| La costituzione della Associazione Nenni | Incontro a Roma | Il documento predisposto da Tamburrano | L'appello che aveva preceduto la iniziativa |
Incontro a Roma per “dar vita ad una formazione schiettamente ispirata ai principi del socialismo democratico”
27 giugno 2002. Si è svolta,a Roma, un incontro promosso dall’Associazione Amici della Fondazione Nenni, presieduta dal professor Giuseppe Tamburrano. Erano presenti rappresentanti di Circoli socialisti di molte regioni italiane. Scopo dell’Associazione è “dar
vita ad una formazione schiettamente ispirata ai principi del socialismo democratico”.
E’ stato discusso cosa sia il socialismo oggi. In un documento è scritto: “E’ certo che il socialismo del ‘900 è superato, ma è aperta la questione se, superati gli strumenti e i programmi del passato, sono invece vivi i valori, i principi e i fini. E’ il
problema dell’identità di una forza politica che voglia essere socialista, e cioè voglia cambiare le cose secondo un progetto ispirato ai valori della giustizia e della libertà per tutti”.
E ancora: “Una sinistra che recuperi i suoi antichi ideali e dia risposte moderne ai bisogni di oggi ha per se l’avvenire: …che faccia valere i principi di giustizia sociale a difesa dei lavoratori indipendenti e dei lavoratori atipici e soprattutto di chi il
lavoro non ce l’ha; che promuova e difenda i diritti di libertà dei cittadini contro gli abusi dei poteri politici, giudiziari, economici, mediatici, burocratici e tecnocratici; che ritrovi la sua fede internazionalista nella lotta contro le ineguaglianze, la
miseria, lo sfruttamento del Sud del mondo con la stessa determinazione con la quale ha combattuto, per oltre un secolo, in favore del riscatto delle plebi contro il capitalismo nazionale”.
Alla fine del dibattito, è stato deciso di creare un gruppo di lavoro ed un collegamento a rete, per coordinare le iniziative, e di tenere, in autunno, una riunione di tutti coloro che si richiamano al socialismo riformista.
Documento Amici Fondazione Nenni
Per dare vita ad una formazione schiettamente ispirata ai principi del socialismo democratico, come è scritto nello statuto degli "Amici della Fondazione Nenni", il primo tema con il quale occorre confrontarsi è: che cos'è il socialismo oggi. Non possiamo
dare per scontato che il socialismo sia vivo: nè il fatto che esistano partiti che si dichiarano "socialisti" rappresenta una prova.
E' certo che il socialismo del '900 è superato, ma è aperta la questione se superati sono gli strumenti e i programmi del passato, e sono invece vivi i valori, i principi e i fini. E'il problema dell'identità e cioè dei caratteri costitutivi e delle finalità di una
forza politica che voglia essere socialista, e cioè voglia cambiare le cose secondo un progetto ispirato ai valori della giustizia e della libertà per tutti.
Il crollo del comunismo e l'esaurimento del welfare hanno sancito la crisi dell'ideologia fondata sullo statalismo e sul collettivismo. D'altra parte il mercato ha dimostrato di essere più efficiente come meccanismo regolatore della vita economica. Tuttavia la funzione
della politica e dello Stato non è per questo venuta meno per quanto attiene alla regolamentazione -o governo- del mercato, all'intervento nei settori, di crescente importanza, estranei alle dinamiche economiche e alle regole di mercato, e al perseguimento di fini
generali.
I grandi cambiamenti intervenuti nel mondo occidentale nel corso degli ultimi decenni hanno fatto sorgere problemi del tutto nuovi, inediti.
La globalizzazione in sè, come processo che apre le frontiere e fa comunicare liberamente popoli e individui, è, per una ideologia internazionalista quale è il socialismo, un fatto altamente positivo. Ma la globalizzazione di cui si discute, quella liberista, è
dominata da potenze finanziarie, economiche, mass-mediatiche e richiede alla sinistra di acquistare una visione planetaria che tenga conto delle tante interdipendenze tra livello mondiale, europeo, nazionale e locale e proponga progetti di governo della
mondializzazione. L'Europa è il principale attore.
Nel vecchio modello della sinistra la classe operaia era concepita come la forza motrice della rivoluzione- violenta o graduale-. Questo modello politico-ideologico non esiste più. Ma, ovviamente, esistono operai e lavoratori dipendenti con i loro bisogni e i loro
diritti. Inoltre il mondo del lavoro si è frantumato in interessi distinti e in una molteplicità di figure, talchè a ragione si parla di "lavori" e non più di "lavoro". Questo mondo dei lavori- i cui diritti e le cui esigenze vanno fermamente
difesi- non può, per le sue caratteristiche moderne, essere concepito come il "soggetto collettivo" protagonista della riforma socialista della società. E' l'errore commesso da quella parte della sinistra che, critica la deriva liberista dei partiti
socialisti, laburisti e socialdemocratici e impugna gloriose ma ormai vecchie bandiere.
Purtroppo la sinistra oggi è divisa tra che difende questo modello superato e chi si è puramente e semplicemente convertito al mercato in conseguenza sia dei fallimenti o dei superamenti dello statalismo e del collettivismo, sia dei grandi cambiamenti intervenuti nel
mondo. La scommessa del socialismo oggi è di trovare la sintesi tra il vecchio e il nuovo e di proporre, illuminate dai principi e dai valori tradizionali, le soluzioni ai problemi del nostro mondo: quelli della miseria, della fame, del sottosviluppo del Sud, e quelli
della liberazione, grazie anche alla globalizzazione e alla tecnologia, degli uomini e delle donne del Nord dall'assoggettamento agli interessi e ai "valori" dei potenti dell'economia, della finanza, della politica, dei mas-media, delle tecnostrutture, delle
burocrazie.
L'individualismo del capitalismo è egoismo e lotta di tutti contro tutti: l'individualismo del socialismo è il pieno spiegamento armonioso della persona. E' proprio il Manifesto di Marx ed Engels che annuncia una società nella quale "la libertà di ciascuno è
la condizione per la libertà di tutti": non vi è la classe ma l'individuo (ciascuno) nella sua correlazione con la collettività ("tutti").
La scommessa di una moderna forza socialista è di essere e apparire portatrice di interessi e finalità generali nei quali possano ritrovarsi e comporsi gli interessi e le finalità degli individui, di tutti gli individui.
Se la sinistra non sa riconoscere i caratteri nuovi del nostro mondo e con essi confrontarsi, se non sa capire le grandi potenzialità della tecnologia al servizio di un diverso modello di sviluppo, rischia di essere emarginata da altre soggettività collettive
fortemente motivate ed attive sui temi caraterizzanti della sinistra (i bisogni dei più deboli, l'uguaglianza, ecc.): mi riferisco ai movimenti, agli anti-global........ Solo se sarà capace di avanzare grandi proposte, una forza socialista tornerà a scaldare i cuori,
specie dei giovani, e ad essere punto di riferimento mobilitante.
E' necessaria una battaglia culturale contro l'apatia e lo scetticismo che nascono dalla convinzione- indotta dalle ideologie neo-conservatrici alle quali si è arresa culturalmente la sinistra- che non ci siano più differenze tra destra e sinistra: il che in realtà
vuol dire che obsoleta non è la destra, ma la sinistra, e che il "superamento" è rappresentato dal pensiero unico basato sul liberismo,il mercato, la flessibilità, la globalizzazione, in una parola sul "modello americano". In realtà questa
ideologia, che è sembrata vincente, ormai fa acqua da tutte le parti incalzata a sinistra dai no-global e a destra dal populismo xenofobo; e negata al suo interno dal protezionismo, da un neo-keynesismo classista e dall'unilateralismo americano. I fatti hanno fatto
apparire la debolezza del mito del mercato e della globalizzazione: dalla crisi del Messico della fine del 1994 alla crisi argentina è stato un crescendo di fallimenti della globalizzazione liberista; l'occidente capitalistico, a cominciare dagli Stati Uniti, non è
ancora uscito da una recessione assai grave; la disoccupazione (negli USA sfiora il 6%), la precarietà, i sottosalari dei poor workers sono in crescita preoccupante e contribuiscono alla sensazione di insicurezza che si diffonde specie in Europa e che alimenta la
deriva populista; del "miracolo" della new economy non si parla più, mentre preoccupano fenomeni come la bancarotta di Enron (che non è un caso isolato) o su un altro piano la crisi della Fiat che sono una smentita alla trasparenza e alla efficienza del
capitalismo. E' il caso di esclamare: sinistra, apri gli occhi!
Problemi vecchi e problemi nuovi richiedono proposte di sinistra. Tra i problemi nuovi emigrazione e sicurezza attendono che la sinistra, invece di tallonare la destra, offra le sue soluzioni. Purtroppo essa paga il ritardo di decenni e l'insufficienza di elaborazione.
Quando fu chiaro che l'Occidente ricco sarebbe stato "aggredito" da masse di immigrati provenienti da paesi poveri in cerca di lavoro, i socialisti dovevano mobilitarsi per una seria politica mondiale di investimenti diretti a promuovere la crescita e
l'occupazione nei paesi di provenienza: una giusta politica a favore dei paesi poveri e dell'Europa ricca! E quando fu chiaro-or sono molti anni- che aumento dell'immigrazione e inadeguatezza della capacità di accoglienza in Europa avrebbero provocato populismo e
xenofobia sulla base dell'equazione immigrazione uguale criminalità, si doveva correre ai ripari. A quell'equazione si sono aggiunte la precarietà del mercato del lavoro, l'obsolescenza dei connotati storici di identità nazionale per la diffusione di modelli di vita
stranieri, la rinuncia a quote di sovranità nazionale a favore non di una patria più grande, l'Europa dei popoli, ma di banche e burocrazie europee estranee e lontane: è questa la miscela dell'insicurezza, nel senso più ampio della parola, di cui si nutre la destra
populista.
Una sinistra che recuperi i suoi antichi ideali e dia risposte moderne ai bisogni di oggi ha per sè l'avvenire: che ritrovi l'ispirazione laica sui problemi nuovi della scuola, della famiglia, della bioetica; che faccia valere i principi di giustizia sociale a difesa
dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori atipici e soprattutto di chi il lavoro non c'è l'ha; che promuova e difenda i diritti di libertà dei cittadini contro gli abusi e le deviazioni dei poteri politici, giudiziari, economici, mediatici, burocratici e
tecnocratici; che ritrovi la sua fede internazionalista nella lotta contro le ineguaglianze, la miseria, lo sfruttamento del Sud del mondo con la stessa determinazione con la quale ha combattuto per oltre un secolo in favore del riscatto delle plebi contro il
capitalismo nazionale.
Dopo i successi degli scorsi anni in tutta l'Europa, i partiti di sinistra sono in regresso ovunque tranne che in Inghilterra (per ragioni specifiche irriproducibili nel Continente). E' un campanello di allarme, e un monito: lo spostamento della sinistra verso il centro
è giunto alle sue colonne d'Ercole, non paga più. L'avanzata della destra e dell'estrema destra non lascia scelte alla sinistra: competere sul terreno del liberismo senza regole e del monoculturalismo è un suicidio: l'originale si imporrà sulla copia. La sinistra può
solo tornare ad essere se stessa: con le sue antiche radici e con un nuovo progetto.
Il mondo in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili. Un mondo migliore è possibile: costruirlo è il compito dei socialisti.
(giugno 2002)
Appello "per un impegno socialista nel centrosinistra", adesioni ed iniziative
Appello per il voto e materiali per il dibattito
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Il documento "Per un impegno socialista nel centro sinistra"
è stato promosso da: Aldo ANIASI, Gaetano ARFE', Mario ARTALI, Giorgio BENVENUTO, Norberto BOBBIO, Luciano CAFAGNA, Ettore CARETTONI, Federico COEN, Francesco DE MARTINO, Mario DIDO',Vittorio EMILIANI, Mauro FERRI, Antonio GIOLITTI, Massimo GUERRIERI,Ugo INTINI,Paolo LEON, Emanuele MACALUSO, Giacomo MANCINI, Giorgio NAPOLITANO,Giuliana NENNI, Luciano PETTINARI,Mario PIRANI, Umberto RANIERI, Alfredo REICHLIN, Pierluigi ROMITA,Giorgio RUFFOLO, Massimo SALVADORI, Cesare SALVI, Giuseppe TAMBURRANO, Giglia TEDESCO,Bruno TRENTIN. La presentazione del documento si è svolta, con la presenza della stampa, il 12 aprile 2001 presso la Fondazione Nenni a Roma. |
| Il documento | La lettera di D'Alema | Il telegramma di Amato | Lettere di adesione |
| La presentazione | Sui giornali: Napolitano e Bobbio per il partito socialista | Materiali e contributi | Socialistiper |
E' in corso la raccolta delle adesioni, possibile anche inviando una email all'Ossimoro: le numerose già pervenute verranno comunicate nel corso delle successive iniziative. Tra le prime pervenute:
Alessandro Pollio Salimbeni,Franco Mirabelli,Riccardo Terzi, Giuseppe Giudice,Michele Speranza,Ivo Persichella, Giorgio Cavalca,Raimondo Elli,Giancarlo D'Alessandro,Guido Alberini,Felice Besostri, Marco Campione,Andrea Margheri, Alceo Riosa, Sergio Vaccà, Michele Achilli, Giorgio Pacifici, Gianni Cozzi, Pieraugusto Pozzi, Orietta Baldelli, Luciano Belli Paci
TELEGRAMMA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI
MINISTRI
CARISSIMI
SONO LIETO DELLA VOSTRA INIZATIVA CHE PROMUOVE UNA RIFLESSIONE PUNTUALE SUI TEMI
DELLA POLITICA ITALIANA IN VISTA DELLA SCADENZA ELETTORALE.
OCCORRE RIBADIRE I VALORI PROFONDI DELLA DEMOCRAZIA IN OPPOSIZIONE AD UNO
SCHIERAMENTO POLITICO CHE NON EMARGINA IDEALITA' ILLlBERALI E ANTITALIANE.
CON ClNQUE ANNI DI AZIONE GOVERNATIVA L'ITALIA HA ORAMAI AVVIATO IL RISANAMENTO
ECONOMICO IN UN QUADRO STABILE EUROPEO.
OCCORRE CHE LE FORZE SOCIALISTE SIANO COESE NELL'AFFERMAZIONE DEI VALORI DELLA
DEMOCRAZIA E DELLA SOLIDARIETA' IN SINTONIA CON LE FORZE PROGRESSISTE EUROPEE.
VI SONO VICINO AUGURANDOVI BUON LAVORO E INVIANDOVI UN SALUTO AFFETTUOSO
GIULIANO AMATO
ROMA, 12 APRILE 2001
Alla Fondazione Pietro Nenni
Cari amici e compagni,
aderisco volentieri al documento che avete promosso.
Apprezzo e condivido l'appello per un impegno comune delle forze più vive della
sinistra italiana nella campagna elettorale e nel sostegno convinto ai valori,
al programma e alle ragioni dell'Ulivo.
Come giustamente sottolineate siamo di fronte al riproporsi di una destra che
manifesta caratteri illiberali e atteggiamenti che non possono non allarmare la
coscienza democratica del paese. In gioco non è soltanto il giudizio sugli anni
di governo del centrosinistra e sui risultati che, insieme, abbiamo saputo
conseguire, ma la prospettiva di ancorare solidamente il destino della nazione
italiana alle sorti dell'Europa, del suo processo di integrazione e di
allargamento.
La portata di questa sfida deve indurre una volta per tutte le diverse
componenti, sensibilità e culture della sinistra italiana a riconoscere la
priorità di un disegno unitario di ricomposizione. Oggi più che mai è matura
la necessità di una grande forza della sinistra riformista, legata all'identità
e ai valori del socialismo europeo. Indicare da subito questo percorso non è
solo un atto doveroso ma, come voi dite, una delle condizioni necessarie a
recuperare quell'area di elettori che non hanno mai abbandonato le proprie
convinzioni socialiste e che, dopo la crisi drammatica del Partito socialista e
la tormentata e sofferta trasformazione del Partito comunista italiano, sono
rimasti troppo a lungo orfani di una casa dove sentirsi padroni e non solamente
ospiti. Gli sforzi compiuti in questi anni dai Democratici di sinistra, il loro
legame con il Partito socialista europeo e con l'Internazionale socialista,
testimoniano della ferma volontà di procedere con coraggio in questa direzione.
Mi auguro che la campagna elettorale possa rappresentare un momento
significativo e utile al perseguimento di questo scopo.
Un saluto affettuoso,
Massimo D'Alema
Roma, 12 aprile 2001
Contro l'astensionismo: l'importanza del voto
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Torna inevitabilmente d'attualità, nelle difficoltà del presente, una riflessione sul che fare, oltre le mode, i consulenti di immagine, e l'armamentario un po' logoro del buonismo dell'"I care". Così Amato parla di partito socialista, emergono i limiti della cultura postcomunista, e sembra, sia pure stentatamente, partire un dibattito meno effimero. Oltre ai contributi riportati qui sotto, raccomandiamo di dare uno sguardo alle altre pagine dell'Ossimoro, ed in particolare a: Vecchia sinistra e nuova storia, di Alfredo Reichlin inoltre: Macaluso sospende le attività del Comitato di Ragioni del socialismo |
vedi inoltre: Ma quale transizione? , da "Mondoperaio", rivista dello SDI, e,
Ruffolo: rifondare il socialismo italiano
Coen: le radici dei revisionismi
Galli della Loggia : dal PCI ai DS
Appello sulla importanza del voto
prime adesioni: Gaetano Arfè, Pietro Amendola, Aldo Aniasi, Mario Artali, Arrigo Boldrini, Vittorio Foa, Mauro Ferri, Antonio Giolitti, Ettore Gallo, Alessandro Natta, Gianfranco Maris, Nadia Spano, Rosario Villari, Maurizio Valenzi
La nostra repubblica sta attraversando una lunga e tormentata fase di transizione caratterizzata dal fatto che il sistema politico sul quale essa si era lungamente retta è andato in frantumi e il processo di ricomposizione delle forze politiche è ancora lontano dall'essere compiuto.
I risultati finora raggiunti dai nuovi riformatori sono sotto i nostri occhi e sono tali da motivare un giudizio severo su quanti hanno avuto e hanno responsabilità di direzione politica nel nostro paese e al nostro giudizio corrisponde quello di larga parte dell'elettorato che lo ha già espresso nelle ultime consultazioni con un tasso di astensionismo senza precedenti nella nostra storia.
Molti e diversi sono i fattori che concorrono a spiegare questo fenomeno, che suona avvertimento allarmante ma che opera soltanto in negativo. E' nostra convinzione che una conferma di questo dato, o, ancora peggio un suo incremento, rallenterebbe e devierebbe il processo in atto aggravando la precarietà degli equilibri fin qui raggiunti e aprendo la strada a pericolosi avventurismi.
E' perciò il momento di dire che si può esser critici nei confronti dei governi che si sono succeduti nel corso di questa legislatura, ma che non si può non riconoscere che essi si sono trovati di fronte all'emergere e all'esplodere di problemi antichi e nuovi collocati tutti in una dimensione europea e, per molti aspetti, planetaria e che la linea seguita ha bisogno di essere corretta ma non rovesciata.
E'il momento di dire che si può essere critici nei confronti dei partiti che lo sostengono ma non si può non riconoscere dietro di essi la presenza, anche se troppo timidamente affermata, delle tradizioni che esprimono le grandi componenti storiche della civiltà italiana e europea, quella cristiana, quella liberale e quella socialista.
Si vuole essere rispettosi delle opposizioni, ma non si può, questa volta, non denunciare il fatto che il loro fronte si presenta solcato da contraddizioni ideali e politiche in componibili ; che coesistono in esso, accanto a tendenze liberalmente conservatrici, correnti e gruppi inquinati da germi di sovversivismo antico e nuovo, - fascismo, razzismo, federalismo come dissoluzione della solidarietà nazionale, degradazione della patria ad azienda - uniti nella volontà di trasformare in rissa la lotta politica e sociale, di erigere a legge suprema quella del profitto, di fare del mercato l'oggetto di un feticistico culto, di spezzare la linea di continuità sulla quale si è costruita e cementata la coscienza civile dell'Italia repubblicana.
Per queste ragioni la consultazione elettorale in corso acquista una importanza enorme nella vita del nostro paese: non è retorico dire che essa comporta una "scelta di civiltà". La vittoria del fronte guidato da Berlusconi, Bossi e Fini non significherebbe un normale avvicendamento di partiti al governo d'Italia, ma il sovvertimento dei valori, delle culture e delle pratiche che ebbero la loro matrice nella Costituzione nata dalla Resistenza e nel cui segno si è costituita una democrazia di respiro europeo.
La forma del "tanto peggio,tanto meglio", espressione di una stanchezza e una sfiducia che pure hanno una loro seria motivazione, ha sempre dato nella storia frutti nefasti.
Per questo noi chiediamo ai cittadini italiani di non disertare le urne e di scendere compatti in campo con l'arma civilissima della scheda. E' la via maestra per restituire alla politica la sua autonomia, la sua dignità, la sua nobiltà, per dare alla crisi che stiamo attraversando uno sbocco che sia all'altezza della nostra storia migliore.
( sulla base del testo predisposto da Gaetano Arfè)
Bisognerà rifondarlo, questo socialismo italiano
"L'anno scorso la gioventù russa, per ricordare Liebknecht a Mosca,
davanti al Cremlino, bruciò il fantoccio di Scheidemann; quest'anno la gioventù
socialista italiana chiede ai rappresentanti comunisti di bruciare qui il
fantoccio dell'unità". Qui vuol dire Livorno, gennaio del 1921, Congresso
del Partito socialista e della scissione comunista. Chi parla è Secondino
Tranquilli, direttore del giornale dei giovani socialisti
"Avanguardia". Più tardi si chiamerà Ignazio Silone.
Liebknecht, Scheidemann, Silone. Chi se ne ricorda? Dice Scalfari: lontani
anni-luce, e ha ragione. Che senso ha ricordare Livorno e la fondazione del
partito comunista? Non c'è più. E' sprofondata l'Unione Sovietica. Viviamo
l'era di un capitalismo mondiale trionfante con il quale la sinistra del nuovo
secolo deve rifare i conti. Certo, non avrebbe alcun senso farli con le cifre
del 1921.
Pure, una grande forza politica non vive solo di attualità. Deve avere il senso
storico della sua direzione. Se smarrisce la memoria, perde anche la percezione
della realtà presente e diventa incapace di progettare il futuro. Da dove
veniamo? Dove andiamo?
Alfredo Reichlin ha scritto un saggio imperniato sul nesso tra la sinistra
italiana e l'identità storica di questo paese. Se non si coglie quel nesso la
sinistra pensa nel vuoto e scrive sull'acqua. Da questo punto di vista, Livorno
Ventuno non è solo il dagherrotipo sbiadito di una folla di gentiluomini in
bombetta e di operai baffuti in tuta che si spostano cantando l'Internazionale,
tra due ali di guardie regie, dal teatro Goldoni al Teatro San Marco, dove gli
tocca stare in piedi in una platea senza sedie, e ci piove pure dentro. E' un
momento cruciale della grande storia della sinistra italiana e del suo rapporto
con la società e con la nazione italiana.
Momento drammatico. In Russia, sono al potere da poco i bolscevichi, e
combattono per la sopravvivenza. In Italia, le bande fasciste dilagano nelle
piazze. Drammatica anche la scena del Congresso (chi ne farà un grande film?)
C'è il dramma di Giacinto Menotti Serrati. Non molti ricordano che la scissione
avvenne tra la forte minoranza dei "comunisti" e la maggioranza dei
socialisti di sinistra (si chiamavano non a caso massimalisti), di cui Serrati
era il capo; e che aderiva pienamente alla rivoluzione dei Soviet e alla Terza
Internazionale: ma si rifiutava ostinatamente di espellere dal partito la
sparuta minoranza riformista di Turati, come Mosca esigeva. Non rompere l'unità
della sinistra di fronte all'offensiva della destra. Non vale la pena di
ricordare quell'atto di responsabile abnegazione?
C'è Turati e il suo poderoso discorso, dapprima interrotto da grida di Viva la
Russia, poi man mano sempre più applaudito e finito con la maggioranza del
Congresso in piedi. Turati che rivolgendosi ai comunisti, dice: "…se
uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualcosa
che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società
nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto - ma lo farete con convinzione,
perché siete onesti - a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei
social-traditori ….".
C'è il silenzio di Antonio Gramsci. Gramsci detestava l'ideologismo schematico
e l'avventurismo di Bordiga, il più autorevole fondatore del partito comunista.
Più tardi affermerà che la scissione di Livorno era stata "il più grande
regalo fatto alla reazione".
Da quel Congresso di Livorno, ne è passata di acqua sotto i ponti: talvolta,
anche sopra, nel paesaggio della sinistra italiana, da cui - rispetto alla
antica problematica - emergono due fatti incontestabili. Il primo è l'esplicita
o tacita vittoria del riformismo: e neppure di quello turatiano, concepito come
una lunga marcia verso una società socialista, senza capitalismo e senza
classi; ma come un durevole indeterminabile compromesso storico con il
capitalismo, nel segno e nel senso della giustizia sociale.
Il secondo fatto è l'anomalia italiana: e cioè il fatto che, a differenza di
quel che accade negli altri paesi europei dove il programma riformista è stato
affidato a un grande partito socialista e democratico, in Italia la sinistra si
è frammentata - altro che Livorno! - in pezzi grandi e piccoli. Ci sono quelli
che si richiamano romanticamente a un comunismo inedito e metapolitico. Ci sono
quelli che cercano di presidiare tenacemente i resti del partito socialista. E
ci sono persino quelli che odi e rancori personali profondi hanno proiettato ben
fuori della sinistra, e spinto fino alla impudenza di celebrare una rinascita
"socialista", con fiori bandiere e lacrime, nel campo della destra,
abbracciati affettuosamente al suo capo.
C'è infine il partito democratico della sinistra, il pezzo più forte, ma
lontano dalla dimensione dei partiti socialisti europei; pienamente socialista
in Europa, ma non in Italia, dove resta refrattario ad una identificazione piena
ed esplicita con una tradizione storicamente conflittuale.
Ecco l'anomalia della sinistra italiana: che è oggi denunciata come una sua
grave debolezza anche da alcuni di quelli che a suo tempo, sconsideratamente, la
celebravano come una ricchezza. Se oggi l'Italia manca di un grande partito
socialista "normale" - insomma, come quelli che pare funzionino in
quell'Europa che assumiamo come modello per tutto il resto, dall'euro alla mucca
pazza - è anche responsabilità degli inventori di "repubbliche
inesistenti" (come diceva Machiavelli e ripeteva Berlinguer). E che
continuano imperterriti a indicare, come méta della sinistra italiana, il suo
scioglimento in un minestrone vegetal-democratico di cui nessuno , ma proprio
nessuno , ha la ricetta.
Il gusto della circumnavigazione che ha fatto la gloria degli esploratori
italiani del Medioevo è la dannazione di certi politici italiani dell'Evo
Moderno. Così si smarrisce la via maestra, per imboccare uno di quelli che
Turati chiamava gli "scorcioni", quelli che non portano da nessuna
parte. E così si indebolisce proprio quella coalizione sulla quale si vorrebbe
fondare un nuovo partito: perché le coalizioni si fanno attorno a una forza e
non mettendo insieme debolezze diseguali.
Anche in queste condizioni "anomale" - ne sono convinto - la
coalizione di centro-sinistra, che sta per affrontare una prova molto ardua, può
vincere. Perché ha alle spalle una grande esperienza di governo. Perchè ha un
leader prestigioso. Perché dispone di una squadra di dirigenti politici di
primo ordine. Purchè sappia, in questo scorcio elettorale, trovare la
compattezza della squadra e la persuasività di un messaggio semplice e diretto.
Dopo questa prova, e comunque, si ripresenterà per la sinistra italiana,
l'occasione di superare finalmente la sua paralizzante anomalia. Di costruire un
vero grande partito del socialismo italiano. Di un socialismo che non è solo un
movimento politico, ma un ideale morale, come il cristianesimo: una forza
trascinante della storia dell'Italia e dell'Europa, un fattore costituente della
loro identità.
E' un sogno testardo?
L'ostinazione dei sogni fa parte integrante dell'impegno politico serio. Arthur
Koestler, nel libro scritto insieme con altri insigni ex comunisti, "Il Dio
che è fallito", racconta la storia di Giacobbe. Come si sa, Giacobbe era
innamorato della bella Rachele, e per averla in sposa si era impegnato a
lavorare per sette anni nell'azienda di suo zio Labano, un tipo non proprio
raccomandabile. Dopo sette anni, svegliandosi al mattino, scoprì che non aveva
dormito con la bella Rachele, ma con la brutta Lia. Non si perse d'animo per
questo. Ricontrattò il patto, accettando di lavorare per altri sette anni. Ed
ebbe finalmente Rachele (che naturalmente, in tutto quel tempo, non era
cambiata). "Per l'amore che le portava".
Giorgio Ruffolo
La Repubblica
31 gennaio 2001
REVISIONISMI: PROFONDE SONO LE RADICI
di Federico Coen
1. E' andata crescendo in Italia negli ultimi tempi una vivace polemica a
proposito dei cosiddetti revisionismi, cioè della tendenza che si è affermata
prima in sede storiografica e poi anche in determinati ambienti politici a
rimettere in discussione alcuni valori fondanti della nostra vita nazionale, a
partire dalla tradizione laica che ispirò il Risorgimento italiano fino ad
arrivare alla Resistenza antifascista da cui è nata la nostra Repubblica
democratica e da cui hanno tratto la loro prima legittimazione i soggetti
politici protagonisti dell'Italia postbellica, a cominciare dai partiti della
sinistra storica. In un recente convegno organizzato dalla Fondazione Nenni
queste tendenze sono state analizzate a fondo, tanto sul piano metodologico -
distinguendo doverosamente la revisione storica legittima dalle amplificazioni
strumentali di carattere politico - quanto nei loro contenuti, distinguendo un
revisionismo di stampo clericale rivolto soprattutto alla storia del
Risorgimento (traendo occasione e pretesto in particolare dalla beatificazione
di Pio IX), un revisionismo di destra, tendente a mettere sullo stesso piano
fascisti e antifascisti, e un revisionismo che può essere definito di sinistra,
in quanto propone una versione riduttiva del ruolo che hanno avuto in Italia il
movimento operaio e i partiti che ne sono stati l'espressione.
Ritornando sul tema, vorrei anzitutto sottolineare che la miscela di revisioni e
di revisionismi, più o meno strumentali, non è una moda passeggera e non
rappresenta un fenomeno soltanto italiano. Profonde sono le radici, che vanno
ricercate da un lato nel revival religioso conseguente al fallimento delle
ideologie salvifiche di matrice laica ( e in particolare del comunismo nella sua
accezione universalistica), dall'altro nel revival delle appartenenze etniche e
territoriali come reazione alla globalizzazione dei mercati e all'immigrazione
di massa, con la conseguente rivalutazione del fascismo e del razzismo; né
vanno trascurate, su un altro versante, le ricadute della crisi del welfare e
del radicamento sociale di classe dei partiti della sinistra storica.
2. Detto questo in termini generali, va subito aggiunto che nel caso dell'Italia
revisioni e revisionismi assumono tuttavia un valore particolare, e
particolarmente inquietante, per almeno due ragioni. La prima ragione è che
vanno ad incidere su un cemento unitario molto sottile, più sottile e labile
che in altre nazioni europee. E non si tratta di spinte progressiste in
direzione di un'Europa sovranazionale, ma di spinte regressive miranti a
riesumare fantasmi del passato, dallo Stato della Chiesa alla Lega Lombarda,
dall'Uomo della Provvidenza al regime nazista di Salò. Ed è chiaro che il
collasso della c.d. Prima repubblica, con la comparsa sulla scena politica di
soggetti anomali come il partito di Berlusconi e quello di Bossi, non ha fatto
che incentivare questi revisionismi devastanti.
La seconda ragione che rende peculiari le tendenze revisioniste in Italia sta
nelle caratteristiche del cosiddetto revisionismo di sinistra, che non si
limita, come avviene altrove , a rivalutare l'economia di mercato e a prendere
le distanze dallo statalismo tradizionale, ma si rivolge al passato, con il
rischio di auto-delegittimare e comunque di confondere il ruolo che la sinistra
politica, nelle sue diverse anime, ha avuto in questo paese in oltre un secolo
di storia.
Come già ho avuto occasione di osservare nel convegno su "Rosselli e il
socialismo liberale" che si tenne a Roma nel febbraio 1999, il revisionismo
di sinistra è dovuto essenzialmente alle incertezze e alle reticenze che hanno
contrassegnato e in parte ancora contrassegnano la transizione ormai più che
decennale dall'ex PCI verso il suo approdo post-comunista. Una transizione che
si è espressa in due direzioni opposte ma entrambe fuorvianti: da una parte una
fuga all'indietro mirante a rifondare il comunismo, un comunismo immaginato
miracolosamente immune dalle degenerazioni di tipo sovietici; dall'altra, una
fuga in avanti che si è manifestata, e in qualche modo ancora si manifesta, in
primo luogo nell'esaltazione dell'Ulivo come soggetto politico destinato a
trascendere i partiti che ne fanno parte (anziché come alleanza di governo tra
soggetti diversi), e in secondo luogo nel tentativo di ricondurre l'identità
storica della sinistra italiana alla formula del c.d. socialismo liberale, i cui
padri fondatori vengono identificati in due personaggi come Gramsci e Rosselli
che appartennero a storie molto diverse ed ebbero in comune la loro estraneità
(in quanto vittime eroiche del fascismo al potere) alle vicende storiche
cruciali connesse con la seconda guerra mondiale e con la storia italiana ed
europea del secondo dopoguerra. Con il risultato di mettere tra parentesi
l'intera storia reale della sinistra italiana, nei suoi protagonisti principali,
socialisti e comunisti; e con il risultato al tempo stesso, di eludere le
ragioni storiche che hanno dato ragione all'ala socialdemocratica della sinistra
europea, e quindi in qualche modo di sminuire il valore stesso dell'adesione del
partito post-comunista all'Internazionale socialista.
3. Come si spiegano queste reticenze?
Bisogna riconoscere che il compito dei responsabili della transizione non era
facile. Non era facile prima di tutto perché, piaccia o no, le ragioni di fondo
che avevano spinto la maggioranza dei lavoratori e dei ceti popolari orientati a
sinistra a privilegiare il PCI rispetto al Partito socialista, facendone il più
forte partito comunista d'Europa, erano legate prevalentemente al mito
sovietico: un mito che l'ala riformista minoritaria del partito aveva cercato in
qualche modo di ridimensionare, ma che il gruppo dirigente maggioritario non
volle contrastare, limitandosi a una distinzione debole con la formula
dell'eurocomunismo e poi, dopo la repressione della Primavera di Praga, a una
revisione altrettanto debole che non negava il carattere strutturalmente
socialista dell'Unione sovietica, ma criticava l'esaurimento "della spinta
propulsiva" della Rivoluzione d'ottobre, secondo la formula gesuitica di
Berlinguer. Per cui la perestrojka e poi il crollo del muro di Berlino furono
vissuti come altrettanti traumi dai militanti di base, e non solo.
Non era facile il compiuto dei traghettatori, in secondo luogo, perché il
passaggio puro e semplice dall'appartenenza allo schieramento comunista
internazionale all'appartenenza al socialismo democratico europeo comportava
un'alleanza, e anzi una sostanziale identificazione con l'altro partito della
sinistra italiana, il PSOI, che nella fase craxiana aveva sviluppato nei
riguardi del PCI un antagonismo senza precedenti che non favoriva quella
convergenza politici che avrebbe consentito alla sinistra italiana di assumere
unitariamente un ruolo analogo a quello della sinistra europea. Il duello a
sinistra, che nel corso degli anni 80 si era trasformato da sfida culturale in
Scontro politico frontale, avvelenava già allora la politica italiana.
L'occasione fu mancata da ambo le parti: da parte di Craxi che, nonostante
l'apertura di Occhetto alla Bolognina, ribadiva tenacemente la preferenza per
l'alleanza di governo con la DC; da parte del gruppo dirigente dell'ex PCI, che
esitava ad affrontare di petto i traumi di una transizione impopolare: Ma al di
là degli errori dei gruppi dirigenti, pesavano gli effetti di lungo periodo
della c.d. anomalia italiana che aveva radici lontane ed era stata assecondata
negli anni del frontismo da Morandi e dal primo Nenni e poi vanamente
contrastata dal secondo Nenni e da Craxi, alimentava un senso di superiorità
anche culturale verso i socialisti a cui era difficile rinunciare; tanto più
difficile nel momento in cui la vicenda di Mani Pulite investiva direttamente il
PSI, facendogli pagare prezzo altissimo per la sua prolungata partecipazione
alla gestione del potere.
Sono queste, ridotte all'osso, le ragioni di fondo che rendevano oggettivamente
ardua l'operazione inversa alla scissione di Livorno di 70 anni prima. E'
accaduto così che, mentre il PSI affondava sotto il peso del fattore Craxi, il
gruppo dirigente postcomunista ha cercato in un primo tempo, con D'Alema, di
minimizzare la questione socialista, collocandola nella c.d. Cosa Due, e poi,
con Veltroni, di revisionare la storia della sinistra italiana, riducendola al
carisma postumo di due personaggi emblematici e a una formula politica, quella
del socialismo liberale, che con quella storia ha ben poco a che fare..
4. Quali risposte è possibile dare oggi ai cosiddetti revisionismi, in Italia e
altrove? Prendersela con gli storici, quelli onesti, sarebbe un errore: rientra
nel loro mestiere l'impegno a demolire quanto c'è di mitico alla base delle
ideologie consolidate, anche se non sempre lo stesso impegno si riscontro nella
critica delle ideologie alternative. Le risposte, comunque, non possono venire
altro che da una politica attiva, una politica con la P maiuscola: Sconfiggere
il neo-clericalismo, dilagante oggi in Italia molto più che altrove, è
possibile solo impegnandosi a fondo per far valere il pensiero laico sui terreni
su cui l'insidia confessionale è più forte - a cominciare dalla scuola, dalla
ricerca scientifica, dalle interferenze nell'area della vita famigliare e
sessuale - e anche astenendosi da gesti di servilismo gratuito come
l'accettazione della sponsorizzazione papale della politica che ha avuto luogo
con il pretesto del Giubileo. Sconfiggere i tentativi di rivalutare il ruolo
svolto dai fascismi nella storia d'Europa è possibile solo impegnandosi
seriamente nella costruzione di un'Europa multietnica, in grado di perseguire
una politica unitaria all'altezza dei grandi problemi suscitati dalla
globalizzazione dei mercati e dall'immigrazione di massa. Più difficile da
fronteggiare è il cosiddetto revisionismo di sinistra, perché qui c'è una
componente suicida - la sinistra che si nasconde - che occorre contrastare. Ma
anche in questo caso la risposta è squisiamente politica. Abbiamo il diritto e
il dovere di rivalutare e di rivendicare la storia della sinistra come una
grande storia, come una battaglia più che centenaria per la libertà e
l'eguaglianza. Ma questa rivalutazione sarà efficace soltanto se ai valori
fondanti di questa grande storia si riuscirà a dare un'interpretazione moderna
compatibile con i mutamenti epocali che sono intervenuti in questi anni a
livello internazionale e a livello sociale. Solo in questo caso sarà possibile
leggere anche gli errori e i conflitti del passato come un prezzo pagato
all'affermazione di quei valori. E allora la revisione legittima dei giudizi
correnti sui singoli momenti di quella storia cesserà di alimentare i
revisionismi strumentali oggi in voga.