L'invettiva prende il posto del ragionamento e si rinunciano a capire le posizioni europee "Francesi mangiatori di rane" Gli Usa non amano più l'Europa Scoppia e cresce in America l'"antieuropeismo" 

di VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - Opposto e perfettamente speculare all'antiamericanismo che divampa in Europa alla vigilia della guerra, scoppia e cresce in America l'"antieuropeismo". Tra amarezza, sbalordimento, incomprensione e rabbia, il pubblico americano e i suoi leader d'opinione vedono e denunciano il "tradimento", l'"ammutinamento", l'"ingratitudine", la "doppiezza" e la "perfidia" (e la lista degli insulti sarebbe interminabile) di tedeschi, russi, belgi, ma, soprattutto, delle odiate cito una battuta sprezzante ripresa addirittura dal cartoon dei Simpsons da vari commentatori "scimmie arrendiste e mangiaformaggio". Dai francesi. Più diplomatico, ma non meno duro, Bush ieri sera ha definito la FRancia "miope".

L'"antieuropeismo" non è certamente una novità partorita dalla rivolta franco-tedesca. È latente nella eredità genetica di questa nazione che ha, se non odio aperto, certamente la più profonda diffidenza verso i regni, le chiese, i potentati, i baroni e i tiranni, dai quali tutta l'America bianca scappò.

Le due guerre in un secolo, combattute a carissimo prezzo per salvare l'Europa da se stessa e indirettamente l'America, hanno rafforzato l'innata convinzione che dall'altra parte del mare non possano che venire, insieme con abiti chic e manicaretti squisiti, altro che guai. E che avessero ragione i padri fondatori, ammonendo la neonata repubblica a non lasciarsi mai invischiare in trattati e impegni internazionali.

Nello squilibrato matrimonio euro-americano, l'antiamericanismo, come un tempo erano le infedeltà della moglie, è una colpa ideologica grave, mentre l'antieuropismo è la comprensibile e giustificabile scappatella del marito.

Per ragioni di evidente sudditanza politica e culturale, a noi, sul Vecchio continente, non è lecito dissentire dalle scelte di Washington, senza subire paternali sulla nostra ingratitudine, la nostra doppiezza o, fortunatamente sempre meno, del nostro inestirpabile "sinistrismo", forse perché dell'Europa, soprattutto della Francia, l'America non si è mai interamente fidata e l'11 settembre non ha affatto proiettato la psicologia americana verso un nuovo modo di vedere il mondo. L'ha, al contrario, risospinta all'indietro, alla sua condizione naturale e storica, quella di diffidare di tutti e contare soltanto su se stessa, sui cugini "anglo" e sugli occasionali staterelli satelliti. Ed ecco riaffiorare l'antieuropismo. Leggere i giornali e ascoltare le tv in questi giorni, significa dunque fare una scorpacciata di improperi e di insulti che attraversano conservatori e progressisti, città cosmopolite e comunità rurali, dove molti finalmente possono vendicare il perenne inferiority complex americano verso il decadente snobismo trash dell'Europa e sfogare tutto il rancore per i frogs e i boches, le "ranocchie" e i "crucchi" dell'antica propaganda angloamericana contro i continentali. In quella che ormai è un'"anglosfera", come l'ha definita il brillante opinionista del Sunday Times, Andrew Sullivan, torna a essere accettabile, anzi, addirittura politically correct, insolentire la "vecchia Europa", ora che anche il ministro della Difesa e falco in capo, Rumsfeld, l'ha insultata a più riprese.

I vignettisti banchettano, con caricature del tedesco panciuto in lederhosen o del francesi con baffetti sottili, esatto equivalente del solito americano con cappellone da cow boy e pistole nella fondina dei nostri santini da manifestazione pacifista. Columnist e autori seri e riflessivi, si sbizzarriscono, nel clima di "liberi tutti" creato dalla marcia in ordine sparso verso la guerra, per cercare gli epiteti più sanguinosi. Thomas Friedman, sul New York Times, propone d'espellere tout court la Francia dal Consiglio di sicurezza sostituendola con l'India, che per 40 anni fu vista come un'utile compagna di strada dell'Urss alla testa dei "non allineati". Dalla rete di cable tv oggi più seguita, la Fox di Rupert Murdoch, il commentatore Morton Kondracke dà dei "perfidi" ai francesi, incoraggiato dall'anchorman Fred Barnes con pleonastico entusiasmo: "Non solo perfidi, ma pure malfidati".

Ogni stereotipo ("perfido" è un classico della propaganda) viene riesumato, nel gioco degli specchi rotti sulle due sponde dell'Oceano. Se molti anti americani in Europa sono persuasi che Bush voglia annettersi il petrolio iracheno, così gli autori più aggressivi e disinvolti, come quel Cristopher Hitchens beniamino degli ultras della guerra, ci spiegano che Chirac è un "venduto" e fa il pacifista per salvare gli interessi francesi in Iraq mentre Schroeder punta soltanto a ingrossare le dimensioni della torta da spartire, facendo il difficile adesso.

Meno divertente, Henry Kissinger avverte il rischio di questa specularità di odi, adoperando un'altra celebre crisi atlantica, quella scatenata dalla guerra francobritannica per Suez. Rammenta a Washington che gli obbiettivi strategici degli Stati Uniti "non si raggiungono attraverso l'umiliazione la soggezione degli Alleati" e agli europei che un'alleanza "i cui membri pensano di poter guadagnare un utile a lungo termine dal fallimento di uno dei loro membri è una contraddizione".

Ma proprio la contraddizione simmetrica è l'espressione più adatta, per descrivere il clima degli opposti rancori. Un'aria tossica, nella quale l'invettiva prende il posto del ragionamento, l'insulto sarcastico evita il fastidio di capire perchè, in un'Europa dove le sinistre e i loro media sono sempre più minoranza, la maggioranza dell'opinione pubblica dissenta così aspramente dall'America. Questa, dell'anti europismo americano, può essere un'altra di quelle eredità inquinate che l'Iraq ci lascerà da bonificare, in un dopoguerra che si annuncia molto più difficile della guerra ai resti delle armate irachene.

la Repubblica
11 febbraio 2003


IL PERICOLO DI DIVENTARE ANTIAMERICANI

di MARIO PIRANI 


E´ ALTAMENTE probabile che le prove addotte contro Saddam Hussein, sia quelle presentate da Colin Powell che, fra dieci giorni, quelle degli ispettori delle Nazioni Unite, rafforzeranno il convincimento di quanti già ora giudicano necessario l´attacco militare all´Iraq, mentre lasceranno immutati i dubbi di chi teme o respinge la strategia di Bush. Non è affatto detto neppure che un seconda risoluzione dell´Onu pervenga a modificare radicalmente il quadro, permettendo una riedizione di quel largo schieramento che sostenne la prima spedizione a difesa del Kuwait nel 1990. E neppure ristabilisca quel consenso solidale che emerse dopo l´11 settembre e che giustificò, agli occhi della stragrande maggioranza delle opinioni pubbliche occidentali e delle loro leadership, la guerra in Afghanistan per smantellare il santuario di Al Qaeda.
è l´allargamento dell´obbiettivo, da Kabul a Baghdad, che ha provocato il dissolversi di quel collante che aveva assicurato fino allora il permanere della tradizionale alleanza atlantica. Con questo secondo atto la guerra al terrorismo, da risposta immediata, diretta, evidente alla aggressione delle Twin Towers, assume, per la prima volta – e non è detto che altre non seguano – la dimensione estensiva di quell´offensiva generale contro l´"asse del male" e gli "Stati canaglia", derivante dalla rielaborazione profonda della dottrina strategica statunitense, presentata da Bush in persona al Congresso (The National Security Strategy of The United States del 20 settembre 2002). Su queste colonne Ezio Mauro, il 6 febbraio ha già spiegato come essa sconvolga radicalmente i concetti che ne erano stati alla base per mezzo secolo (la "deterrenza" e il "contenimento", termoregolatori della Guerra fredda, ma anche la filosofia che ispirava il rapporto Usa-Europa, le alleanze, il ruolo degli organismi internazionali).
«OGGI - ha affermato Bush - siamo meno minacciati da flotte ed eserciti che da letali tecnologie nelle mani di poche persone esacerbate». Dalla fine della guerra fredda e dall´emergere di un minaccia del tutto diversa scaturisce, così, l´abbandono della deterrenza (basata su un potenziale nucleare sempre in grado di distruggere l´avversario se questi avesse tentato un attacco atomico e, quindi, di dissuaderlo in partenza) a favore della guerra preventiva. Pur tuttavia, come analizza Lucia Annunziata nel suo saggio sulla seconda guerra irachena («No», edito da Donzelli) che riporta anche il testo integrale del Documento Bush, «non è paradossale sostenere che le radici della teoria della guerra preventiva non stanno propriamente negli ambienti militari... ma nelle idee che si sono formate tra i repubblicani in otto anni di clintonismo e nelle opinioni nate dalla rivolta contro i liberal... nel disprezzo, anche questo tipicamente neo conservatore, per l´inefficacia del pensiero liberal... e delle organizzazioni internazionali (che vi si ispirano, ndr)».
In questo senso si muove, del resto, l´abbondante pubblicistica dedicata all´approfondirsi del solco che si è aperto tra Nuovo e Vecchio Continente. Vi è un punto, però, che merita di essere meglio esplorato, alla luce di quella diversa «antropologia culturale» che determinerebbe, secondo Umberto Eco (vedi la sua rubrica sull´Espresso del 6 us.), la crescente divaricazione nei comportamenti tra europei e americani. Ad esempio, a mio avviso, l´opinione molto radicata in Europa secondo cui la scelta bellica di Bush sarebbe motivata principalmente dall´esigenza di controllare direttamente le risorse petrolifere del Medio Oriente e di neutralizzare in partenza uno scivolamento dell´Arabia Saudita fuori della zona di influenza Usa, pecca di dietrologia semplicistica. Non perché i destini petroliferi non giochino un ruolo che, però, per quanto importante, non è quello decisivo, non è soprattutto la molla del mutamento di fondo della strategia degli Usa. Quello che, viceversa, molti europei sembrano non aver compiutamente percepito è la dimensione del trauma subìto dall´America l´11 settembre con il «bombardamento» di New York e di Washington né quanto sia ancora vivo e non elaborato il lutto per quei tremila e più morti innocenti. Se vogliamo comprendere la determinazione americana - anche per criticarne, se è il caso, gli esiti proposti - è da qui che bisogna prendere le mosse: un grande Paese che ha sempre immaginato il suo territorio al riparo da attacchi esterni, che non è mai stato invaso in tutta la sua storia nazionale, da quando si liberò dal dominio coloniale britannico, che, anche quando dovette confrontarsi con la potenza atomica sovietica, visse garantito dalla dissuasione nucleare, ebbene questo Paese, ancora una volta vincente con la fine della guerra fredda, si trova improvvisamente in balìa di un nemico invisibile, inafferrabile, in grado di colpirlo, forse anche con armi terrificanti, difficile da individuare, raggiungere, mettere fuori combattimento. E´ questa realtà nuova, minacciosa, inaspettata che secerne la strategia della guerra preventiva, l´insofferenza per le lungaggini dell´Onu e per la recalcitrante dubbiosità di molti alleati, il desiderio di una controffensiva che annienti gli sfuggenti nemici. Condoleeza Rice lo espone lucidamente in un articolo riportato nell´ultimo numero di «Aspenia», la bella rivista di politica estera dell´Aspen Institute Italia, diretta da Marta Dassù, interamente dedicato ai rapporti Europa-Usa: «Ci vorranno anni - dice la più stretta collaboratrice di Bush - per capire gli effetti a lungo termine dell´11 settembre... non vi è più dubbio alcuno che l´America è di fronte a una minaccia esistenziale alla propria sicurezza... alcune minacce sono ormai così potenzialmente catastrofiche - e possono realizzarsi con così scarso preavviso e con modalità così difficili da prevedere - da non poter essere contenute... gli Stati Uniti devono esser pronti ad agire... prima che le minacce si siano completamente materializzate». Parole chiarissime, apparentemente non bisognose di interpretazione. Eppure esse possono esser lette in una chiave ancor più rivelatrice e illuminante che ci riporta ai filoni fondativi della storia del West, all´inconscio collettivo dell´America profonda: la Frontiera, lo Sceriffo, il Bandito. Ed anche al fondamentalismo neo cristiano delle chiese protestanti, alla divisione manichea tra Bene e Male che queste predicano da pulpiti e Tv, alla sublimazione etica di chi si sente un «born again christian» (un rinato a Cristo. come l´attuale Presidente proclama di essere) e procede intemerato, non turbato dal dubbio, fino alla condanna alla sedia elettrica del colpevole (o, quando il presunto Giudice portava il cappuccio del Ku Klus Klan, al linciaggio del presunto autore di un qualche delitto, senza dubbiosi distinguo: tanto, quel negro impiccato se non ha violato proprio lui la ragazza bianca, certamente avrà commesso o avrebbe commesso presto qualche altra nefandezza).
Questo excursus può apparire a taluno come una esercitazione intellettualistica, ma quanto a me resto convinto che si tratti di un approccio realistico: l´11 settembre ha mandato, infatti, in frantumi non solo le Twin Towers ma anche la Frontiera, ormai consolidata e raggiunta, dall´Atlantico al Pacifico, dopo qualche secolo di pionierismo, di carovane, di guerre indiane. Ed ora, all´improvviso, la Frontiera si dissolve di nuovo e un nemico invisibile, come le ombre al galoppo nella Prateria, lancia la sua freccia avvelenata al cuore dell´America. Da dove? Da dentro? Da fuori? Da dentro e da fuori? Ci si lancia all´inseguimento. Fino alle montagne attorno a Kabul. Ma i cartelli «Wanted Bin Laden» ingialliscono agli angoli delle strade e l´assassino si dissolve nel nulla. Eppure bisogna trovarlo, materializzalo per prenderlo, punirlo, renderlo innocuo. Se non lui qualcuno come lui, magari anche più pericoloso. Purché sia davvero individuabile e localizzabile. Come Saddam Hussein. E´ una imprescindibile necessità. Politica, militare ma anche psicologica. E´, però, su questa sottostante antropologia culturale, certamente non esplicitata, che si regge l´impianto politico neo conservatore della attuale Amministrazione Usa. Ben lontana dalle sofisticate elaborazioni dell´intellighentia bostoniana delle presidenze democratiche, ma assai prossima, come dicono i sondaggi, alle pulsioni western dell´americano medio.
Su questo substrato vengono costruite le nuove sovrastrutture ideologiche. L´ormai celebre saggio di Robert Kagan (su «Policy Review» del giugno 2002) cominciava, appunto, con queste parole: «E´ ora di porre fine alla finzione che europei e americani condividano una visione comune del mondo... L´Europa si allontana dal potere... ne supera la concezione per entrare in un mondo autosufficiente di trattative e collaborazioni internazionali, governato da norme e leggi: un paradiso post-storico di pace e relativa prosperità, la realizzazione della pace perpetua di Kant. Nel frattempo gli Stati Uniti restano impantanati nella storia ed esercitano la forza nell´anarchico mondo hobbesiano, dove le leggi e le norme internazionali sono inaffidabili e la sicurezza reale, la difesa e la creazione di un ordine liberale continuano a dipendere dal possesso e dall´uso della potenza militare». Analisi spietata ma non infondata. Ma, anche per capire meglio l´Europa, occorre rifarsi alla antropologia culturale sottesa. Gli Stati europei hanno vissuto per secoli tra guerre, invasioni, bombardamenti, stragi orrende, fino al Genocidio. Con l´Unione europea hanno sperimentato una pace più che cinquantennale, non vi sono praticamente frontiere interne, il terrorismo è un fenomeno sovente tragico ma fronteggiato, ieri ed oggi, quasi esclusivamente dalle forze di polizia. L´America è per tanti versi vicina ma le Twin Towers erano a portata di Tv, non di deflagrazione incombente direttamente sugli «spettatori». Non vi è diffusa gratitudine e neppure consapevole memoria per il soccorso decisivo che l´America ha dato nel secolo appena trascorso, per ben tre volte, alla nostra indipendenza, libertà, democrazia e rinascita economica. Anzi, un diffuso e crescente antiamericanismo, non solo di estrema sinistra, caratterizza i sentimenti politici di massa e di élite.
Su questo impianto d´assieme si sta, per converso, radicando negli Stati Uniti un antieuropeismo che può avere per noi conseguenze devastanti. C´è solo l´imbarazzo della scelta tra gli articoli apparsi negli ultimi tempi nella stampa Usa. Scrive, ad esempio, su «Commentary» (ott.2002) Victor Davis Hanson, reputatissimo storico militare: «Dopo l´11 settembre poche cose hanno costernato gli americani quanto l´attitudine presa da numerosi dei nostri alleati europei, fra i quali la compassione per i caduti ha presto lasciato il posto allo scetticismo e a una esplicita ostilità per l´America, le sue motivazioni, la sua politica... penso che la situazione rischi di degradarsi ancor più... la diffidenza è profondamente radicata nelle linee di faglia che toccano l´immagine che americani ed europei hanno di se medesimi... vedere le cose in bianco e nero fa parte integrante della nostra aspirazione a essere morali, del nostro cemento nazionale quanto il nostro ottimismo e la nostra aggressività... Se gli Stati Uniti alla fine dovranno intervenire soli in Iraq sotto i rimproveri dell´Europa... sarà senz´altro difficilissimo in seguito soccorrere militarmente un paese europeo... l´idea stessa che un giorno gli Usa si mettano alla testa della Nato per bandire un malvivente tipo Milosevic appare in questa luce ridicola.» Non si può rispondere adeguandosi prontamente alle attese di Washington ma nemmeno con un rigurgito di antiamericanismo: il terrorismo di oggi ha potenzialità distruttive di massa e mira politicamente a destabilizzare, ad un tempo, la pace e la democrazia. Tanto prima gli europei lo capiranno e sapranno elaborare proprie credibili risposte militari ma anche politiche ed economiche (anzitutto in Medio Oriente), tanto più si può sperare che l´Atlantico torni ad essere sinonimo di alleanza e non di lacerazione.

la Repubblica
8 febbraio 2003


Diciamo no alla follia di una guerra per il petrolio

di GÜENTER GRASS 


IL VANO monito contro i pericoli della guerra incombente si coagula ormai in routine, ma resta sempre valido il concetto espresso a suo tempo in rima da Matthias Claudius: «È guerra! È guerra!/Oh angelo di dio intervieni !/È guerra ahimè – e non voglio /Averne colpa io!». Molti punti esclamativi puntellano la prima strofa di questa poesia, attuale grazie all´inane appello che lancia. Proprio perché è sopravvissuta a tante battaglie la pongo all´inizio del mio appello – «Intervieni» – che, a quanto temo, resterà inascoltato. La guerra incombe. Ancora una volta minacce di guerra. Oppure le minacce servono solo a non arrivare a una guerra? Il limitativo «solo» significa forse che la parata di truppe e di flotte nordamericane e inglesi è una finta?
Difficilmente. Questa guerra incombente è voluta. È già in atto nelle menti che pianificano, nelle borse di tutti i continenti, e in programmi televisivi che sembrano postdatati. Il nemico-obiettivo è individuato, designato, e ha i requisiti, accanto ad altri nemici di scorta ancora da individuare e designare, per evocare un pericolo che appiana ogni scrupolo. Sappiamo bene come ci si inventa un nemico, dovesse mancare. Sappiamo, grazie all´abbondanza di immagini, come si colpisce «chirurgicamente» un po´ più in là. Siamo abituati a sentirci dire che dobbiamo accettare come inevitabili i danni e le perdite di vite umane. Ci sembra normale che si contino e si piangano solo i morti, relativamente poco numerosi, tra le fila del potere mondiale dominante, mentre la massa dei nemici morti, donne e bambini inclusi, non venga quantificata e non meriti cordoglio.
Attendiamo quindi la replica. Questa volta nuovi sistemi missilistici colpiranno con precisione ancora maggiore. Incombe una guerra che ci è familiare, perché ne conosciamo le immagini, depurate dai dettagli di orrore, i cui diritti televisivi appartengono ad una nota emittente. Attendiamo le nuove puntate della guerra come soap opera, interrotte solo dalla pubblicità mirata ai consumatori che vivono in pace. Adesso si tratta di vedere chi parteciperà alla guerra imminente già in atto con slancio, chi con scarso entusiasmo, e chi con un piccolo contributo, come i tedeschi, per i quali il tempo di fare la guerra è passato, o almeno dovrebbe.
Contro chi viene condotta questa guerra che si spaccia per imminente? Contro un terribile dittatore, ci dicono. Ma Saddam Hussein è stato in passato, al pari di altri dittatori, compagno d´armi del potere democratico mondiale e dei suoi alleati. In nome loro, pesantemente armato dall´occidente, l´Iraq ha fatto per otto anni la guerra al vicino Iran il cui dittatore era allora il nemico numero uno.
Però, ci dicono poi, Saddam Hussein dispone - il che non è dimostrato- di armi di distruzione di massa. Lo dice l´occidente, che - bisognerebbe dimostrarlo – dispone di armi di distruzione di massa. Inoltre ci promettono che, dopo la vittoria sul dittatore e sul suo sistema, in Iraq sarà introdotta la democrazia. Ma l´Arabia saudita e il Kuwait, paesi vicini a quello del dittatore, alleati dell´occidente cui servono da base militare, sono a loro volta governati da dittature. Saranno loro l´obiettivo della prossima guerra in nome della democrazia?
Sono interrogativi oziosi, lo so. L´arroganza del potere mondiale ha pronte la risposta a ciascuno di essi. Ma tutti sanno o intuiscono che tutto gira intorno al petrolio. O meglio, tutto gira di nuovo intorno al petrolio. Il velo di ipocrisia con cui l´ultima grande potenza rimasta e il coro dei suoi alleati hanno cura di nascondere i propri interessi, col passar del tempo si è fatto così logoro che la struttura del potere traspare e si mostra sfrontata, pericolosa per il mondo intero nella sua ubris. L´attuale presidente Usa è espressione di questo pericolo.
Non so se le Nazioni Unite avranno la fermezza sufficiente per contrastare la volontà di potere degli Stati Uniti d´America. L´esperienza mi dice che a questa guerra voluta seguiranno altre guerre spinte dallo stesso stimolo. Auspico che i cittadini e il governo del mio paese diano dimostrazione che noi tedeschi abbiamo imparato la lezione dalle guerre di cui siamo stati artefici e perciò diciamo No alla follia chiamata guerra. «Che dovrei fare se nel sonno / sanguinanti, cerei e pallidi / gli spiriti dei massacrati mi apparissero / e in fronte a me piangessero, che fare?». Ecco l´interrogativo posto dalla seconda strofa della poesia «Canto di guerra» di Matthias Claudius. Un interrogativo cui in retrospettiva, guardando alle nostre guerre e ai massacri, finora non abbiamo saputo dare risposte valide. Quella lontana guerra incombente, che è già in atto e mai si è interrotta, lo ripropone ancora una volta. «È guerra ahimè / e non voglio / averne colpa io».
(Traduzione di Emilia Benghi)

la Repubblica
30 gennaio 2003


Ora bisogna provare l’innocenza?
IL COLPEVOLE (PRESUNTO)

di CLAUDIO MAGRIS 

La civiltà Occidentale ha donato al mondo, fra le altre cose, la democrazia e il liberalismo. Non sarebbe stata in grado di farlo se non avesse elaborato, sin dalle sue origini greco-romane, un rigoroso pensiero logico, senza il quale non possono esistere la chiarezza e certezza del diritto, la divisione dei poteri, la distinzione tra le varie sfere di competenza (ad esempio fra ciò che compete allo Stato e ciò che compete alla Chiesa) e fra ciò che ricade sotto il giudizio morale e ciò che ricade sotto quello della legge, fra ciò che è oggetto di fede e ciò che è oggetto di conoscenza razionale e così via. La distinzione fra i comandamenti religiosi e le norme dei Codici civile e penale, ad esempio, è un’indiscutibile superiorità dell’Occidente rispetto agli Stati e alle società che li confondono. La logica è premessa indispensabile di correttezza etica e giuridica.
Pasticciarla è sempre una truffa, perché se si mette il soggetto all’accusativo e il complemento oggetto al nominativo si scambiano i ruoli tra i colpevoli e le vittime e si mette in galera non il rapinatore, ma il rapinato.
Stupisce dunque di leggere, in un’intervista rilasciata a Franco Venturini sul Corriere il 19 gennaio, una frase di Franco Frattini, ministro degli Esteri dell’Italia, che ci si attenderebbe piuttosto da un Saddam Hussein o da un altro satrapo tirannico ignaro di logica, di morale e di libertà. Il ministro degli Esteri avrebbe detto che «è Saddam che deve fornire le prove sull’inesistenza attuale di armi di sterminio».
Deve certo trattarsi di un refuso, perché il ministro degli Esteri non può aver detto una cosa simile. Infatti nessuno può dimostrare l’inesistenza di qualcosa né è tenuto a farlo. Io non posso e non sono tenuto a dimostrare di non aver ucciso nessuno il 3 maggio 1986; è il giudice che, per arrestarmi e condannarmi, deve dimostrare che ho commesso un omicidio. Le più elementari garanzie liberali si fondano sulla presunzione d’innocenza. Non m’interessa certo difendere tiranni crudeli come Saddam Hussein e tanti altri suoi pari che allignano sulla faccia della Terra; mi preoccuperebbe il diffondersi nel nostro Paese della perversa logica propria ai regimi totalitari. Quando gli sgherri della polizia segreta nella Cecoslovacchia dei più bui anni staliniani arrestarono improvvisamente di notte Eduard Goldstücker ed egli chiese di quale crimine fosse accusato, gli risposero, con un ceffone e forse più d’uno, che stava a lui dire quali delitti aveva e non aveva commesso. Questa era la (il)logica di Stalin. Non a caso, quando, dopo la provvida morte di quest’ultimo, Goldstücker venne scarcerato, diventò un grande studioso di Kafka, l’immortale autore del Processo , in cui un uomo viene condannato e giustiziato per una colpa che non viene mai precisata.
Per il ministro Frattini, se ha detto davvero quella frase, tutti gli uomini sono a priori colpevoli e quindi punibili. Ma forse egli si è lasciato andare a questo svarione illiberale per correggere un suo eccesso di fiducia di qualche tempo fa nell’innata bontà dei governanti. Nel marzo 2002, difendendo la legge sul conflitto d’interesse, diceva che non occorre stabilire alcuna incompatibilità tra cariche di governo e proprietà di aziende la cui sorte può dipendere da leggi varate da quel governo, perché ciò significherebbe sospettare ingiustamente a priori che qualcuno possa approfittare dei suoi poteri per interessi personali; se si tratta di una persona onesta, egli diceva, non ne approfitterà mai. Al che un arguto liberale osservò, in un articolo apparso sul Piccolo il 5 marzo 2002, che secondo questa logica bisognerebbe pure consentire che, in una partita di calcio, un giocatore possa essere contemporaneamente capitano della sua squadra e arbitro, perché, se è una persona onesta come si deve presupporre, non ne approfitterà mai per favorire la sua squadra. Forse il ministro Frattini si è pentito di questa sua idilliaca visione dell’anno scorso, che vedeva tutti gli uomini e soprattutto i governanti irriducibilmente innocenti, e ora si affanna a proclamarli tutti a priori colpevoli.
Una volta si parlava di questione morale. Altri ribattevano che la questione è sempre politica. Forse è il momento di parlare di una questione logica, sintattica e grammaticale, che le riassume. Ah, se tutti, governanti e governati, eletti ed elettori, tornassimo per un po’ sui banchi di scuola, a leggere anche solo in buoni riassunti la logica di Aristotele o di San Tommaso, a ricevere da bravi e severi insegnanti quei bei segnacci con la matita rossa e blu sui nostri strafalcioni...

Corriere della Sera
21 gennaio 2003


Lotta al terrorismo anche con mezzi proibiti?

LA PROVA DEL FUOCO DELLE DEMOCRAZIE



L’ Economist di questa settimana dedica la copertina alla proposta di legalizzare la tortura, a fini di lotta al terrorismo, avanzata dal celebre avvocato americano Alan Dershowitz (ricordate il film Il mistero von Bulow? ). La tesi di Dershowitz è che, dal momento che la lotta al terrorismo richiede necessariamente l’impiego di mezzi eccezionali (persino la tortura dei terroristi catturati quando serva a sventare attentati catastrofici), è bene che tutto ciò non resti nell’illegalità: che si legalizzino, insomma, i mezzi eccezionali già oggi impiegati. La proposta di Dershowitz è inaccettabile per ragioni che l’ Economist individua: la tortura è fortunatamente diventata in Occidente, nel corso dell’età moderna, un tabù, e non c’è nulla di più pericoloso, per lo stato complessivo della nostra civiltà, che infrangerlo. Senza contare che, una volta introdotto un simile strumento nell’ordinamento, nulla garantirebbe il suo uso circoscritto ai soli casi di minaccia terroristica. La vicenda dei condannati a morte per reati comuni graziati dal governatore dell’Illinois George Ryan, perché le loro confessioni erano state illegalmente estorte, la dice lunga sui rischi che si correrebbero. Resta però il problema che, sia pure in modo inaccettabile, l’avvocato americano ha portato alla luce: per sua natura, dall’attentato alle Torri, la lotta al terrorismo suicida ha comportato l’impiego, oltre che degli strumenti di polizia giudiziaria, anche di mezzi che sono normalmente, e fortunatamente, al bando in Occidente. Essendo gli Stati Uniti una democrazia più trasparente di quelle europee, sono di dominio pubblico, ad esempio, le disposizioni dell’amministrazione Bush ai servizi segreti in materia di «licenza d’uccidere». In generale, però, «si fa ma non si dice» sembra l’orientamento fin qui prevalso. Ciò rispecchia le contraddizioni in cui ci dibattiamo da quando, l’11 settembre 2001, è ufficialmente scoppiata la guerra fra il terrorismo islamico e l’Occidente. 
La domanda, cui nessuno sa dare risposte persuasive, è: come si fa a combattere un nemico invisibile, determinato a provocare catastrofi nei Paesi occidentali (l’ultima cellula terrorista scoperta a Londra si preparava a colpire usando una micidiale sostanza tossica), salvaguardando al tempo stesso quei diritti della persona e quelle garanzie di libertà che per noi occidentali sono sinonimi di civiltà? E’ possibile fare la guerra al terrorismo con la necessaria efficacia senza che si determinino drammatiche mutazioni dei sistemi di democrazia liberale? La difficoltà sta nel fatto che la guerra al terrorismo è diversa da una guerra tradizionale, fra Stati, che vede contrapporsi eserciti regolari (se scoppierà, e speriamo di no, sarà di questo tipo la guerra fra Usa e Iraq). La guerra interstatale è, entro certi limiti, disciplinata dal diritto (lo ius in bello ). Ci sono regole codificate che separano il lecito dall’illecito, l’azione bellica legittima dal crimine di guerra, che disciplinano il trattamento dei prigionieri, delle popolazioni civili eccetera. 
La guerra al terrorismo è diversa. E’ di fatto ma non di diritto. E’ una guerra perché c’è un nemico organizzato (la rete terroristica) che persegue obiettivi bellici e dal quale occorre difendersi. Ma è una guerra che le democrazie combattono rimanendo formalmente in uno stato di pace, e quindi mantenendo in vigore quelle garanzie che durante i conflitti convenzionali (come la Seconda guerra mondiale) esse possono temporaneamente sospendere o comprimere. E’ forse solo una questione di durata. Se vinceranno rapidamente sul terrorismo islamico, le democrazie ne usciranno ammaccate ma integre. Se invece la lotta durerà anni, se il rischio di attentati con armi di distruzione di massa continuerà a lungo a incombere sui Paesi occidentali, sarà alla fine difficile che l’Occidente riesca a non vendere l’anima al diavolo, che la barbarie che il nemico incarna non ci contamini. Anche questa è la grande prova delle democrazie liberali: restare se stesse anche se minacciate. 

di ANGELO PANEBIANCO 

Corriere della Sera
12 gennaio 2003


Il presidente dei Ds interviene sui recenti, tragici avvenimenti in Medio Oriente e sulla campagna contro l’Iraq. I richiami internazionali alla cautela, il ruolo dell’Europa e quello dell’America. Su cui grava la responsabilità di un nuovo conflitto 

di MASSIMO D’ALEMA

Dieci palestinesi uccisi, a Ramallah, a Qabatiya, a Tulkaren. In una strage senza fine e, più passa il tempo, senza senso. Un crescendo di violenza e di repressione che finisce col fornire alimento al terrorismo, producendo altre vittime innocenti come è puntualmente avvenuto ieri con l'uccisione di quattro coloni ebrei. Diventa impossibile non vedere come dal Medio Oriente alla Cecenia il vero rischio è quello di una spirale di guerra e di nuovo terrorismo pericolosamente inarrestabile. 
Alla vigilia di questi eventi luttuosi, la mattina di Natale, Giovanni Paolo II aveva chiesto di «spegnere i bagliori di guerra in Medio Oriente». Alle parole del Pontefice si erano aggiunte quelle, altrettanto nette, dell'arcivescovo Williams, il capo della chiesa anglicana, e del primate della chiesta cattolica di Inghilterra. Segnali scontati d'una distanza sempre più evidente tra le gerarchie religiose e il Presidente Bush? In parte sì. Né ci si poteva attendere un messaggio diverso da quanti scorgono, non da oggi, nella dottrina della guerra preventiva un vulnus pericoloso per gli equilibri globali, oltre che la negazione stessa del sofferto concetto di "guerra giusta". 
Ma la pausa delle festività non ha riservato solo la recrudescenza del conflitto in Medio Oriente, l'ennesima strage cecena o l'ammonimento autorevole del Papa. Altri segnali, in parte contraddittori, alimentano un clima d'allarme per il possibile precipitare della crisi irachena e le sue probabili ricadute sul rapporto già stremato tra arabi e israeliani; dall’imminente richiamo negli Stati Uniti di decine di migliaia di riservisti, alle preoccupazioni del presidente della Commissione europea per la piega assunta dagli eventi. Ripeto però, sono segnali contraddittori poiché, se da un lato tutto fa supporre che Washington voglia procedere senza ripensamenti alla resa dei conti col rais di Baghdad, le voci perplesse di quanti temono i danni e le conseguenze di tale accelerazione non sembrano confinate nell’ambito delle sole autorità religiose. Dall’America alla Gran Bretagna, passando per il primo ministro francese, Raffarin, si moltiplicano i richiami alla cautela. Cresce il timore di una guerra dallo svolgimento più complesso del previsto e soprattutto dalle ricadute cruente. Non è un caso, dunque, se uno dei possibili sfidanti democratici alla presidenza, il senatore Joseph Lieberman, abbia scelto questi giorni per rivolgere all'inquilino della Casa Bianca, e capo delle forze armate Usa, l'invito a rendere pubblica davanti all'Onu e all'opinione pubblica americana ogni eventuale prova sull'effettivo possesso da parte di Saddam di armi di distruzione di massa. E ancora meno scontata appare la scelta del Daily Telegraph, il più autorevole tra i giornali conservatori inglesi, di attaccare direttamente Bush, denunciando il presunto uso a fini politici interni - la rielezione nel 2004 - della campagna contro l’Iraq. Tutto ciò senza contare il moltiplicarsi delle analisi che scindono piuttosto nettamente il capitolo della lotta al terrorismo internazionale dall’interesse strategico per il controllo politico sulle rotte del petrolio. Al punto che nessuno mostra di stupirsi se la grande stampa, anche qui da noi, svela con pedagogica pazienza come il precipitare del conflitto in questione abbia una quasi esclusiva attinenza, e trovi le sue uniche motivazioni, negli interessi economici e strategici degli Stati Uniti. 
Si può dire, allora, che l'appello pacifista del Papa è oggi meno astratto e isolato di altri analoghi momenti? Per molte ragioni è davvero così. Nel senso che si va diffondendo anche in ambienti finora inclini o disponibili alla prova di forza la consapevolezza dei pericoli di un’avventura militare fondata su presupposti e giustificazioni alquanto fragili e tale da aggravare il quadro "clinico" di un’area già attraversata da conflitti e lacerazioni profonde. Naturalmente - ma serve ripeterlo? - ciò non implica la benché minima attenuante nei confronti di un dittatore sanguinario come Saddam. Il punto è che l’offensiva doverosa verso quello ed altri regimi dispotici, totalitari e autocratici, non può coincidere con il bombardamento a tappeto dei rispettivi Paesi. 
Resta il fatto che ci stiamo avvicinando al momento della verità e che la tensione si accentuerà inevitabilmente col passare dei giorni. Personalmente, sono tra coloro che non considerano la guerra inevitabile. E credo che le prossime settimane dovranno vedere uno sforzo congiunto della comunità e delle istituzioni internazionali allo scopo di contrastare un esito drammatico della crisi in atto. Naturalmente, non è facile riuscirvi. Come abbiamo visto nei mesi scorsi, molti, moltissimi, sono gli ostacoli da superare, primo fra tutti la scarsissima credibilità e affidabilità del regime di Baghdad. Ma non è solo quello il problema. 
Piaccia o meno, al centro della questione - nel senso di protagonista assoluta di questa vicenda - c’è la sola grande potenza che da oltre un decennio sovrintende sulle sorti del mondo globale. Dunque è sugli Stati Uniti in primo luogo che grava il peso delle decisioni. Il che, nella situazione data, non semplifica per nulla il quadro complicato e delicatissimo degli equilibri e delle possibili strategie. Basterebbe la cronaca di questo secondo Natale dopo l’11 settembre a darcene conferma. L'America vive la sua crisi più grave da molti anni a questa parte. Crisi economica e dei consumi. Anche una crisi psicologica in un Paese abituato a dettare legge e che vede insidiata la propria sicurezza interna da un nemico tanto pericoloso quanto, almeno finora, parzialmente inafferrabile. Diciamo pure che gli Stati Uniti debbono combattere la loro guerra su più fronti e contro nemici diversi, seppure legati da un qualche filo. Il terrorismo innanzitutto, la recessione della propria economia, fino al risveglio inquietante dell'arsenale nucleare di Pyongyang. Eppure, nonostante queste minacce, non è sbagliato affermare che mai come adesso gli americani debbono combattere anche contro se stessi. In particolare contro l’idea che alle minacce della globalizzazione - quelle indicate ed altre possibili - si possa dare risposta privilegiando sempre e comunque l’interesse domestico. In una sintesi estrema, direi che l'America deve contrastare il proprio egoismo e riscoprire, in un passaggio così delicato della sua storia, il senso e la grandezza di una Nazione capace di concertare con altri - e con l'Europa in primo luogo - un assetto e un equilibrio del mondo più equi e giusti. 
Anche questa è una strada in salita. E però si tratta dell’unica via che può ridurre i rischi di un conflitto esteso ben oltre i confini che oggi l'amministrazione Bush ritiene di poter controllare. 
Ma che cosa significa, nello specifico, combattere l’egoismo? E come lo può fare un Paese colpito nelle sue finanze oltre che nel suo orgoglio? Riducendo il discorso all’essenziale, direi semplicemente rispettando due condizioni. La prima è nell'applicare a se stesso, ai propri comportamenti ed azioni, lo stesso criterio di giudizio preteso per altri. Quando l’opinione pubblica europea e internazionale legge e scopre delle torture praticate dalla Cia contro i prigionieri nel campo di detenzione di Guantanamo - la notizia è di ieri - oltre a ledere la sfera dei diritti umani e della persona si indebolisce la forza politica e il prestigio morale degli Stati Uniti. E molte persone - guai a sottovalutare questa dinamica - possono resuscitare su questa base un anti-americanismo dannoso per la causa della pace e per gli interessi stessi della popolazione americana. La seconda condizione è nell’anteporre un interesse generale al primato del mero interesse economico, consapevoli che il nuovo ordine globale non può prescindere da un riequilibrio nella distribuzione delle risorse e dalla capacità della parte ricca del pianeta di sanare le piaghe che stanno consumando l'emisfero povero. Su questo piano, vi sono gesti simbolici e concreti che parlano da soli, e purtroppo non sempre in senso positivo. Qualche giorno fa, dopo una trattativa convulsa all'interno del Wto (l’organizzazione mondiale del commercio), gli Stati Uniti hanno difeso contro ogni ragionevolezza, spirito umanitario e buon senso il monopolio delle sette compagnie farmaceutiche che detengono fino al 2016 la proprietà esclusiva delle terapie anti-Aids. Una scelta grave, priva di giustificazioni e che, con ogni probabilità, causerà la morte di decine di migliaia di uomini, donne e bambini sieropositivi. Il punto, ripeto, è che una grande potenza che voglia concorrere al governo del mondo in una cornice di pace e di collaborazione deve scoprire il valore e il primato di una generosità che, sola, può essere all'origine di un circuito virtuoso. L’Europa su questo piano può e deve esercitare con più coraggio il suo ruolo. Anche perché possiede la cultura, i valori e la civiltà in grado di guidare un processo del genere. Diverso è il discorso sul governo italiano che purtroppo pare aver abdicato, in una fase tanto delicata, a quel ruolo politico attivo in direzione della pace e del dialogo in Medio Oriente che appartiene alla nostra storia comune. Mai era accaduto che da parte della leadership palestinese si levassero voci preoccupate circa l’ambiguità delle posizioni espresse dal governo italiano. E ciò è tanto più grave dal momento che essendo l’Italia un Paese di frontiera verso il Mediterraneo, si guarda a noi con maggiore attenzione e speranza che ad altri. Oggi, alla vigilia di una gravissima crisi internazionale, l’Italia è di nuovo un Paese marginale la cui voce - duole dirlo - risuona solo come contorno di scelte definite altrove. Ma questa non è e non può essere la funzione di una grande nazione moderna che voglia avere un peso sulla scena mondiale. 
Parlare anche di questo, nelle settimane che ci attendono, non è una fuga dalla realtà e dai problemi ma, forse, la via necessaria se vogliamo aiutare gli americani a non commettere quegli errori che potrebbero drammaticamente ritorcersi contro interi popoli, contro l’Europa e, non ultimo, contro loro stessi. Solo così possiamo, nonostante tutto, coltivare la speranza e la volontà di prevenire una nuova guerra e di bloccare la strage infinita di vittime israeliane e palestinesi che da troppi anni insanguina il Medio Oriente. 
E’ inutile illudersi; l’anno che sta per aprirsi sarà segnato pesantemente da questa ipoteca. La guerra è sospesa sopra di noi e potrebbe bastare assai poco per assistere alla deflagrazione di un nuovo imprevedibile conflitto. La storia però, come sanno bene i suoi protagonisti, non è scritta una volta per tutte. C'è sempre - anche nelle situazioni più difficili - uno spazio, un sentiero, che la politica può scegliere di precorrere e percorrere. Non confidiamo, dunque, in una soluzione della provvidenza. Dobbiamo sapere che sarà questa per l'Italia, per l'Europa e per l'intera comunità internazionale la sfida decisiva dei prossimi mesi. 

Il Messaggero
Domenica 29 Dicembre 2002


GRAZIE A BUSH L'EUROPA È PIÙ VICINA ?


Ci sono momenti in cui la storia si affida agli eventi lasciando che uomini e popoli si esercitino per tempi maturi.
Si parla spesso dell'assenteismo europeo rispetto agli avvenimenti seguiti alla caduta del muro. 
Il ruolo minimale dell'Europa ha reso certamente più cruente crisi come quella jugoslava, ma da un altro punto di vista, il tempo ha permesso all'Europa di assimilare gli effetti e gli sconvolgimenti geopolitici derivanti dalla caduta del muro, quali il nuovo assetto dell'ex Unione Sovietica, la riunificazione della Germania, l'espansione dell'Europa verso est sino (per ora) al confine russo, avere il tempo di eliminare ogni residuo del passato stabilizzando in qualche modo l'area balcanica.
L'Europa ha potuto varare ed applicare l'Euro prima che il gigante monetario rappresentato dal dollaro, padrone delle riserve monetarie mondiali, potesse di fatto impedirne la nascita e la crescita.
Oggi, l'Euro non rappresenta solo una comoda moneta di circolazione interna funzionale agli europei, ma un punto di riferimento alternativo al dollaro sia negli scambi internazionali che come moneta di riserva complementare e/o in alternativa al dollaro.
Il ruolo a volte da comparsa, giocato dall'Europa sullo scenario mondiale negli ultimi dieci anni, ha permesso all'Europa di curarsi le proprie ferite, crescere nella consapevolezza del proprio ruolo e prepararsi ad essere protagonista del nuovo equilibrio mondiale. 
Non si può avere un ruolo internazionale se non si fa prima ordine e ci si autogoverna in casa propria. 
È del tutto normale che seppure in corso, un processo storico come la costruzione socio-politico-economico-finanziaria dell'Europa, abbia pause e tempi lunghi dovuti alla complessità dei particolarismi storici e pratici di popoli e nazioni che la compongono. 
Dopo il 1945 l'Europa ha scelto di compiersi attraverso il consenso e la partecipazione dei suoi membri interrompendo i tentativi millenari susseguitisi dall'Impero Romano in poi di stabilizzare un'Europa fondata sul dominio di uno dei suoi popoli sugli altri. 
Va ricordato che l'altro "grande stato occidentale", formatosi dopo la guerra di indipendenza dagli inglesi, attraverso la conquista di un vasto territorio sottratto agli indiani, ai messicani ed ai francesi, ricompattato attraverso una guerra di secessione, ha avuto più di due secoli per organizzare il proprio assetto interno ed estendere la sua influenza politico- militare ed economico-finanziaria verso l'esterno.
È altresì vero che oltre un certo limite di tempo non si può andare, soprattutto quando si è consapevoli del danno irreparabile che l'inerzia e l'attendismo cronico potrebbero provocare.
Ma, ecco che arriva una spinta che potrebbe far accelererare la conclusione del processo di unificazione europea. Questa spinta ci arriva dalle dichiarazioni del Presidente Bush che "candidamente", fra le altre cose, ha dichiarato (con tutti i comportamenti che ne conseguono) : "prepariamoci ad una guerra che duri almeno per i prossimi trent'anni".
Come gli esperti ed i più avveduti sanno, è già stato un "miracolo" che durante l'epoca dei due blocchi contrapposti non si sia arrivati alla distruzione dell'umanità.
L'esistenza di due blocchi era comunque congeniale alla pratica politico-diplomatica americana. Tutta la storia americana si è formata sul dualismo, sul muro contro muro, sui buoni ed i cattivi, sul bene e sul male, sull'amico e sul nemico. 
È una logica radicale, adatta per un mondo diviso in due, con al massimo qualche "non allineato" che non conta, proprio come avviene da sempre all'interno degli USA dove solo due partiti si alternano e/o si dividono il potere.
La "concezione" bipolare americana, la si potrebbe "figurare" composta di linee rette orizzontali e verticali formanti parallelogrammi e trapezi, con esclusione di curve, circonferenze e cerchi. 
Ma dopo la caduta del muro il mondo è ridiventato rotondo. 
Ciò significa dover recuperare i concetti che fecero della politica un'arte ed una scienza applicabili alla soluzione dei problemi. Concetti cari agli europei sin dall'antica Grecia, rispolverati ogniqualvolta bisognava sistemare i guasti delle guerre evitandone il ripetersi imparando col tempo di non dover necessariamente sterminare i vinti o diventarne i perenni carcerieri o dominatori.
Esperienza trasmessa nel DNA di popoli e stati che hanno convissuto per secoli con realtà complesse dove alleanze, compromessi e scontri, fanno parte di un dosaggio accurato che tiene conto di protagonisti e comparse, degli effetti immediati e futuri e di quanto altro è adattabile per uno sviluppo socio economico che ha bisogno di pace per realizzare programmi e dare i suoi frutti.
Sicuramente, gli Europei, per non parlare degli italiani, sanno che ci sono mille altri modi di affrontare i problemi prima di imboccare la guerra dei trent'anni (fra l'altro l' Europa ha già avuto la "guerra dei trent'anni" e "la guerra dei cent'anni").
Il tempo sta dimostrando che affidare acriticamente il proprio destino di europei all'alleato/fratello/amico americano non è proprio la soluzione migliore. 
Come europei ci stiamo rendendo conto che il "grande fratello" ha imboccato una strada pericolosa e senza via di uscita: quella di intervenire nello scenario mondiale affidandosi esclusivamente alla propria superiorità militare, non potendo più contare sul surplus economico degli anni precedenti. 
Una strada che gli europei hanno abbandonato da più di mezzo secolo, esattamente nel 1945, cioè quella dell'uso della guerra per ampliare confini e territori e per aumentare la propria influenza politico-economica.
Deve ritornare la Politica con la P maiuscola per dare delle soluzioni che siano gestite anch'esse da Uomini Politici che non si limitino al ruolo di cortigiani o di meri opportunisti occasionali.
Per quella Politica c'è bisogno di un'Europa che prenda coscienza del proprio ruolo in un mondo dove agiscono solo armi e mercati senza una Politica che circoscrivendo il loro potere valorizzi la persona ed il ruolo sociale dell'uomo quale strumento di pace, convivenza e sviluppo per tutta l'umanità.
All'Europa non servono i comportamenti di un Tony Blair dalle "braghe corte" o atteggiamenti di altri "premier" che dimostrano la mancanza di una capacità politica adatta a tutelare e promuovere l'interesse dei cittadini europei che rappresentano.
L'epoca dell'assenteismo e del disimpegno politico internazionale dell'Europa è finita: 
o l'Europa si attrezza completando velocemente la formazione di un grande stato federale operativamente funzionale ed efficace, al fine di poter così adempiere ad un ruolo politico capace di promuovere quell'equilibrio mondiale non più fondato sul terrore delle armi, ma sulla ragione e sulla "convenienza della politica", 
oppure tutti subiremo le conseguenze di un mondo lacerato da guerre, terrore e vendette con la cancellazione di ogni diritto e libertà (la democrazia sarà solo un concetto astratto) molto simile (se non un doppione su scala mondiale), al laboratorio mediorientale della "non politica" praticata da Sharon & Soci. 

Per concludere, anziché spostarsi sulle tesi di guerra e di scontro del "grande fratello", gli europei che hanno a cuore la propria storia e dignità, dovrebbero raccordarsi con i milioni di cittadini americani ed inglesi e molti dei loro rappresentanti che, pur non "sposando" le tesi belliche del nuovo "fondamentalismo" d'oltreoceano, non hanno ancora una "guida politica visibile" che rappresenti un'alternativa alla guerra totale promossa ed avviata da chi li governa e dai vari "zio Tom" che li seguono.

Enrico Gervasoni
22 dicembre 2002


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