Cari disobbedienti tiferete per l´Iraq?
ADRIANO SOFRI
CARI disobbedienti, vorrei sottoporvi un argomento rispetto alla maledetta guerra che incombe. Ho guardato le vostre pacifiche manifestazioni a Camp Darby, avendo viva la memoria della passione velleitaria con cui io e i miei amici giravamo attorno a Camp Darby, vergognandoci di una base militare americana a casa nostra, mentre gli americani bombardavano il Vietnam - un po´ più di 35 anni fa, per intenderci, che poi voleva dire appena una ventina d´anni dopo la fine della Seconda guerra; e le canzoni di allora cantavano: "Se questo è il prezzo vogliamo la guerra", e "Perché mai parlarci di pace"; e quando andammo a occupare la stazione di Pisa tirammo una quantità di sassate e prendemmo un mucchio di botte, e ci guadagnammo la nostra prima cattura, e insomma erano proprio altri tempi, e spero che non tornino.
OGGI, che rimanga fra Pisa e Livorno e le loro spiagge per famiglie la base logistica americana più grande d´Europa, non è un´idea così sensata, e gli amministratori locali hanno ragione a proporne il trasloco, e la restituzione di quel bello spazio a piaceri civili.
Però c´è una questione urgente. Fino all´ultimo momento occorre non rassegnarsi all´ineluttabilità della guerra, e fare ciò che appaia utile a testimoniare e praticare il suo rifiuto. Non solo per principio, ma anche perché questa enorme macchina è così sfuggita ai suoi guidatori concorrenti da far sperare qualche estrema resipiscenza, o una benigna congiura che faccia fuori Saddam Hussein o lo esporti in qualche angolo della terra o chissà che cosa.
Tuttavia che la guerra cominci entro un giro di giorni è probabile fino alla certezza, e bisogna chiedersi, senza temere di cedere al fatto compiuto, che cosa sarà giusto e ragionevole fare una volta che la guerra sia. Alcuni fra voi hanno già dichiarato che la protesta e le stesse manifestazioni attive di boicottaggio delle operazioni militari, e almeno del loro retroterra sul nostro territorio, si moltiplicheranno di numero e di forza. Con quale fine? Va da sé che nessuna mobilitazione possa immaginarsi capace di ostacolare seriamente la guerra angloamericana. E se potesse? Col Vietnam, noi desideravamo la vittoria dei vietcong: comunque rivediamo i nostri sentimenti di allora, essi spiegavano un atteggiamento "disfattista" rispetto alla guerra americana, che fu infatti perduta quando l´opposizione civile e l´obiezione dei giovani americani si sommarono al valor militare dei vietnamiti.
Oggi non è solo la bandiera pacifista a impedire il calco dello slogan guevariano: creare due tre molti Vietnam. Creare due tre molti Iraq? Oggi noi, salvo che un dio maligno ci tolga di senno, non possiamo desiderare una vittoria irachena, e nemmeno una resistenza efficace delle sue armi, e al contrario dobbiamo augurarci che l´attacco angloamericano sia il più rapido e il meno duro per la gente irachena, civili e anche soldati, quei poveracci che già hanno avuto la buona idea di arrendersi preventivamente l´altro ieri. E allora, bisognerà farsi spettatori inerti della immane pirotecnica che già si annuncia nei palinsesti televisivi? Non ci sarà niente da fare per chi non vuole questa guerra, una volta che la parola sia passata alle armi? Non credo affatto. Vorrei quasi dire che si potrà pregare, chi lo sappia fare - a nostro modo, lo facciamo tutti.
Ma si dovrà senz´altro vigilare e opporsi a ogni azione militare che violi la cura per l´incolumità e la dignità delle persone, attacchi ai civili, impiego di armi illecite. L´opposizione alla guerra non deve impedire di opporsi concretamente ai crimini e alle slealtà che la guerra fomenta. Infine, le persone e i movimenti che aborrono la guerra e ogni ricorso della forza che non sia reso necessario dal soccorso urgente o dalla difesa da una minaccia incombente, così come dovevano sentire come un proprio problema vitale il disarmo iracheno e la cacciata di Saddam Hussein, devono sentire come un proprio decisivo impegno il modo di governare la transizione dell´Iraq a un regime liberamente elettivo a guerra finita.
Sia che le Nazioni Unite siano umiliate da un´azione multinazionale guidata dagli Stati Uniti, sia che diano alla fine un avallo alla guerra, va sostenuta la proposta - avanzata da molti, e chiaramente e combattivamente dai radicali - di affidare all´Onu e a personalità di prestigio internazionale dall´Onu designate l´amministrazione provvisoria del paese (e delle sue risorse). Proposta giusta, e necessaria se si vuole anche solo sperare in qualche riparazione "multilaterale" dell´eventuale guerra unilaterale dell´amministrazione Bush.
Tutto ciò mi sembra sensato, e urgente da discutere: no? Salvo autoescludersi - dopo essersi scoperti come una nuova superpotenza mondiale - dalle questioni grandi, e ridursi a guastatori marginali. Devo almeno figurarmi una obiezione clamorosa al mio argomento: quella di chi auguri, e anzi la metta al primo posto, la sconfitta degli Stati Uniti il tracollo della loro potenza imperiale.
Una posizione simile, non so quanto esplicita e nemmeno consapevole, non è probabilmente rarissima sotto la pelle dei movimenti e dei loro slogan più facili. Essa può sperare dalla guerra angloamericana contro l´Iraq, piuttosto che la caduta della dittatura di Saddam, un indebolimento, se non un collasso, dell´impero americano. Non saprei essere comprensivo con questo sentimento, anche quando venisse motivato con il più classico arsenale "di sinistra".
La potenza americana dev´essere strappata alla tentazione dell´arroganza fisica e del fanatismo fideista, e indotta alla conversazione delle democrazie e alla condivisione di leggi e costumi: non isolata fino alla scelta fra un´invasione armata della terra e una diserzione castigata dalla terra.
Da una terra corsa da bande micidialmente armate di botulino e nervino e antrace, occupata da Stati criminali e folli e nucleari, di che disarmo parlare di fronte a Pyongyang? In verità (l´ha spiegato qui Sandro Viola rievocando Gulliver e Lilliput) l´indipendenza perfino sfacciata che oggi molti Stati democratici e no, Francia e Germania e Russia e Cina, si concedono nei confronti degli Stati Uniti è un frutto dell´onnipotenza americana e si esibisce al suo riparo. Il mondo diviso in due superpotenze obbligava, al dunque, a mettersi in riga sotto il proprio Stato guida. Il mondo dell´iperpotenza lascia in libera uscita le subpotenze, che non saprebbero dove sbattere la testa quando il gioco del terrore si facesse davvero duro per loro - così l´Europa, compreso lo Chirac di Mururoa e di Algeri - o che aspettano il turno non più così lontano della propria auge - così la Cina.
Il nostro mondo, almeno il suo orizzonte visibile da qui e adesso, ha solo da temere dal crollo del suo impero, e può solo scommettere - d´azzardo, ma tutto è ormai azzardo - sulla restituzione dell´impero a una misura relativa. Non è mai successo, credo. Ma anche gli americani hanno studiato la storia. E se no, la vecchia Europa dovrebbe affrettarsi a misurare la propria forza attuale, e quella di cui può aver bisogno.
Resta, infine, lo scenario oscuro degli eventi che la guerra potrà suscitare col proprio enorme contagio in altri territori. Porrebbero anch´essi dilemmi tutt´altro che scontati, da Israele - la comunità più drammaticamente investita dalla opposta deriva dei continenti europeo e americano - all´Iran, dove la maturazione di una società civile e femminile ormai insofferente della camicia di forza dei mullah potrebbe rompere, e però trovarsi contro la violenza militare e paramilitare dei pasdaran e degli squadristi khomeinisti. E allora, quale renitenza all´intervento internazionale potrebbe giustificarsi?
la Repubblica
11.3.2003
L´importanza di dire no :gli alleati non sono vassalli
di LIONEL JOSPIN
LA CRISI irachena, che continua a provocare un dibattito appassionato, è entrata in una fase decisiva e pone oggi alcuni quesiti essenziali. Dobbiamo mantenere la nostra opposizione alla guerra all´Iraq? Sì, perché le ragioni invocate per questa guerra non sono convincenti. Non vi sono prove che questo paese disponga di armi di distruzione di massa. Non si è stabilito alcun serio collegamento tra il regime di Saddam Hussein e la rete terroristica di Al Qaeda. L´Iraq non è in condizioni di minacciare i suoi vicini o i suoi avversari senza rischiare la propria distruzione. Questa guerra comporterebbe nuove sofferenze per una popolazione già martirizzata dai suoi stessi dirigenti. Anche se, senza dubbio, non incendierebbe il Medio Oriente, questa guerra scaverebbe un fossato ancora più profondo tra il mondo arabo e l´Occidente. Potrebbero darsi circostanze in cui la guerra sarebbe legittima?
L´importanza di dire no gli alleati non sono vassalli
Sulla crisi irachena l´Europa si è divisa ma non spaccata Le differenze non pregiudicano il futuro dell´Ue
La prima potenza mondiale è una democrazia ma preoccupa l´unilateralismo di Washington
LO SAREBBE se l´Iraq minacciasse effettivamente i suoi vicini, o se minacciasse la pace; oppure se questo paese, che da dodici anni è sotto controllo, si sottraesse veramente ai suoi obblighi verso le Nazioni Unite. A condizione però che la constatazione di queste circostanze non sia affidata alla sola interpretazione degli Stati Uniti. E inoltre, con la speranza che non si continui a mantenere un embargo, a imporre sanzioni estenuanti per la popolazione irachena, senza scalfire la dittatura di Saddam Hussein.
Ma rifiutare la guerra contro l´Iraq non equivale a salvare una dittatura? Quest´argomento, definito "morale", ha un peso notevole. Ma sarebbe più convincente se non fosse sostenuto da vari Stati che ieri hanno armato Saddam Hussein - peraltro lo abbiamo fatto anche noi francesi - chiudendo gli occhi sulla natura dittatoriale del suo regime, e che nel 1991, dopo aver esortato il popolo all´insurrezione, non hanno impedito alle truppe del regime di schiacciare la rivolta popolare. Bisognerebbe anche poter essere certi che una volta caduto Saddam Hussein, l´obiettivo rimanga veramente quello di instaurare la democrazia nel paese. Infine, dato che le dittature sono tuttora numerose su questo pianeta, sarebbe oltremodo destabilizzante per i rapporti internazionali conferire a uno Stato il diritto alla guerra contro un altro Stato con questa sola motivazione.
È possibile combattere la dittatura irachena senza il ricorso alla guerra? Dobbiamo segnalare chiaramente, anche nelle manifestazioni contro la guerra, la nostra assoluta opposizione al regime di Saddam Hussein. Dobbiamo sviluppare contatti con tutti gli oppositori che si pongono l´obiettivo di stabilire uno stato di diritto aperto a tutti, e di instaurare la democrazia. E vigilare affinché l´Onu insista, nei rapporti con l´Iraq, non solo sul disarmo ma anche sulle sue risoluzioni in materia di diritti umani e di assistenza al popolo iracheno. Cerchiamo di associare gli Stati della regione alla ricerca di una soluzione irachena al dramma che questo paese sta vivendo. Da questo punto di vista, la proposta di una Conferenza internazionale sull´Iraq andrebbe sostenuta, affinché l´allontanamento di Saddam Hussein sia l´obiettivo e il frutto di un progetto multilaterale.
La crisi oggi in atto riguarda soltanto l´Iraq, o sono in gioco i principi essenziali della vita internazionale? Secondo la Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza non può autorizzare il ricorso alla forza contro uno Stato a motivo della natura del suo regime; lo può fare soltanto nel caso in cui esso rappresenti una minaccia effettiva per la pace. Il concetto di guerra preventiva, ben distinto da quello di legittima difesa (che è stata riconosciuta agli americani contro l´Afghanistan dei taliban dopo gli attentati dell´11 settembre) non può essere ammesso, a meno di una minaccia contro la stabilità dei rapporti internazionali. Consentendo agli Stati Uniti di arrogarsi il diritto di intervenire unilateralmente con la forza contro un altro Paese membro delle Nazioni Unite, in nome di una loro interpretazione della legittima difesa, o con il pretesto di una minaccia contro i propri interessi nazionali, si solleverebbero serie questioni di principio. E si creerebbe un precedente al quale altri Stati potrebbero ispirarsi.
La potenza americana pone oggi un problema? Sì, per taluni aspetti. Non è questione di scegliere tra gli Stati Uniti e l´Iraq. Una scelta del genere non ha motivo di esistere, dato che gli Stati Uniti sono un paese amico e alleato, mentre il regime iracheno è agli antipodi dei nostri valori. Il problema non è l´antiamericanismo - un sentimento assurdo - bensì se si ritenga giustificata o meno la guerra che gli Stati Uniti si propongono di fare. Noi pensiamo che questa guerra non sia auspicabile. Certo, è rassicurante sapere che la prima potenza mondiale è una democrazia. Ma ci preoccupa vedere come l´attuale amministrazione americana ceda troppo spesso alla tentazione della potenza e dell´unilateralismo. È bene ricordare, in occasione dell´attuale crisi, che anche quando un paese è tanto potente da poter portare avanti da solo una sua politica, non basta questo perché la sua politica sia giusta e venga automaticamente approvata. Un alleato non è un vassallo. E le Nazioni Unite non sono una camera di registrazione delle decisioni americane, con il solo compito di provvedere alla loro legittimità giuridica. Dobbiamo schierarci senza esitazione a fianco dei nostri alleati - come abbiamo fatto in Kosovo - contro chi è antiamericano per principio, quando le scelte degli Stati Uniti ci sembrano giuste. Ma se non le condividiamo, mettiamo in campo le nostre analisi, e se persistono nelle loro intenzioni, manteniamo la nostra libertà.
Come va valutata la posizione francese? Finora è stata pertinente, dato che riposa su una valutazione realistica della capacità di minaccia dell´Iraq, e postula il rispetto dei principi della vita internazionale. Ma in essa si cela un´ambiguità, che è stata presentata come necessaria per fare pressione su Saddam Hussein: l´accettazione della guerra come "ultima risorsa". Ora, quest´ambiguità evidentemente non può durare.
Naturalmente, se gli Stati Uniti accetteranno il prolungamento delle ispezioni, se si accontenteranno di ottenere dall´Iraq maggiori garanzie di disarmo e richiameranno progressivamente le loro truppe, l´attuale crisi troverà una soluzione pacifica, e la diplomazia francese avrà ottenuto un vero successo, del quale sarò ben lieto.
Ma se gli americani hanno deciso il ricorso alle armi ed entrano in guerra, per il nostro paese verrà il momento della verità, e dovremo scegliere. Se gli Stati Uniti sottoporranno al voto del Consiglio di Sicurezza una seconda risoluzione che autorizzi il ricorso alla forza, il presidente della Repubblica dovrà dare istruzioni di voto al rappresentante della Francia a New York. Su una questione di così grande portata, un´astensione sarebbe difficilmente concepibile. Se la Francia votasse in favore legittimando il ricorso alla forza, sconfesserebbe la propria posizione. Non riesco a immaginare una tale inversione di rotta. Dunque, in caso di voto il nostro paese dovrebbe far uso del suo diritto di veto al Consiglio di Sicurezza. Se gli Stati Uniti decideranno unilateralmente di entrare in guerra, senza aver ottenuto il voto favorevole del Consiglio di Sicurezza, o se diranno che a loro basta la prima risoluzione (la 1441), il nostro paese avrà la scelta tra due posizioni: approvare l´intervento americano, al prezzo di un´incomprensibile ritrattazione, oppure, come mi auguro, rimanere nella logica della nostra posizione attuale. E quindi non prendere parte al conflitto, facendo però ogni sforzo per essere politicamente utili nella ricerca di una via d´uscita, la migliore possibile per l´Iraq e per la regione.
Dobbiamo aspettarci che gli Stati Uniti entrino in guerra? È ormai l´ipotesi più probabile. Due fattori convergono in questo senso. Il primo è la volontà della squadra di Bush, a un tempo moralizzante e brutale, di dare una dimostrazione di forza come reazione alla sfida dell´11 settembre, abbattendo Saddam Hussein per insediare un regime docile nel cuore del Medio Oriente e dell´area petrolifera. L´altro è legato a una confusa illusione di una parte delle élites americane, convinte che gli Stati Uniti dispongano oggi di una potenza militare, di una capacità finanziaria e di una determinazione sufficienti a cambiare il mondo secondo le loro idee. (...)
Nell´ipotesi di una guerra, gli Stati Uniti ne uscirebbero vittoriosi? Militarmente sì. Certo, dovrebbero vincerla rapidamente, cacciare Saddam Hussein e "liberare" l´Iraq, dando così una dimostrazione di forza nel cuore del Medio Oriente. Ma sul piano politico la faccenda è diversa. Certo, la "liberazione" dell´Iraq potrebbe avere in un primo tempo un certo potere d´attrazione. È questa la scommessa dell´amministrazione americana, che ormai non insiste più tanto sul pericolo iracheno quanto sull´argomento della democrazia. Ma una vittoria non sistemerebbe tutto. (...)
Costruire uno Stato democratico stabile, far rinascere un´autentica società civile (dopo una dittatura che l´ha sfasciata, riportandola a livelli tribali), regolare la questione petrolifera senza che tutto si riduca a una pura e semplice spoliazione, gestire i rapporti interetnici e interreligiosi (in un paese dove il 75% della popolazione è sciita o curda), rassicurare gli Stati vicini (Iran e Turchia), ma anche scoraggiare le loro ingerenze, trovare risposte positive al senso di umiliazione e alle passioni che pervaderebbero il mondo arabo, disarmare i tentativi terroristici: ecco una serie di sfide di ben altra portata. Nessun paese - neppure la potenza belligerante e vincente - potrà arrogarsi il diritto di regolare a suo modo, indipendentemente dai principi e fuori dal quadro della legalità internazionale, i problemi di quel dopoguerra. La Francia e l´Europa dovrebbero allora ricordare il ruolo chiave delle Nazioni Unite a questo riguardo.
Ma l´Europa non si è spaccata sulla crisi irachena? Purtroppo si è divisa, ma non spaccata, a meno di giudicare l´Ue per quello che ancora non è. L´Europa potrebbe spaccarsi soltanto nel caso di una divisione su ciò che costituisce la sua stessa essenza e i suoi compiti fondamentali. Una divergenza, per quanto rilevante, su una questione di politica internazionale costituisce certo un handicap e un segno di debolezza; ma non è oggi di natura tale da rimettere in discussione l´Unione, e neppure il suo allargamento. La politica estera comune non è ancora un elemento costitutivo dell´Unione, ma soltanto un grande progetto, la cui attuazione ha bisogno di tempo.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
la Repubblica
1 marzo 2003
LA SINISTRA RICADE IN TENTAZIONE
di GIOVANNI SABBATUCCI
LE SCENE cui stiamo assistendo in questi giorni, con i treni carichi di mezzi da guerra bloccati, sia pur provvisoriamente, in qualche stazione del Centro-Nord dalla protesta rumorosa dei "disobbedienti" (e da quella più soft dei sindacati di settore), ci rinviano a immagini di un passato lontano. I dimostranti guidati da Nenni e Mussolini che a Forlì, nel settembre 1911, cercano di bloccare alla stazione il passaggio dei richiamati per la guerra di Libia. La rivolta di Ancona dell'agosto 1920 contro la partenza dei bersaglieri per l'Albania. Gli scioperi selvaggi dei ferrovieri che, nel "biennio rosso" 1919-20, si rifiutano di trasportare le truppe in servizio di ordine pubblico e non esitano ad abbandonare treni e viaggiatori in mezzo alla campagna. E giù giù fino alle dimostrazioni anti-Nato dei primi anni Cinquanta e alle imponenti manifestazioni contro l'intervento americano in Vietnam nella seconda metà del decennio successivo.
Altri tempi, si dirà, altri contesti politico-culturali, motivazioni diverse da quelle attuali e diverse per ciascuno dei casi citati. Emerge però con chiarezza, e non è certo una novità, l'immagine di un paese profondamente diviso, tra le scelte di un governo ora più che mai allineato, accanto a Gran Bretagna e Spagna, sulle posizioni dell'alleato maggiore e quelle di un'opposizione sempre più schiacciata sulla linea del rifiuto intransigente, a prescindere dai vincoli di alleanza e dalle eventuali decisioni dell'Onu.
Colpiscono, in particolare, le dichiarazioni di Sergio Cofferati che, nella sua doppia veste di ex segretario della Cgil e di leader di fatto del fronte pacifista, giustifica preventivamente le iniziative di disobbedienza civile, pur auspicando che non siano travalicati i limiti della protesta non violenta e che non siano arrecati troppi disturbi ai viaggiatori. Colpisce la presa di posizione del segretario della Filt-Cgil, Guido Abbadessa, che prefigura un vero e proprio boicottaggio contro l'imbarco di materiale da guerra nei porti italiani. E colpisce ancor più l'imbarazzo appena dissimulato di quella parte del centro-sinistra (maggioranza Ds e Margherita) che aveva sinora cercato di battere la difficile strada di un'opposizione articolata e ragionata alla guerra imminente.
Intendiamoci bene. Qui non si tratta di contestare il diritto delle opposizioni (di tutte le opposizioni) a manifestare, anche con energia, contro questa o quella scelta del governo in materia di politica estera e, a maggior ragione, di guerra (come si è fatto a Roma il 15 febbraio e come probabilmente ancora si farà). Si tratta di stabilire se singoli leader dell'opposizione o singole categorie sindacali abbiano il diritto di prendere decisioni — come il blocco delle stazioni o dei porti — che contrastano con gli impegni liberamente assunti dai membri dell'Alleanza atlantica: in pratica di denunciare unilateralmente l'adesione italiana alla Nato. Si tratta di capire se il lungo cammino percorso dalla sinistra italiana, dai tempi di Berlinguer a oggi, in materia di scelte internazionali sia destinato a subire, o abbia già subito, un'inversione, o quanto meno una significativa correzione di rotta.
E' appena il caso di ricordare che, nel 1991, i Ds si opposero, com'era loro diritto, alla guerra contro l'Iraq (al governo c'era allora Andreotti), ma non parlarono, per quanto ne so, di boicottaggio, limitandosi a manifestare solidarietà con la posizione pacifista della Chiesa. Nel '99, fu invece il governo presieduto da Massimo D'Alema a promuovere la partecipazione italiana all'intervento militare in Kosovo, che pure era stato deciso in sede Nato, senza l'avallo delle Nazioni Unite. Su queste scelte si può naturalmente eccepire. Ma entrambe, compresa la prima, si collocavano all'interno di una sostanziale accettazione del quadro di alleanze dato. Oggi è proprio questa accettazione che sembra vacillare, nei fatti se non nelle parole.
Se questa tendenza si accentuasse, risucchiando l'intera sinistra sulle posizioni radicalmente protestatarie che sono iscritte nel suo passato remoto, le conseguenze sarebbero gravi: per l'Italia, che vedrebbe nuovamente intaccata la sua immagine di affidabilità, e più ancora per la sinistra stessa, che solo entro un quadro condiviso di alleanze (al di là, lo ripeto, dei legittimi dissensi su questa o quella scelta) potrà legittimare, di qui a tre anni, la sua ricandidatura alla guida del paese.
Il Messaggero
Lunedì 24 Febbraio 2003
Apprendisti stregoni
di Barbara Spinelli
PER i democratici che avevano costruito le proprie fortune sul populismo, e che ancor ieri sembravano nuotare in un mare a loro amico, questi sono giorni duri da traversare. L’opinione pubblica era a loro fianco, patrimonio immoto e incontrovertibile. I sondaggi erano il loro principale alimento, e nulla veniva fatto o detto che contraddicesse il decisivo verdetto delle indagini d’opinione. La loro forza era il demos, il popolo in nome del quale il populista si allena a parlare. Ma ecco che d’un tratto il demos non è più dalla loro parte: questa guerra che si sta preparando ad opera di uomini come Bush, come Blair, o come Aznar e Berlusconi, l’opinione pubblica non la vuole. Non ne capisce il motivo, la finalità: in quasi seicento città del mondo è sceso in piazza per dire il suo no alla mobilitazione bellica contro il regime di Baghdad. Tra i manifestanti ci sono naturalmente anche i pacifisti classici, che non vedono il pericolo quando cresce e che giudicano più minacciosa l’America di Bush che l’Iraq di Saddam Hussein. Ci sono i complici del crimine, che fingono d’aver scordato i villaggi curdi gasati da Saddam nell’88 o che ignorano il bisogno di libertà dell’opposizione irachena. E ci sono gli impauriti, che davanti ai dittatori sono avvezzi a piegarsi.
Ma non c’è solo questo, nel riluttante diniego che esprimono le popolazioni dei paesi liberi. C’è una più fondamentale diffidenza, nei confronti di politici che lanciano guerre con crescente facilità, senza spiegarle fino in fondo. Che hanno trasformato la guerra stessa in una delle tante opzioni della politica, e anzi nell’opzione ideale quando la ben più lenta e ingrata lotta al terrorismo non consegue risultati immediati. E c’è infine un timore più assennato di quel che sembra: il timore che i politici non sappiano far altro che questo, in definitiva, e cioè governare e decidere diffondendo la più micidiale delle passioni, che consiste appunto nella paura.
E’ strano quello che sta succedendo: i governanti che vogliono la guerra usano la paura come arma di persuasione, e con la paura si sono abituati a fare politica. Altra via faticano a trovarla anche quando la cercano, e per questo finiscono spesso prigionieri di formule che non sanno bene come modificare. Per difendere le proprie scelte belliche, ogni volta dipingono scenari di catastrofe. Bush annuncia che ci saranno attentati ben più spaventosi dell’11 settembre, e immagina di ricreare l’euforia solidale dell’autunno 2001. Blair descrive un’Inghilterra in stato d’assedio. Berlusconi, quando parla dell’Iraq, predice l’imminenza di vasti delitti terroristici sul territorio italiano. E’ così che i demagoghi democratici hanno perso le vittorie sondaggiste di cui andavano tanto fieri: dipingendo un mondo ancor più nero, il giorno che scoppierà la guerra.
E’ così che hanno giocato con la paura per esserne poi sommersi, alla stregua di tanti apprendisti stregoni alle prese con il demone che spensieratamente avevano suscitato. Come nella poesia di Goethe, il mostro finisce infatti per rivoltarsi contro chi l’aveva invocato: «Signore, la sciagura è grande! Quelli che avevo invocato per magia, gli spiriti, ora non riesco più a liberarmene». D’un tratto sembrano attori senza più pubblico né voce, gli statisti che s’accampano sugli schermi televisivi e invitano i soldati a salpare. Ripetono minacce e slogan in una sorta di deserto, paiono uomini-replicanti attrezzati per dire sempre gli stessi luoghi comuni. Una vignetta sull’Herald Tribune riassume bene la situazione. Colin Powell, a corto di argomenti forti e di prove sul legame tra Baghdad e l’11 settembre, si rivolge a Saddam con una serie di frasi fatte cui i sosia del dittatore replicano: «Il peggio è ormai sicuro. Ogni volta, alla vigilia di un attacco militare, è con una pioggia di stereotipi che ci bombardano».
Il regno dello stereotipo è solido - lo dice l’etimologia, stereo se ciò che è saldo, rigido - ma è al tempo stesso vuoto, immobile, impermeabile alle esperienze. Lo stereotipo è un’opinione rigidamente precostituita, e non a caso il populista se ne impossessa d’istinto. Proprio perché non ha proprie idee robuste, egli è abituato a adottare le opinioni altrui - dei sondaggi, o di una potenza più forte - e quando viene il momento cruciale non sa argomentare con le voci dissenzienti o con i sondaggi mutati. All’inizio ascolta tutti, passivamente. Alla fine non ascolta più nessuno, perché il popolo lo voleva docile e non lo sopporta quando si mette a discutere.
Eppure è proprio questo che abbiamo visto in televisione, venerdì, quando Hans Blix e El Baradei hanno presentato il loro rapporto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Abbiamo assistito in diretta a uno straordinario dibattito fra sedici governi che in rappresentanza del mondo hanno discusso questioni essenziali: come combattere il terrorismo, dopo il trauma dell’11 settembre; come far fronte a un nemico che non ha volto, che abita non tanto città come Baghdad ma di preferenza le libere città dell’Occidente. E come vincere la battaglia contro il pericolo di Saddam: se subito con le armi, o progressivamente con la politica del contenimento, delle ispezioni coercitive.
I politici che hanno fin qui vissuto di sondaggi hanno mostrato di non essere all’altezza di simili contraddittori: Bush si è rifiutato di seguire il dibattito alla televisione, e ha ripetuto i suoi stereotipi senza tener conto che l’Onu non è solo un «club di vane discussioni». Sembrava lontano mille miglia da Powell, che a New York si sforzava di ascoltare, di capire, di convincere: lo stereotipo l’aveva inghiottito. Sembrava l’esatto corrispettivo del manifestante pacifista. Lo slogan di quest’ultimo, riduttivo come tutti i cliché, è: «No alla guerra senza se e senza ma». Lui gli faceva eco con un altro cliché: «No alla coercizione pacifica e alle pressioni dissuasive, senza se e senza ma».
Se lo stereotipo regna così sicuro di sé ci devono essere ragioni cogenti, su cui conviene indagare. La lotta al terrorismo è appena cominciata, e dopo la prima controffensiva in Afghanistan non è riuscita ancora a raggiungere i suoi scopi: cellule terroristiche si moltiplicano nelle democrazie liberali, Bin Laden non è catturato, i suoi proclami continuano a aizzare gli estremisti arabi. E’ il terreno ideale, per la fossilizzazione delle strategie. Incapace di condurre con calma una strenua lotta poliziesca contro il terrore, una parte dell'Occidente ricorre all’arma della guerra: perché nelle guerre il nemico è più visibile, perché le vittorie sono subito palpabili, perché la dissuasione è più difficile.
Dicono che solo la vecchia Europa mette in discussione queste strategie, perché dominata dalla paura e perché non si cura dei paesi più esposti al terrorismo che sono l’America e Israele. Ma non tutta l’opinione europea è alimentata da atteggiamenti di viltà, o dall’antiamericanismo. Molti sono contro la guerra perché non vedono la sua utilità, e chiedono ai politici di fare molta più politica e molto meno psicologia prima di affidarsi ai generali. E’ la posizione al Consiglio di sicurezza di Dominique de Villepin, ministro degli Esteri francese: la guerra non va esclusa, ma forse si può vincerla contro Baghdad prima di doverla fare. Forse si può vincerla senza distruggere preliminarmente l’Unione europea e le Nazioni Unite, l’Alleanza atlantica e il legame con l’America che nessun governo europeo vuol spezzare.
Questo sostiene Ciampi, nella lettera inviata ieri a Berlusconi: l’Italia, paese fondatore della Comunità, non può condividere l’opinione di chi ritiene fallita la Nato come scelta di civiltà, se solo l’Europa prova a pensare strategie alternative e a cercare un’unità intorno a tali strategie. Forse ci si può sbarazzare di Saddam con una guerra fredda, senza gettare nel terrore il popolo d’America e quello d’Israele. La paura è cattiva consigliera in tutte le circostanze: sia nelle mani dei pacifisti radicali, sia in quelle dei demagoghi che manipolano le passioni umane per meglio disertare lo spazio della politica, del dibattito e della lenta costruzione della pace. Prima o poi la paura sommerge gli uni e gli altri, come gli spettri che si ribellano allo stregone troppo convinto di poterli governare.
La Stampa
17 febbraio 2003
Noi e la guerra (che ormai sembra sicura)
LE RAGIONI PER DIRE NO
di FERRUCCIO DE BORTOLI
Quale sarà la posizione del Corriere nel giorno in cui, speriamo di no, scoppierà la guerra? Nei conflitti precedenti ci esprimemmo a favore del ripristino della legalità internazionale violata con l’invasione del Kuwait (’91); condividemmo l’intervento in Kosovo nel 1999; appoggiammo la guerra in Afghanistan ai talebani complici dei terroristi di Al Qaeda nel 2001. L’uso della forza, legittimato dall’Onu, è innegabile che sia stato un bene per l’umanità. I pacifisti di allora dovrebbero chiederne conferma ai cittadini kuwaitiani, alle donne afghane, alle minoranze etniche dei Balcani. Nessuno può dire che si stava meglio quando si stava peggio, per esempio con il macellaio Milosevic o con i tagliagole di Kabul. Oggi è diverso. Il 12 settembre del 2001 scrissi un editoriale dal titolo «Siamo tutti americani». Lo siamo ancora, anche perché la trincea è comune. Ma esserlo non significa rinunciare a critiche e dubbi. L’amicizia è fatta di lealtà, non di passiva fedeltà. L’Europa deve trovare la forza (intellettuale), oltre che l’unità politica, di rinsaldare il proprio legame con gli Stati Uniti. Anche nella diversità delle idee. L’appiattimento delle opinioni e l’irritazione per i dubbi di coscienza non rendono più efficace la lotta al terrorismo. Tutt’altro. Gli americani sono in guerra (e noi europei spesso ce lo dimentichiamo), si sentono seriamente minacciati dal terrorismo, sono stati attaccati per la prima volta nel loro territorio, hanno avuto tremila caduti. Ma spiace leggere troppi autorevoli e sprezzanti giudizi sull’indecisa Europa. L’antieuropeismo cresce al pari purtroppo di quell’antiamericanismo strisciante che abbiamo sempre condannato: questo sì frutto della vecchia Europa smemorata e irriconoscente. L’Atlantico è più largo.
Il nostro no a questa guerra è certo anche spontanea espressione di quegli interrogativi che dilaniano le coscienze di ogni cittadino. Nessun italiano, crediamo e speriamo, ama la guerra o ne intravvede un calcolo di convenienza. Siamo per la pace ma non pacifisti a senso unico (né con Bush né con Saddam) o di maniera (che tristezza leggere che La Civiltà Cattolica mette sullo stesso piano le violazioni delle risoluzioni Onu di Iraq e di Israele). Ma il nostro è anche un no razionale, per quanto possibile. E non perché le prove contro Bagdad non siano ancora convincenti. Forse non servono nemmeno. Qualcuno ha dubbi sulla minaccia costituita da un regime che ha già impiegato armi chimiche e gasato oppositori e curdi? No. La realtà è che la guerra preventiva è il prodotto, pur comprensibile ma pericoloso, del neounilateralismo americano e soprattutto non è iscritta nel sistema condiviso delle regole internazionali. Così, mentre si cercano le prove contro l’Iraq emergono, macroscopiche, quelle contro la Corea del Nord, che arriva persino a minacciare di attaccare gli stessi Stati Uniti. La guerra preventiva rischia di trasformarsi in una guerra continua: dopo l’Iraq toccherà al vicino Iran che fra pochi anni avrà l’atomica? E che fare con la Siria che considera patrioti i kamikaze?
Siamo sicuri che una pressione internazionale costante, un’ispezione prolungata, una vigilanza ferrea (con l’impiego dei caschi blu come pensano Parigi e Berlino), non otterrebbero, dal lato della sicurezza e della lotta al terrorismo, migliori risultati di un conflitto dalle conseguenze imprevedibili, specie nei Paesi arabi confinanti? E’ la guerra continua l’eredità che lasceremo ai nostri figli in un Occidente più diviso e, dunque, più vulnerabile? E’ questo il modo migliore di dialogare con gli arabi moderati? E, soprattutto, con i giovani di quei Paesi, che saranno le classi dirigenti di domani, per convincerli che l’Occidente è libertà, democrazia, che rispetta e si fa rispettare e usa la forza soltanto quando vi è costretto?
Corriere della Sera
9 febbraio 2003