Per la costituzione dei comitati per la sinistra riformista

Le riviste della sinistra riformista - La ragioni del socialismo, Mondoperaio, Reset - raccolgono l'appello di Giuliano Amato per una costituente che si proponga di fondare, con spirito unitario e stile democratico, un partito socialista di impronta europea, a schietta ispirazione riformista e a vocazione maggioritaria. Costituente e partito sono oggi indispensabili se si vuole superare lo stato in cui si trova la sinistra italiana, con i ritardi accumulati, le divisioni profonde le sconfitte anche recenti.
Condividendo l'iniziativa di Amato, le tre riviste si impegnano a sviluppare un ampio e sereno confronto di opinioni che coinvolga, in ogni parte del paese, tutte le forze della sinistra e che si orienti essenzialmente sui contenuti di un programma riformista all'altezza dei tempi, alla stregua di quanto sono venuti facendo i grandi partiti del socialismo europeo. Questi, facendo leva sulla forza maggioritaria della propria tradizione, hanno saputo realizzare aggiornamenti e revisioni che permettono loro di presentarsi come dimora poilitica delle correnti innovatrici dei propri paesi, coprendo, con chiarezza di orientamenti, l'intero arco di quello spazio politico che viene generalmente definito di "centro-sinistra".
In Italia, una storia molto peculiare, che pure ha vissuto periodi di alto valore, ha seminato equivoci ideologici, fratture, sfaldamenti di intere organizzazioni partitiche, e infine ha portato a una situazione di estesa frantumazione. Differenze di opinione, che altrove convivono in una struttura politica aperta all'interna diversità, generano da noi moltiplicazione di centrali politiche; inoltre si partecipa alle contese elettorali in forme indipendenti e reciprocamente ostili, pur in presenza di un sistema prevalentemente maggioritario. La fisionomia che è riuscito a darsi l'insieme delle forze del centro-sinistra in Italia è stata quella di una coalizione, l'Ulivo, e non di un soggetto politico unico. Né l'unità di direzione nella persona del leader è riuscita, finora, a fare da vero amalgama. Il problema della leadership è stato, anzi, fattore di incrinature ulteriori, sia fra i partiti della coalizione, sia all'interno di essi. Oggi la coalizione appare silenziosamente ristrutturata in due simboli aventi un seguito di dimensioni quasi uguali.E inoltre, e soprattutto, appare priva di una solida missione politica unitaria.
L'importanza della coalizione - l'Ulivo - non può essere messa in discussione. Senza un largo schieramento non si può affrontare la competizione politica in un sistema maggioritario. E' improbabile, tuttavia, che la coalizione possa trasformarsi, nelle condizioni attuali, in un partito unitario o in qualcosa che gli somigli.
L'iniziativa di Amato mira a portare a compimento la formazione di un partito "del socialismo europeo", non più ex-comunista o annessionista, ma diretto in modo nuovo e , soprattutto, impegnato in un'opera seria di rinnovamento politico e culturale riformista. Un impegno di rinnovamento culturale e un nuovo stile di direzione politica sono le uniche garanzie di una convivenza, entro l'Ulivo, di forze aventi origine diversa, ma capaci di dialogare in modo costruttivo e di tendere verso obiettivi più solidamente unitari. Se l'altra parte dell'Ulivo tenterà poi di darsi, a sua volta, una più marcata identità di un riformismo di altre origini culturali, questo - nell'ipotesi di successo dell'iniziativa che stiamo qui sostenendo - darà luogo non ad una divisione di aree, o a una specializzazione fra chi sta più a sinistra e chi sta più al centro, ma soltanto a una più utile gara fondata su idee, valori e stile di azione politica.
Ecco le ragioni dell'iniziativa. Perciò le tre riviste l'appoggiano con convinzione, e chiedono a tutti coloro i quali la condividono di promuovere un ampio confronto e di aderire ai comitati che la sostengono.

Luglio 2001


IL CONSIGLIO DELL'INTERNAZIONALE SOCIALISTA A LISBONA 

In occasione del 50° anniversario della sua ricostituzione si è tenuto a Lisbona il 29 e il 30 giugno scorsi il Consiglio dell’Internazionale socialista alla presenza di oltre 400 delegati provenienti da ogni parte del mondo. Il tema principale della discussione è stato “La socialdemocrazia oggi nel mondo”. Si è inoltre discusso del protocollo di Kyoto e della situazione ambientale; sulle iniziative per la pace in Medio Oriente e per la risoluzione dei conflitti in Africa; della globalizzazione e dei progetti di riforma del WTO. Su ogni tema all’ordine del giorno sono state approvate delle risoluzioni.

I DOCUMENTI

Sulla questione ambientale l’Internazionale socialista sostiene la ratifica del protocollo di Kyoto ed attacca la posizione assunta dall’amministrazione americana dopo l’elezione di George Bush. Il protocollo deve essere approvato senza alcuna concessione che ne indebolirebbe i contenuti e assicurare che tutti gli obiettivi di salvaguardia dell’ambiente siano rispettati. L’internazionale deve svolgere un attivo ruolo di stimolo, principalmente nei paesi dove forze socialiste sono al governo. In particolare i paesi sviluppati devono attuare da subito una riduzione dell’emissione di gas a effetto serra e dare il loro contributo ai paesi in via di sviluppo perché questi abbiano la forza necessaria per porre in atto delle politiche economiche che abbiano come priorità la difesa dell’ambiente. Tutto questo attraverso un sostanziale trasferimento di tecnologie e di risorse economiche che permetta ai paesi più poveri di ridurre le emissioni nocive. Passaggio fondamentale è ritenuto la conferenza di Johannesburg sullo sviluppo durevole che si terrà nell’autunno del 2002, a dieci anni da quella di Rio.
Per quanto riguarda la globalizzazione l’Internazionale afferma che fino ad oggi essa è stato un processo irregolare ed ineguale e che numerose persone, soprattutto nei paesi in via di sviluppo rischiano uno stato di povertà prolungato, se non permanente. Il WTO è l’organizzazione che ha le maggiori capacità di gestire gli aspetti della globalizzazione relativi al commercio ed alla distribuzione della ricchezza anche a favore delle popolazioni marginali. Ma per attendere a questo compito il WTO necessita di una radicale riforma , che lo faccia divenire un forum per la progressiva liberalizzazione degli scambi, con delle regole accettate dal sistema commerciale internazionale, anche per la risoluzione dei conflitti; tutto questo in collaborazione con altre organizzazioni internazionali che si occupano sia delle questioni economiche e commerciali (Banca mondiale), che con quelle che si occupano di cultura, ambiente e lavoro. Il punto fondamentale, già fatto proprio dall’Unione europea deve essere quello di garantire il migliore accesso ai mercati mondiali ai prodotti industriali ed agricoli dei paesi in via di sviluppo. 
Per quanto riguarda la risoluzione dei conflitti in Africa, l’Internazionale si impegna a convocare un seminario di esperti che studi le cause delle guerre ed a dotarsi di un gruppo di mediatori internazionali che cerchi di condurre le parti in causa ad aprire un dialogo. Inoltre chiede che si accrescano i mezzi per la prevenzione (attraverso l’educazione e l’appoggio istituzionale ai processi di democratizzazione), la gestione (facilitando il dialogo fra le parti in causa) e la risoluzione (tramite finanziamenti per la messa in opera degli accordi stipulati) dei conflitti.
E’ stata infine approvata una dichiarazione “50 anni di solidarietà”, in cui si legge tra l’altro che i compiti principali oggi della socialdemocrazia sono: 
· Indirizzare la globalizzazione, in senso democratico, combattendo la concentrazione della ricchezza, la persistente povertà, l’ineguaglianza, il degrado dell’ambiente,
· Investire nelle capacità e nel talento degli uomini e delle donne, in particolare nel campo dell’educazione e della sanità. Questo rappresenta il modo migliore di assicurare che lo sviluppo sia equo e di conseguenza durevole.
· Trattare specificamente le più gravi forme di ingiustizia. L’Internazionale si impegna in quattro campagne (la lotta contro la povertà in Africa, l’annullamento del debito dei paesi poveri, arrestare la fine della violenza contro le donne, l’abolizione della pena di morte) intese come atti concreti a migliorare la vita delle persone


Fonti:
Internazionale socialista (www.socialistinternational.org)


La stanza di MONTANELLI


Caro Montanelli, 
Se dovessi scriverti tutte le volte che sono d’accordo con te diventerei uno scocciatore. Ma i tuoi due pezzi su Turati e sullo scissionismo della sinistra hanno travolto la mia riservatezza. Grazie per il tuo giudizio su Turati - che era peraltro antiscissionista e amava ripetere: «Preferisco avere torto nel mio partito che ragione fuori» e ruppe col Psi nell’ottobre 1922 perché di fatto ne fu buttato fuori. Non c’è tra i sedicenti socialisti residui nessuno che difenda i valori del socialismo come fai tu: dunque ancora grazie. 
E vengo ad un altro socialista che tu hai difeso con fermezza. In un recente libro, che tu hai, ho dato insieme a due ricercatori (Granati e Isinelli) la prova documentale della innocenza di Silone. Forse ti divertirà sapere - se non lo sai già - che hanno dato credito alle mie tesi soprattutto due giornali: l’Unità del 28 aprile 2001 col titolo su tutta la pagina «Silone innocente» e Il Secolo d’Italia del 7 giugno col titolo su sei colonne: «In difesa di Ignazio Silone». È singolare! Questi giornali appartengono in un certo modo ad un’area politico-ideologica che Silone ha combattuto duramente. 
Giornali, giornalisti, intellettuali che dovrebbero riconoscersi negli ideali antitotalitari di Silone hanno un diverso atteggiamento. Anche questo nel suo piccolo è un segno dell’anomalia italiana.

Giuseppe Tamburrano, Roma 

Caro Tamburrano, 
La tua affettuosa lettera, giuntami nel momento in cui anch’io, come tutti i mortali, debbo procedere alla revisione e alla chiusura dei conti col passato, mi ha fatto un infinito piacere. Per vari motivi. 
Il primo di questi motivi è che tu sei il primo e - mi pare - unico socialista ad essersi accorto che io non sono mai stato un nemico del socialismo (dico «socialismo», non «partito socialista»), e quando questo si è sbandato sotto i colpi di tangentopoli ho preso il lutto in una lettera aperta a uno sconosciuto «compagno» della mia giovinezza incoraggiandolo a rialzare dalla polvere la sua bandiera e a richiamare intorno ad essa i fedeli, fra i quali - sia chiaro - io non avevo mai militato e non milito. 
Non erano, le mie, parole di circostanza. Erano - e rimangono - quelle di un conservatore abbastanza spassionato e nutrito di Storia da capire che non c’è, per la conservazione di ciò che va conservato, nemico più mortale dei conservatori che vogliono conservare tutto; e che un sistema capitalistico senza un correttivo socialista diventa una jungla che conduce pari pari a Carlo Marx. Di qui il mio amore per uno dei personaggi meno amabili, sul piano umano, della nostra Storia, Giolitti, che sempre cercò l’accordo con Turati, a cui il cretinume massimalista - che nel vostro partito ha sempre dominato - lo impedì. 
Ma non sono soltanto questi motivi di alchimia politica che ispirano i miei sentimenti verso il socialismo quanto il ricordo dell’opera missionaria da voi svolta presso le classi più umili dai vostri (perché ce ne furono parecchi) Massarenti, le cooperative, le scuole serali per la lotta all’analfabetismo. Ecco il socialismo nel quale avrei potuto militare anch’io, se avessi avuto abbastanza altruismo e abbastanza umiltà, e di cui l’attuale società denunzia paurosamente la mancanza. 
Il vedervi - sbriciolati in gruppi, gruppetti e gruppuscoli - annaspare nell’attuale centro-sinistra in cui nessuno riesce a recitare la parte di se stesso, fa male al cuore di un vecchio autentico liberal-conservatore come me. Cosa aspettate, caro Tamburrano, a ridarci il socialismo, ma che sia quello e quello solo: il socialismo di Turati e di Massarenti? 
L’altro motivo che mi ha reso gradita la tua lettera è l’epilogo della vicenda Silone. Io non vi ho alcun merito. La mia reazione ai tentativi d’imbrattarne il nome e il ricordo fu istintivo, ma senza apporto di prove e documenti. Siete stati tu e i tuoi due compagni a compiere quest’opera meritoria, e che a riconoscerla tale siano due giornali come l’Unità e Il Secolo d’Italia , eredi di due partiti che, sia pure per ragioni opposte, avrebbero avuto tutto l’interesse a discreditare il loro comune avversario, è cosa che fa onore anche ai due giornali. 
Bene, caro Tamburrano. Credo che come forza politica siate abbastanza mal messi. Ma in compenso avete in mano una grande bandiera che prima o poi un esercito la ritroverà.

Corriere della Sera
Mercoledì 4 Luglio 2001


Lo “sconfittismo” e la “Cosa 3”

di Vittorio Valenza

 

L’Ulivo ha gettato la spugna

Pare proprio che il centrosinistra abbia deciso di perdere le elezioni. Giuliano Amato, sul Financial Times, è perfino riuscito a dire che la coalizione “è divisa, frammentata”. Tutte le strategie dei leader ulivisti sembrano partire da un assunto: la sconfitta di Francesco Rutelli. L’insipienza del programma fa il paio con il disimpegno. Lo stesso premier ha tenuto in forse fino all’ultimo la propria disponibilità e non saranno candidati né Umberto Veronesi né Tullio De Mauro. Peraltro, l’insulsaggine di Rutelli fa pensare che la stessa scelta di “Franciasco” sia stata fatta dando come inevitabile la débâcle. Non caso, nei Ds, già al momento del “rientro” di Massimo D’Alema, si dava per scontata la necessità di un congresso risolutivo all’indomani del voto. Una resa dei conti, i cui contenuti cominciano a palesarsi in questi giorni. Con un vertice a Bologna, Amato e D’Alema hanno, infatti, dato il via alla “Cosa 3”. Amato ha detto che vorrebbe una “lista in cui tutti quelli come me, di destra e di sinistra, possano riconoscersi.” E quella di “creare in Italia una forza politica radicata nel socialismo europeo” è, come noto, la posizione più volte espressa da Massimo D’Alema. La goccia ha fatto traboccare il vaso. Arturo Parisi, proconsole di Romano Prodi, il mitico “Artullo” di Francesco Cossiga, ha denunciato la cosiddetta “seconda cabina” dell’Ulivo: “Invece di lavorare per far vincere Rutelli, si pensa al dopo sconfitta e alla costruzione di un forte soggetto di sinistra composto di ex Pci ed ex Psi che nulla ha a che fare con l’idea dell’Ulivo.”

 

Da cosa non nasce cosa

Si dice che Amato e D’Alema, da una parte, e Walter Veltroni, Romano Prodi, Francesco Rutelli, dall’altra, incarnino due progetti antagonisti. I primi due, come si è visto, vogliono ricostruire il partito del socialismo. Dall’altra parte, ci sarebbe, invece, l’ulivismo di Prodi, mai smentito da Veltroni: un partito democratico americaneggiante che abbracci l’intero centrosinistra. La tesi è sostenuta da tutti gli osservatori: da Emanuele Macaluso a Renzo Foa per arrivare a Massimo Salvatori che l’ha esposta nel suo recente saggio La Sinistra nella storia d’Italia (ed. Laterza). Se davvero le cose stanno così, dobbiamo dire che, almeno fino a questo punto, s’è trattato o di esoterismi o di velleità. Non certo di azioni conseguenti. A cominciare dal metodo del confronto. Infatti, qualsiasi socialdemocrazia avrebbe affrontato il problema con un dibattito aperto, uno o più congressi, una scelta. Invece, nei Ds, forse per l’atavica ostilità a contarsi, le cose sono andate esattamente all’opposto. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: un progetto politico sempre più anonimo. Ha ragione Macaluso: “Da cosa non nasce cosa….” Ma si sa, i Nostri non amano il mare aperto. Parafrasando Foa, quando a Est c'era ancora il “socialismo reale”, nessuno di loro si è in qualche modo esposto sollecitando un gesto non diciamo di rottura, quanto solo di presa di distanza.

 

Nel merito

Non parliamo poi del merito. Guardiamo le bandiere di Veltroni: uno strumento referendario logorato, un maggioritario che ha mostrato le sue falle, una, a dir poco, esaurita carica di “Mani pulite”, una politica che si riduce ad essere, nella più odiosa delle tradizioni totalitarie, demonizzazione dell’avversario, una gestione del potere fine a se stessa. Non che sull’altro fronte le cose vadano meglio, sono solo un poco più decenti. La “Cosa 2” si è rivelata un'architettura senza fondamenta, la Bicamerale e le pseudo riforme sono fallite. In compenso, l’esperienza del governo, nella quale tutti protagonisti si sono misurati, non ha certo giovato ai lavoratori. “I ragazzi di Berlinguer” si sono rivelati ceto politico puro, privo di ancoraggi sociali e anche di valori politici autentici. Ha scritto su Liberazione Marco Revelli: “La sinistra di governo non ha né un’anima né un corpo: è uno strato di funzionari, soldati di ventura, che si vendono come tecnici della politica, che si alleano con i banchieri…Se si guarda la mappa sociale non si sa dov’è: non è più con i lavoratori dipendenti, minaccia i pensionati, richiede flessibilità, non è con le nuove figure del lavoro che ha costantemente aggredito.”

 

Basta con le etichette

Può darsi che, con la sconfitta, arrivi anche il chiarimento, il quale per essere tale non può limitarsi né a un ricambio di leadership, peraltro già in atto, né a una contrapposizione di etichette. Insomma, non basta dire, come dice D’Alema, che “abbiamo bisogno in Italia di una socialdemocrazia.” Né è più sopportabile l’uso del termine “riformista” riferito a intenzioni o realizzazioni che, in verità, sono controriformiste.

Il socialismo nasce come critica del liberalismo. Per i socialisti, il liberalismo è inadempiente: non riesce a realizzare i suoi stessi progetti. Che valore possono, infatti, avere le cosiddette “libertà di” (di parola, di stampa, di associazione e così via), quando non sono supportate dalle “libertà da” e cioè la libertà dal bisogno, dall’incertezza per il domani, dall’ignoranza? Nello stato liberale, gli individui sono uguali davanti alla legge, ma l’ineguaglianza economica e sociale rischia di vanificare quella giuridica e politica: “Libero di diritto, è servo di fatto”, diceva Carlo Rosselli. Il socialismo vuole essere, quindi, la concreta e universale realizzazione al progetto liberale. Come si capisce, questa finalità rimanda alla eterna questione della ripartizione delle risorse che, come noto, non sono infinite. Scrive Giovanni Sartori: “Data una torta, l’economia attende ad ingrandirla e la politica a come suddividerla. Se il rapporto tra torta e bocche resta costante, allora si apre il conflitto politico tra chi è sfamato bene e chi è sfamato male.” E, infatti, ogni politica prende origine da questo conflitto e ne indica la ricetta risolutiva.

Il liberalismo prende in considerazione la competizione tra gli individui, il socialismo tra le classi, il fascismo tra le nazioni e il nazismo tra le razze.

Una parola in più merita il cristianesimo politico, per il quale, invece, il conflitto è una eccezionalità. Per questo è universalista e interclassista.

La società, come l’universo, formerebbe una gerarchia dove ognuno ha dei doveri e dei diritti, attraverso i quali contribuisce ai fini divini.

La ripartizione delle risorse è diseguale perché in rapporto a questa gerarchia,  ma deve essere anche subordinata a questi fini. La ricchezza, come l'autorità, deve essere, quindi, esercitata in conformità con la legge morale, con i diritti della persona umana. Se ciò non avviene, il conflitto è giustificabile. Per esempio, Tommaso d’Aquino non considera furto ciò che è preso per saziare la fame, perché, come recita la Rerum novarum, le leggi “non obbligano se non in quanto sono conformi alla retta ragione e perciò stesso alla legge eterna di Dio.”

 

Le questioni

Pertanto, un partito socialista disancorato dagli interessi della classe lavoratrice non può vivere. Se, davvero, si riscontra “l'erosione e l'isolamento del vecchio blocco sociale fondato in prevalenza sul lavoro maschile e dipendente”, bisogna fronteggiare la crisi e non adeguarvisi. Altrimenti è vero quanto scrive Revelli: “Non vedo in D’Alema un’adesione valoriale al neoliberismo: vedo una cinica considerazione di questo come il quadro nel quale ci si deve muovere e che deve essere accettato se si vuole contare.” Se è vero che il sindacato non può guidare la costruzione di una nuova alleanza sociale, perché il nuovo patto deve, di necessità, comprendere forze che il sindacato non rappresenta, è anche, e soprattutto, vero che, per il socialismo, non vi è alcun patto sociale che possa farsi contro il sindacato. E, poi, quali sarebbero queste forze che il sindacato non rappresenta? I disoccupati e i precari, da una parte, e il cosiddetto “ceto medio”, dall’altra?

La disoccupazione e il precariato non sono condizioni nelle quali è auspicabile la permanenza. Né sono valori. Sono realtà da superare. E senza il sindacato non si emancipa “quella enorme area della società costretta a convivere con una dimensione sempre più flessibile o addirittura precaria della propria condizione professionale”. Se, poi, fuori dalle fantasie, vogliamo parlare di “ceto medio”, dobbiamo dire che se vi è una parte importante della società, la quale è composta da individui e da famiglie che, o per livello di reddito, o per ricchezza posseduta, o per istruzione, o per posizione nel lavoro, non può essere considerata proletariato, pur provenendo, in larga parte, da quelle file; dobbiamo riconoscere che il miglioramento è dovuto, prima di tutto, alle politiche rivendicative, cooperative e di tutela che hanno prodotto ridistribuzione di reddito, alle riforme che hanno consentito quella mobilità sociale di massa che ha assottigliato i ranghi del proletariato e ha alimentato quelli del ceto medio. Questa trasformazione deve proseguire e la via per procedere non passa certo per l’esaltazione del lavoro precario, del lavoro male pagato, dell’evasione e dell’elusione contributiva, della vita incerta.

Per affermare questi interessi, nel quadro delle istituzioni liberaldemocratiche, il socialismo non può prescindere dallo strumento del partito capace di formare e promuovere la classe politica traendola dai ceti subalterni. Se questo partito, come ha avuto modo di dire D’Alema, è morto per sempre, vuol dire che è morta la speranza di fare dei passi avanti sulla via dell’eguaglianza politica. Il sistema elettorale non deve essere di ostacolo a questa funzione. L’unica riforma “istituzionale” che merita d’essere inserita in un programma socialista è, pertanto, la riaffermazione del sistema elettorale proporzionale. E se questo vuol dire essere “conservatori”, ebbene siamo “conservatori”. Vorrà dire che l’“Italietta” umbertina era un covo di innovatori.

Arriviamo così all’ultimo punto, che però non è l’ultimo, perché investe una cultura, che ancora in questi giorni sta dando i suoi frutti avvelenati: quel malsano costume, caratteristica antropologica di molti dirigenti comunisti, fatto di inaudite falsificazioni, di manipolazione, di gogne e di forcaiolismo. Bisogna chiudere la parentesi del decennio della menzogna. Heri dicebamus.

Vittorio Valenza

La Tribuna di Lodi


A MILANO MIRACOLO DOPPIO

Il comitato di redazione di questa rivista è stato un centro di elaborazione e discussione politica reale e plurale; e, come i lettori hanno potuto vedere, la ricchezza di questo confronto si è riflessa nelle pagine del mensile. Tuttavia sono sorti dei problemi, si sono presentati dei nodi che dobbiamo sciogliere insieme, ed è questa la ragione della temporanea sospensione della attività collettiva del Comitato.
 
Alcuni di questi problemi li avevamo esposti nella rivista con gli interventi di Napoleone Colajanni, Rino Formica e Gianni Cervetti nel numero di gennaio scorso.
 
Oggi i nodi sono più aggrovigliati e sono politici. La nostra rivista nacque con l’obiettivo di promuovere, nell’asfittico panorama della sinistra italiana, una battaglia di idee, una polemica politica volta a spingere avanti un processo di rinnovamento e ricomposizione unitaria della sinistra. Un compito che abbiamo assolto tenendo ben fermo l’asse politico-editoriale scelto. Con un forte ancoraggio, testimoniato dai nostri inserti, al dibattito, intenso e ricco, svoltosi nei partiti socialisti europei. La difficoltà politica di oggi è testimoniata dagli ostacoli nuovi che incontra il processo di unità a sinistra, anche se questa osservazione sembra contraddetta dalle "nuove" posizioni assunte dal segretario dei Ds. Il quale, dopo aver sponsorizzato la candidatura di Francesco Rutelli a leader della coalizione di centro sinistra, in alternativa a quella naturale del Presidente del Consiglio, ha investito lo stesso Amato del ruolo di "motore" della unità della sinistra. Miracolo a Milano! Anzi miracolo doppio, frutto di una miracolosa doppiezza.
 
Ma le cose stanno come le dice Veltroni nelle sue più recenti interviste? Nell’ultima ha evocato l’unificazione della sinistra francese iniziata da Mitterand ad Epinay, e ha dimenticato di dirci dove è finita la dimenticata Epinay di cui aveva parlato nella sua intervista a questa rivista, rilasciata dopo la sua elezione, nel febbraio del 1999. L’impressione è quella di trovarci di fronte a manovre dettate da contingenze tattiche (riequilibrare la scelta di Rutelli) e a manovre interne ai Ds, dove continua il gioco dei quattro cantoni dei soliti noti radunati attorno a Veltroni e a D’Alema. Il quale, dopo avere inventato la Cosa 2 (con i risultati che conosciamo) ed esaltato il ruolo dei partiti di sinistra rispetto all’Ulivo, successivamente, dopo la scalata a Palazzo Chigi, mostrava di snobbare tutto e di ritenersi investito da una platea visibile e invisibile di italiani desiderosi di averlo come capo. Ambizione covata anche dopo le dimissioni dalla Presidenza del Consiglio. Passata la sbornia governativa, tutto è rientrato nell’alveo Ds: il segretario convoca la platea congressuale per modificare lo Statuto e acclamarlo presidente. E così i Ds avranno un segretario che conta, un presidente che vuole contare e un "motore" che dovrebbe trainare la sinistra.
 
Intanto lo SDI vivacchia e l’area socialista si disperde. Le oscillazioni tra allearsi con la Margherita, andare solo con i Verdi o collegarsi ad altri non risolvono il problema. E resta il nodo di un legame con le forze italiane inserite nell’Internazionale Socialista. Un gruppo di socialisti, covando rancori e sognando rivincite impossibili, ha pensato addirittura di accamparsi sotto le calde tende berlusconiane.
 
Cosa fare? Ecco il punto. Potremmo rispondere: quello che abbiamo fatto in questi anni. In gran parte è così. Tuttavia non possiamo ignorare che c’è un appuntamento elettorale per molti versi decisivo per l’avvenire stesso della sinistra. Noi siamo un piccolo pezzo di questa sinistra e non vogliamo vederla naufragare senza fiatare.
 
Quindi il nostro impegno è con la sinistra: non come coristi, ma come critici che non tacciono, anche se c’è una campagna elettorale. Ecco perché ci auguriamo che all’interno dei Ds si apra finalmente una dialettica vera, che non può esaurirsi nella rosa rossastra di Cesare Salvi e negli ingranaggi di una sinistra interna generosa ma impotente. Non è compito nostro impegnarci direttamente in questa opera di vero e proprio risanamento democratico e rinsanguamento politico dei Ds, ma incoraggiarlo si.
 
Al tempo stesso vogliamo stimolare lo SDI a chiudere il capitolo della sopravvivenza e aprire quello della speranza, del domani e del rischio unitario, radunando le energie sparse che non si identificano solo nel triangolo Boselli, Villetti, Del Turco.
 
La nostra rivista può costituire ancora uno stimolo, un punto di riferimento di un dibattito, di incontro di tendenze diverse, interessate a costruire in Italia un grande partito del socialismo europeo. Non c’è dubbio che le elezioni costituiranno un momento rilevante in questo processo; in ogni caso gli scenari che si presenteranno saranno nuovi, e la sinistra non può oscillare tra euforia di vittorie precarie e scoramenti di sconfitte annunciate.
 
Quegli scenari suggeriranno anche a noi cosa fare.
 
(Editoriale della rivista "Le ragioni del Socialismo", diretta da Emanuele Macaluso, febbraio 2001)

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