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Spine rosa sulla Quercia
C. ROS.
Qualunque sia l'esito delle elezioni è necessario che le forze di sinistra
superino "le divergenze del passato" e si impegnino a costruire
"un partito schiettamente collocato sul terreno della socialdemocrazia
europea". Belle parole, quelle con cui la fondazione Pietro Nenni chiama a
raccolta gli eredi delle diaspore socialista e post-comunista. Un appello -
"Per un impegno socialista nel centrosinistra" - firmato da un
eterogeneo fronte della sinistra (da Bobbio a D'Alema a Trentin a Benvenuto a
Salvi a Intini e Napolitano) e presentato ieri da Giuseppe Tamburrano.
Ma anche un appello in cui risuonano le stesse parole che da almeno un lustro si
sentono echeggiare nei tentativi di ricomposizione della sinistra operati
sopratutto all'ombra della Quercia. E in sostanza è sempre lì che si svolgono
le cose. I Ds, infatti, si preparano insieme alle elezioni e al dopo. Cioè la
fase di un congresso straordinario dato per scontato e che secondo tutti i
pronostici dovrebbe rompere finalmente la paralisi dovuta alla diarchia D'Alema-Veltroni.
Tutti impegnati adesso nella sfida per le insegne dell'Ulivo, ci mancherebbe. Ma
anche a posizionarsi nella sfida per la ricerca dell'orgoglio perso di sinistra.
A cominciare dal vero nodo irrisolto: il fatto che l'ex Pci non ha mai compiuto
"un'aperta scelta socialdemocratica". E qui, però, cominciano i
problemi. Perché il fatto che il partito sia rimasto prevalentemente ex-Pci è
stato il cruccio sempre lamentato da Veltroni; al quale, allo stesso tempo, si
è sempre imputata l'"illusoria prospettiva genericamente
democratica".
Le belle parole - "socialdemocratico" - dunque non risolvono il nodo.
E l'intreccio tra passato e prensente resta. Uno dei massimi fautori della
costruzione di "una grande forza riformista legata all'identità e ai
valori del socialismo europeo", com'è D'Alema, è paradossalmente il
leader riconosciuto sopratutto per quanto incarna la tradizione. Il partner che
D'Alema vuole al suo fianco, Giuliano Amato, esprime invece la cultura
socialista ancora indigesta ai più. Solo Sergio Cofferati e la sua Cgil possono
poi consentire al progetto di raggiungere la massa critica necessaria, ma
attraverso una visione "socialdemocratica" (alla quale Salvi si ispira
nel partito) collocata su contenuti che al riformismo
dell'"innovazione" dalemiano appaiono conservatori.
Senza contare un fattore di non poco conto: l'esito delle elezioni. Perché se
Rutelli otterrà comunque un risultato importante, si rafforzerà il temuto
partito "genericamente democratico". E Veltroni, se sarà sindaco, avrà
altro filo al suo telaio. Sempre che alla fine il congresso non si svolga sul
solito concordato preventivo.
Il Manifesto
13 aprile 2001
Napolitano:«La sinistra non ha intenzione di
scomparire»
di NINO BERTOLONI MELI
ROMA - Che cosa unisce socialisti non craxiani come Giolitti, Aniasi, Coen,
Mancini, Ruffolo a diessini come Napolitano, Ranieri, Macaluso? E che cosa
unisce questi ultimi, esponenti di punta dell’ala riformista della Quercia,
alla sinistra di Salvi, Trentin, Pettinari e al dalemiano Reichlin? Tutti
costoro, assieme a Bobbio, hanno firmato un documento comune e si ritrovano oggi
per lanciare un appello per il voto al centrosinistra in particolare
all’elettorato ex socialista. Non è questo, però, l’elemento unificante.
Dietro il titolo dell’iniziativa dal sapore retrò, "Per il
socialismo", si muove in realtà un progetto molto molto attuale, snodo
cruciale del dopo elezioni e che costituisce il vero punto unificante: in Italia
non si può fare a meno di un partito della sinistra. Di più: è giunta l’ora
- recita il testo - di porre fine alle «incertezze che hanno ostacolato
un’aperta scelta socialdemocratica dell’ex Pci», senza più «indugiare in
una illusoria prospettiva genericamente democratica, confondendo l’identità
socialista con la pur necessaria allenza tra diversi che ha preso il nome
dell’Ulivo».
Spiega Giorgio Napolitano, da sempre il più convinto sostenitore dell’approdo
socialdemocratico dell’ex Pci: «In Italia ci sono vari riformismi. C’è
quello di sinistra, di matrice socialista, e c’è quello di matrice cattolica.
Il luogo di incontro è l’alleanza, non impraticabili partiti unici sui quali,
del resto, lo stesso Rutelli ha detto cose chiare, nel senso che li esclude».
Napolitano va oltre: «Quel che deve essere chiaro è che la sinistra non ha
alcuna voglia di scomparire o di mettersi all’angolo. E questi cinque anni di
governi di centrosinistra lo dimostarno. Fino a prova contraria, nel governo
Prodi c’era un bel po’ di sinistra, c’erano dieci ministri e in dicasteri
importanti, poi ci sono stati due presidenti del Consiglio di sinistra, D’Alema
e Amato». Eh sì, all’ombra dell’Ulivo, o di quel che ne resta, il partito
maggiore, la Quercia, si prepara al dopo elezioni. Si prepara al congresso che
già Cesare Salvi ha chiesto di tenere anticipatamente. E si prepara ad aprire
la stagione del post veltronismo. Come?
Tutti i discorsi, tutte le prospettive, tutti gli scenari portano a un nome
solo: Massimo D’Alema. Non nel senso che l’ex segretario abbia in mente di
ritentare la "scalata" al partito. Non ne ha bisogno: è il partito
che appare predisposto a farsi "scalare" da D’Alema. Come ha più
volte ripetuto Walter Veltroni a chi gli chiedeva di restare alla guida dei Ds
anche dopo, «questo partito si riconosce in Massimo, è lui che viene percepito
come il vero leader».
E nella Quercia, ancora sottotraccia, uomini e correnti cominciano a muoversi,
dislocarsi e posizionarsi. Le vittime predestinate del rimescolio appaiono
Pietro Folena da una parte e gli ulivisti dall’altra. La componente ulivista
si è di fatto scissa in due: gli ex miglioristi sono per il partito riformista
ancorato al socialismo europeo, gli ex occhettiani tipo Claudio Petruccioli
sognano ancora il partito che metta insieme tutti i riformisti. Nella cerchia
ristretta dalemiana si è ormai fatta strada l’idea che va superato
definitivamente l’equivoco tra Ulivo-alleanza e identità dei partiti. Si
mette nel conto che dalla parte centrista dell’alleanza verrà senz’altro «una
concorrenza forte», ma le due componenti devono rimanere separate e distinte.
Anche perchè - si ragiona tra i dalemiani che contano - Rutelli appare una
figura «proteiforme», nel senso che «può evolvere in un nuovo Prodi ma anche
in un nuovo Andreotti». Dunque? L’ipotesi è che il congresso post
elettorale, dove D’Alema presenterebbe una sua mozione non più in simbiosi
con Veltroni, dovrà sancire una nuova maggioranza e una minoranza, con
l’obiettivo più generale di ricostruire una sinistra riformista
sull’esempio della Epinay di Mitterrand. La cabina di regia dell’operazione
prevede una sorta di quadrumvirato con D’Alema presidente-leader del partito,
ovviamente Giuliano Amato, e insieme Sergio Cofferati e un segretario che molti
già indicano in Piero Fassino. Una cabina di regia affidata a personaggi che
hanno avuto esperienza di governo. «Al vertice del partito va ripristinata una
gerarchia credibile», dicono gli uomini più vicini a D’Alema. Quanto a
Cofferati, Napolitano spiega: «Lui è un punto di riferimento importante per
una strategia riformista. Nella tradizione socialista europea c’è sempre
stato un fortissimo legame con il sindacato».
«Dopo le elezioni cambierà tutto», dice e ripete D’Alema ai suoi
interlocutori. Si chiude il decennio "svoltista", si apre la fase
della "ricostruzione riformista". Ora tutti a remare per l’Ulivo.
Dopo, ognuno farà i conti in casa propria. Conti forse destinati a saltare se,
puta caso, dovesse vincere l’Ulivo.
Il Messaggero
Giovedì 12 Aprile 2001
| O.Baldelli | Luigi Fusco | A.Livrieri | U.Varoli |
| G.Alberini | M.Lotti | S. Ferrini | S.Carrara |
| N.Tedeschi | R.Elli | G.Giudice | G.Guzzi |
Caro Mario,
voglio sottoscrivere il documento presentato il 12 aprile" per un impegno socialista nel centro sinistra", senza nasconderti che dopo le amare delusioni degli ultimi anni, in particolare per il trattamento riservato alle donne in quello che un tempo era per tutte noi il partito che rappresentava una speranza per conquistare eguaglianza e rispetto dei diritti civili, senza apettarmi grandi cose, ma è certo che nessuna delusione può cancellare la necessità di un forte impegno di tutti coloro che ancora credono nel socialismo come unica forma di civile convivenza per i popoli. Con affetto e riconoscenza per l'Ossimoro che appena posso leggo.
Orietta Baldelli
22.5.2001
La sconfitta delle recenti politiche potrà aiutarci a riflettere ancor di più sulla necessità di poter promuovere un nuovo dialogo a sinistra che possa illuminare i compagni D.S. nell'intraprendere una politica rivolta alla necessità di creare un nuovo socialismo capace di comunicare con le altre forze di sinistra e comuniste per poter opporci e sconfiggere, si spera in un futuro più prossimo, questa ignobile coalizione di centro-destra berlusconiana, che spero possa governare il meno possibile.
Cari compagni,
ho letto su www.ossimoro.it il documento "per un impegno socialista nel centrosinistra". Ne condivido le premesse ideali e culturali, così come l'esigenza di esprimere da queste una adeguata e conseguente risposta politica e, in prospettiva organizzativa. Mi presento: Alessandro Livrieri, 42 anni, residente in Salerno,giornalista, funzionario dell'Ufficio Stampa dell'Università di Salerno. Dal 1986 iscritto al Psi. Segretario di Sezione, ultimo Segretario cittadino del Partito fino al 1994. Ho percorso fino in fondo gli anni della diaspora. Attualmente sono componente dell'esecutivo provinciale dello Sdi di Salerno e direttore di un mensile dei socialisti salernitani che porta un nome glorioso "Quarto Stato". Gradirei avere notizie e poter seguire e partecipare alle vostre iniziative.
Fraterni Saluti
Alessandro Livrieri
30.4.2001
27 aprile 2001
Aderisco a IMPEGNO SOCIALISTA.
Leggo molto volentieri il sito internet: www.ossimoro.it
Sono convinto che oggi in Italia manchi un partito social democratico.
Auguro ai compagni che sono stati tra i firmatari del manifesto a riuscire
nell'impresa.
Fraterni saluti. Massimo Lotti
22 aprile 2001
sottoscrivo con piacere l'appello per un impegno socialista nel centrosinistra, ricordando a tutti che la vera sfida è il socialismo per il Partito, grande e di sinistra.
Auguri di buon lavoro
Sebastiano Carrara, Segretario Unione DS Alta Val Tanaro e Cebano
22 aprile 2001
Sottoscrivo in pieno l'appello. Sono un socialista iscitto allo SDI, attualmente Assessore alle Attività Produttive e Turismo nel Comune di Piombino (LI). Senza una sinistra socialista, con valori ed ideali profondamente radicati, non sarà possibile battere Berlusconi e le destre. Questa sinistra è ancora senza identità, i postcomunisti hanno cercato di mimetizzare le loro incertezze, i loro ritardi, le loro contraddizioni in ipotesi nuoviste o uliviste. O, peggio, nel periodo di Mani Pulite, nel giustizialismo forcaiolo ed antisocialista. Un tragico e drammatico errore, di cui oggi pagheranno (ma quel che è peggio, lo faranno pagare la Paese facendo vincere Berlusconi) le conseguenze. Per il dopo elezioni, comunque andrà, vi dovrà essere un big-bang della sinistra, senza il quale la sinistra non avrà più chanche di ripresa. I comunisti che ancora abitano i Ds dovranno, con tutto il rispetto, andarsene. I socialisti, divisi e lacerati in modo ignobile ed indegno, dovranno partecipare a questo processo di costruzione di un nuovo, grande Partito Socialista Italiano. Con simbolo la rosa rossa del socialismo europeo. In questo nuovo partito, nessun ospite e nessun padrone. In questo nuovo partito, la storia politica di Bettino Craxi dovrà trovare il giusto spazio. Non si può essere stati comunisti italiani ed iscriversi direttamente ai socialisti europei. La storia politica dei socialisti italiani, con le sue luci e le sue ombre, le grandi intuizioni ed i tragici errori dovrà essere a fondamento di questo nuovo grande partito. Altrimenti, perderemmo altro tempo utile. Non c'è alcun bisogno di una Cosa 3; sono bastate le prime due! Su queste basi, e solo su queste, credo abbia un senso impegnarsi. Stefano Ferrini
22 aprile 2001
Cari Compagni,
desidero aderire con entusiasmo alla iniziativa riguardante l'"IMPEGNO
SOCIALISTA PER IL CENTROSINISTRA" auspicando, in particolare, che quanto
prima, possa nascere finalmente un nuovo e
vero Partito Socialdemocratico di stampo europeo, che possa superare, una volta
per tutte, le incomprensioni e le varie diffidenze tra le forze che aderiscono
all'Internazionale Socialista e al PSE.
Fraterni Saluti.
GILBERTO GUZZI
MORTARA (PV)
21 aprile 2001
Pur non essendo un socialista storico, aderisco con entusiasmo all'appello.
Nadir Tedeschi
Cari compagni,
sottoscriviamo il documento Socialismo 2001. Siamo convinti che l’attuale complicata geografia delle diverse tendenze politiche e culturali della sinistra vada rapidamente ridisegnata. Si impone, infatti, una scelta fondamentale: superare le divergenze del passato e costruire un nuovo soggetto politico unitario, parte integrante ( “sezione” per dirla con D’Alema) del Partito Socialista Europeo.
Lo consideriamo lo strumento necessario della sinistra riformista per
affermare nella specifica realtà nazionale, nella prospettiva della federazione
europea e nei nuovi processi di mondializzazione, i valori di libertà e di
giustizia sociale. Contemporaneamente esso é lo strumento per rafforzare e far
prevalere la coalizione dell’Ulivo nella competizione con il centro destra per
il governo del paese.
Siamo lieti, dunque, di unirci ai compagni che hanno già sottoscritto e
con i quali condividiamo non solo il progetto politico, ma alcune “idee
forza” che hanno sostanziato
storie diverse, ma convergenti verso un obiettivo comune: il rinnovamento e il
rilancio della prospettiva socialista nella realtà in trasformazione.
Questa prospettiva culturale e politica è la stessa ragion d’essere ormai da alcuni anni del nostro raggruppamento.L’adesione a “ Socialismo 2001” è, quindi, una naturale conseguenza del nostro impegno. Cercheremo di fare della rivista “gli argomenti umani”un centro di raccolta di nuove energie, soprattutto di giovani intellettuali, la cui partecipazione al progetto comune è condizione di successo.
Fraterni saluti
Andrea Margheri, Alceo Riosa, Riccardo Terzi, Sergio Vaccà, Michele Achilli, Giorgio Pacifici, Gianni Cozzi, Pieraugusto Pozzi,
Milano, 19 aprile 2001
Caro Mario,
ho letto l'appello pubblicato ne l'Ossimoro e, proveniendo come sai, e come te, dal PSI, non posso che sottoscrivere un messaggio che solleciti tutti coloro che si sentono di sinistra, di una sinistra socialdemocratica riformista di stampo europeo, a dare vita nel minor tempo possibile ad una aggregazione che sappia contrastare sul terreno della ragione, degli interessi sociali economici e culturali una destra che oggi sembra essere trionfante. Hai ragione, non c'è e non ci sarà più il vecchio PSI, e nemmeno il vecchio PCI, ma sopravvivono le ragioni del socialismo, e per esse vale credo ancora la pena battersi. Oggi sono nello SDI e in questo partito milito con la coscienza che una fase di transizione deve terminare a breve, e vedere tutti i socialisti in un solo grande, moderno partito. Per questo dobbiamo discutere, magari in maniera approfondita, sul passato recente e meno recente, ma passare alla proposta ed all'azione in tempi brevi. Ricordiamoci sempre che ai cittadini, ai lavoratori, agli elettori, ormai poco importa delle beghe di palazzo e di corrente, e della memoria reducistica, ma molto interessano i programmi concreti, le azioni politiche, le proposte applicabili che possano rendere più serena, vivibile, economicamente e spiritualmente ricca l'esistenza dei molti, dei più. Per questo nacque il movimento socialista, nel secolo scorso, per questo deve continuare a esistere un forte movimento socialista in Italia nel prossimo.
Con amicizia,
Raimondo Elli
8 aprile 2001
A Aldo Aniasi
Mario Artali
Cari compagni,
aderisco con convinzione all'appello di Federico Coen.
Sapete che sono di quei (non molti,per la verità) dirigenti del Pds che si è impegnato nella costruzione dei Ds convinto che si trattasse di un passo di valore storico e che da un autentico incontro di storie e culture potesse nascere davvero il partito del socialismo che l'ltalia non ha avuto per la maggior parte di quel secolo che proprio nel nome del socialismo viene definito.
E' andata diversamente,come sappiamo. Non è però caduta la necessità di un passaggio di tale natura, per quanto difficile possa essere, non ne sono cadute le ragioni storiche, non ne è venuta meno l'esigenza politica.
Queste sono le ragioni dell'interesse per la proposta e della mia adesione. Proprio in questi giorni sto riprendendo in mano gli interventi di quella iniziativa alle Stelline del gennaio 1998 con la quale preparammo, insieme, i famosi Stati Generali. Credo che vi siano già lì molte cose da riprendere.
Non ho obiezioni sul testo. Potrebbe essere utile però una precisazione: non credo che nei Ds vi sia indugio nella nostalgia della tradizione comunista, mentre ben più forte ed operante vi appare la tendenza verso la prospettiva del partito democratico. C'è,inoltre, il trionfo, o presunto tale, della tattica sulla strategia e tutti gli opportunismi e le giravolte -massimamente sulla questione della laicità dello Stato -che ne conseguono.
Se fosse possibile integrare il testo, lo farei in questo senso. A meno che la nostalgia non sia riferita a posizioni presenti nella sinistra anche al di là dei Ds: in questo caso sarei d'accordo ma sarebbe allora più giusto riferirsi esplicitamente alla prospettiva di una riunificazione generale della sinistra italiana.
Del resto, sono convinto che questa sia la strada maestra, che possiamo non vedere a breve ma che va tenuta aperta: come diceva Kant, è una idea regolativa della ragione, non ancora realtà ma non certo utopia.
Comunque, ci sono anch'io. Un cordiale saluto.
Alessandro Pollio Salimbeni
Milano, 23 febbraio 2001
I riformisti nella casa dei socialisti europei
di Giuliano Amato
SERVE una sinistra di fronte ai problemi che la politica deve fronteggiare nel XXI secolo? E' questo il tema dal quale partire per trovare una risposta positiva. Guardiamo al dibattito sulla
globalizzazione. Qui c'è un problema di fondo vero, e cioè la sensazione che fatti importantissimi per la vita degli uomini e delle donne accadono ad un livello irraggiungibile ed hanno una gestione, se
l'hanno, dalla quale i cittadini comuni si sentono esclusi. Ecco la grande e difficilissima sfida a cui è chiamata oggi la politica. Da una parte imprimere la sua impronta di governo su processi a volte addirittura globali, dall'altra però mantenere il contatto con milioni di esseri umani che sentono il bisogno di essere coinvolti nelle decisioni che li riguardano.
Noi viviamo in un mondo dove l'estensione delle libertà, il mutamento delle tecnologie dei processi produttivi che hanno sostituito mansioni esecutive con mansioni di controllo, la diffusione della cultura e dell'istruzione, ci mettono davanti a persone che chiedono e vogliono esistere nel presente, essere libere di scegliere. Ed è un mondo nel quale la scorciatoia del populismo rischia di essere incentivata perché è la strada più semplice per aggregare ad ampi livelli dando la sensazione di parlare a ciascuno. I leader populisti hanno davanti milioni di persone che non vedono, nascosti in genere dietro la telecamera, e danno la sensazione di parlare a ciascuno.
Chiediamoci allora se la sinistra serve a governare una società del genere e se ne è capace. Di sicuro non serve nell'assetto frammentato e diviso con cui si presenta oggi in Italia.
C'È UN abisso incolmabile fra la dimensione richiesta per incidere sui problemi che ho ricordato e partiti che lottano per superare clausole di sbarramento ed ottenere la dignità di un gruppo parlamentare. È indiscutibile, ad esempio, che oggi noi siamo in difficoltà di fronte ad un mondo del lavoro del quale sappiamo ripetere che non è più nell'era del fordismo, non è più caratterizzato da una organizzazione tayloristica del lavoro, ma del quale non siamo ancora riusciti a interpretare le esigenze. I lavoratori professionalizzati ed individualizzati chiedono di avere spazi di autonomia ed avvertono come autoritario il sistema del lavoro ereditato dal taylorismo, perché le loro mansioni non sono più spezzettate ma sono affidate al loro cervello, alla loro
autorganizzazione. Queste persone ci sono sfuggite, non abbiamo saputo rappresentarle. Di questa nuova società non siamo stati sufficienti interpreti, tutta la sinistra - nessuno si può chiamare fuori - è rimasta ai margini del cambiamento. Tutto questo è sicuramente vero, ma non cancella il senso profondo del nostro patrimonio e ci impone caso mai di adeguarlo ai nuovi tempi. Il grande discrimine tra la destra e la sinistra non è mai stato nel valore assegnato alla libertà, ma nella differenza fra libertà dei pochi e libertà dei tanti, nella sensibilità al rischio che la libertà dei pochi diventi potere a cui i tanti dovranno soggiacere. La differenza perciò non è mai stata nell'idea che gli esseri umani debbano scegliere e realizzarsi, ma nel preoccuparsi o meno dei presupposti perché possano farlo anche coloro che in assenza di ciò sono soggetti al potere altrui. Il vizio della sinistra, tanto socialista che comunista, è di aver pensato e realizzato soluzioni che guardavano quasi esclusivamente al potere pubblico come modo per tarpare il potere privato e non invece alla interazione delle libertà, come se noi, per tutelare i diritti di coloro che vogliamo rappresentare, dovessimo comunque porre dei limiti alle libertà, quasi che le libertà fossero quindi un bene di altri. E il centrodestra ha giocato contro di noi una carta vincente facendoci apparire come quelli che, in un tempo di libertà, si sono solo preoccupati di porre dei limiti. Toccava a noi far capire che non si trattava di arginare la libertà, ma di limitare il potere, mettendo in campo il più possibile non lo Stato, ma la libertà degli altri. E il mondo di oggi ha bisogno della libertà di sinistra, che è quella dei milioni di individui, mentre la libertà di destra è quella che diventa potere di pochi ed accentua, anziché ridurre, l'esclusione sociale. Oggi i rischi di esclusione sociale sono ingigantiti in misura direttamente proporzionale ai processi di
globalizzazione, e il compito primigenio del riformismo, che fu quello di garantire e costruire la coesione sociale attraverso la civilizzazione dei processi economici, si fa ancora più impellente. Non tutti sono interessati, come noi, alla libertà di tutti. Ma tutti sono interessati ad evitare che le società del nostro tempo scivolino nelle fratture sociali e quindi nella violenza e nei conservatorismi protezionistici che possono venirne. Ebbene, l'antidoto a tutto questo è nella coesione sociale che noi abbiamo dimostrato di saper costruire e che ancora, aggiornandoci, solo noi possiamo costruire. E allora apriamoci al futuro, rendiamoci disponibili alle sue esigenze. La prima cosa per farlo è unirci. Unire la sinistra è un prerequisito alla soluzione del problema, non è la soluzione. Una forza politica che si presenta frammentata non può comunque riuscire ad avere un impatto efficace su un universo in espansione come quello in cui ci troviamo. La sinistra è oggi formata da frammenti politici che hanno il merito di aver preservato tradizioni, storie, significati, ma ora queste storie, tradizioni e significati entrano nel XXI secolo e se vogliono concorrere a risolverne i problemi devono allontanarsi dalle discriminanti del secolo precedente, oppure sono condannate all'inutilità. Non si tratta di sradicare le tradizioni dei partiti che fanno parte della sinistra, ma di ripulire il sottobosco che ha aggrovigliato i loro rapporti reciproci, perché nel futuro quel sottobosco non ha più rilevanza. Né la ripulitura del sottobosco porta ad una temuta quanto improbabile omologazione. Una grande sinistra non è fatta di teste clonate, ma di teste che riconoscono una missione comune, una massa critica minima necessaria ad avere un impatto sulla politica e che sono disposte per questo a comporre le loro differenze all'interno di un unico contenitore politico. La molteplicità è del resto un aspetto essenziale della sinistra e della sua tradizione, che non è fatta soltanto di valori e fini, ma anche di realtà organizzate, che sono essenziali per mantenere una rete tra gli esseri umani senza prendere la scorciatoia del populismo. Sindacato, cooperazione e movimenti associativi sono un patrimonio che da decenni è parte della sinistra, una parte che va coinvolta e ravvivata. Recentemente si è scritto che chi si propone di ricostituire una grande forza legata al socialismo, si propone una cosa vecchia. Chi scrive questo dimentica che l'Europa di sinistra o di centrosinistra è larghissimamente socialista: milioni di persone votano per partiti socialisti ed esiste un partito socialista europeo che rappresenta questa larga maggioranza di cittadini europei. Non solo, quindi, il movimento socialista è vivo e vitale, ma se la nostra politica deve aver peso in Europa, un centrosinistra italiano che voglia avere quel peso deve passare attraverso il cordone ombelicale che c'è tra i partiti della sinistra e la grande famiglia del centrosinistra europeo, la famiglia cioè dei partiti socialisti. Qui certo si pone un problema, che ci viene ricordato ogni volta che dal centro dell'Ulivo si afferma: "io non sono e non voglio morire socialista". E' un problema che dovrà essere risolto. Per un verso, toccherà al Partito socialista europeo darsi una piattaforma ed una fisionomia che siano tali da accogliere senza stridore le tradizioni del riformismo democratico e popolare che noi abbiamo nella nostra coalizione. Per altro verso, dobbiamo essere in grado di vivere in Italia il rinvigorimento della sinistra come parte di un processo di integrazione e di interazione con le altre visioni riformiste che fanno parte dell'Ulivo e che hanno storia e potenziale di pari importanza e dignità. Non dobbiamo avere atteggiamenti preclusivi o, come si diceva una volta, egemoni, perché la storia del riformismo italiano è storia che mette insieme, collega, allea ed a volte intreccia tre filoni fondamentali: il filone socialista, in tutte le sue famiglie, il filone laico-democratico (a cui, più che ad altri, ha finito più spesso per collegarsi il movimento ambientalista) ed il filone cattolico-popolare. Sono tre storie che fanno parte di una stessa storia; ciascuna ha avuto maggiore o minore spazio, ha avuto maggiori o minori devianze, ma sono esse i pilastri del nostro futuro. L'unione dei quattro partiti che formano la sinistra dell'Ulivo è dunque una pregiudiziale per far politica e anche per compiere poi passi ulteriori verso una crescente integrazione della nostra coalizione. Io ho provato a promuovere un processo di comitati di base nei quali si uniscano tra di loro giovani generazioni di dirigenti di partiti della sinistra e altre persone che sono interessate a questo progetto pur non facendo parte degli stessi partiti. I comitati dovrebbero funzionare da scuola di integrazione reciproca e da lobby per un processo unificante, senza mettere in discussione, dove ci sono, le presenti lealtà partitiche. Al di là del congresso dei
Ds, e non all'interno di esso, il processo dovrebbe poi avere il suo approdo ed essere inteso da tutti come una tappa nel generale rafforzamento dell'Ulivo. Ho trovato apprezzamento per questa iniziativa e pronti e operativi riscontri in più parti d'Italia. E' del resto lo spirito che ha rimesso in piedi l'Ulivo in campagna elettorale quello a cui ho fatto appello e che cerca per parte sua occasioni e sollecitazioni per non andare disperso. Con esso si procederà parallelamente al Congresso
Ds, ma certo l'andamento e la conclusione di questo saranno di grande importanza in vista dell'auspicato approdo successivo. Non credo di permettermi interferenze non consentite, se sottolineo due esigenze: la prima è che il Congresso sia dibattuto e vissuto non contro qualcuno, ma per una prospettiva politica di apertura. La seconda è che si concluda in modo coerente con tale prospettiva e quindi lanciando un ponte verso di essa, senza dare al partito assetti chiusi e definitivi. Se all'interno dei Ds si pensa che per una grande sinistra in un Ulivo più forte è necessario allargarsi ed unirsi a coloro che sono in parte diversi ma per il futuro partecipi dello stesso progetto, allora è sbagliato chiudersi in un partito nel quale gli altri possano essere soltanto cooptati. Per quanto mi riguarda, io definirò il mio impegno politico in funzione del successo di questa operazione. Se dovesse fallire, l'alternativa sarebbe rappresentata soltanto dalla possibilità di essere cooptati in una delle botteghe esistenti ed io non sarei interessato a lavorare in questa situazione, che così come è non serve a risolvere i problemi del domani. Se invece le cose vanno bene, io per primo sono pronto a mantenere e solidificare il mio impegno. Chi lo condivide, in qualunque partito o punto dell'Ulivo militi o lavori, ha tante ragioni per pensarci e per collaborare all'idea.
la Repubblica
2 luglio 2001
L' OMBRA LUNGA DI UNA EREDITA'
Dal Pci ai Ds, i conti in sospeso
di Ernesto Galli Della Loggia
Ha ragione chi, a proposito del recente anniversario della fondazione del Partito comunista, ha osservato che ormai i Ds - che del Pci sono i principali eredi - hanno fatto con quel passato tutti i conti che dovevano. Ma dire che non ci sono più conti da fare con il passato è un' espressione ambigua. Può significare che ai vari Veltroni, D' Alema o Folena non ha ormai alcun senso chiedere sconfessioni e prese di distanza ulteriori rispetto a quelle già manifestate, il che è giusto; ma l' espressione può significare anche che il passato comunista dei Ds ormai non conta più, ha cessato di avere un qualunque effetto rilevante sul presente, è un passa to ormai passato per sempre. Ora, almeno in questo senso, non mi pare proprio che le cose stiano così. Il passato comunista continua a pesare come un macigno sulla sinistra italiana, e dunque su tutto il Paese. Non già, sia chiaro, a causa della stru mentalizzazione di qualcuno, ma perché la storia non è acqua e continua a pesare a lungo, molto a lungo, anche quando il processo che l' ha generata appare interamente esaurito e liquidato (si pensi, ad esempio, al peso che ha avuto l' eredità del fa scismo sull' Italia repubblicana, o che ebbe l' eredità liberale sul fascismo durante il ventennio). Dunque, nessuno può farci nulla, ma l' esistenza nella storia d' Italia di una cosa come il Pci continua - eccome! - a proiettare la sua ombra sul nostro presente. Se in Italia non esiste né un grande partito socialdemocratico né un grande partito democratico di sinistra è certamente perché la matrice comunista si è mostrata alla fine non suscettibile di dare vita né all' uno né all' altro. I tentativi vanno avanti da due lustri buoni ma senza successo. Sicché ancora oggi Massimo D' Alema, se deve fare appello all' anima profonda dei Ds non può fare altro che evocare, pur senza chiamarla con il suo nome, la vecchia anima comunista del Pci, perché altre non ce ne sono. Non a caso. Il Pci infatti ha diffuso per troppi anni, in larghe masse e attraverso mille canali, da un lato, l' idea che la socialdemocrazia riformista corrispondesse a una visione asfittica, ideologicamente subalterna e politicamente perdente, dall' altro l' idea che la democrazia come tale, la democrazia senza aggettivi, non costituisse affatto una reale democrazia (altrimenti che ci stavano a fare il socialismo, l' antifascismo, il comunismo eccetera?). Con simili premesse, oggi è difficile tanto convincere il proprio elettorato di un tempo che socialdemocrazia è bello, quanto convincere i democratici senza qualifica di meritare la loro piena fiducia. Ancor più difficile, naturalmente, è per i Ds cercare di convincere contemporaneamente gli uni e gli altri di essere l' una cosa e l' altra. In realtà, nel passaggio dal Pci ai Ds la prospettiva socialdemocratica ha fatto allontanare una fascia di elettori sulla sinistra senza che dall' altra parte, però, la prospettiva democratica si sia mostrata, e si mostri, capace di esercitare un' attrazione significativa sull' elettorato di centro. Nel 1976, all' apice dei successi elettorali del vecchio Partito comunista, Alberto Asor Rosa affermò con grande sicurezza che il Pci era il continuatore effettivo del vecchio socialismo riformista italiano di Turati e di Prampolini, e insieme però era anche l' erede di Lenin e dell' Internazionale, e che quindi ad esso era riuscita un' impresa a dir poco eccezionale. Non era vero, naturalmente. Era solo l'ennesima manifestazione di un' illusione in certo senso costitutiva di tutto il pensiero politico italiano del Novecento - dalla Voce a Gobetti, a Gramsci, a Mussolini, a Togliatti fino a Dossetti - e cioè l' illusione di conciliare, con una misura e un senso forti, esigenze di ordine opposto. Da un lato l' elitismo pedagogico-dirigistico, dall' altro l' iniziativa individuale e quella nazionalpopolare, da un lato la gerarchia e dall' altro l' interclassismo, da un lato la giustizia e dall' altro la libertà, da un lato la persona e dall' altro la comunità. Sempre, come dicevo, in una prospettiva di ricerca esasperatamente combinatoria, ogni volta attenta a non considerare prioritario un principio solo costruendovi sopra un edificio minimamente coerente. È così che per i lunghi decenni del Novecento molti italiani - in buonafede, in assoluta buonafede - hanno potuto considerarsi fascisti e insieme liberali, volere la nazionalizzazione delle banche e della grande industria e insieme essere favorevoli all' iniziativa privata, essere cattolici e comunisti, dirsi sinceri patrioti e magari servire gli interessi dell' Unione Sovietica, essere conservatori e insieme rivoluzionari. I comportamenti pratici e ideali facenti capo al Pci sono stati una sorta di vertice forse ineguagliato di questa vocazione italiana alla combinazione contraddittoria. Ed è per questo forse che, oggi, proprio il retaggio comunista si dimostra il più inservibile per costruire qualcosa di solidamente univoco, qualcosa di agevolmente spendibile su un mercato elettorale sempre più orientato alle offerte politiche alternative, dunque chiare, com' è quello nostro odierno. La sterilità sostanziale, e perciò la inutilizzabilità di questo retaggio, il peso schiacciante sulla sinistra italiana del passato comunista che non riesce a passare si sono mostrati nel modo più chiaro in queste ultime settimane. Allorché, venuto il momento per il centrosinistra a dominanza Ds di presentare alle elezioni il suo leader, esso, guarda un po', si è trovato a scegliere solo tra Giuliano Amato e Francesco Rutelli: vale a dire tra i rappresentanti proprio di quelle due culture - la cultura socialriformista e la cultura radicale - che nella sua estrema stagione il Partito comunista massimamente avversò, insolentì e derise. Non solo, ma dopo aver fatto la scelta che sappiamo, quello stesso centrosinistra ora già provvede, addirittura, a rimangiarsi perfino l' antisocialismo e l' anticraxismo militanti che pure rappresentano tra le principali ragioni storiche della sua esistenza.
Corriere della Sera
giovedi , 08 febbraio 2001