L’OCCIDENTE E L’IRAQ
Petrolio, il vero nome della guerra
di Barbara Spinelli
NEL descrivere gli esordi della seconda guerra punica e dell’espansionismo imperiale di Roma antica, lo storico Polibio distingue con meticolosa precisione i tre momenti che precedono le conflagrazioni militari e le conquiste di nuovi territori. Il primo è il momento delle cause veritiere, che non sono mai palesi nell’immediato ma che il comandante-stratega deve saper conoscere e anche difendere in anticipo: esso comporta una vasta operazione mentale, destinata a fare chiarezza «sul perché, sul come, e sul fine ultimo» delle operazioni programmate per sottomettere «tutte le parti del mondo abitato alla dinastia di Roma». Il secondo momento è quello del pretesto: è in questa fase che vengono usati gli argomenti, veri o falsi, che giustificano la guerra. Il terzo momento è l’inizio del conflitto: l’arché, l’ultimo anello prima del passaggio all’azione.
Nella guerra che potrebbe scoppiare contro l’Iraq di Saddam, sono chiari solo il secondo e il terzo momento, mentre il primo - il più importante - resta avvolto da mistero. Sappiamo che l’attacco terroristico contro l’America, l’11 settembre 2001, costituisce il pretesto. Sappiamo che le menzogne contenute nel rapporto iracheno sulle armi di distruzione di massa - dodicimila pagine di omissioni - sono congegnate in maniera tale da prefigurare l’ultimo anello del passaggio all’azione bellica. Quel che non sappiamo è per cosa combattiamo, con quale preparazione mentale, sulla base di quale cognizione dei rischi, dei costi, delle eventuali opportunità. In questo l’amministrazione statunitense è assai dissimile dall’impero romano cui viene spesso paragonata.
Le manca la visione globale, ed è assente la parola che sia comprensibile alla maggior parte del mondo abitato. Le mancano il senso della legge, la limpidezza dei propositi. Saddam Hussein mente nelle sue dodicimila pagine: è quello che pensano non solo gli esperti americani ma anche i francesi, anche Hans Blix capo degli ispettori
Onu, e naturalmente i rappresentanti dell’opposizione irachena all’estero. Ma l’amministrazione Bush non è meno nebulosa e mistificatrice, nei suoi piani di guerra. Ancora non ha fatto una distinzione fra cause vere e pretesti, ancora non ha spiegato al proprio popolo e al mondo come mai l’Iraq è più pericoloso, dal punto di vista terroristico, di quanto lo siano la Corea del Nord o l’Arabia Saudita o il Pakistan. Se l’obiettivo contro cui si combatte è il terrorismo, non è detto che la guerra contro l’Iraq sia la cosa più urgente: molti autorevoli commentatori, tra cui Madeleine
Albright, sostengono che l’operazione contro Al Qaeda sarà gravemente intralciata dall’attenzione esclusiva, e forse ossessiva, che si concentra sull’Iraq.
Nel corso della guerra, inoltre, potrebbe instaurarsi un caos nel teatro bellico, e i gruppi terroristi - che si sono efficacemente riorganizzati dopo la campagna in Afghanistan, che stanno addirittura riaprendo scuole coraniche di guerra ai confini tra Afghanistan e Pakistan - potrebbero profittarne per trafugare armi chimiche o biologiche. Se l’obiettivo è l’antiamericanismo che si espande nel mondo musulmano e arabo, l'offensiva anti-irachena è intempestiva e manca di fiato lungo, di tenace attitudine a pazientare per meglio vincere. Perfino un antipacifista come Michael
Ledeen, in America, è di questo parere: molto più urgente e proficua per le democrazie è oggi la caduta del regime teocratico iraniano. Qui avremo, se si saprà agire con lungimiranza, il vero Ottantanove dell’Islam radicale, equivalente a quello che fu il crollo del Muro per il comunismo. Ed è questa caduta che l’Occidente deve prioritariamente accelerare, secondo
Ledeen: non con guerre parziali, periferiche, ma con un esplicito appoggio a chi in questi giorni sta gridando, a Teheran, «morte ai tiranni».
Ma secondo molti osservatori il motivo più vero - la causa non detta, troppo raramente esplorata - non è forse il terrorismo, e non sono neppure le armi di distruzione di massa: armi che parecchi dittatori possiedono, e che Saddam ha posseduto per anni senza che l’America protestasse. Armi che ha perfino usato con il consenso di Washington, contro l’Iran e i
curdi. La guerra sarebbe chiamata preventiva anziché punitiva o difensiva perché si tratterebbe di mettere fin da ora le mani sul petrolio iracheno, e di influenzare in anticipo, da una posizione strategicamente forte, quel che per l’intero Occidente è essenziale: gli esiti dell’imminente battaglia di successione politica in Arabia Saudita (su questa tesi si soffermano Shibley Telhami e Fiona
Hill, nella rivista Foreign Affairs). Il petrolio a basso prezzo è la prospettiva che maggiormente sembra stregare le democrazie in questo inizio secolo, e che può anche muoverle, oggi, a fare le guerre. Possedere l’Iraq significa acquisire autentica autonomia, e non dipendere più da nessuno né strategicamente né politicamente.
Perfino i ricatti di Putin potrebbero stemperarsi, il giorno in cui l’Occidente dovesse entrare in possesso delle principali fonti petrolifere nel Golfo. Non saremmo spinti a tacere sulla Cecenia, pur di avere il gas e il petrolio promesso dal Cremlino. Potremmo dire e fare quel che vorremo, il giorno che le pance piene saranno assicurate. Adesso si fanno le guerre ma domani potremo ritirarci in splendide, isolate supremazie. Avremo creato un precedente esiziale - l’appetito di una materia prima soddisfatta con le armi piuttosto che con la politica, la logica del tutto è permesso in nome delle necessità economiche - ma questo non sembra turbare gli strateghi di Washington: il domani è lontano, e comunque non saremo noi a viverlo. Se la vera causa della guerra fosse il petrolio, tuttavia, sarebbe il caso che l'Occidente e l’America lo dicessero con maggiore sincerità.
O che provassero a esaminare anche quest’ipotesi, senza troppi infingimenti. Una discussione più proficua si potrebbe aprire, sull’opportunità di lanciare guerre per il possesso di singole risorse vitali. Invece pudicamente e ipocritamente si tace, sul greggio poco costoso e sulla fame che abbiamo di esso. «Coprite quel seno, che non vorrei vedere...», così si rivolge l’impostore bigotto alla servetta Dorina, nel Tartufo di
Molière. Non molto diverso è il modo in cui l’amministrazione Usa si rivolge all’Iraq: «Nascondete quel volgare petrolio, che vogliamo far finta di non vedere...». Dire la verità sul petrolio e sulla causa reale della guerra comporterebbe una lunga e accurata preparazione mentale - la preparazione di cui parla Polibio - sia da parte dell’America, sia da parte degli arabi moderati di cui l'Occidente ha bisogno e che Washington cerca così difficilmente di convincere. L’America e l’Europa dovrebbero spiegare a se stesse come mai, in trent’anni di lievitazione dei prezzi petroliferi, ancora non si è riusciti a trovare un modo, una politica, che ci consenta di non puntare esclusivamente sul petrolio a buon prezzo.
Dovrebbero spiegare come mai non sono state sviluppate energie alternative, e come mai le affluenti democrazie non hanno potuto apprendere a essere meno dispendiose con l’energia. Perché la preparazione sia efficace, infine, occorre rimeditare sui passati errori dell’Occidente, che quasi sempre ha scommesso, nella regione, su regimi sbagliati o pericolosi: ha scommesso sullo Scià di Persia senza intuire l’imminenza di una rivoluzione, ha appoggiato per anni l’Iraq di Saddam contro l’Iran, ha costantemente sostenuto l’Arabia Saudita nonostante l'aiuto che Riad ha fornito e fornisce al terrorismo. E se l’economia e il greggio sono così importanti, resta ancora da capire come mai l’esercito sia l’unica soluzione e perché si continui a trascurare non solo la politica ma anche l’organizzazione del commercio: un commercio più aperto, meno protezionista, che faciliti l’uscita dell’Islam e dei paesi arabi dal sottosviluppo e dalla monocoltura petrolifera. Se la causa della guerra è il petrolio, allora anche il mondo arabo-musulmano deve cominciare a prepararsi mentalmente per una battaglia di lungo periodo.
Una battaglia che è già cominciata, che è condotta da uomini che invocano a viva voce un Islam protestante, e che dall’Iran si estenderà prima o poi a altri paesi musulmani. Una guerra che dovrà aiutare arabi e musulmani a prender congedo dall’uso politico, anti-occidentale,
pseudo-religioso, del petrolio. Di petrolio è dunque il caso di parlare, ma per liberarsi piano piano dalla sua natura ossessiva, surrettiziamente invadente. In questa guerra civile dentro l’Islam, l’Occidente avrà un suo messaggio da trasmettere, ma solo quando avrà superato esso stesso, assieme all’Islam, l’incubo petrolifero che occupa tutte le sue veglie e i suoi sonni. Conquistare l’Iraq e instaurarvi un protettorato è forse la soluzione dei nostri problemi energetici immediati.
Ma non necessariamente dell’antiamericanismo, e del terrorismo, e della democrazia futura nel mondo musulmano che - irato, risentito - ci sta di fronte. Le stesse opposizioni irachene, favorevoli a un intervento, si sono pronunciate a Londra contro qualsiasi protettorato. E’ assai più utile puntare con il massimo di energia sulla liberalizzazione politica dell’Iran, e sulla pace giusta che tanto tarda a venire in Medio Oriente. E’ assai più necessario occuparsi già oggi del focolai di tensione che stanno alimentando il nuovo terrorismo, ed evitare che la Cecenia diventi il nostro secondo Afghanistan: una terra dove le guerre russe stanno creando con le proprie mani, per la seconda volta in vent’anni, con una guerra di sterminio, i Bin Laden e le scuole talebaniche di domani.
La Stampa
23 dicembre 2002
CONVERSAZIONE. DUBBI SULLA «GUERRA AMERICANA», NON SU QUELLA UMANITARIA
di DARIO BESSARIONE
Neutralità è complicità, l'ingerenza è un dovere La pace si conquista anche con l'uso della forza Per Kouchner, fondatore di Médecins sans frontières, bisogna aiutare i curdi e ottenere libere elezioni in Iraq
«Non possiamo accontentarci della neutralità. Perché essere neutrali tra la vittima e il carnefice - soprattutto quando portiamo soccorso alle vittime dei conflitti - equivale ad essere complici del carnefice». Bernard Kouchner ha inventato l'azione umanitaria così come oggi la conosciamo. Fondatore di Médecins sans frontières nel 1971 e di Médecins du monde nel 1979, ministro della Sanità con Jospin e rappresentante Onu in Kosovo dal 1999 al 2001, Kouchner ha attraversato i conflitti e la politica di fine '900 con la passione del medico e del riformista. Comunista in gioventù, dopo l'espulsione dal Pcf è in Biafra per spendere la sua laurea in medicina nel sostegno alle vittime della guerra civile. Ne torna con la consapevolezza che l'azione della Croce Rossa fosse ormai insufficiente. «Non bastava più chiedere al dittatore di turno l'autorizzazione ad entrare nel paese per curare le vittime delle sue stesse azioni repressive. Occorreva superare i confini della sovranità nazionale e scegliere di fare politica per prevenire le vittime dei conflitti». Partì di qui il movimento dei French doctors da cui sarebbe nata Médecins sans
frontières. Un Gino Strada francese? In realtà le differenze sono molte più delle affinità. «Non critico l'azione di chi si concentra sulle vittime. Io stesso continuo a farlo, ma questo non basta. Nell'azione umanitaria occorre sapere chi fa cosa, chi è responsabile di quali sofferenze. Abbiamo il dovere di intervenire nella prevenzione, senza attendere di curare le vittime. È questo il senso dell'ingerenza umanitaria, la nuova frontiera della politica internazionale che la sinistra ha il dovere di difendere con coerenza. Mi sono sempre battuto affinché il diritto all'ingerenza fosse riconosciuto dalle organizzazioni internazionali. Ci siamo riusciti nel 1988, quando l'Assemblea generale
dell'Onu ha riconosciuto il "diritto di accesso alle vittime dei conflitti". Abbiamo dato personalità giuridica alle vittime di guerra, modificando di fatto il diritto internazionale. E oggi le vittime hanno il potere di fare appello all'intervento anche militare della comunità internazionale. Il Kosovo e Timor Est sono esempi positivi di difesa delle minoranze, seppur tardiva». E come risponde Kouchner all'obiezione secondo la quale l'ingerenza è sempre parziale, esposta all'ipocrisia del double standard, non in grado di intervenire ovunque? «E' una obiezione inaccettabile. Non possiamo lasciar morire coloro che oggi possiamo salvare nell'attesa di poter salvare tutti. È molto facile essere pacifisti sulla pelle delle minoranze massacrate. È vero che esiste un rischio di double standard. Ma questo non deve impedirci di agire affinché l'azione di ingerenza sia estesa progressivamente al più ampio numero di casi». Ma la questione oggi riguarda, concretamente, le prospettive di un intervento in Iraq. «Quando si è trattato di opporsi agli Usa non ho avuto esitazioni. Sono stato in Afghanistan per otto anni durante l'occupazione sovietica. Ripetevo spesso - mentre sorgeva il movimento dei talebani con il sostegno statunitense - che avremmo finito col rimpiangere i sovietici. Ma le cose sono cambiate. Gli Usa hanno difeso Massud quando nessuno in Europa lo faceva. Per questo sono stato e resto a favore dell'intervento in Afghanistan. Come medico sono contro la guerra. Ma in questo caso è stato lo stesso popolo a chiedere l'intervento, per impedire che i talebani continuassero il massacro. L'intervento ha avuto l'obiettivo di fermarlo». Eppure Strada non la pensa così. «Che chieda ai civili di Kabul se vivono meglio oggi o due anni fa sotto il tacco dei
talebani. Talvolta penso che chi critica le azioni di ingerenza umanitaria abbia bisogno di vittime civili per esaltare il proprio ruolo mediatico. La verità è che l'antiamericanismo non è una politica, ma soltanto uno strumento retorico. Quando non si ha più niente da dire ci si limita all'antiamericanismo. Abbiamo bisogno di un nemico unificante, e l'immagine degli Stati Uniti che circola tra di noi europei - soprattutto a sinistra - serve a questo scopo». Questo significa che gli obiettivi di Bush in Iraq vanno sostenuti? «Niente affatto. Sono contrario all'intervento in Iraq così come lo sta progettando l'amministrazione Usa. Il pretesto non è credibile. Non esistono prove sufficientemente chiare di un legame tra Saddam e Al
Qaeda. Come ha scritto Madeleine Albright, e come ha sostenuto una parte della sinistra europea, rischiamo di non completare la nostra azione in Afghanistan. E non mi convince affatto l'immagine usata dal governo Bush, secondo cui c'è bisogno di "scuotere la baracca mediorientale". Al contrario, c'è da fare molta attenzione in quella regione. Piuttosto il problema è di altra natura e riguarda direttamente le sofferenze del popolo iracheno. Le vere vittime delle armi di distruzione di massa sono i civili iracheni, perché il regime di Saddam è uno dei più feroci e sanguinari dei nostri giorni. Le sue politiche di arabizzazione forzata hanno provocato centinaia di migliaia di vittime. La sua capacità distruttiva rimane infinitamente superiore a quella di
Milosevic. È un assassino che deve essere fermato dalla comunità internazionale, perché a chiederlo è la popolazione civile del suo paese. Non possiamo evitare di affrontare la questione della natura di quel regime e dei metodi usati per difendere il suo potere. Questo è il problema che dobbiamo porci. Ed a farlo deve essere soprattutto la sinistra europea e internazionale. A differenza del
Kosovo, la popolazione irachena è già oggi pronta e disponibile alla democrazia. Sono appena tornato dal Kurdistan iracheno, nella no-fly zone, dove di fatto governa un'amministrazione autonoma. In quella regione i curdi hanno un Parlamento, amministrazioni locali elette democraticamente, 23 giornali di diverso orientamento politico, un vivace associazionismo civile, un'ottima università con 7.500 studenti per metà donne. Sono pronti. E noi dobbiamo aiutarli. Anche costringendo Saddam a tenere libere elezioni. L'obiettivo della comunità internazionale deve essere chiaro: preparare adesso le condizioni perché
all'Onu venga affidato il mandato di tenere elezioni democratiche in Iraq. Evitando, possibilmente, l'uso della forza, ma anche facendo ricorso alla forza se questo sarà inevitabile».
il Riformista
17/12/2002
Sul terrorismo, l'Iraq, il medio Oriente e la politica americana
Intervista a Joseph La Palombara
1 Cominciamo professore, dagli attacchi dell'11 settembre. L'opinione pubblica americana e Lei in particolare, siete convinti che il colpevole sia davvero Ben Laden?
A dire la verità, mi sono sempre guardato dal non accettare ciecamente tutto quello che raccontano rappresentanti o portavoci di governi, oppure di società industriali e commerciali. Come e' noto, questi hanno una forte tendenza a strumentalizzare le informazioni per
finalità loro, che non sono sempre compatibili con la verità. Nel caso degli attacchi terroristici dell'11 settembre, però, mi sembra che le prove siano massicce che sia stato proprio Osama Bin Laden il mandante. A meno che non si voglia argomentare che addirittura i
nastri e le cassette fornite da fonti arabe siano prove false, preparate non saprei a che scopo. Insomma, sì, penso che siano proprio Bin Laden e i suoi seguaci i responsabili di quell'attacco feroce e, nel mio Paese, senza precedenti.
2 In quale misura questa guerra in atto contro il terrorismo internazionale ha leso le libertà civili della società americana?
Per la cittadinanza americana in generale, direi ben poco. Certo, per quanto riguarda il lavoro della stampa, c'è da preoccuparsi del fatto che il governo americano non abbia permesso in Afghanistan quel tipo di accesso ai fatti bellici che ci siamo abituati ad
aspettare. Io ritengo eccessivo il livello inusuale di censura che il governo sta esercitando, ma credo su questo punto di far parte di una piccola minoranza dei miei connazionali. Poi, per cittadini americani di origine araba, per non parlare di residenti arabi senza
cittadinanza, ci sono stati problemi non marginali dopo settembre. Non si sa ancora a tutt'oggi quanti siano gli arrestati, quanti siano rimasti in galera in questi ultimi mesi, quanti saranno eventualmente processati, ecc.
Ci sarebbe anche il problema di come classificare i prigionieri presi nell'Afghanistan.
Penso che il Paese sia diviso sulla questione se, ad esempio, membri del al-Qaeda, organizzazione certamente terroristica, abbiano il diritto di essere trattati come vuole la Convenzione di Ginevra.. In generale, pero', non direi che i fatti di settembre abbiano avuto
un forte urto negativo sulle nostre libertà civili. D'altra parte, però, passare per i nostri aeroporti è diventata cosa piuttosto noiosa. Ma penso che sia proprio un nostro bene trovarsi cosi infastiditi.
3 E' diffuso il sospetto, soprattutto in certi ambienti europei, che la guerra in Afghanistan sia fomentata anche dalle necessità di espansione delle industrie belliche americane. In altre parole, che il presidente Bush sia tenuto a pagare determinate cambiali ai
sostenitori della sua elezione alla Casa Bianca. Quale è la Sua opinione?
Questa sarebbe una tipica osservazione cretina, che riflette solo un atteggiamento fazioso e malevole nei confronti del mio Paese, e perciò non degna di una risposta. Fa parte di una certa mentalità paranoica, di un certo modo di ragionare che fa ricordare gli anni
della Guerra Fredda, e di una specie di antiamericanismo che purtroppo esiste in tantissimi quartieri europei, sopratutto nei circoli intellettuali di una sinistra sorpassata dalla storia. E' un modo di ragionare, un tipo di analisi politica che, se praticato da un
allievo di scuola media, garantirebbe una bocciatura immediata. Purtroppo, questo tipo di demonologia non riflette che la rabbia ed il veleno che tanti europei nutrono nei confronti del mio Paese. Il nostro presidente Bush si può ed anzi si deve criticare da tanti
punti di vista, ma certamente non da quello di questa banale e sbagliatissima accusa.
4 Subito dopo gli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti, abbiamo assistito ad una recrudescenza del conflitto israelo-palestinese. Come spiega questa coincidenza?
Io credo che la ragione principale di questa recrudescenza vada ricercata nella famosa riunione dell'undicesima ora organizzata a suo tempo dal Presidente Clinton a Camp David. Non saprei se il presidente uscente fosse stato motivata da un desiderio nobile, che sarebbe
la pace in Medioriente, oppure se egli cercasse una specie di gran colpo, in miracolo diplomatico, che gli avrebbe assicurato un posto eccellente nella storia. Si trattava, ricordiamoci, di un Clinton in disgrazia, anche se riusciva ad evitare di essere estromesso dalla
Casa Bianca. In ogni modo, egli chiamò Barak ed Arafat e li costrinse a firmare un accordo che egli stesso avrebbe dovuto capire destinato ad un fallimento clamoroso e totale. A Camp David si crearono delle aspetattive impossibili. Impossibili perché né Barak né
Arafat erano in grado di convincere i loro seguaci che sarebbe stato giusto realizzare quello che si era deciso a Camp David.
Venendo meno le aspettative create da un accordo fallimentare proprio in partenza, la rabbia che ne è seguita era purtroppo altamente prevedibile. Insomma, credo che il peggioramento della situazione in Medio Oriente sia stato uno sviluppo fatale. Aggiungo che lo
stesso Ariel Sharon non ha perso un istante ad approfittare dell'attacco terroristico di settembre, dichiarando, fra l'altro, che il suo governo non poteva fare a meno di quello americano nel proseguire nella guerra contro il terrorismo. Ma sarebbe un errore fare
dell'attacco di settembre la causa immediata o principale di quello che è seguito in Israele.
5 Lei è un esponente di prestigio del Partito Democratico americano. Dal Suo punto di vista e da quello della Sua coalizione politica, quali nuove iniziative potrebbero essere avviate per una pace stabile in Medio oriente?
Devo confessare che, quando mi alzo la mattina, la prima cosa che faccio è di ringraziare il Padre Eterno di non essere la persona che occupa l'ufficio Ovale della Casa Bianca. Personalmente, sono portato a concludere che, per il problema del Medio Oriente non ci sia
nessuna soluzione. E non vedo proprio nessuno del mio partito che abbia qualche idea sostanziale che potrebbe convincermi a pensarla diversamente. In ogni caso, è sempre troppo facile, direi, fare come fanno tanti intellettuali nel trovare immediatamente i punti deboli
di ogni politica internazionale, sparare a zero su coloro che l'hanno messa in moto e rimanere, loro stessi, questi intellettuali, assolutamente salvi nelle loro torri d'avorio. L'unica minaccia che ogni tanto si trovano a dover affrontare, sarebbe quella che le
telecamere di qualche talk show riprendesse qualcuno di loro da un angolo sbagliato. A proposito del problema, anzi della tragedia, in corso nel Medio Oriente. Forse bisognerebbe trovare un pezzo del deserto Gobi, dove invitare o i palestinesi oppure gli israeliani ad
emigrare, ma certamente per entrambi questi popoli, condannati purtroppo ad un inferno dantesco, la lotta continua..
6 Come è stata recepita la proposta saudita per la risoluzione del conflitto?
Senza entusiasmo, anche se la notizia stessa di una proposta concreta che arrivasse da quel Paese è certamente una novità benvenuta. Sarebbe uno sbaglio, come hanno fatto non pochi dei miei connazionali, reagire con disprezzo alla proposta del principe saudita. La
proposta andrebbe esaminata con la cura e la serietà dovuta. Non escludo che il viaggio del vice preidente Dick Chaney far i paesi arabi avra' l'effetto positivo di costringere l'amministrzione Bush to dedicare piu' attenzione accurata alla proposta stessa Certo,
bisogna aggiungere anche la cautela americana: "the devil is in the details", cioè il diavolo si ritrova neidettagli.
7 Come giudicherebbero i Democratici americani un nuovo intervento bellico contro l'Iraq?
Dipende. Io sarei fortemente contrario, perché non mi fido dei superfalchi intorno a Bush che stanno preparando proprio questo tipo di intervento. Intendiamoci, sono assolutamente d'accordo con tutti coloro che giudicano Saddam Hussein una grossa minaccia per la pace.
Non ho dubbi che egli sarebbe capace, eccome, di infliggere ogni tipo di male sul mio Paese e i miei concittadini, e non solo su noi stessi. Un mostro capace di infliggere sul suo popolo quello che Saddam ha fatto in Iraq, non avrebbe il minimo scrupolo quando si
trovasse davanti alla questione di come trattare i nemici. Quindi, sarei del tutto disposto ad appoggiare una varietà di iniziative minate ad rimuovere Saddam dal potere. Vorrei però che ogni tipo di intervento venisse condiviso da almeno un numero non esiguo dei
nostri amici ed alleati in Europa. La mia paura sarebbe che un attacco unilaterale americano contro l'Iraq andrebbe a complicare fortemente i nostri rapporti non solo con la UE, ma altresì con la Cina e la Russia. Ma temo che la grande maggioranza del mio paese,
incluso membri del partito Democratico, non la pensino così. A questo punto, i superfalchi da noi sembrano avere il sopravvento su ogni esponente di una politica più cauta e moderata, incluso il segretario di Stato Powell, che è stato costretto dai suoi avversari a
parlare ora solo in sordina. In ogni caso, bisogna capire che una parte non piccola dei democratici americani sono piuttosto portati a condividere l'atteggiamento del governo Bush. Non si può argomentare che, su questa precisa questione ci sia una divergenza
sostanziale tre i due partiti. Questo sarebbe uno degli effetti sulla politica americana che hanno avuto Bin Laden e gli altri terroristi che ci attaccarono l'11 di settembre.
8 Come giudica i rapporti tra Italia e Stati Uniti dopo l'avvento di Bush e da noi, di Berlusconi?
Penso che i rapporti siano ottimi. Al contrario di quanto si continua a raccontare in Italia ed in certi circoli europei, Silvio Berlusconi non è visto in nessun senso negativo da questa parte, fatta naturalmente eccezione per il suo rifiuto a risolvere in maniera
netta a ragionevole il problema del conflitto di interessi. Negli Stati Uniti sarebbe assolutamente inconcepibile un presidente che rifiutasse di mettere in "blind trust" tutto il suo patrimonio per la durata del suo mandato. Il problema con Berlusconi e
l'Italia da questo punto di vista, sarebbe che è materialmente impossibile mettere in "blind trust" un patrimonio come la Mediaset. Detto questo, non è vero che un Silvio Berlusconi presidente del consiglio, faccia anche minimamente scandalo negli Stati
Uniti. Di scandali ne abbiamo da vendere, come dimostrano casi come la Enron, Global Crossing, Arthur Anderson. Imprese, fra l'altro che, al di là dei loro conti correnti nascosti nei paradisi fiscali, dimostrono di avere versato centinaia di milioni di dollari non
solo a George Bush e ai Repubblicani ma, ahimè, anche a tanti esponenti e leader del partito Democratico. Per tornare ai rapporti fra l'Italia e gli Usa, direi che, con l'arrivo di Berlusconi a Palazzo Chigi, e con un George Bush alla Casa Bianca, i rapporti siano
diventati quasi idillici. Anzi, ci sarebbe per questa stessa ragione, qualche speranza che l'Italia in un prossimo futuro possa giocare nell'ambito internazionale un ruolo più prestigioso che non nel passato.
9 Ritiene che questa vittoria delle destre abbia delle conseguenze sull'equilibrio internazionale? In altre parole, questi politici che ci governano sono, secondo Lei, all'altezza della crisi che ci coinvolge?
Difficile dirlo, anche perché mi manca per il momento la sfera di cristallo limpido e trasparente. Le destre al potere nei paesi democratici rischiano di portare certi mutamenti alle politiche interne di ogni paese, ma non necessariamente alle politiche internazionali.
Aggiungo che, dal punto di vista americano, sarebbe preferibile un governo di destra, anche perché così certi paesi come ad esempio l'Italia, sarebbero meno disposti a tergiversare quando si tratta di dover affrontare un problema grave in ambito internazionale. In
ogni modo, non credo che l'etichetta "destra" oppure "sinistra" dia garanzia maggiore del modo con cui vadano affrontati e risolti i problemi che ci infliggono. Abbiamo disperatamente bisogno di leader intelligenti, saggi, coraggiosi. Mi sembra che
nessun paese del mondo democratico ne abbia un numero sufficiente con queste qualità.
intervista a cura di Paola Brianti, direttore responsabile di Enne Effe, che la inserirà nel prossimo numero, e che ha gentilmente acconsentito alla pubblicazione
20 marzo 2002
Per distruggere davvero il terrorismo
di Mario Soares
La caduta di Kabul e di Jalalabad - come quella imminente di Kandahar, nucleo originario dei talebani - prefigura, con sufficiente probabilità, la fine del regime degli «studenti» e della sua mano di ferro sull'Afghanistan. Rimane una domanda: e ora? L'Alleanza del Nord minaccia di disgregarsi. L'ipotesi di un governo di unità nazionale sotto la protezione delle Nazioni Unite tarda a concretizzarsi. L'antico re, Zahir
Shah, non sembra in grado di attrarre un minimo di entusiasmo tra i suoi sudditi per poter svolgere un ruolo politicamente utile.
Inoltre, il caos si estende tra i guerriglieri locali, armati da americani ed inglesi, con sete di vendetta ed ebbri di un potere appena riconquistato, senza alcuna volontà di rispettare la forma che sarà adottata del nuovo Stato, soprattutto se la pianificheranno gli occidentali della Segreteria di Stato nordamericana o i corridoi
dell'Onu. Speriamo che non accada con l'Alleanza del Nord quanto si è verificato con i
talebani; appoggiati dagli americani per combattere i sovietici e poi, come è stato provato, si sono trasformati. La distruzione dello Stato talebano non significa la fine della guerra contro il terrorismo, come Bush si è affrettato ad annunciare. In realtà, non abbiamo assistito né ad una disfatta, né ad una «ritirata strategica», come ha cercato di convincerci l'ambasciatore talibano in Islamabad prima di tacere e scomparire.
Sarà rimpiazzata una guerra che realmente non è riuscita ad esistere (quello che abbiamo visto sono bombardamenti massicci americani, terribilmente distruttivi, che non hanno avuto risposta) da una guerriglia più o meno generalizzata, che come un supplizio possa prolungarsi per mesi, con l'aiuto dell'inverno e del Ramadan? È vero che i talebani hanno accusato innumerevoli diserzioni e che si tratta di un territorio ostile; si sono registrati atti di tradimento che hanno causato la rivelazione dei nascondigli della rete di Al Qaeda nelle zone di montagna. Quanto tempo potranno resistere in circostanze così sfavorevoli, tanto la direzione strategica e militare dei
talebani, quanto le strutture di comando di Osama Bin Laden? Con le informazioni di cui siamo in possesso, è impossibile fare previsioni.
Il famoso investigatore della Rand Corporation, Ian Lesser, nel suo libro pubblicato poco prima dell'11 settembre, «Contrastare il nuovo terrorismo», affermò che questo «nuovo terrorismo» si caratterizza nella sua essenza «per essere internazionale, terribilmente distruttivo nelle sue estreme conseguenze, in particolare per quanto riguarda le vittime mortali e, senza fornire rivendicazioni specifiche (gli è sufficiente essere «contro l'impero»), per organizzarsi in forma di rete. Ha nulla a che vedere con il terrorismo che abbiamo conosciuto in Europa o in altre parti del mondo negli ultimi decenni del secolo
XX. Come argomenta Lesser, questo terrorismo non si può vincere, al massimo si può contrastare.
Mi permetto di dissentire. Si può vincere se riusciamo a distruggere le radici di cui si nutre: la collera contro quella che si considera l'ingiustizia occidentale, le tremende disuguaglianze, il crescente fosso tra ricchi e poveri, l'arroganza della pseudosapienza occidentale, che si nutre della scienza e delle moderne tecnologie. Abbiamo ripetuto che non vogliamo che la lotta contro il terrorismo degeneri in una «guerra santa», nè in una guerra dei paesi ricchi contro i poveri.
Però non basta affermarlo. È necessario sapere come il mondo arabo valuti la situazione. Adesso tutto il mondo arabo - e non solo quello, compresi anche i paesi in via di sviluppo di Africa, America Latina e Asia - mostrano un grande malessere di fronte ai bombardamenti angloamericani in Afghanistan. Un mondo in cui l'emittente televisiva Al Jazeera critica l'azione dei superbombardieri americani su un popolo affamato, straccione e scalzo. Sorprendente sproporzione! Siamo nel punto di entrare in una seconda fase della guerra in Afghanistan. Diversa però forse ancora più difficile. Abbiamo un'informazione filtrata e unilaterale. Sembra accentuarsi una recessione economica che può favorire le crisi di panico come quella del famoso antrace (carbonchio). Come procedere, allora?
L'Unione Europea ha reagito, disgraziatamente, in modo dispersivo e sconnesso, affermando la necessaria solidarietà nella lotta contro il terrorismo - come gli era dovuto - però astenendosi dal promuovere iniziative di pace (come doveva fare), soprattutto in Medio Oriente, di fonte all'insopportabile conflitto
israleliano-palestinese, di fronte a tali livelli di oddio e risentimento tra ebrei e musulmani. Neppure sono state di beneficio le concessioni dei leader politici dell'Unione, sempre molto tenui, anche quando pretendono di alzare la cresta di fronte all'eccessivo protagonismo di Tony
Blair.
In un contesto internazionale tanto incerto, il rafforzamento del ruolo dell'Onu ha costituito un segnale positivo. Però ora si deve concretizzare nel concreto. Come? Con l'affermazione dei valori della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; con l'intensificazione degli aiuti umanitari, rendendoli effettivi. Alimentando una cultura di pace e di dialogo, non di diffidenza e di conflitto. Sono i valori che fondano quello che Leopold Sedar Senghor definiva una «civilizzazione dell'universale», che non è né dell'Occidente né dell'Oriente, né del Nord e né del Sud, che è solamente una civilizzazione degli esseri umani, tutti uguali e con identica condizione umana, in questo nostro tormentato e insicuro pianeta Terra.
Traduzione di Stefano Boldrini Copyright IPS
l'Unità
26/11/2001
Le strade che portano al futuro
di Felipe Gonzalez
Sono trascorsi due mesi da quello sciagurato martedì in cui, con una brutalità senza precedenti, il terrorismo internazionale ha aperto il sipario su un aspetto nascosto ed insospettato della società del dopo Guerra fredda, tracciando una cesura tra il prima e il dopo nella percezione dei concetti di sicurezza ed insicurezza, che avrà ripercussioni su tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva, sulle scelte produttive, sui flussi migratori e gli investimenti, nonché sulla cultura di quest’era dell’informazione. «Conoscono i nostri lati deboli meglio di quanto noi non si conosca i loro», mi ha detto Clinton quand’è venuto a Madrid ed abbiamo parlato delle strategie da porre in atto per contrastare la minaccia di fanatici pronti a morire pur di causare morte e distruzione.
Terminata la Guerra fredda, nella maggior parte dei paesi industrializzati la sicurezza si è presa per scontata, ignorando i conflitti a carattere regionale che la mettevano a rischio. O, comunque, si era convinti che questi conflitti potessero essere contenuti entro i rispettivi limiti territoriali. Ciechi ai minacciosi fermenti che si andavano sviluppando negli angoli bui delle società più chiuse, gli Stati Uniti guardavano alla realizzazione di uno scudo spaziale come ad una formula magica che avrebbe garantito la sicurezza in questa nuova era.
L’euforica propaganda di un mercato liberalizzato e in continua crescita, occultava la gravità delle crisi finanziarie di portata regionale che affliggevano i paesi in via di sviluppo, e i loro effetti sul piano sociale. Il complesso finanziario internazionale ha reagito con prontezza, ritirandosi dalle zone colpite, da quelle attigue e, addirittura, da quelle che, pur a migliaia di chilometri di distanza, sembravano condividerne qualche elemento. Si volse lo sguardo dall’Africa
subsahariana, accettando come inevitabile la sua marginalità rispetto al sistema e, di conseguenza, la sua condanna ad un futuro senza speranza.
Un mese fa, da queste stesse colonne dissi che «ad un tratto cominciamo a capire che la globalizzazione dell’informazione, dell’economia, della finanza, ed ora anche del terrore e dell’insicurezza, non è un’alternativa che si possa accettare o respingere.
Bensì una realtà diversa, nuova sotto diversi profili, cui dobbiamo rispondere con paradigmi nuovi fondati su valori ed interessi comuni e dando nuova sostenibilità al sistema». Sarebbe più corretto dire che dovremmo cominciare a capire che la globalizzazione è un fenomeno di sempre maggiore interdipendenza, che ci può offrire un futuro migliore se la si accetta come tale e nel contempo ci si batte per stabilire un nuovo ordine che comprenda il massimo numero di soggetti di questo nostro pianeta tutto collegato. Se ciò non accadrà, il futuro ci riserverà nuove fratture, nuovi pericoli e nuove, sempre più serie difficoltà
nell¹ambito della sicurezza.
Al meeting del Latin American Forum di Buenos Aires, la percezione di questa nuova realtà che si è manifestata nel mondo della politica, degli affari e della cultura è quella di una perdita di rilievo della regione dopo i fatti dell’11 settembre. Al di là delle dichiarazioni di facciata che paiono d’obbligo, sotto sotto i discorsi hanno rivelato un pessimismo, persino una disperazione di fronte al futuro che non avevo mai notato prima.
Inutile dire che la crisi economica non è un esito diretto dell’11 settembre. In alcuni casi, come quello dell’Argentina, la recessione risale al 1998. In quasi tutta la regione, le elezioni di questi ultimi anni sono state vinte grazie a programmi di sviluppo, mentre l’azione dei governi ha privilegiato i programmi di risanamento. Nei periodi di forte ripresa economica si sono convogliati grossi utili sulle élite di minoranza, sperando che parte delle eccedenze potessero giungere alla fetta maggioritaria della società. Ma prima che questo miracolo del vangelo neoliberista potesse avverarsi, ecco sopraggiungere la crisi finanziaria, nazionale o importata che fosse, a «consigliare» un maggior rigore negli adeguamenti, che come sempre colpiscono maggiormente i redditi bassi della fetta più ampia di popolazione.
Ad ogni modo, pur tenendo conto del fatto che la crisi dei paesi industrializzati inciderà non poco su quelli in via di sviluppo, va detto che l’America Latina gode di una serie di straordinari vantaggi per il futuro immediato, che le consentiranno di accorciare i tempi e ridurre la portata delle difficoltà. Potrebbe essere proprio la sua «scarsa rilevanza» nel senso che non vi si prospettano rischi di fanatismo terrorista a costituire uno degli elementi più positivi per un futuro di rilievo, per la regione in sé e per tutti quei paesi importanti che con essa hanno rapporti ravvicinati.
In Messico, le priorità fondamentali dello sviluppo, ovvero gli interessi di una nazione che aspira fortemente alla modernità che abbiano a che fare con la sicurezza, l’energia, i flussi migratori o la crescita economica connotata da una più equa distribuzione del reddito coinciderebbero con quelli degli Stati Uniti, principali partner nel Trattato di Libero Scambio.
Certo che i burrascosi rapporti storici del Messico con il suo vicino a Nord non facilitano, se non addirittura impediscono, un convergere di interessi e valori.
Non si può negare che il Messico debba necessariamente migliorare i propri standard di sicurezza, sia in senso stretto (riduzione della criminalità) che in senso più ampio (vale a dire nei rapporti civili e mercantili tra cittadini ed amministrazioni, o in seno agli stessi ambiti del potere). Nel caso degli Stati Uniti, l’11 settembre ha modificato sostanzialmente la percezione della sicurezza, ormai prima tra le priorità. La fascia frontaliera con il Messico, con il suo immenso flusso di migranti e merci, ha assunto un’importanza di gran lunga maggiore che in passato: sta diventando infatti l’hinterland più delicato sotto il profilo della sicurezza, per via della possibile penetrazione di quegli elementi di minaccia che il paese teme. Per quanto riguarda l’energia, vista anch’essa come fattore di sicurezza strategica, il bisogno che il Messico ha di accrescere le proprie capacità produttive e di trasformazione coincide con quello dei paesi vicini, e ciò gli comporta straordinarie opportunità; a patto che riesca a superare alcuni impedimenti di ordine legislativo ed il timore che le nazioni confinanti interferiscano nella sua economia. Petrolio, gas produzione di elettricità, essenziali per lo sviluppo del Messico, sono ora più importanti che mai per gli Stati Uniti. Alla luce di queste prospettive, la realizzazione del progetto Puebla-Panama acquista una nuova dimensione, che influirà sul Sud messicano e su tutta l’America Centrale.
Gli emigranti fenomeno vitale per il Messico in virtù delle rimesse di denaro che comporta, ma che già ora abbisogna spesso di regolarizzazione, non parliamo poi del futuro hanno già pagato il prezzo dell’attacco terroristico; eppure sono sempre più indispensabili per gli Stati Uniti. Per la sostenibilità del sistema previdenziale, la cura di una popolazione sempre più anziana, e per lo stesso sistema produttivo, c’è bisogno del lavoro del popolo messicano, giovane quanto immenso. L’istruzione e la formazione professionale di questa giovane popolazione, perché possa progredire negli Stati Uniti o trovare occupazione nel proprio paese, potranno equilibrare il rapporto di interdipendenza ponendo il Messico in una posizione di cui ora non gode. Lo sviluppo del Messico, con una sempre migliore distribuzione dei redditi che riduca il divario esistente tra le categorie maggioritarie della società ed un’élite di minoranza su cui essi ora si concentrano, è uno degli obiettivi dichiarati della leadership messicana, non solo in ambito politico, ma anche a livello imprenditoriale e sociale. Se i settanta milioni di messicani avessero la prospettiva di raggiungere il reddito medio dei 20 milioni di compatrioti che sono migrati al nord, ciò non solo trasformerebbe il presente e il futuro della nazione, ma amplierebbe anche le possibilità dell’intera Zona di Libero Scambio. Tutti questi fattori concorrono a fare del Messico un paese estremamente importante. Trovare risposte ai suoi problemi fondamentali di sicurezza, di ammodernamento dell’apparato produttivo, di sviluppo economico caratterizzato da giustizia sociale, costituisce il principale obiettivo nazionale, oltre che rappresentare una parziale soluzione alle esigenze prioritarie del paese che gli sta a nord.
Guardando a sud, vale lo stesso ragionamento, eliminando soltanto l’elemento confinario. Dal gas scoperto in Bolivia, ai giacimenti petroliferi del Venezuela, della Colombia, Equador o Argentina, l’America Latina dispone di una serie di variabili strategiche di estrema importanza per gli Stati Uniti nell’attuale situazione di crisi. Problemi di frontiera a parte, per lo sviluppo del continente è indispensabile pervenire ad un maggior livello di sicurezza in tutta l’America Latina che si tratti della Colombia, del Perù o dell’Argentina così da richiamare investimenti duraturi e turismo dagli Stati Uniti, dal Canada e dall’Europa. In questi campi, in cui si delinea il futuro sia dei paesi industrializzati che di quelli ad economia emergente, l’America Latina ha un potenziale inesplorato che si è rivelato, seppure in maniera disordinata, nei primi anni Novanta, ma che assumerà un’importanza ben maggiore nel prossimo futuro, grazie alla crescente sfiducia nei confronti di altre aree del mondo viste fin ora come destinazioni di investimenti e di flussi turistici, oltre che di sicure fonti energetiche.
L’America Latina deve uscire dal circolo vizioso di uno sviluppo caratterizzato da concentrazioni economiche e risparmi depositati all’estero cui si contrappone una società sfruttata e depauperata. Decisiva per una più equa distribuzione dei redditi, una maggiore sostenibilità dello sviluppo degli stessi paesi latinoamericani, ed un futuro più sicuro e prevedibile degli Stati Uniti e Canada, sarà la scelta di accrescere il proprio potenziale umano attraverso una maggiore e migliore formazione, un più equo ed efficace sistema sanitario e l’ammodernamento dei propri beni capitali con nuove e più razionali infrastrutture per telecomunicazioni, trasporti ed energia. Il rischio di passare per paesi di minor rilievo non essendo fatti oggetto di minacce, diviene in quest’ottica la migliore occasione per far parte della soluzione senza far parte del problema.
Una soluzione che apra le porte al nuovo ordine che si verrà a costituire dopo i fatti dell’11 settembre e consenta di fronteggiare questa prima crisi mondiale della
globalizzazione. Se gli anni ‘70 e ‘80 sono stati decenni di grandi opportunità per il Sudest asiatico, i primi decenni del Ventunesimo secolo potrebbero esserlo per l’America Latina.
Copyright 2001 "El Pais".
Traduzione
di Maria Luisa Tommasi Russo
l'Unità
19/11/2001