IL DILEMMA DEGLI STATI E IL DIRITTO DEI POPOLI

di KOFI ANNAN


La Carta delle Nazioni Unite è categorica. «Allo scopo di assicurare un'azione pronta ed efficace da parte delle Nazioni Unite» conferisce al Consiglio di sicurezza la «responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale». Raramente questa responsabilità ha pesato così tanto sui membri del Consiglio quanto questa settimana. La scelta da fare è di importanza estrema. La sua rilevanza non si limita affatto all’Iraq: è in gioco la minaccia delle armi di distruzione di massa contro tutta l’umanità. L’intera comunità internazionale deve collaborare per porre un freno alla proliferazione di queste armi terribili. Ovunque. Ma l’aspetto immediato e più urgente di questo compito è garantire che l’Iraq non disponga più di queste armi. Perché? Perché l’Iraq le ha effettivamente usate in passato e perché due volte, sotto l’attuale leadership , ha perpetrato un’aggressione contro i suoi vicini: l’Iran nel 1980 e il Kuwait nel 1990.

Ecco perché il Consiglio di sicurezza è determinato a disarmare l’Iraq e dal 1991 ha approvato una serie di risoluzioni che chiedono all’Iraq di disarmare.
In tutto il mondo l’opinione pubblica vuol vedere risolta pacificamente questa crisi. E’ allarmata per le enormi sofferenze umane che la guerra provoca sempre, lunga o breve che sia. Ed è in ansia per le conseguenze che questa particolare guerra potrebbe avere nel lungo periodo. Teme che condurrà all’instabilità regionale e a crisi economiche; e che possa avere, come fa tanto spesso la guerra, conseguenze non programmate che producano nuovi pericoli. Renderà ancora più difficile la lotta al terrorismo o la ricerca della pace fra israeliani e palestinesi? Segnerà divisioni profonde tra nazioni e popoli di fedi diverse? Comprometterà la nostra capacità di lavorare insieme per affrontare in futuro altre preoccupazioni di comune interesse? Sono interrogativi seri, e le risposte devono essere considerate con attenzione.
A volte può essere necessario usare la forza per fronteggiare le minacce alla pace: e la Carta lo prevede. Ma la guerra deve essere sempre un’ultima risorsa. Si deve ricorrere alla guerra soltanto quando sia stata tentata ogni altra ragionevole alternativa: nel caso attuale, solo se si è sicuri che ogni mezzo pacifico per ottenere il disarmo dell’Iraq sia esaurito. Le Nazioni Unite, fondate per «salvare le future generazioni dal flagello della guerra», hanno il dovere di cercare una soluzione pacifica fino all’ultimo istante possibile.
E’ arrivato il momento? Questa è la decisione che i membri del Consiglio di sicurezza hanno di fronte. Ed è una decisione molto seria. Se non riescono a trovare un accordo su una posizione comune, e qualcuno di loro intraprende un’azione priva dell’autorizzazione del Consiglio, la legittimità di quell’azione sarà ampiamente messa in discussione e non otterrà l’appoggio politico necessario a garantirne il successo anche dopo la fase militare.
Se invece i membri del Consiglio riescono a trovare un accordo, anche in queste ultime ore, e assicurano di conformarsi alle loro precedenti risoluzioni concordando un percorso comune, l’autorevolezza del Consiglio ne uscirà accresciuta e il mondo sarà un posto più sicuro.
Ricordiamoci che la crisi in Iraq non è qualcosa a sé stante. Ciò che accade là avrà un impatto profondo su altre questioni di enorme importanza. Quanto più il nostro consenso sul modo di fronteggiare l’Iraq sarà ampio, tanto maggiore sarà la possibilità che ci si possa trovare nuovamente uniti per far fronte con efficacia ad altri scottanti conflitti nel mondo, a partire da quello fra israeliani e palestinesi. Sappiamo tutti che soltanto una giusta soluzione di quel conflitto può portare una speranza autentica di stabilità duratura nella regione.
Al di là del Medio Oriente, il successo o il fallimento della comunità internazionale nel risolvere la crisi irachena inciderà in modo cruciale sulla sua capacità di affrontare sviluppi non meno inquietanti nella penisola coreana. E inciderà sulla soluzione dei conflitti che stanno provocando tanta sofferenza in Africa, ritardando le prospettive di stabilità e sviluppo di cui quel continente ha così terribilmente bisogno.
Né la guerra è il solo flagello che il mondo deve affrontare. Che si proteggano dal terrorismo o combattano contro la triade sinistra di povertà, ignoranza e malattie, le nazioni hanno bisogno di lavorare insieme, e lo possono fare attraverso le Nazioni Unite. Comunque venga risolto questo conflitto, l’Onu resta centrale. Dovremmo fare tutto il possibile per mantenerne l’unità.
In tutto il mondo abbiamo osservato in questi ultimi mesi quale immenso significato non solo gli Stati ma i rispettivi popoli attribuiscano alla legittimità dell’Onu e del Consiglio di sicurezza, in quanto struttura comune a garanzia della pace. Spero che i membri del Consiglio, mentre si avvicina il momento della loro importante decisione, siano memori della sacra fiducia che i popoli del mondo hanno riposto in loro e se ne dimostrino degni.
di KOFI ANNAN
Segretario generale delle Nazioni Unite 
Traduz. di Monica Levy

Corriere della Sera
12 marzo 2003


Se la leadership è senza consenso

di RALF DAHRENDORF 

PERSINO coloro che dissentono dalla posizione del primo ministro inglese Tony Blair sulla crisi irachena raramente mancano di lodarne il coraggio. Il presidente americano George W. Bush non deve mai affrontare le ostili folle che deve affrontare Blair. Quando Blair entra in Parlamento per il rito settimanale delle domande rivolte al primo ministro, i membri del suo stesso partito, il Partito laburista, gli mettono i bastoni tra le ruote e gli rivolgono domande astiose. Blair deve costantemente far fronte, fuori del Parlamento, persino in televisione, a gruppi che reclamano la pace in modo perentorio.
In mezzo a tutto ciò, Blair ha dimostrato di avere il coraggio delle proprie convinzioni.

Egli crede, molto semplicemente, che Saddam Hussein sia un capo di Stato malvagio, che costituisce una potenziale minaccia per i paesi vicini e più in generale per il mondo, e che se ne deve andare. La posizione di Blair è tanto più ammirevole in quanto viviamo in un´epoca in cui i leader politici si adeguano ai sondaggi di opinione e ai pareri espressi dai cosiddetti focus group che in sostanza dicono loro cosa debbano pensare. Molti politici cercano dunque di aderire quanto più possibile alle opinioni della maggioranza. Considerano tutto ciò "democratico" e auspicano che la loro fedeltà all´opinione pubblica garantisca loro la rielezione. Per fortuna un simile populismo – perché di questo si tratta – non è universale. Il primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar non è poi molto così distante da Blair nel dare prova del coraggio delle proprie convinzioni. Il presidente francese Jacques Chirac, invece, gode del supporto del suo popolo, ma ha altresì un´agenda che pare preoccuparsi tanto della grandeur francese quanto del semplice plauso popolare.
Oggi il più evidente e flagrante difetto di leadership, che consiste nell´adeguarsi pedissequamente alla fittizia opinione di maggioranza del suo popolo, è da attribuirsi al Cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Non soltanto egli ha probabilmente vinto le elezioni per essersi apertamente opposto all´azione militare contro l´Iraq, ma continua a comportarsi come se fosse a capo di una marcia per la pace, piuttosto che di un paese.
Forse Schroeder dovrebbe rivolgere un pensiero a due suoi grandi predecessori, Konrad Adenauer e Willy Brandt. Quando Adenauer portò con fermezza la Germania in seno all´alleanza Occidentale, fu osteggiato non solo in parlamento (dai socialdemocratici), ma anche da una maggioranza dell´opinione pubblica che riteneva che la sua politica rendesse impossibile la riunificazione con la Germania dell´Est, allora sotto controllo sovietico.
Analogamente, quando il Cancelliere Brandt due decenni dopo avviò la sua Ostpolitik fu fortemente accusato di essersi venduto ai Comunisti e di aver messo a repentaglio il destino europeo e atlantico della Germania dell´Ovest, che a quel punto era diventato, in linea generale, un dato acquisito.
Entrambi quei leader hanno prevalso e alla fine hanno vinto le elezioni. Altri leader hanno dimostrato la stessa cosa. Charles de Gaulle prevalse politicamente dopo aver posto fine al governo coloniale francese in Algeria. Mikhail Gorbachev non prevalse, ma in Russia rimane tuttora un profeta in patria, per le sue politiche di glasnost e di perestroika che portarono al crollo dell´Unione Sovietica e all´alba della Russia democratica.
Esiste un punto comune a tutti questi casi, qualcosa da cui non si può prescindere. Ciascuno di questi leader politici espose idee, politiche o principi che erano molto più avanti di quelle dei loro popoli. Dalla loro, come poi si constatò, avevano soltanto la Storia.
Questi leader parvero agire contro natura, ma fu la natura stessa a cambiare direzione. Opinioni inizialmente eterodosse e apparentemente inammissibili divennero la nuova ortodossia, accettata dalla maggioranza dei loro concittadini. In un certo senso, questa è la definizione autentica di leadership: condurre un paese e il suo popolo verso un futuro migliore, che tuttavia ai più non è ancora chiaro, ma che è già stato parzialmente scoperto e parzialmente creato da chi è al potere, dotato di un infallibile senso di orientamento.
C´è chi ritiene che sarà esattamente questo ad accadere a Blair, per quanto riguarda l´Iraq. C´è chi prevede che per il popolo iracheno ci sarà una guerra breve, il rapido crollo del regime baatista, e un nuovo inizio. In quel caso Blair avrà trionfato, quasi nel vero senso della parola. Insieme al presidente Bush sarebbe acclamato come grande leader, mentre le voci dei dissidenti e degli oppositori sarebbero messe a tacere. È molto difficile che la sua rielezione sarebbe messa in discussione; al contrario, sarebbero nei guai quanti gli si sono opposti.
Tuttavia ora incombono altri scenari, non tanto di sconfitta, quanto di confusione e di impossibilità a creare una pace sostenibile. Ma ciò che è in gioco nel dibattito sull´Iraq non è in fondo la preveggenza del futuro, quanto una questione morale. Si tratta – davvero – di una questione di convinzioni personali. Blair, almeno, sta perseguendo la sua politica irachena perché è profondamente convinto di avere ragione. Continuerà a mantenere le sue convinzioni anche se alla fine dovesse fallire, sebbene in quel caso il prezzo che dovrebbe pagare sarebbe sicuramente oneroso. Diversamente da Adenauer, Brandt, e de Gaulle, Blair potrebbe realmente trovarsi ad aver agito contro la natura del suo popolo, invece che aver anticipato un cambiamento generale di opinioni.
Blair tutto questo lo sa bene, e ciò spiega perché più di una volta abbia lasciato intendere di essere consapevole di aver messo in gioco la sua carriera politica e la sua carica di primo ministro. Blair è un autentico politico per convinzione, ispirato dal senso etico, più che dalla percezione del futuro. I leader come lui rischiano molto – e non soltanto personalmente. Forse rischiano più di quanto sia plausibile. Nell´odierna crisi chi crede nei valori occidentali deve soltanto augurarsi che ne emergano vittoriosi politici così.

Copyright: Project Syndicate/Institute for Human Sciences, March 2003

(Traduzione di Anna Bissanti)

la Repubblica
12 marzo 2003 


È rassicurante che l’unica superpotenza dei nostri tempi sia, nonostante tutto, un paese democratico

di Vittorio Valenza


La piazza.Secondo i risultati di un sondaggio d’opinione, riportati dal Corriere della Sera, le manifestazioni cosiddette “pacifiste”, svoltesi il 15 febbraio scorso, avrebbero sortito l’effetto di far salire “al 70 percento i contrari alla guerra in ogni caso”, cioè “i pacifisti senza se e senza ma”. Inoltre, stando alla medesima ricerca, si evidenzierebbe, nell’opinione pubblica, “un passaggio progressivo da motivazioni più politiche a ragioni ideali”. Insomma, i cortei non solo avrebbero ampliato il fronte cosiddetto “pacifista”, ma avrebbero anche prodotto, all’interno di questo, uno scivolamento “dalle ragioni della politica” verso “posizioni apolitiche o ingenue”. Più legate ai “moti dell’anima che a valutazioni meditate, più a un rigetto della guerra in quanto tale che ad articolate analisi della situazione reale”. Per intenderci, se fino al giorno prima, la gran parte contestava non già l’uso della forza in sé, bensì l’eventualità di un intervento esclusivamente statunitense, e avrebbe accettato, magari storcendo il naso, un intervento sotto l’egida dell’Onu; oggi la posizione prevalente sarebbe quella di coloro che dell’uso della forza proprio non ne vogliono sapere. Una vera e propria epidemia, segnalata dalla sua brava bandiera, in questo caso arcobaleno.

Riduzionismo. Se le cose stanno così, siamo in presenza di un modo di pensare improntato a una sorta di “riduzionismo”: gli elementi concreti della situazione, ritenuti accidentali, sono messi da parte, ignorati, e ci si attesta nella trincea della pura essenza: la guerra è male, no alla guerra. Una tale visione è, per definizione, antipolitica. E, quindi, produce l’incomunicabilità tra i governi, i quali per loro natura fanno politica, lavorano sul concreto, cercano mediazioni, e un’opinione pubblica che, invece, vola nell’iperuranio delle idee pure. E, infatti, un attento osservatore, come Emanuele Macaluso, ha detto di non aver mai rilevato, “a memoria”, “una spaccatura così netta tra opinione pubblica e governi”. E allora facciamo anche noi un’operazione “riduzionistica”.
Ci tiriamo fuori dal divenire della storia, dai riti, dai segreti e dalle furbizie della diplomazia, dal mercanteggiamento delle convenienze, dalle regole e dalle ipocrisie del cosiddetto “diritto internazionale”. Quest’ultimo, infatti, impegnato, nello sforzo per superare lo “stato di natura”, la guerra di tutti contro tutti, da più di mezzo secolo, cerca di affermare, attraverso organismi mondiali permanenti, come l’Onu, i principi del contrattualismo anche a livello degli stati. E come il contratto sociale presume l’eguaglianza degli individui che lo sottoscrivono, così, di necessità, il contrattualismo tra gli stati deve presumere la loro pari dignità, premessa del reciproco riconoscimento. Ora noi togliamo di mezzo tutti questi accidenti. E ci libriamo in aria.

Liberaldemocrazie e tirannidi.I circa 200 stati rappresentati all’Onu non hanno affatto una pari dignità. Non perché qualcuno è ricco e qualcun altro è povero. Bensì per qualità intrinseche. Lo Stato, secondo una chiara definizione che prendiamo a prestito da Massimo Salvadori, un autorevole studioso che si muove nella tradizione del pensiero socialista, “è, prima di ogni altra cosa, un ordine politico organizzato ed efficace, e la sua sovranità effettiva si manifesta nella capacità dell’autorità politica, comunque formata, di emettere comandi, seguiti dall’obbedienza, ai sudditi o cittadini e di opporsi alle pressioni e alle aggressioni esterne”. Se il “genere” stato è tale, non vi è dubbio che la natura dell’autorità politica, che nella definizione di Salvadori non viene indagata (“comunque formata”), dà luogo alla sua possibile articolazione in più “specie”. Segnatamente due.
Infatti, come sostiene Karl Popper: “Ci sono, in realtà, solo due forme di stato: quella in cui è possibile liberarsi del governo senza spargimenti di sangue, con una votazione; e quella in cui questo non è possibile.” Le due realtà, che di solito vengono chiamate rispettivamente “liberaldemocrazia” e “dispotismo” o “tirannide”, sono incommensurabili. Non possono essere messe a confronto. Per esempio, i concetti di “sovranità” e di “indipendenza”, fino ad arrivare ai motti del tipo “ogni popolo ha il governo che si merita”, assumono, nei due contesti, significati profondamente diversi. Nelle liberaldemocrazie, infatti, vige un rapporto, il mandato periodico, che lega il popolo sovrano ai suoi rappresentanti, al suo governo. Nulla di tutto ciò accade nelle tirannidi. Per cui è difficile definire la relazione che intercorre, per esempio, tra il popolo e lo stato iracheno. E offendere la sovranità di quello stato non significa, necessariamente, aggredire i diritti di quel popolo. Non crediamo che i nostri padri si sentissero colpiti dalle sanzioni comminate al regime fascista.

Graduatorie.Detto questo, dobbiamo mettere, però, le mani avanti. La liberaldemocrazia non è “la fine della storia”. È il risultato di lunghe maturazioni storiche e favorevoli condizioni economiche. Come sintetizza Massimo Salvadori: “I Locke, i Montesquieu, i Kant, i Madison ci hanno dato i fondamenti di una grande teoria del rapporto tra libertà e potere nel mondo moderno che hanno aperto la strada alla democrazia negli ultimi due secoli. I pensatori come John Stuart Mill hanno mostrato quali nessi vi siano tra la libertà, l’eguaglianza e la democrazia. Liberali progressisti e socialisti democratici hanno promosso quegli indirizzi ideologici e quelle pratiche riformistiche che, dando concretezza ai diritti sociali grazie alle istituzioni dello stato del benessere, hanno garantito agli strati disagiati un senso di sicurezza, ancorché relativa, senza precedenti.” E, se così è nata e così si è sviluppata, la liberaldemocrazia può anche morire o arretrare.

Migliorare come peggiorare. Ne sappiamo qualcosa noi italiani: siamo passati da uno dei sistemi elettorali migliori del mondo a uno dei peggiori.
Per migliorare la liberaldemocrazia, dobbiamo essere fedeli alla sua deontologia: ciò che la liberaldemocrazia è non può essere disgiunto da ciò che dovrebbe essere. La liberaldemocrazia è, in pari tempo, un mezzo e un fine. Il modo certamente peggiore per tradirla è di salvaguardarne l’apparenza e le ritualità svuotandola della sostanza.Questo vuol dire che non tutte le liberaldemocrazie sono uguali. Ve ne sono di più e meno liberaldemocratiche. La definizione di Karl Popper è sì dirimente. Pone una condizione necessaria che separa e risolve. Un “sine qua non”. Ma non è certo sufficiente. Per realizzare il precetto stesso, “la destituibilità del governo, senza spargimenti di sangue”, occorre mettere in campo un insieme di strumenti. Per esempio: la libertà di costituire organizzazioni, associazioni o “coalizioni” e di aderirvi, la libertà di espressione, l’ampiezza del diritto di voto, il voto libero, segreto ed eguale, l’eleggibilità di tutti, il diritto dei singoli e dei gruppi, anche i più piccoli, di competere per le cariche elettorali, le fonti alternative di informazione, l’esistenza di istituzioni che rendono le politiche governative dipendenti dal voto e da altre espressioni di preferenza, le istituzioni in grado di “conciliare la libertà con l’eguaglianza”, capaci di promuovere la “cittadinanza sociale”, cioè strutture che aiutino il naturale percorso della democrazia, la quale, come spiega Giovanni Sartori, “approda inevitabilmente, anche se con velocità storicamente molto diverse, a distribuzioni e ridistribuzioni di ricchezza”. Infine, occorre che tali condizioni perdurino, senza soluzione di continuità, per un certo lasso di tempo. Da questi principi e da questi concetti, gli studiosi ricavano dei parametri con i quali costruiscono delle classifiche e delle graduatorie. Per esempio, il celebre “Democracy index”. Noi, per parte nostra, pensiamo che il modello istituzionale statunitense sia datato. Essendo molto antico, forse il più antico, risente, in alcune sue parti, dell’età. Per esempio, il meccanismo elettorale, uninominale a un turno, favorisce la deriva plutocratica cui ci pare sia sempre più vittima la democrazia d’Oltreoceano. Cosicché, come sottolinea Massimo Salvadori, “il potere politico è sotto il controllo di una oligarchia di miliardari, i quali finanziano i partiti, detengono le chiavi principali della formazione dell’opinione pubblica, creano i presidenti, fanno sentire in modo privilegiato sulla legislazione la loro influenza”. Ci preoccupa il fatto che, nel Paese più potente e ricco del mondo, possano “concorrere, di fatto, per la presidenza soltanto candidati sostenuti dalla benevolenza delle grandi corporazioni e dai detentori delle grandi fortune”. Ma queste critiche hanno valore se sono svolte all’interno del paradigma liberaldemocratico. Non per reggere la coda dei tiranni. Non è, infatti, accettabile mettere a confronto “la più antica delle democrazie moderne”, nonché la classe politica che la governa, con l’ultimo dei caciccati. Qui non sta censurando il complotto statunitense contro la democrazia cilena del socialista Salvador Allende. E, invece, non solo ciò accade, ma succede di peggio. George Bush e Saddam Hussein non solo sono messi sullo stesso piano, ma se prendiamo per significativi gli slogan gridati e i tanti ritratti di Saddam Hussein innalzati nei cortei, le immancabili bandiere palestinesi e cheguevariste, non possiamo non denunciare una vera e propria inversione dei valori. Per non parlare degli onori riservati, con qualche encomiabile eccezione, a Tarek Aziz. Come ha commentato Emanuele Macaluso: “L’unica cosa che avrebbero dovuto dirgli sarebbe stata: “Saddam Hussein se ne deve andare”. Invece, tutti a mangiare, con un bel brindisi magari”. 

Le non-democrazie. Per altro verso, anche gli stati non democratici non sono tutti eguali. L’Egitto, per esempio, non è l’Iraq. Per giudicare quei regimi, tuttavia, occorre usare parametri diversi da quelli usati per le liberaldemocrazie. Qui, per esempio, occorre mettere l’accento sul grado di concordia interna, sui rapporti internazionali, sul tasso di violenza istituzionale, sul tenore di vita del popolo, sul sistema giudiziario e sui suoi codici, sul grado di tolleranza nei confronti delle minoranze, ecc. Insomma, sulle condizioni minime della convivenza civile. Purtroppo, è stato proprio interpretando, o forse fraintendendo, questi parametri che, per lungo tempo, il regime iracheno è stato giudicato con una relativa benevolenza. Erano i tempi in cui la capacità omicida della cricca di Saddam Hussein non aveva raggiunto la scala del genocidio. Il relativo benessere materiale delle popolazioni, la laicità dello stato, la tolleranza religiosa, l’ideologia, a nostro parere ambigua e pericolosa, del partito Baath facevano pensare a una sorta di kemalismo. Cioè un dispotismo “illuminato” in grado di secolarizzare la vita politica, di frenare l’islamismo che, come noto, rappresenta, almeno nelle sue correnti cosiddette “integraliste” un serio ostacolo sulla via della democrazia, perché costoro non distinguono la politica dalla dottrina religiosa, la quale, per sovrapprezzo, è tenuta ferma al VII secolo. Cosicché, la liberaldemocrazia e i precetti dell’Islam sono antagonistici, come ha anche ricordato, nei giorni scorsi, Emanuele Macaluso: “Una forza di sinistra dovrebbe ricordare che il fondamentalismo islamico, come il terrore, è nemico della sinistra democratica, ne contesta tutti i valori per cui si è battuta da cento anni in tutto il mondo.”
Col tempo, poi, il regime si è disvelato. Ha perduto molti orpelli e ha mostrato il suo vero volto: una banda criminale che taglieggia e massacra i popoli di quello Stato, ne saccheggia le risorse, aggredisce i vicini e minaccia il mondo. Questa cricca va, pertanto e al più presto, annichilita. Altrimenti cercherà di annichilire noi. In quanto alle armi di sterminio, chiedete ai Curdi. E quando si dice che la posizione statunitense sarebbe dettata dalla sete di petrolio. Bisognerebbe riflettere: è più rassicurante che una simile fonte di ricchezza sia governata da governi responsabili di fronte ai propri popoli e di fronte alla comunità internazionale o da poteri arbitrari?

Concludere.A noi piace la soluzione proposta da Marco Pannella, perché non farebbe pesare sul già martirizzato popolo dell’Iraq i dolori di un intervento armato.
Seppur di un intervento liberatore, come quello che anche noi italiani, non dimentichiamolo, abbiamo sperimentato. Ma la soluzione Pannella ha anch’essa bisogno, per funzionare, di avere dietro le spalle la forza armata. Perché i Saddam Hussein non si fanno certo impressionare dagli inviti, non si fanno intimidire dalle censure né si fanno scrupolo delle parole indignate. In queste condizioni, il giudizio più vero sul “pacifismo senza se e senza ma” l’ha dato, nei giorni scorsi, con una lettera a Tony Blair, Rania Kashi, una studentessa irachena esule, con la famiglia, a Londra: “Ciechi di fronte alla più grande verità sull’Iraq: Saddam ha ucciso più di un milione di iracheni negli ultimi 30 anni; volete autorizzarlo a ucciderne un altro milione?” Quanto a noi, per concludere, prendiamo ancora in prestito le parole di Massimo Salvatori per dire che mai come in questa occasione risulta “rassicurante che a esercitare il ruolo di unica superpotenza sia, nonostante tutto, un paese democratico come l’America e non un paese totalitario.”

da La Tribuna di Lodi
Sabato 1 Marzo 2003


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