità alla intuizione, che considero ancora oggi essenziale, di un processo unificante della sinistra italiana: l'idea originaria che per la strada di Firenze ha perso una grande occasione di profondo rinnovamento. Eppure oggi siamo ancora a quel punto, quello di un partito della sinistra plurale, che riconosca e si arricchisca di vicende storiche e culturali appartenenti alla sinistra e che per lungo tempo sono state separate. In questo starebbe il primo fondamento di un partito della sinistra europea e il superamento di una vicenda politica segnata, nel bene e nel male, in prevalenza dalla vicenda storica del solo Pci. Non condivido il giudizio liquidatorio sulla recente proposta di Amato: in realtà penso che il nostro congresso debba discutere temi che sono comuni a ciascuna delle forze organizzate della sinistra, Rifondazione compresa, e che il timone debba essere orientato verso l'unificazione della sinistra: ho avuto modo di dire in altra sede che dovremmo fare un congresso tutti insieme.
La fase che si chiude oggi è anche quella della idea della sostanziale autosufficienza della tradizione Pci (concetto più ricco che dire semplicemente comunista) anche dopo le trasformazioni di questo decennio. Devo questa riflessione al confronto con compagni di storia diversa dalla mia, in particolare alcuni dirigenti con i quali ho lavorato per l'ipotesi che andò - tristemente - sotto il nome di Cosa due e con i quali si è intensificato il rapporto in questi anni: credo che questo sia un punto di forza, che aiuta a costruire il futuro. E questo ha molto a che vedere con la stessa questione del pluralismo così difficile, sofferto e talvolta un po' meschino, incapace di vedere il grano di verità che sta nelle altre posizioni, tanto più da posizioni di maggioranza, tale solo sulla carta o nei tanti episodi di quieto vivere, di mancanza di autonomia intellettuale.
Da questo errore di prospettiva è derivata una scelta sbagliata nell'aver giudicato negativamente l'avvio del governo Amato, senza vedere la prospettiva che ne poteva nascere. Anche chi, nel gruppo dirigente nazionale non era convinto della scelta di Rutelli, si arrendeva dicendo che non potevamo sostenere Amato dopo averlo criticato: agli errori non si rimedia aumentandoli. Per onestà, ero personalmente contrario a Rutelli e dico di aver avuto torto, perché ha condotto bene la campagna elettorale, facendo anche sentire molte cose di sinistra, più di parecchi degli stessi Ds. Altro è il discorso sul lungo periodo, che è curioso voler predeterminare adesso (e infatti almeno in parte Amato già gioca nuovamente in proprio).
In secondo luogo la debolezza della elaborazione programmatica, al di là di alcune intuizioni importanti che però non hanno avuto la continuità necessaria e non sono mai riuscite a determinare l'agenda del dibattito politico. Penso al tema della riforma del Welfare, al sostegno sempre pronto ma sempre un po' da riflesso automatico sulle questioni di tipo socio-sindacale, al fondo una idea riduttiva del presidio della cerniera sociale, sempre evocata ma non trasformata in obiettivi, indirizzi, azioni.
In terzo luogo la debolezza sul piano della direzione politica operativa, dalla vicenda un po' confusa delle dimissioni dalla segreteria nazionale al disinteresse sulle questioni così importanti del governo locale.Un valore grande ha invece avuto l'impegno della Nuova sinistra sulla questione della guerra, sulle riforme istituzionali e sulla insistenza sulle questioni della democrazia, nel partito e nella società italiana. Penso che abbiamo tenuto aperta una prospettiva, abbiamo indicato una linea possibile e praticabile, abbiamo, anche nella tempesta, saputo dare voce e sponda a chi non ne trovava altrove, in particolare in alcune scelte che intanto i Ds compivano.
Guardare alla fase di governo che gli elettori hanno chiuso non deve servire né a fare congressi sul passato né a cercare colpevoli: deve servire a vagliare ciò che va traghettato sulla sponda dinanzi a noi e ciò che va lasciato alle spalle. Insomma: la condizione per il congresso è la disponibilità a rimettere in discussione scelte (e conseguentemente ruoli), asse del congresso deve essere la discontinuità. Scelte, punti di vista continuisti non sembrano utili, anche in presenza di persone di indubbio valore e della stima e dell'apprezzamento - anche sul piano personale - nei confronti di singoli dirigenti. Contano la linea politica, l'indirizzo generale. Per questo non è positivo che sia rimasto il vincolo tra indicazione del segretario e mozioni politiche (sono l'unico che non ha votato a favore del regolamento, per coerenza e perché saranno fin troppi quelli che tra qualche mese diranno che è stata una scelta sbagliata). Bisogna costruire una base politica, nel merito dei problemi e poi definire i gruppi dirigenti: non considererei un problema se non ci fossero candidature a segretario, perché questo favorirebbe un confronto sul merito e in base a questo eleggere i dirigenti al congresso nazionale. Sarebbe un messaggio di forza e serenità al partito, tutti sarebbero chiamati a discutere sui temi, nessuno avrebbe l'obbligo della maglietta. Temo però che a molti possa venire il raffreddore. E allora è più utile riflettere sui caratteri della discontinuità che ci sembra necessaria, essenziale per definire il profilo del partito di sinistra che serve all'Italia.
La politica istituzionale
Si è affermato un mutamento della costituzione materiale del Paese, si è introdotto di soppiatto l'elezione diretta del presidente del consiglio e un circuito di revisione costituzionale con il voto popolare; la stessa importante riforma federale manca del suo punto di equilibrio nella camera delle regioni. Non abbiamo condiviso le conclusioni di merito della Bicamerale su molti punti: la sostanza della questione sta qui e nell'aver cercato l'intesa a partire dalla messa in sordina delle grandi distanze sul conflitto di interessi e sulla giustizia, il primo facendolo scomparire, e sulla seconda oscillando vistosamente verso le tesi del Polo, come adesso qualcuno comincia a dire.
Va introdotto un asse: la riduzione della distanza tra governanti e governati, che non viene colmata da strumenti di democrazia diretta, che nel sistema mediatico diventa immediatamente plebiscitaria. Si sono costruite le basi e il clima istituzionale per il successo della destra. Da qui ricostruire un profilo e un equilibrio che dieci anni di ideologia referendaria hanno stravolto e non potevano recuperare.
Governo e legittimazione elettorale sono state percepite come una cosa sola e non a caso la legittimazione è stata cercata, come surrogato, alle regionali 2000: dalla sconfitta su quel piano sono giunte le inevitabili, politicamente, dimissioni di D'Alema. Ma questo tema ci rimanda più in generale alla questione dei sistemi elettorali: l'esigenza di un equilibrio si pone anche qui, perché nessun Paese può tollerare così grandi divaricazioni nella legittimazione dei diversi livelli istituzionali. Se l'elezione diretta va bene per i sindaci (ma si può ragionare anche su questo, insieme al ruolo dei consigli?), non è affatto detto che vada bene estenderlo a tutti gli altri livelli, regioni comprese. Sul piano più vicino ed operativo: si può discutere la questione delle liste personali, a tutti i livelli, sindaci compresi? Doppio turno di coalizione e sbarramento, sistema simile a quello dei comuni, che molti vorrebbero per le regioni, in una cornice di conferma del sistema di nomina parlamentare di un presidente del consiglio con più forti poteri: un equilibrio, appunto tra rappresentanza ed efficiente stabilità.
Tuttavia la questione della legittimazione va vista anche sotto il profilo politico: è vero che, da un certo punto di vista, la vicenda politica e la stessa sconfitta elettorale producono finalmente un livello di pari legittimazione per tutte le forze in campo. Questo mi pare il senso delle dichiarazioni di Ciampi sul risultato elettorale. Ma su questo piano va esaminato un punto cruciale della vicenda passata: si è avuto paura della vittoria del 1996. Mediaset poteva essere acquistata da Murdoch, è il bello del mercato, non difesa, anche dall'Ulivo, come patrimonio nazionale; il conflitto di interessi poteva essere colpito, dato che c'era una maggioranza in Parlamento. Eppure si è fatto l'opposto: non penso a complotti o a cose che piacciono a tanti osservatori dal buco della serratura, penso che vi fosse, in una parte ampia dei gruppi dirigenti, Ds e no, una specie di complesso, il contrasto tra bisogno di legittimazione fondato sul moderatismo e il timore di affondare colpi in terreni inesplorati, o semplicemente un eccesso (colposo) di realismo politico. Inutile dire che quando la tattica sostituisce la strategia prevale il nudo rapporto di forza e la miscela denaro, potere reale e sistema comunicativo-plebiscitario non può che prevalere.
Gli anni del revisionismo
Veniamo da alcuni anni caratterizzati dal revisionismo della storia italiana, e dal disprezzo per la storia della sinistra e del Pci. Invece di fare i conti con la nostra storia, abbiamo partecipato alla gara, assai poco nobile, della destrutturazione, dalle buone ragioni dei ragazzi di Salò (e adesso ce n'è uno ministro) a iscritti e dirigenti di elevatissimo rango che non si sarebbero mai iscritti al Pci di Togliatti (ma lo hanno fatto con quello di Longo e di Berlinguer, che per loro fortuna non hanno potuto sentire quelle frasi; noi, più sfortunati, invece sì). Penso che dobbiamo costruire un partito in cui si senta l'orgoglio della storia e della cultura di ciascuno che ne faccia parte e che, al tempo stesso, sappia fare davvero i conti con quanto di quelle stesse storie e culture è decaduto o ha tralignato. Va sottolineato che la parte più grave di questo problema consiste nell'aver fatto svanire ogni traccia di principio unitario nazionale. In un Paese dalla debole vocazione statuale e dalle incerte origini unitarie con fatica si era giunti ad alcuni punti fermi, non neutrali né, come si dice oggi, bipartisan, bensì terreno continuo di lotta politica e culturale: la Costituzione - e la Resistenza che ne fu la premessa non separabile - e l'ingresso di grandi masse di popolo nel sistema democratico. Il revisionismo ha colpito entrambi i lati, né il riformismo ulivista appare in grado di essere un nuovo possibile tratto unitario per il Paese: è una politica, è un programma, non è un collante delle coscienze. La risposta è stata povera e provinciale, con la fuga nell'europeismo sovranazionale (ma nessuno Stato serio in Europa segue quella strada) e/o nel localismo nobilitato dal federalismo. L'economia ci impedirà, a meno di finire nell'angolo, di proseguire su questa china. In ogni caso il tema di un nuovo grande principio unificante sta dinanzi a noi ed è parte integrante del profilo di un partito della sinistra: è il tema del nuovo patto sociale e tra generazioni per una società economicamente, ambientalmente, culturalmente sostenibile.
Rappresentanza politica e centralità del lavoro
Su questo si gioca la sostanza del futuro per il partito della sinistra. Sotto questo profilo vanno valutate le cose fatte e quelle non fatte nei cinque anni. Che senso hanno le frasi oggi, invece delle leggi ieri, sui diritti dei giovani lavoratori o sullo sblocco delle professioni? C'è stato o no un duro scontro politico - perfino di classe, se non si avesse paura delle parole - che la sinistra ha perso in questi anni, e questo scontro è stato interno al governo e ai Ds? Invece è prevalsa la tesi che il sindacato fosse freno all'innovazione mentre si celebrava la centralità dell'impresa. Società aperta, lotta ai monopoli sulle cose e sulle persone, sviluppo delle forze produttive sono i tre punti essenziali, i valori simbolo di una nuova fase politica: vuol dire opportunità di scelta nei destini personali e strumenti pubblici di sostegno, liberalizzazione dell'economia (non si deve ripercorrere il cammino delle privatizzazioni con sguardo critico, invece che vantarsene e basta?) e democrazia economica che ne è il punto di equilibrio, scienza tecnologia ricerca e formazione al servizio dell'innovazione di prodotto e della crescita sostenibile.
Cresce il contenuto intellettuale e professionale del lavoro e allora il sistema di diritti e di garanzie diventa elemento di ricchezza per l'impresa. La molla del cambiamento in Marx non è l'innovazione ma lo sviluppo delle forze produttive (uomo, macchine, prodotti, perfino la globalizzazione dell'epoca, dato che perfino per lui l'impero coloniale inglese era un fattore di sviluppo e incivilimento rispetto al modo di produzione asiatico). Vecchio blocco di classi dirigenti? No, nuovi protagonisti di cui il meglio, speriamo, dei vecchi si accomoda e poi vedremo chi prevale nel lungo periodo: il personale politico del Polo fonde bene vecchi e nuovi. La stabilizzazione conservatrice non c'è ancora, come mostrano i tanti voti all'Ulivo e il voto non trionfale del Polo, ma ci può essere anche perché ve ne sono gli strumenti istituzionali e le convenienze economiche.
Proviamo a porci la domanda se la società italiana sia più evoluta rispetto a 15 o 20 anni fa. Certo dipende dagli indicatori che si utilizzano; penso però che siano venuti crescendo alcuni indicatori non materiali che devono far riflettere e richiedono una specifica indagine. C'è il livello di scolarità e c'è il recente studio sulla capacità di compilare un bollettino di conto corrente; si sono dette cose sulla incapacità degli elettori a capire le schede ma 20 anni fa era anche più difficile votare; ci sarà l'euro e ci sono voci drammatizzanti, che dimenticano che per tutti gli italiani nati fino al 1935 i centesimi non sono una novità. Discorsi a rischio, difficili perfino da definire: il senso civico è diminuito o aumentato? In questi giorni di esami di maturità, la scuola mette alla prova i ragazzi per davvero? E si potrebbe continuare, in un campo che potremmo definire di antropologia quotidiana e che però ci dice molte cose che la politica ignora, persa nei suoi massimi sistemi. Anche questo ha molto a che fare con la qualità della vita, con la coesione sociale e con le elezioni, perché su questi piani si affermano i modelli collettivi, gli stati d'animo … e i plebisciti.
Il quadro internazionale
Il quadro internazionale è il punto più esposto a procedere per inerzia: si pensi alle tesi, dilaganti all'epoca della guerra con la Serbia, della necessità di spostare la sede delle decisioni dall'Onu al G8. Oggi diventa tema di massa la legittimazione delle sedi internazionali: questa è la sostanza vera della discussione di questi giorni e la ragione per cui andare a Genova. È il tema dei poteri, della loro riconoscibilità e della loro responsabilità, cioè il cuore di ogni proposta politica di sinistra. Il tema dei poteri non può essere scambiato con la invettiva morale o la testimonianza solidale: nobili, nobilissimi aspetti, certo insufficienti, comunque indistinguibili. Se una sinistra vuole esserci deve produrre battaglie e politiche: se rimette il debito a paesi africani, non cancella alcune economie nazionali per gli interessi di alcune multinazionali alimentari.
Abbiamo fatto anche questo, tra viaggi in Africa e voto europeo sul cacao: non è cattiveria ma il risultato dello smarrimento di un punto di vista critico sulla realtà. Dobbiamo tornare ad esercitare la difficile pratica della analisi: è impressionante l'incapacità, nostra e del Pse, di pensare ed agire con sguardo lungo, dai Balcani (attenzione: tra poco si dovrà andare in Macedonia, stavolta per i diritti umani di chi?) all'allargamento della Nato, che dalla Russia è visto come una minaccia. Una idea del mondo e delle sue relazioni non può, per una forza di sinistra, essere dettata dal missionarismo tipico della cultura Usa, che rimane nella lunga durata la versione moderna del fardello dell'uomo bianco, o condizionata dal meccanismo unico del nuovo diritto mercantile.
Crisi dello spazio pubblico
come base della crisi della politica
Questo mi sembra essere il cuore del problema, che rimanda ad un punto alto della riflessione e in vista della convergenza tra riformismi di diversa origine ed esperienza, ben al di là della frettolosa conversione da un lato ad un punto di vista frettolosamente liberista (non liberale) e dall'altro ad un concetto di sussidiarietà e libertà di scelta ben più confessionale che liberale. Lo spazio pubblico è lo spazio della politica e non può essere solo spazio della regolazione: l'ispirazione della Costituzione, art. 3, va tenuta ferma, non per omaggio rituale ma perché definisce anche in via di principio, davvero condiviso dai costituenti, che politica è azione, è dimensione operativa, che non c'è promozione umana, riscatto, emancipazione (Cattaneo avrebbe detto incivilimento) senza che la Repubblica, dunque non solo il suo apparato statuale, assuma iniziative, operi.
Rileggiamo da qui allora la vicenda della parità scolastica, della politica dei buoni che riducono a merce diritti fondamentali, la stessa questione della laicità dello stato, i limiti alla proprietà. Si può rifondare ed anche innovare molto, su questo piano e c'è anche molto da capire sui limiti del nostro riformismo e sui colpi portati ad un sentire comune tra gli italiani: certo la Pubblica amministrazione non funziona, il nostro Welfare è assistenziale (a proposito: in questi cinque anni nessuno sarebbe mai riuscito a conoscere cause e responsabilità di tanti problemi italiani vecchi di decenni. Ma chi mai ha governato l'Italia dal 1945 al 1990?), ma è assai più riformista cambiare nel profondo e rimotivare che non lasciare campo aperto alle politiche di smantellamento.
A noi manca una aggiornata riflessione sui poteri nazionali, che colga la miscela che può diventare vincente tra nuovi e vecchi soggetti, che individui il nesso tra poteri nell'economia, nella finanza e nelle istituzioni. E ci manca la riflessione sull'intreccio dei poteri con la struttura sociale.
La coalizione
Ulivo su temi concreti, governo ombra. Tipo di partito e tipo di coalizione - e i rapporti tra i due - dipendono dal sistema elettorale che si realizza e non dall'idea che se ne ha nella teoria politica. Il valore aggiunto c'è sempre stato, era quello dei tanti che premiavano il governo o sceglievano l'opposizione, o meglio l'altro polo del bipolarismo senza alternanza dell'epoca. Inoltre, nel voto aggiuntivo all'Ulivo rispetto ai singoli partiti (che alla Camera, unico luogo dove è misurabile, a parte 1.800.000 voti di Prc, assomma a 1.200.000 voti) c'è il voto contro Berlusconi, che non ha bisogno e non cerca anche un voto di lista. Il vero fatto nuovo dell'Ulivo è la disponibilità all'impegno diretto e visibile di chi vuole avere come riferimento diretto la coalizione nel suo insieme: allora si inventino le forme (una associazione? un club?) che almeno sistemino il delicato problema della rappresentanza o meglio della autoreferenzialità ed anche per non avere gli interpreti autentici dello spirito dell'Ulivo.
Modello di partito
Modello di partito, anzi, per una moderna sinistra, il sistema della politica: sindacato, comuni, associazionismo. Partito non leaderista e degli staff, plurale e non federale (rischio di feudalesimo), rapporto con la teoria della rappresentanza che non è solo territoriale. La discussione fin qui è figlia legittima di un partito ridotto ad oligarchia, con il mito del capo, la sua elezione diretta, la negazione del dibattito (ricordate l'anno scorso, dopo la sconfitta delle regionali? La maggioranza di Torino negò l'esigenza di una discussione approfondita, perché Torino appunto aveva risolto l'essenziale!), l'idea che l'accordo tra maggiorenti risolve i problemi politici (scambi di incarichi ecc.).
Abbiamo misurato tutti i guasti della cosiddetta democrazia di mandato: a parte che nessuno è disponibile a far giudicare lo svolgimento del mandato ed anzi tende a dire che le responsabilità sono collettive e magari di tutti, mi pare disastroso pensare che gli iscritti siano spettatori di una camminata sul filo, per applaudire la camminata o rabbrividire per la caduta, e magari essere accomunati nella responsabilità. È vero che sulle scelte fatte nei cinque anni scorsi non ci sono stati golpe individuali: ciascuna scelta ha avuto una maggioranza di consensi espressi. Talvolta non l'ha avuta ma solo perché non si sa bene chi e dove abbia deciso: comunque, a parte la sinistra, che per questo è stata accusata di sabotaggio o di essere quinta colonna di altri, nessuno ha espresso dissenso pubblico (e quello privato non conta). Chiedo a tutti i compagni: va bene così? Non è meglio discutere e decidere insieme? Non è più utile prendere sul serio le obiezioni? Non viene il dubbio che essere sempre d'accordo è un miracolo che succede solo da noi? Per non parlare delle decisioni prese al di fuori degli organismi dirigenti: fu così per aderire a referendum, è stato addirittura rivendicato come merito dopo la scelta sul candidato alla presidenza del consiglio.
Autonomia politica e culturale
Condivido quanto molti hanno detto in questi giorni: la sinistra esiste in quanto esprime un autonomo punto di vista sulla società italiana e sul suo sviluppo. In questo senso vi è competizione anche all'interno dell'alleanza per il governo, una pratica dinamica delle due gambe dell'Ulivo, senza la quale passerebbe l'idea che ogni forza sta in un recinto ristretto e predefinito, idea che porta ad una collocazione marginale e subalterna, per la sinistra ma anche per le altre forze dell'Ulivo. E, d'altro canto, parlare alla società non è rincorsa al centro e nemmeno l'idea di essere di centrosinistra, bensì avere un progetto di sviluppo della società italiana, un progetto generale e nazionale che oggi non abbiamo, come dimostrano le oscillazioni nell'iniziativa politica e nel voto tra Sud e Nord. Un secondo ordine di questioni riguarda la capacità di elaborazione di un pensiero autonomo sulle grandi questioni di frontiera: il rapporto uomo-scienza è sempre di più al centro della costruzione di una prospettiva integralmente umana.
Socialismo è un nuovo umanesimo: la rottura tra governo di centrosinistra e scienziati, poco prima delle elezioni, è stato un fatto senza precedenti che ha dato la misura dell'isolamento. In quel momento ho pensato che avremmo perso, per il carattere di rottura profonda che veniva messo in luce. In questi anni abbiamo sofferto non per le distanze che si aprivano sui questi temi imposti dall'evoluzione tecnico-scientifica, volta a volta con le altre forze dell'alleanza piuttosto che sotto forma di contrasto con la grande industria e la grande ricerca, bensì perché nessuna delle forze organizzate della sinistra riusciva a dare risposte che non fossero improvvisate o comunque non sotto il segno di una alleanza stabile tra politica e ricerca. È il nodo del rapporto con gli intellettuali, che ad esempio a Milano non riesce a considerare al di là di baronie universitarie, giornalisti e docenti di economia e sociologia. No, il punto è quello dell'intellettualità diffusa, quella impegnata nella produzione e nella ricerca: fu la grande intuizione degli anni sessanta, che oggi va ripresa e declinata nei termini attuali e che rappresenta il terreno di una nuova egemonia.
Milano
Milano è un punto specifico di tutto il ragionamento fin qui svolto, è il luogo in cui siamo chiamati a tradurre, inverare le riflessioni generali, con la consapevolezza di essere di fronte ad un problema strategico nazionale e che vi sono ragioni di crisi non solo di portata generale. Non è l'occasione di una riflessione specifica, se non sotto un profilo, quello della direzione politica. Qui si è manifestato nel tempo un calo netto e continuo della capacità di direzione, una negazione addirittura della possibilità e della necessità di dirigere le varie fasi che si sono attraversate. È storia di ieri la vicenda dei gruppi dirigenti, ma sono storia di oggi l'affanno, la tortuosità, le debolezze nelle modalità di scelta delle candidature, di conduzione delle campagne elettorali. All'impegno serio e certo difficile di costruire gruppi dirigenti abbiamo visto sostituire le categorie evanescenti dell'innovazione e del ringiovanimento, alle sedi della discussione politica il chiacchiericcio, talvolta anche pubblico sulle correnti.
Va detto chiaro: le correnti sono proprio ciò che nasce in assenza di dibattito esplicito e pubblico, quando non si riconosce dignità e serietà ai soggetti politici che sono legittimati dalla democratica discussione congressuale, dall'idea integralista che la maggioranza sia il tutto e non una parte, dall'idea che il dubbio o la contrarietà non pesino per la ragione interna, anche piccola, che possono avere ma siano invece freno, manovra o, peggio, rissa. Che partito vogliamo se si lasciano passare, si avvallano e si amplificano pratiche, concetti e linguaggi di questo genere?
Abbiamo di fronte un compito enorme, quello di lavorare per reinsediarci socialmente, culturalmente, organizzativamente e perfino sotto il profilo istituzionale, nella città e nell'area metropolitana. Ora, penso che ci siano le forze per reggere Milano, risorse per la direzione politica, risorse di idee, di disponibilità e capacità, collettive e personali. Prima che si faccia il congresso e si vedano maggioranze e minoranze: nessuno ha il diritto di "sequestrare", di considerare "cosa propria" il problema della direzione politica, come è stato fatto ogni volta dal 1997 in poi. Bisogna costruire, con chiarezza politica, soluzioni convincenti. A questo bisogna essere pronti: il congresso provinciale, che dovrà essere in gran parte dedicato a questo tema, dimostrerà che lo siamo. E dobbiamo dimostrare di esserlo già da questo avvio di dibattito che ci porterà al congresso.