Così la sinistra in crisi può riscattare se stessa 


di Giorgio Ruffolo 

Ci sono due opposti rischi che i Ds dovranno evitare nel loro prossimo Congresso: quello del conflitto tribale e quello della béchamelle unitaria. La ricerca di un capro espiatorio della sconfitta elettorale sarebbe un rito frustrante. Mai sconfitta fu tanto acefala. Dopo la battaglia di Canne (un po' più catastrofica, per la verità) il Senato romano decise di incontrare il generale sconfitto, Terenzio Varrone, per ringraziarlo di non avere disperato delle sorti della Repubblica. Dopo la sconfitta del 13 maggio, non c'era nessun generale da ringraziare. Erano nelle province. Inutile sarebbe quindi il rimpallo delle responsabilità tra generali.
E sarebbe altrettanto sterile ripetere l'errore consumato al Congresso di Torino: quando, per preservare l'immagine dell'unità, si dissimularono differenze e divergenze in una unanimità ambigua, carica di riserve e di tensioni represse. Sospinto al minimo storico della sua base elettorale, il partito dei Ds ha più che mai bisogno di rendere espliciti i suoi conflitti interni. Essi non devono essere ricondotti a idiosincrasie e incompatibilità personali. Questo è un modo volgare di scrutare la politica dal buco della serratura, dando voce alle chiacchiere, alle beghe e ai pettegolezzi miserabili dei famigli. Gli scontri delle personalità sono elementi connaturati con la dialettica politica, ne costituiscono l'aspetto autenticamente umano e drammatico. Bisogna saper vedere se, dietro di quelli, c'è solo meschinità invidiosa o contrapposizione obiettiva di progetti.
Nel caso del partito dei Ds mi pare che questa contrapposizione ci sia e sia profondamente seria, perché coinvolge l'esistenza stessa di una forza storica che si chiama sinistra.
La sinistra italiana, che in certi momenti del passato non remoto abbracciava, complessivamente, poco meno della metà del voto nazionale, è oggi ridotta di più della metà. E ciò a causa dei terremoti che hanno sconvolto il suo paesaggio: staccando dal grande continente del Pci una grossa isola, a sinistra; e dissolvendo la penisola del Psi in una diaspora verso destra. E' rimasto al centro un partito intermedio, come direbbe Bobbio, dichiaratamente riformista, ma non abbastanza grande da costituire quel magnete verso le altre forze progressiste, laiche e cattoliche, che ha permesso ad altri partiti socialisti di rappresentare un ampio arco di centrosinistra, nella continuità di una tradizione indiscussa. Tradizione, del resto, che i Ds accettavano a fatica, con mille riserve e ripugnanze, rifugiandosi in uno spazio politico eclettico; un cocktail culturale che pretendeva di accogliere tutte le tradizioni riformiste, miniaturizzate in piccole formazioni di pura rappresentanza; mentre restava sostanzialmente immutato nella struttura del potere. Diciamo la verità: un partito così, che non sa neppure definirsi, rischia di restare né carne né pesce e di subire il doppio pregiudizio, dell'impronta originaria del suo passato e dell'inadeguatezza «seduttiva» del suo presente.
Questa è, semplificando, certo in sostanza, l'impasse dei Ds. E' una impasse paralizzante, perché la sinistra, in condizioni così deboli, può governare solo se sponsorizzata da persone e partiti «altri». Il che le pone, al di fuori di questa mortificante limitazione, due possibilità. Se lo si vuol dire brutalmente: o rinuncia alla sinistra, cioè a se stessa, o rinuncia (per un tempo indeterminato) al governo. Per una «sinistra di governo» non è l'ideale.
La prima opzione, resa esplicita di rado (con apprezzabili eccezioni) è una fuga in avanti. Essa consiste nel trasformare, sia pure gradualmente, l'Ulivo in un partito di centrosinistra, in grado di competere elettoralmente con il centrodestra per il governo del paese. E'l'uovo di Colombo, ma non si vede la gallina. A parte le obiezioni maggiori della storia (la tradizione della sinistra non è una «vecchia zimarra» da portare al Monte) e della geografia (dove diavolo si colloca in Europa questo soggetto di laboratorio) non c'è proprio nessun partner disponibile a questa storica fusione. Rutelli ha fatto il miracolo della Margherita, è vero. E speriamo che riesca a consolidarlo, il che non sarà semplice. Ma per questo macrorassemblement mancano i partner, perché nessuno vuole rinunciare alla sua storia e alla sua geografia. Siamo dunque nella stessa condizione in cui si trovò Sua Maestà il Re, quando, giunto a Cuneo, domandò perché i cannoni non avessero sparato, secondo il rituale. Maestà - disse il sindaco - è che non abbiamo cannoni.
La seconda opzione, che consisterebbe nel consolidare una sinistra svincolata da alleanze condizionanti è una fuga all'indietro. La via giusta (questo dovrebbe essere il tema dominante del prossimo Congresso) è, mi pare, quella di riconoscere l'anomalia italiana, dandole una risposta «evolutiva», senza riserve e senza forzature. La risposta potrebbe essere quella di un'Alleanza strutturata, fondata su un patto riformista, su una direzione parlamentare strategica della opposizione, e su una rete di centri di promozione e di discussione (club, associazioni, progetti) che faccia vivere l'Alleanza nella società civile, offrendo un tema di confronto articolato ai partiti e, soprattutto, un riferimento concreto a quanti, al di fuori dei partiti, si riconoscano politicamente nell'idea dell'Ulivo.
All'interno di questa intesa forte, i partiti - soprattutto i due maggiori in campo, senza precludere quel campo ad altre formazioni - potrebbero svolgere le loro funzioni democratiche essenziali di elaborazione della domanda politica e di aggregazione del consenso, in libera e aperta competizione anche tra loro.
E' sulla forma specifica di questa elaborazione di questa aggregazione che il Congresso dei Ds dovrebbe concentrarsi. Anzitutto, sulla definitiva scelta di una identità politica, resa esplicita nel nome e nel simbolo. In questo senso andrebbe accolto l'invito di Giuliano Amato ad aprire un processo di unificazione della sinistra nel segno del socialismo europeo. Non solo però con l'aggregazione dei partiti esistenti, una specie di non entusiasmante Cosa 3. Il nuovo partito dovrebbe nascere da una vasta interrogazione del mondo della sinistra attraverso «contratti di programma» con le istanze sindacali, cooperative, associative; e sulla base di una proposta riformista rivolta al paese. 
Il Congresso dovrebbe poi mettersi di fronte a uno specchio: lo specchio che riflette l'immagine di quel che il partito è realmente, per ricavarne l'immagine di quel che dovrebbe e potrebbe essere. Senza alcun «pathos dimostrativo». Senza alcuna tentazione predicatoria. Gli spiriti animaleschi sono parte integrante della natura umana. E i dirigenti politici (dopo tutto) sono uomini, con le loro passioni, con le loro virtù e i loro vizi.
Credo che si possa affermare che la qualità dei quadri del partito risulta migliore quando essi sono impegnati nelle istituzioni che quando operano nel partito stesso. Forse perché nelle istituzioni vigono certe regole, che nel partito fanno difetto.
Francamente non credo che un partito abbia bisogno di prediche. Ma di regole, sì. Regole di visibilità e di democrazia. Regole che sostituiscano il principio della concorrenza aperta a quello della cooptazione protezionistica.
Quelle della valutazione oggettiva dei risultati a quello della rappresentanza proporzionale delle correnti. Forse sarebbe meglio essere un po' meno liberisti rispetto all'economia nazionale e un po' più rispetto a quella domestica. 

La Repubblica
24 giugno 2001


IL SEGRETARIO DELLO SDI
Il socialista Boselli dice sì all’unione con la Quercia: ma «niente trucchi»


ROMA - «Apriamolo questo nuovo cantiere della sinistra riformista, penso che ne valga la pena». Enrico Boselli, leader dello Sdi, aderisce alla proposta di Giuliano Amato, e per la prima volta in sette anni si dice pronto a unificare la sua piccola pattuglia socialista alla Quercia postcomunista, oltre che a cossuttiani e Verdi. «Però - avverte - questa volta niente trucchi, niente tentativi di cooptazione. Bisogna precisare subito obiettivi, programmi e confini. Deve essere chiaro da subito che si vuole far nascere un nuovo partito e che il suo leader ha un solo nome: Giuliano Amato. Insomma, nulla a che vedere con quanto è accaduto in passato, quando i postcomunisti pensavano che bastasse cooptare qualche ex dirigente Psi per conquistare il voto socialista. I nostri rapporti sono peggiorati, ma i Ds non hanno preso un voto in più. Anzi, hanno perduto consensi. Adesso è il momento di voltare pagina, di rimescolare tutte le carte». Sarebbe a dire? 
«Che se si vuole fare sul serio l’unità a sinistra bisogna sciogliere le attuali formazioni della sinistra , naturalmente senza perdere il rapporto con l’Ulivo. Questo vale per noi piccoli, ma anche per i Ds. Tre anni fa Giuliano Amato mi chiede di aderire alla Cosa 2: "Enrico, ne vale la pena". Accanto a lui c’era Massimo D’Alema e io risposi: "No, Giuliano, non ne vale la pena". Ma oggi che quell’esperienza è abortita e Amato propone di costruire il nuovo partito della sinistra riformista italiana, dico sì». 
Nella tradizione, come dice D’Alema, del socialismo europeo? 
«E’ inutile cercare modelli come Schroeder o Tony Blair, quando in Italia abbiamo una grande tradizione socialista. Bisogna avere il coraggio di chiamare la nuova formazione della sinistra riformista italiana con il suo vero nome: partito socialista. Se proprio vogliamo trarre una lezione da Schroeder e Blair, dobbiamo guardare alla loro capacità di conquistare voti centristi, che è poi la vera ragione dei successi elettorali dei socialdemocratici tedeschi e dei laburisti inglesi». 
E perché da noi questo non è avvenuto? 
«Perché i Ds, il maggior partito della sinistra italiana nato dal Pci, non è in grado autonomamente di attirare elettorato di centro. L’ultima conferma è venuta dalle elezioni del 13 maggio, quando al centro dell’Ulivo è spuntata la Margherita. Guarda caso, la Margherita ha consistenza elettorale e collocazione politica che assomiglia in maniera impressionante al Psi autonomista di Bettino Craxi». 
Ma secondo Amato nemmeno lei non può sentirsi realizzato con i suoi 15 parlamentari socialisti. 
«Certo che no. In questi lunghi 7 anni ho cercato di mantenere in vita una tradizione che non meritava di sparire tra i flutti di Tangentopoli, E i 15 parlamentari dello Sdi sono frutto di questa passione. Ma in 7 anni non abbiamo solo testimoniato. Abbiamo fatto politica. Per esempio, abbiamo capito prima di altri che con il governo D’Alema il centrosinistra si sarebbe preparato alla sconfitta. Lo abbiamo detto a novembre del ’99. Al congresso di Fiuggi». 

Felice Saulino 

Corriere della Sera
24 giugno 2001


L'identità dei Ds non è l'Ulivo ma il socialismo


ROMA D’Alema, la domanda introduttiva di questo Forum è la più semplice, la più banale, la più inevitabile: dove siamo a questo punto?
«Noi siamo all'opposizione dove ci ha destinato il popolo italiano, nel socialismo europeo e nell'Ulivo».


E di qui, secondo te, dove andiamo?
«Il nostro problema è quello di creare le condizioni perché il centrosinistra sia in grado di riconquistare il governo del Paese alle prossime elezioni. Questo, naturalmente, comporta una riflessione sulle ragioni della sconfitta e un lavoro di medio periodo che consenta di sviluppare la nostra battaglia di opposizione avendo l'occhio alla costruzione di un'alternativa di governo. Non credo comunque che in questo momento dobbiamo avere degli assilli. Dovremo delineare al più presto, assieme ai nostri alleati, i caratteri dell'opposizione, ma poi avremo anche un po' di tempo per costruire una prospettiva alternativa. Non si deve sottovalutare tuttavia la capacità di tenuta della destra che ha una forza politica maggiore rispetto al 1994». Hai parlato di "medio periodo". Vedi un breve, un medio e un lungo termine delle scadenze? «Noi dobbiamo, anzitutto, consolidare la struttura dell'alleanza dandole anche una forma più organizzata, più stabile. Questo comporta un consolidamento delle strutture dell'Ulivo come casa comune. L'Ulivo non è proprietà privata di qualcuno, non è una terza «cosa» rispetto alle forze politiche che lo compongono. L'Ulivo deve essere il luogo dove ci si organizza insieme attraverso la rete dei comitati legati agli eletti o al collegio elettorale. Ci deve essere, poi, un raccordo, un coordinamento nazionale. Io sono anche favorevole a una sorta di federazione a livello parlamentare e all’organismo politico che si è costituito intorno a Rutelli. Poi c'è un processo parallelo che riguarda da una parte la Margherita e dall'altra noi che, attraverso un congresso e altre iniziative, dobbiamo rilanciare le ragioni, i fondamenti di una forza della sinistra europea in Italia. L'alternativa a Berlusconi è data da questo: i partiti più la coalizione».



Due cantieri aperti contemporaneamente, quindi?
«Senza dubbio. Sono anche previste delle scadenze: la Margherita si è data degli appuntamenti, sarà anche un processo di costruzione non semplice perché lì c'è un partito di antica tradizione, come quello dei popolari, e ci sono formazioni più nuove, anche culturalmente più aperte. Dall'altra parte c'è un processo politico che, dopo la sconfitta elettorale, mette in causa i Ds. Un processo che richiede lo sforzo di reimpiantare l’idea attuale di una forza del socialismo europeo che sia parte del centrosinistra in Italia e insieme la necessità di esprimere una nuova leadership. La debolezza dei partiti non può essere supplita dalla forza della coalizione. Berlusconi ha costruito un partito di massa che ha sedi,iscritti, passione, militanza. Mentre è la drammatica debolezza dei partiti a rendere meno competitivo il centrosinistra. E non sappiamo neppure se Berlusconi vorrà conservare questa legge elettorale. Costruire tutto sull'idea di un maggioritario uninominale senza partiti può essere molto rischioso. Quindi, dobbiamo consolidare la coalizione e, nello stesso tempo, rilanciare le forze politiche. La vicenda degli ultimi mesi ci ha consegnato un quadro più semplificato. C’è la Margherita, che è diventata la terza lista italiana, e anche a sinistra si è aperta la prospettiva di una ricomposizione, con l'impegno di Giuliano Amato. Mi pare che si vada verso una struttura della coalizione fondata su due partiti e sul movimento verde che ha una sua identità, difficilmente riducibile all'uno o all'altro. Si va, nella sostanza, verso un'area di sinistra di ispirazione riformista, socialista, europea e verso un'area liberaldemocratica con una fondamentale matrice di cattolicesimo democratico, ma non esclusivo, perché raccoglie anche forze laiche».



È necessario che l'opposizione abbia un leader? E come si arriva alla sua individuazione?
«Noi abbiamo un leader: è Rutelli. Lo abbiamo deciso con una procedura molto informale, ma a questo punto conta poco. Non credo che sia utile e necessario aprire una discussione. L'Ulivo, comunque, non ha mai risolto il problema di come si scelgono i leader. Ad un certo punto si è teorizzato che "l'Ulivo è una coalizione di centrosinistra a guida non Ds". Anche quella era una definizione di un criterio fondamentale di scelta del leader. Fu Arturo Parisi che usò questa espressione che rappresenta una concezione dell'Ulivo che io non condivido. Però adesso è inutile ritornare sul problema che, semmai, tornerà ad essere attuale nel momento in cui ci porremo il tema delle regole della coalizione. Ma allo stato delle cose abbiamo un leader che si è affermato come tale nel corso della campagna elettorale e intorno al quale abbiamo deciso di continuare a lavorare, pur essendo chiaro che ci sono più gruppi parlamentari, e che c'è una leadership plurale».



Hai detto che l'Ulivo non deve essere una terza «cosa» e che non deve essere di proprietà di nessuno. C'è, dunque, un equivoco da chiarire?
«C'è un'area di cittadini che si riconosce nell'Ulivo senza identificarsi in nessuna delle forze politiche che lo compongono. Questo è un valore aggiunto importante che, lo ripeto, può anche essere considerato come segno dell'incapacità dei partiti di centrosinistra di raccogliere il consenso di un'area di elettori. Questi elettori sono a tutto titolo parte dell'Ulivo insieme a quelli che si riconoscono nei partiti del centrosinistra. Dobbiamo evitare che l'Ulivo diventi un movimento che si affianca ai partiti. L'Ulivo è l'alleanza, non è un'altra cosa, altrimenti è inevitabile che si generi un conflitto. Dobbiamo strutturare l'Ulivo come una casa comune».



Perché l'Ulivo è stato sconfitto malgrado cinque anni di governo e perché i Ds sono arrivati al minimo storico?
«L'Ulivo ha perso anche perché non è stato in grado di fare una politica di alleanze simile a quella del ‘96. Nelle elezioni comunali, dove questa politica d’alleanza è stata fatta, il centrosinistra ha vinto. Nelle comunali, quindi, ha vinto il Centrosinistra e non l'Ulivo. È un concetto. Non voglio essere polemico, ma la retorica non può nascondere i dati della realtà, altrimenti l'analisi si fa male. C'è, quindi, un aspetto che riguarda la strategia elettorale del centrosinistra che nel 1996 risultò vincente indipendentemente dai rapporti di forza nel Paese. Allora si realizzò il massimo di coalizione elettorale e si favorì una divisione delle destre. Oggi la situazione è molto più mossa, perché nel maggioritario Berlusconi non è riuscito a raccogliere tutto quello che si proponeva. L’eterogeneità delle destre ha reso molto difficile l’obiettivo di coagulare i consensi sui singoli candidati: dove c'era il candidato di Forza Italia o, in particolare, quello di An, una parte dell'elettorato leghista non ha votato. Quali siano le ragioni della mancata capacità di espansione del centrosinistra è un problema serio di riflessione. Dissi al convegno di Frascati della Fondazione italianieuropei quali erano le ragioni per cui ritenevo che il centrosinistra rischiasse di perdere le elezioni. Legate soprattutto a una difficoltà dell'Ulivo a dare una risposta ad alcune fondamentali esigenze di innovazione sociale, istituzionale e del sistema politico italiano. Noi, pur avendo governato bene in questi anni, ci siamo, tuttavia, arrestati sulle soglie di radicali riforme capaci di portare a compimento la transizione nel nostro Paese. E siamo ancora alle prese con questo grande tema di un nuovo patto sociale funzionale alla crescita, allo sviluppo, alla competitività. Berlusconi ha vinto anche perché ha convinto una parte degli italiani che se si rimuovono gli ostacoli che il conservatorismo sociale, lo "statalismo" della sinistra frappone, staremo tutti meglio. A mio giudizio il centrosinistra paga il prezzo di un'insufficiente opera di innovazione. E dentro questa sconfitta c'è anche una perdita di ruolo, una difficoltà di protagonismo della sinistra che, per sua natura, è una forza innovatrice. E poi non c'è dubbio che noi abbiamo affrontato questa campagna elettorale in un particolare vuoto di profilo, di leadership, di identità. La Margherita, oltre ad essere parte della coalizione, era anche un progetto politico e ha avuto una sua capacità di attrazione. Noi, invece, siamo apparsi la principale struttura di servizio della coalizione. La qual cosa, poi, ha rappresentato un merito perché l’Ulivo ha retto anche perché c'è stato questo servizio».



Parlavi del partito di massa, perché i Ds non lo sono più?
«Io credo che noi abbiamo sviluppato in modo insufficiente il problema di una nuova identità. L'Ulivo è un'alleanza, non è l'identità del nostro Partito. Un partito è una comunità di persone unita da valori comuni che hanno un forte fondamento etico-politico. Io penso che i valori che identificano oggi una grande forza della sinistra in Italia non possono che essere quelli del socialismo europeo e internazionale. Per questo bisogna ricollegare la sinistra italiana ad un movimento mondiale che si misura con la lotta per l'eguaglianza, la pace, i diritti, che fronteggia la globalizzazione non opponendosi, ma cercando di governarla. Sono problemi che investono allo stesso tempo le forze della sinistra europea e il movimento sindacale, soprattutto dove, come in Italia, questo ha radici forti e una classe dirigente autorevole e in grado di dare un contributo significativo di idee e di proposte. Si dice che l'idea di creare in Italia un Partito socialista europeo è un'idea vecchia e bisogna creare qualcosa di nuovo. Io credo che non esista un partito la cui identità sia semplicemente sospesa verso il nuovo. Non esiste perché non ha un ubi consistam, non ha una ragione di stare insieme».



Da una parte c'è il dibattito congressuale dei Ds. Dall'altra Giuliano Amato e il suo percorso verso il Partito socialista europeo, Sono due linee che confluiscono o linee parallele? Come si raccordano?
«Io ho lavorato molto in questi anni per costruire in Italia una forza del socialismo europeo. Naturalmente so bene che questo discorso si presta ad una serie di obiezioni banali. Si dice, ad esempio: "il Socialismo europeo è costituito da forze in movimento, non è un'identità statica". Blair, nell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera a proposito del New Labour dice che “è un partito socialdemocratico” e una forza proiettata verso l'innovazione, ma non ha dubbi sulle sue radici. E, come dimostra il risultato di ieri, questa matrice si è confermata una chiave del suo successo. D’altra parte, non c'è nessuna democrazia europea in cui il sistema di alternanza non veda la presenza di una forza socialista. Questa è stata a lungo un'anomalia dalla quale l'Italia deve uscire e che ha costituito una debolezza per il paese. E penso che questo progetto di costruzione in Italia di una forza del socialismo europeo deve avere più protagonisti. Non soltanto quelli che vengono dal Pci, ma anche - a maggior ragione - quelli che vengono da altre storie come i socialisti, la sinistra cristiana, i laici. Sono stato io a pensare che Giuliano Amato potesse essere un interlocutore di questo processo ed ho costituito con lui una Fondazione culturale a questo scopo. Poi l'ho anche invitato a tornare ad impegnarsi nella vita politica, nominandolo ministro del mio governo. E via via la cosa ha preso forza. Certo, io auspico che tutto questo converga in una prospettiva comune, per la quale lui stesso lavora».



Hai detto che il tuo errore politico più grave è stato quello di caricarti progressivamente l'immagine di avversario dell'Ulivo...
«Di consentire che si facesse questa operazione politica...».



Questo problema si sta riproponendo in questi giorni. Non credi che la sfida dell'egemonia della sinistra, più che essere proclamata, debba essere conquistata in concreto anche per evitare semplificazioni del tipo via Rutelli avanti un altro?
«Io non ho teorizzato l'egemonia. Certo, noi abbiamo guidato il processo di aggregazione del centrosinistra in Italia, per una fase. Io sono stato segretario di un partito che veniva dalla sconfitta del '94. A partire da quella esperienza sostenemmo che bisognava costruire una coalizione che doveva avere una forma nuova e che non poteva essere una pura sommatoria di partiti. Su questa base abbiamo promosso insieme con altri la nascita dell'Ulivo, abbiamo indicato Prodi, abbiamo vinto le elezioni del ‘96, siamo andati al governo del Paese. Dopodiché c'è stata la nota vicenda che ha portato alle difficoltà di questi anni e alle ultime elezioni del 13 maggio. Ho portato la sinistra per la prima volta al governo di questo Paese, lo rivendico. Ho svolto per un certo periodo, secondo una larga opinione in modo dignitoso ed efficace, la funzione di capo del governo. Anche se una parte del nostro partito, sbagliando, vorrebbe rimuovere questo dato di fatto. Detto questo, la società italiana è alle prese con una grande trasformazione. Ebbene, qual è il nodo con cui oggi il riformismo si misura in ogni parte del mondo? È quello del rapporto tra globalizzazione, competitività e modelli di coesione sociale. In Europa la forza che si misura con questa sfida è il socialismo europeo. La società italiana dovrà misurarsi con questa grande sfida e le risposte non sono possibili su scala nazionale, ma su scala europea, mondiale. Quando io mi pongo il problema di un rapporto tra l'Ulivo ed il socialismo europeo, non pongo l’esigenza di una nostra egemonia organizzativa. E francamente sono stanco che si rappresentino le mie opinioni politiche come se alludessero sempre a un problema di potere. Io oggi non occupo alcun posto di potere e ho dimostrato con le mie azioni di essere nel panorama politico attuale tra i meno avvinti a logiche di questo tipo. Pongo invece un grande problema ideale: cioè, se l'Italia vuole affrontare questa sfida, non può che affrontarla in un contesto europeo e mondiale. E in Europa il campo di forze che si misura con questo problema è il socialismo europeo. Non è una mia opinione ma la realtà. Noi, dunque, se non vogliamo fare un Congresso su noi stessi, dobbiamo dire che il nostro compito è quello di rappresentare un ponte tra l'Ulivo e il socialismo europeo. L'Ulivo è la forma che ha in Italia lo schieramento riformista di centrosinistra. Ma perché l’Ulivo possa vincere è essenziale il rapporto con il riformismo europeo, che è soprattutto riformismo di matrice socialista. Anche Rutelli si pone il problema di un rapporto con il socialismo europeo. Con chi discute se non va a discutere con i leader dell'Europa democratica? Gli altri sono conservatori. I leader riformisti, e l'Europa democratica, sono i socialisti, i socialdemocratici, i laburisti, coloro che fanno parte di quella famiglia politica. E non possiamo dimenticare questo orizzonte, non possiamo chiuderci in un provincialismo che non contiene risposte ai nostri stessi problemi».



Nel gruppo dirigente Ds c'è un problema di crisi di solidarietà o ci sono semplicemente visioni diverse?
«Quando ero presidente del Consiglio perdemmo le elezioni regionali e si disse che questo era avvenuto perché non c'era l'Ulivo e perché avevo politicizzato troppo la campagna elettorale. Io mi dimisi da capo del governo, mi presi tutte le responsabilità mentre si poteva discutere a lungo delle ragioni di quella sconfitta. Lo feci per favorire la ricomposizione dell'Ulivo e anche la ricerca di una nuova leadership. È passato un anno. Ma dopo un anno abbiamo perso le elezioni e il giorno dopo sento dire che è sempre colpa mia. Trovo questa, per lo meno, una manifestazione di mancanza di fantasia. Anziché affrontare grandi questioni si finisce per preferire la scorciatoia di una demonizzazione personale. Non è un caso che all'indomani delle elezioni si scateni la campagna del Corriere della sera sul complotto che ha battuto il governo Prodi. Non considero questa una coincidenza».



La discussione che si sta avviando è molto dura. Il Foglio parla addirittura di scissione dei Ds...
«È una stupidaggine. Abbiamo avuto defezioni di alcune personalità del nostro partito perché i Democratici furono costituiti esplicitamente con una idea di competizione elettorale nei nostri confronti. Una visione della Margherita proiettata più alla competizione elettorale con noi che non a conquistare i voti al centrodestra, la considero pericolosa non per noi, ma per il centrosinistra. Un’idea della Margherita, cioè, che è il nuovo dell’Ulivo mentre i Ds sono il vecchio. È chiaro che non c'è una rigida, schematica divisione del lavoro, però è evidente che ci deve essere una emulazione sul terreno dell'innovazione. Ma l'obiettivo non può essere quello di indebolire i Ds, come il nostro obiettivo non può essere quello di indebolire la Margherita. Attenzione: se ci muoviamo in un'ottica di questo tipo la somma alla fine sarà quella di avere una vittoria del centrodestra. Dopo le elezioni europee, dopo la crisi del governo Prodi, io avviai uno sforzo di ricomposizione: arrivammo alle elezioni regionali con un governo di cui i democratici erano una parte organica. Quando, dopo le regionali, io passai il testimone quel processo era già iniziato, si avviò la ricostituzione dell’Ulivo e Cossiga uscì dalla maggioranza. Oggi non dobbiamo tornare a quel tipo di competizione e credo che nessuno voglia promuovere una scissione del nostro partito. Io sono per fare una discussione serena che muova da una analisi della società italiana. È chiaro, però, che una campagna di demonizzazione verrebbe vissuta da una parte del partito non come l'attacco ad una persona per la quale si può provare simpatia o meno, ma come l'attacco ad una persona che rappresenta l'autonomia della sinistra e una visione non subalterna della sinistra. Il risultato sarebbe uno scontro congressuale drammatico. Io non lo voglio».



Hanno ragione i giornali che scrivono che vorresti eleggere il segretario subito, prima dell’estate?
«Io ho detto questo: se si vuole fare un congresso che comporti un approfondimento serio, uno sforzo comune di elaborazione, il coinvolgimento di personalità esterne al nostro partito ma interessate al futuro della sinistra, questo richiede del tempo ed è un lavoro difficilmente compatibile con un congresso che avrebbe al centro, essenzialmente anche se non esclusivamente, il rinnovo del gruppo dirigente e la scelta del nuovo segretario. Per questo, preoccupato per una situazione del partito che considero seria, ho suggerito l’ipotesi di eleggere subito un segretario, con un atto unitario, per andare poi al congresso straordinario nel giro di sette, otto mesi. Un congresso a quel punto preparato con maggiore cura e in un clima meno teso. È’ ovvio che questa proposta ha un senso solo se registra una volontà e uno spirito unitari e dunque se viene assunta collegialmente. Quello che non si capisce è come si sia potuto fare filtrare ai giornali un’ipotesi di questo genere dipingendola come un colpo di mano di D’Alema».



Ma se si arriverà, come è possibile, al congresso, tu hai in mente chi dovrà essere il segretario dei Ds?
«C’è uno statuto che prevede l’indicazione del segretario da parte delle mozioni. E dunque, quando si porrà il problema lo affronteremo nel solo modo possibile, con una scelta collegiale dei firmatari della mozione. Le personalità in grado di svolgere questo compito non mancano e io, personalmente, ho già detto di vedere in Piero Fassino una figura che per formazione, cultura e spessore può rappresentare una soluzione forte e autorevole».



È possibile una alleanza con Rifondazione iniziando adesso e non sotto le elezioni? L’operazione che ha fatto Berlusconi con la Lega è cominciata molto tempo prima della scadenza elettorale...
«Sarebbe sbagliato adesso trarre dal risultato elettorale la conseguenza principale che bisogna riaprire un dialogo con Rifondazione e tornare al fronte delle sinistre. Questa operazione favorirebbe Berlusconi. Dobbiamo rilanciare il progetto riformista dell’Ulivo a cui deve concorrere una forza di ispirazione socialista europea assieme ad altri. Intanto penso che il dialogo con Rifondazione e con tutte le forze di opposizione debba farlo l’Ulivo. Per noi è essenziale che rimanga in campo un centrosinistra che compete per il governo e che sfida il governo Berlusconi sul terreno di un’innovazione sociale rispettosa dei diritti. Noi, come partito, corriamo due rischi. Uno è un riflesso identitario di arroccamento a sinistra, l'altro è quello di una idea che in fondo in questo Paese ci può essere una alternativa riformista anche senza la sinistra. Un’idea dell’Ulivo come luogo in cui evapora la tradizione, l'identità della sinistra italiana. Ritengo, come si sarebbe detto una volta, che noi siamo necessari al Paese e credo che noi dobbiamo tenere la frontiera della sfida di governo con la destra che certamente non è in questo momento fondamentalmente la frontiera del dialogo con Rifondazione. Dialogo sì, quindi. Ma di un centrosinistra riformista, moderno, unito con Rifondazione e con altre forze di opposizione».



Non ritieni che ci siano stati segnali negativi nei confronti dell'elettorato e degli iscritti Ds da parte dei gruppi dirigenti? Mi riferisco all'ultima campagna elettorale nella quale tu non eri candidato nella quota proporzionale sotto il simbolo della Quercia e il segretario concorreva per il Campidoglio. E penso al referendum sul maggioritario...
«Non sarebbe cambiato nulla se fossi stato candidato nel proporzionale in Puglia. La mia scelta semmai ha dato maggiore visibilità alla sinistra: ha creato una sfida, ha reso evidente che Berlusconi era molto contento di cacciarmi dal Parlamento... io lo sapevo già. L'aggressione da parte della destra la trovo comprensibile, quella da parte della sinistra o di settori del centrosinistra è fonte di amarezza. A me non fu chiesto di guidare la campagna elettorale del partito: questa critica mi è stata rivolta da autorevoli membri della segreteria. Avrebbero potuto anche dire: guida tu la campagna elettorale; oppure: non candidarti neanche nel maggioritario, ti presentiamo in due, tre circoscrizioni. A me non è stato chiesto, quindi non mi si può rimproverare di non averlo fatto, sarebbe stato un colpo di stato. Detto questo, non conosciamo i propositi della maggioranza di centrodestra sulla legge elettorale. Una competizione imperniata sul maggioritario uninominale per loro non è vantaggiosa, quindi è un problema aperto. Però credo che se il sistema politico italiano continuerà a evolvere nel senso del bipolarismo non è affatto detto che i partiti debbano necessariamente occupare uno spazio nelle istituzioni. Io mi sono battuto per il referendum: non vedevo male l'idea che andassimo alle elezioni come Ulivo, se ci fosse stato solo il maggioritario, e nello stesso tempo organizzarci nella società anche come partiti. Questo è un tema al quale abbiamo dedicato pochissimo impegno. Chiediamoci che cosa sia oggi un moderno partito di massa. Noi non siamo più un partito di massa, ma non siamo neanche un partito di quadri: siamo un po’ i resti di un partito di massa. È il caso di ripensare alla capacità di rappresentare interessi, culture, chiedersi se oggi il partito non debba concepirsi come lo snodo di una rete di forme di presenza, di associazioni, fondazioni. Quando ho detto questo qualcuno scrisse: "D'Alema vuole sostituire le fondazioni ai partiti", e si aprì una polemica micidiale e stupida».



Che opposizione sarà? Come la definiresti?
«L'opposizione innanzitutto deve essere sempre proporzionata a quello che fa il governo. Se dovessi usare un aggettivo, l’opposizione deve essere appunto “proporzionata”. Ci sono alcune questioni preliminari poste in modo efficace da Rutelli e Fassino: il tema del conflitto di interessi e della libertà dell'informazione, del pluralismo dell’informazione televisiva. Io ne vedo un terzo, cioè il modo in cui il governo intende impostare il suo rapporto con le forze sociali. Abbiamo avuto governi in Italia, che in modi diversi, sono stati arbitri del conflitto sociale, mai governi che siano stati il braccio secolare di una parte sociale. L'opposizione dipenderà dal modo in cui Berlusconi si posizionerà rispetto a queste tre grandi questioni, oltre che dal rispetto di alcune regole fondamentali nella composizione del governo. Se noi non avessimo su questi punti risposte rassicuranti, partiremmo in una condizione di aspra contrapposizione. Ma per responsabilità loro, non perché noi decidiamo prima che l'opposizione debba essere dura: questo atteggiamento sarebbe sbagliato. L'opposizione deve essere propositiva. L'opposizione deve mantenere quel profilo di alternativa di governo che è proprio di una coalizione che ha governato l'Italia».



La Bicamerale è fallita; e adesso di riforme istituzionali non se ne parla più. Una delle intenzioni che viene attribuita a Berlusconi è quella di creare le premesse per una sorta di Repubblica presidenziale: tra l'altro, An dentro la maggioranza fa il tifo per questa ipotesi. Come intendete muovervi? Lascerete che la maggioranza prenda l'iniziativa o tenterete di aprire un altro tavolo?
«È un problema molto delicato; io resto convinto che le riforme costituzionali siano una necessità per il Paese, e comportino un terreno di opzioni condivise. Il che non vuol dire essere d'accordo tutti su tutto: non fu così nella Bicamerale. Ci fu un confronto di posizioni, votazioni, scelte estremamente contrastate, anche se alla fine la Bicamerale si concluse con un accordo. La Bicamerale non fallì, concluse i suoi lavori con un progetto organico di riforma della Costituzione votato dall'85% delle forze politiche. Poi Berlusconi cambiò idea e quella stessa riforma che lui aveva votato in Bicamerale fu bloccata dal Polo nel passaggio all’aula di Montecitorio. Si votò solo sul federalismo, tant'è che questa riforma il centrosinistra l’ha portata avanti fino alla approvazione della legge costituzionale, battendo l’ostruzionismo del Polo. Ora si va al referendum e ci dobbiamo impegnare a fondo in questa battaglia politica. Resto convinto che l’Ulivo allora avrebbe dovuto reagire duramente, far pagare a Berlusconi e al Polo un prezzo invece che lasciare che alcuni criticassero chi quel tentativo aveva voluto e condotto». 



In conclusione come riassumeresti la prospettiva per l’Ulivo e per la sinistra?
«Se noi affrontiamo bene e con intelligenza questo passaggio, possiamo uscirne positivamente. Alla fine possiamo avere una coalizione più ordinata, più unita, meglio organizzata: non sono pessimista per il futuro. Ma dobbiamo stare attenti a non fare una discussione distruttiva, altrimenti rischiamo di uscirne drasticamente ridimensionati. Il risultato elettorale ci consegna una situazione in movimento. È vero, Berlusconi ha vinto. Non è più un caso anomalo, ha avuto l'intelligenza di capire che per governare un Paese come l'Italia bisogna essere in Europa e ha portato Forza Italia nel Partito popolare europeo. Questo, senza dissipare i dubbi che ci sono su di lui, gli dà una forza che non aveva nel 1994 e rende la sfida più complessa. Parlo di un tempo medio in cui la partita si giocherà sulla nostra capacità di fare opposizione e di preparare un'alternativa di governo. Il problema vero è tenere in piedi l'unità della coalizione, evitare che questa si divida in una rissa. Io non intendo concorrere a un'operazione di questo genere. Se una volta vorremo riflettere seriamente, bisognerà fare una ricostruzione di questi anni attenta veritiera e non demonizzante. Ma dobbiamo soprattutto guardare al futuro, non disperdere il nostro patrimonio di esperienze e di personalità. Dobbiamo creare un habitat che incoraggi nuove forze a venire con noi, anche perché la prospettiva è aperta. Non siamo all'inizio di un periodo oscuro, ma all'inizio di una fase di riflessione, di lotta politica, di elaborazione. È una sfida difficile, ma abbiamo tutte le carte per riaprire la prospettiva di una sinistra di governo in Italia».


l'Unità
9.6.2001


Il bipolarismo vincente e i progetti di Amato

di Luciano Cafagna

Il bipolarismo si è veramente affermato, nel nostro sistema politico, con le elezioni del 14 maggio? Molti lo dicono, anche a sinistra, con qualche compiacimento che sembra quasi lenire, in parte, l’amarezza della sconfitta. Ma è vero, che il nostro sistema politico si sia finalmente assestato sul quel moderno bipolarismo cui l’elettorato italiano sembra aspirare dopo la fine del comunismo ? E’ vero solo in parte. Una maggioranza vincente abbastanza compatta sembra esserci, con buoni margini di eletti in Parlamento da poter governare senza timori di ‘ribaltoni’ dovuti a ‘tradimento’ di singoli o gruppetti . E sembra esserci un’altra importante condizione: l’elettorato che ha espresso questa maggioranza non ha una estensione schiacciante, e, pertanto, virtualmente - sottolineo il ‘virtualmente’ - conserva una piena capacità numerica di esprimere, in future elezioni, una maggioranza diversa.

Non c’è, insomma, un clima da ‘partito unico’. Un buon sistema politico democratico moderno è quello nel quale l’elettorato tende a dividersi a metà e il sistema elettorale permette, però, alla parte, sia pur di poco, maggiore, di governare con un buon controllo della situazione parlamentare. Nonostante i dubbi sulle imperfezioni della legge elettorale, questa, tutto sommato, almeno ‘tecnicamente’, sembra aver funzionato. Voglio aggiungere che le elezioni amministrative del 14-21 maggio hanno, dal canto loro, rafforzato l’indicazione di una capacità dell’universo elettorale, in determinate condizioni, di esprimere maggioranze diverse da quella parlamentare. A Roma, Napoli, Torino, e altrove, questo è accaduto. E quel che è accaduto a Roma, Napoli, Torino mostra che in questo paese può esservi un buon bilanciamento democratico dei poteri, garanzia contro ogni prevaricazione.

Perché allora dico che l’affermazione secondo la quale il bipolarismo si sarebbe finalmente affermato da noi è vera ‘solo in parte’? Perché, se esiste una maggioranza in grado di governare, non è ancora chiaro se esista una minoranza in grado di svolgere una opposizione sufficientemente compatta e sufficientemente efficace da potersi presentare all’elettorato come veramente alternativa. E se questo non si verifica il sistema bipolare continua ad essere ‘imperfetto’. Nella precedente legislatura l’imperfezione c’era ma era simmetrica. Lamentavamo le sconnessioni e debolezze del centro-sinistra, ma vedevamo e sapevamo che quelle del centro-destra erano maggiori. Molti dicevano - lo fece lo stesso D’Alema a Gargonza - che questo era, paradossalmente, uno dei punti di forza del centro sinistra. “Se Atene piange - dicevamo - Sparta non ride”. A un certo punto, però, Sparta si è messa a ridere piuttosto soddisfatta. E invece Atene piange ancora. E piange pure più forte.

Una democrazia bipolare, una democrazia dell’alternanza, non può considerarsi completa se uno dei due poli resta solo virtuale, e non mostra di essere in grado di sfuggire alla condanna di una mera virtualità. La situazione, nel nostro sistema politico, è, da questo punto di vista, nettamente peggiore che nel 1996. Nel 1996 non solo il Polo della Destra aveva le ossa un po’ rotte dalle divisioni, e da una molto malsicura prova di governo, ma il Centro-sinistra, dal canto suo, pareva aver trovato un buon equilibrio interno - dopo l’illusione egemonica occhettiana della “gioiosa macchina di guerra” - intorno a Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, in una struttura di coalizione armonica, senza egemonismi, in cui una pluralità di componenti accettava la missione del risanamento economico, dell’ingresso nella nuova Europa monetaria, del riordinamento industriale, della riforma del sistema politico italiano. Il centro sinistra si presentava con uomini e idee all’altezza di questa missione, il centro destra, con tutta chiarezza, no. E ciò persino a una parte non secondaria del mondo delle imprese. Sappiamo quel che è accaduto dopo.

Persino il grande successo dell’entrata della lira nell’Euro non ha ricevuto valorizzazione politica. Gli ‘eroi’ di quella brillante operazione furono straordinariamente premiati - Prodi a Bruxelles, Ciampi al Quirinale - ma tolti di mezzo rispetto alla guida dell’esecutivo, il cui volto - di fronte alla opinione pubblica - cambiò così radicalmente. Un partito post-comunista, solo velleitariamente trasformato, volle assumere, un po’ prematuramente, la guida diretta del paese: non era pronto lui, e non era pronto il paese. Le elezioni regionali della primavera 2000 aprirono nel paese un nuovo stato di crisi. E aprirono una crisi nel centro-sinistra. Il partito post-comunista cominciò una zoppicante marcia all’indietro, terminata con la sponsorizzazione e benedizione di una nuova leadership centrista, quella di Francesco Rutelli. Ma altro era avanzare ed evolversi nel 1996 dietro gli autorevoli Prodi e Ciampi e la loro missione (“nazionale” avrebbero detto Togliatti e Amendola) altro ‘abdicare’ da un trono a favore di un giovane principe ereditario, freddo e risoluto a non mollare l’osso. (Non lo mollerà neanche a Prodi, quando questi tornerà da Bruxelles, si può starne sicuri).

Oggi il centro-sinistra è sconfitto, ma è anche bicefalo. Ha due leader, parimenti duri e tenacissimi, Massimo D’Alema, apertamente tornato alla ribalta, e Francesco Rutelli, che ha tutta una vita davanti a sé e non perde occasione per farlo capire. Tutti e due intelligenti, sia pur di diversa intelligenza, e di lodevole ambizione, ma in misura forse eccessiva ed esplosiva. Il risultato del 14 maggio è stato dunque per la sinistra una doppia sconfitta: ha perso il governo e ne è uscita spaccata, forse frantumata. Ci sono due partiti di media dimensione, i DS e la Margherita rutelliana. E, nonostante la loro dimensione media, anch’essi piuttosto disuniti al loro interno. Sono disuniti, ciascuno, da due fattori : l’idea della propria funzione e la disponibilità-indisponibilità a una leadership interna forte e prepotente. I democratici di sinistra sono combattuti fra l’idea di una ‘specializzazione a sinistra’ e quella di un partito di centro-sinistra a tutto campo. I gruppi della Margherita paiono incerti fra una specializzazione da ‘partito cattolico di sinistra’, o da partito di centro sinistra con monopolio sul centro, quando non coltivino - come forse Rutelli - l’idea di un grande personalismo unitario speculare rispetto a quello di Berlusconi. Ce ne è di che ridursi reciprocamente a brandelli.

Può esservi, in questo stato di fosche divisioni, uno spazio per iniziative veramente unificanti? Potrebbe esserlo la campagna avviata nel paese da Giuliano Amato? Il suo obiettivo sembra quello di arrivare ad una vera formazione socialista maggioritaria di centro-sinistra di stampo europeo, la cui mancanza è la maggiore anomalia del sistema politico italiano. Questa anomalia è chiaramente l’eredità di quella che caratterizzò gli anni 45-89 della nostra storia: la presenza, da noi, del più forte partito comunista dell’occidente. Era un partito dotato di molte proprie peculiarità, ma era pur sempre un partito comunista, per collocazione internazionale, diffidenze da cui era circondato, ampiezza delle aree massimalistiche di base, e, forse soprattutto, per la struttura disciplinare interna.

Dopo l’89, questo partito, come ben si sa, anche a prezzo di una scissione a sinistra, ha imboccato il cammino della socialdemocratizzazione. Ma certe cose non si possono improvvisare storicamente. Le socialdemocrazie europee maggioritarie hanno una lunga tradizione, una cultura che si è forgiata nella difesa dal comunismo e nella polemica contro il comunismo: non nascono da una conversione di comunisti che, inevitabilmente, quando accade, risulta di ineguale, a volte ‘inegualissimo’ livello. In molti casi è maturata da tempo, in molti altri è avvenuta per causa di forza maggiore, a denti stretti, con permanenza di stimmate culturali difficilmente eliminabili.

Giuliano Amato ripropone oggi il cammino della ‘Cosa Due’, finito nelle secche già qualche anno fa? Molti lo sospettano o lo temono. Non è certamente l’intenzione di Amato, che, quando, al tempo della “Cosa Due” capì il sostanziale fallimento della operazione - un ennesimo, sia pure in condizioni ambientali un po’ mutate, assorbimento di ‘indipendenti di sinistra’ di stile ‘comunistissimo’’ - si tirò indietro opportunamente. Non avrebbe oggi alcuna ragione di mutare convinzioni e atteggiamento. Ma a quali condizioni potrebbe oggi avere reale successo un grande tentativo unitario a sinistra? Le circostanze nelle quali questo tentativo può essere fatto sono quelle che ho sopra sommariamente descritto. Non si può non tenerne conto. Su queste premesse, e senza eluderle, se ne deve discutere. Perché è vero e innoppugnabile che uniti si può vincere, ma divisi certamente si perde.

da Caffè Europa
6 giugno 2001


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