Il cuore rosso del sogno americano
di Umberto Eco
Caro Furio, mi hai chiesto di ritrovarti un mio vecchio saggio sullo storico «flirt» tra la sinistra italiana e gli Stati Uniti. Avresti dovuto averlo, perché era stato preparato per un convegno, alla Columbia University, nel gennaio 1980, «L'immagine americana in Italia e l'immagine italiana in America», diretto da Giovanni Sartori e di cui tu sei stato l'organizzatore. Il mio testo, insieme ad altri interventi, era stato pubblicato come «Il mito americano di tre generazioni
antiamericane». In Comunicazione di massa 3, 1980 (che tu allora dirigevi) e poi è stato ripreso da
Laterza, in un volume a più voci intitolato La riscoperta dell'America, del 1984. Del mio scritto dovrebbe esistere anche una traduzione inglese pubblicata da qualche parte, ma non riesco a ritrovarne traccia nei miei archivi. In ogni caso io non parlavo tanto agli italiani, quanto agli americani, ed è per questo che mi diffondevo in notizie su personaggi come Pavese, Vittorini o
Pintor.
L'avevo scritto perché immaginavo che per molti americani l'immagine della sinistra italiana fosse quella di militanti che manifestavano per il Vietnam contro
«Johnson boia», e volevo far capire loro come almeno tre generazioni della sinistra italiana (forse persino molti che inneggiavano all'Unione Sovietica) erano cresciute all'ombra di un «sogno americano», e se qualcuno si era documentato per dovere d'ufficio sulle traduzioni del
Diamat, la maggioranza era cresciuta (e si era aperta a ideali di libertà) leggendo i narratori americani, vedendo film americani, ascoltando musica americana (prima jazz e poi folk) e coltivando una immagine mitica e affettuosa dell'America. È un paradosso, ma è storia. Forse non lo è stata per qualche vecchio «compagno» che ha pianto per la morte di Stalin, ma lo è stata per la grande maggioranza degli intellettuali (traditori come sempre - e come giusto che siano, pronti ad alimentare le contraddizioni all'interno del loro stesso gruppo). Immagino che parte di questa storia possa suonare nuova anche a dei lettori italiani, e forse è giusto ricordarla. La citazione che segue è tratta da «l’Unità», 3 agosto 1947, all’alba della guerra fredda. Vi ricordo che «l’Unità» era il quotidiano ufficiale del partito comunista italiano, a quei tempi fortemente inteso a celebrare i trionfi e le virtù dell’Unione Sovietica e a criticare i vizi della civiltà capitalistica americana: «Verso il 1930, quando il fascismo cominciava a essere “la speranza del mondo”, accadde ad alcuni giovani di scoprire nei suoi libri l’America, una America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane e innocente. Per qualche anno questi giovani lessero, tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia... Per molta gente l’incontro con
Caldwell, Steinbek, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci... A questo punto la cultura americana divenne per noi qualcosa di molto serio e prezioso, divenne una sorta di grande laboratorio dove con altra libertà e altri mezzi si perseguiva lo stesso compito di creare un gusto, uno stile, un mondo moderno che, forse con minore immediatezza ma con altrettanta caparbia volontà, i migliori tra noi perseguivano... Ci si accorse, durante quegli anni di studio, che l’America non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti... La cultura americana ci permise in quegli anni di vedere svolgersi come su uno schermo gigante il nostro stesso dramma... Parteggiare nel dramma, nella favola, nel problema non potevamo apertamente, e così studiammo la cultura americana un po' come si studiano i secoli del passato, i drammi elisabettiani o la poesia dello stil novo».
L’autore di questo articolo era Cesare Pavese, già autore famoso, traduttore di Melville e altri scrittori americani, comunista. Nel 1953, introducendo la raccolta dei saggi di Pavese, morto suicida, Italo Calvino, allora membro del partito comunista (che lasciò ai tempi della vicenda ungherese) così espresse il sentimento che la intellighenzia di sinistra provava nei confronti degli Stati Uniti:
«L’America. I periodi di scontento hanno spesso visto nascere il mito letterario di un paese proposto come termine di confronto, una Germania ricreata da un Tacito o da una
Staël. Spesso il paese scoperto è solo una terra d’utopia, una allegoria sociale che col paese esistente in realtà ha appena qualche dato in comune; ma non per questo serve di meno, anzi gli elementi che prendono risalto sono proprio quelli di cui la situazione ha bisogno... E davvero, questa america dei letterati, calda di sangui di popoli diversi, fumosa di ciminiere e irrigua di campi, ribelle alle ipocrisie chiesastiche, urlante di scioperi e di masse in lotta, diventava un simbolo complesso di tutti i fermenti e di tutte le realtà contemporanee, un misto di America, di Russia e d’Italia,con in più un sapore di terre primitive, una incomposita sintesi di tutto ciò che il fascismo pretendeva di negare, di escludere». Come era potuto accadere che questo simbolo ambiguo, ovvero questa civiltà contraddittoria, avesse potuto affascinare una generazione intellettuale cresciuta nel periodo fascista, quando l’educazione scolastica e la propaganda di massa celebravano soltanto i fasti della romanità e condannavano le cosiddette demoplutocrazie giudaiche? Come era potuto accadere che al di sotto e al di là dei modelli ufficiali, la generazione giovane negli anni Trenta e Quaranta si creasse una sorta di educazione alternativa, un proprio flusso di contropropaganda di regime?
Vorrei tracciare a vasti tratti la storia di tre generazioni di italiani che, per diverse ragioni storiche e politiche, in qualche modo si consideravano o avrebbero dovuto considerarsi
anti-americani; e che, in qualche modo, da soli, contro o addirittura a sostegno della loro ideologia
antiamericana, hanno elaborato un Mito americano. Il primo personaggio della mia storia firmava i suoi articoli, negli anni Trenta, come Tito Silvio
Mursino. Annagramma di Vittorio Mussolini, figlio del Duce. Vittorio apparteneva a un gruppo di giovani leoni affascinati dal cinema, come arte, come industria, come modo di vita. Vittorio non si accontentava di essere il figlio del Capo, il che sarebbe stato sufficiente a procurargli le grazie di molte attrici: voleva essere il pioniere dell’americanizzazione del cinema italiano. Nella sua rivista “Cinema” egli criticava la tradizione cinematografica europea e asseriva che il pubblico italiano si identificava emotivamente solo con gli archetipi del cinema americano. Vittorio non era un intellettuale e neppure un grande uomo d’affari. Il suo viaggio in America, per gettare un ponte tra le due industrie cinematografiche, si risolse in un fiasco: gaffes politiche, sabotaggio da parte delle stesse autorità italiane(il padre guardava all’impresa con molta diffidenza), ironia da parte della stampa americana. Al Roach gli disse che al postutto era un bravo ragazzo, perché non cambiava nome? Questo modello americano rimase valido sino al 1942, quando gli americani divennero ufficialmente nemici. Ma anche nei casi di più violenta propaganda bellica, il nemico odiato era l’inglese, non l’americano. Ma forse la spia più interessante di questa sensibilità diffusa la troviamo nelle pagine della giovane intellighenzia fascista che scriveva sulle pagine di «Primato». «Primato» uscì tra il 1940 e il 1943, diretta da una delle più contraddittorie figure del regime fascista, Giuseppe Bottai. Tra i giovani collaboratori di «Primato» troviamo non solo i rappresentanti dell’antifascismo liberale (Montale,
Brancati, Paci, Contini, Praz) ma anche il meglio della futura cultura comunista,
Vittorini, Alicata, Argan, Banfi, Della Volpe, Guttuso, Luporini, Pavese, Pintor,
Pratolini, Zavattini, ecc. Colpisce accorgersi che, nel febbraio ‘41, un brillante giovane intellettuale come Giaime Pintor potesse pubblicare sulla rivista un saggio sulla robotizzazione del soldato tedesco, ricordando che l’Europa non sarebbe mai ridiventata un territorio di libertà sino a che fosse dominata dall’ombra cupa delle bandiere germaniche. Cresciuto sotto il fascismo, sviluppando giorno per giorno,a ritocco per articolo una critica lucida e coraggiosa delle dittature europee, Giaime Pintor scrisse nel 1943, pochi mesi prima di morire nel corso della guerra di resistenza, un saggio che allora non poté pubblicare; «... l’America vincerà questa guerra perché il suo slancio iniziale obbedisce a forze più vere, perché crede facile e giusto quello che si propone. Keep
smiling, «conserva il tuo sorriso»: questo «slogan» di pace veniva dall’America con tutto un seguito di musiche edificanti, quando l’Europa era una vetrina vuota e l'austerità di costumi imposta ai paesi totalitari scopriva soltanto il volto disperato e amaro della reazione fascista. L’estrema semplicità dell’ottimismo americano poteva allora indignare quanti erano persuasi del dovere di portare il lutto in segno d’umanità, quanti anteponevano l’orgoglio per i propri morti alla salute dei propri vivi. Ma il grande orgoglio della America per i suoi figli di oggi sarà la consapevolezza che essi hanno corso sulla strada più ripida della storia, che hanno evitato i pericoli e le insidie di uno sviluppo quasi senza soste. L’arricchimento e la corruzione burocratica, i gangsters e le crisi, tutto è diventato natura in un corpo che cresce. E questa è la sola storia dell’America: un popolo che cresce, che copre con il suo continuo entusiasmo gli errori già commessi e riscatta nella buona volontà i pericoli futuri. Le forze più ostili potevano incontrarsi sul suolo americano, le malattie e la miseria; ma la media di questi rischi e paure era sempre una positività, ripeteva ogni volta l’esaltazione dell’uomo. Grava sulla civiltà americana la stupidità di una frase: civiltà materialistica. Civiltà di produttori; questo è l'orgoglio di una razza che non ha sacrificato le proprie forze a velleità ideologiche e non è caduta nel facile trabocchetto dei «valori spirituali»; ma ha fatto della tecnica la propria vita, ha sentito nuovi affetti nascere dalla pratica quotidiana del lavoro collettivo e nuove leggende sorgere dagli orizzonti conquistati. Qualunque cosa pensino i critici romantici, un’esperienza così profondamente rivoluzionaria non è rimasta senza parole; e mentre nell’Europa del dopoguerra si riprendevano i temi di una cultura decadente o si adottavano formule, come quella surrealista, necessariamente sprovviste di futuro, l’America si esprimeva in una nuova narrativa e in un nuovo linguaggio, inventava il cinematografo. Che cosa sia il cinema americano molti sentono, con quell’ambivalenza di simpatia e di fastidio che è stata descritta come uno dei nostri irriducibili complessi di europei, ma nessuno forse ha posto in luce con il necessario vigore. Ora che un'astinenza obbligatoria ci ha garantiti dagli eccessi di pubblicità e dal fastidio dell'abitudine si può forse ricapitolare il significato di quell’episodio educativo e riconoscere nel cinema americano il più grande messaggio che abbia ricevuto la nostra generazione». Con l’immagine di questa America universale nel cuore, Giaime Pintor si univa all’esercito inglese a Napoli e moriva tentando di passare le linee tedesche per organizzare la resistenza partigiana nel Lazio. Da dove veniva questa immagine dell’America? Pintor e Vittorio
Mussolini, da due lati opposti della barricata, ci dicono che il mito arrivava via-cinema. Ma anche la narrativa era stata un elemento di diffusione e ispirazione. E alla origine di questa diffusione noi troviamo due scrittori, Elio Vittorini e Cesare Pavese. Ambedue cresciuti in clima fascista, Vittorini tentando l’avventura di «Primato», Pavese già condannato al confino sin dal 1935. Entrambi affascinati dal mito americano. Entrambi sarebbero diventati comunisti. …Nel 1941 Vittorini preparò per Bompiani Americana, una antologia di più di mille pagine, con testi che andavano da Washington Irving a Thorton Wilder e
Saroyan, passando per O. Henry e Gertrud Stein - tradotti da giovani letterati che si chiamavano Alberto Moravia, Carlo
Linati, Guido Piovene, Eugenio Montale, Cesare Pavese. Dal punto di vista di oggi, la raccolta era abbastanza completa; forse eccessivamente vorace, certamente scompensata; Fitzgerald vi appare sottovalutato, Saroyan sopravvalutato, vi figurano autori come John Fante che per l’avvenire non avrebbero più occupato un posto di tale rilievo nelle cronache letterarie. Ma questa antologia non voleva essere una storia della letteratura americana bensì la costruzione di una allegoria, una sorta di Divina Commedia dove paradiso e inferno coincidevano. Vittorini aveva già scritto nel 1938 («Letteratura», 5) che la letteratura americana era una letteratura mondiale con un unico linguaggio e che l’essere americano coincideva col non esserlo, con l’essere libero da tradizioni locali, aperto alla comune civiltà dell’umanità. In Americana la prima descrizione degli Stati Uniti è alquanto omerica, con l’immagine delle pianure e delle ferrovie, delle montagne nevose e dei paesaggi sterminati da costa a costa. Una innocenza litografica, alla Courrier and Ives, un’epica non nutrita da alcuna evidenza diretta, puro onirismo intertestuale. C’era in quelle pagine la stessa libertà con cui Vittorini aveva tradotto e avrebbe tradotto i propri autori americani, tutti in
«vittorinese» dove una creatività partecipante metteva in secondo piano l’esattezza filologica. Ma l’America che Vittorini disegna in quelle pagine è una terra preistorica sommossa da terremoti e derive di continenti, dove invece dei dinosauri e dei mammuths dominano i profili giganteschi di Jonathan Edwards che risveglia Rip van Winckle invitandolo a un epico duello con Edgar Allan Poe che cavalca Moby
Dick. Anche i giudizi critici sono metafore, iperboli: «Melville è l’aggettivo di Poe e di Hawthorne sostantivo. Egli ci dice che la purezza è ferocia. La purezza è una tigre… Billy Budd impiccato. Egli è un aggettivo. Ma come la felicità è un aggettivo della vita. O come lo è, della vita, la disperazione». America come chanson de
geste. Pound e i negri del blues. «L’America è oggi (per la nuova leggenda che si va formando) una specie di nuovo Oriente favoloso, e l’uomo vi appare di volta in volta sotto il segno di una squisita particolarità, filippino o cinese o slavo o
curdo, per essere sostanzialmente sempre lo stesso: “io” lirico, protagonista della creazione».
Il libro era multimediale. Non solo libro di brani letterari e raccordi critici, ma anche una superba antologia fotografica. Immagini prese dai fotografi del New Deal che lavoravano per la Works Progress
Administration. Insisto sulla documentazione fotografica perché ho saputo di giovani che all’epoca furono culturalmente e politicamente rigenerati proprio dall’impatto con quelle immagini, di fronte alle quali provarono il sentimento di una realtà diversa, e di una diversa retorica, ovvero di una antiretorica. Ma il Minculpop non poteva accettare Americana. La prima edizione del 1942 fu sequestrata. Si dovette ripubblicarla senza i testi di Vittorini e con una nuova prefazione di Emilio
Cecchi, più accademica e prudente, meno entusiastica e più critica, più «letteraria». Ma anche così
emasculata, Americana circolò e produsse una nuova cultura.
…Così, la generazione che aveva letto Pavese e Vittorini combatté la guerra partigiana, spesso nelle brigate comuniste, celebrando la rivoluzione d’ottobre e la figura carismatica del Piccolo Padre, e rimanendo al tempo stesso affascinata e ossessionata da una America come speranza, rinnovamento, progresso e rivoluzione.
Vittorini e Pavese erano alla fine della guerra adulti maturi, quasi quarantenni. La seconda generazione del mio affresco invece comprendeva ragazzi nati negli anni Trenta. Molti di essi entrarono all’età adulta, alla fine del conflitto, come marxisti. Il loro marxismo non era quello di Vittorini e Pavese, del tutto identificato con la lotta di liberazione e l’orrore per le dittature fasciste, più un senso di fraternità universale che una ideologia precisa. Per la seconda generazione il marxismo era una esperienza di organizzazione politica e di engagement filosofico. L’ideale di questa generazione era l’Unione Sovietica, la sua estetica il realismo socialista, il suo mito la classe operaia. Politicamente avversi all’America come sistema economico e politico, simpatizzavano con vari aspetti della storia sociale americana, con quella «America vera» che era stata dei pionieri e della prima opposizione anarchica, l’America «socialista» di Jack London e Dos
Passos. …Tuttavia quella che ci interessa è una diversa fascia di questa seconda generazione, che poteva vivere all’interno o all’esterno dei due partiti marxisti di quell’epoca, il comunista e il socialista, e la cui definizione risulterebbe così vaga e imprecisa che sono costretto a commettere un arbitrio narrativo. Costruirò un personaggio fittizio che chiamerò Roberto. Tra i membri della classe di cui egli vuol essere il rappresentante, ve ne saranno stati di Roberti al novanta per cento e di Roberti al dieci per cento. Il mio sarà un Roberto al cento per cento. Forse tra i membri del comitato centrale del Pci non c’erano molti
Roberti; ma Roberto abitava piuttosto il territorio extrapartitico delle attività culturali, delle case editrici, delle cineteche, dei giornali, dei concerti, e proprio in questo senso è stato culturalmente molto influente. Roberto potrebbe essere nato tra il 1926 e il 1931. Educato in modo fascista, il suo primo atto di ribellione (naturalmente inconscia) è stato la lettura dei fumetti tradotti (male) dall’americano. Flash Gordon contro Ming fu per lui la prima immagine della lotta contro la tirannia. L’Uomo Mascherato era sì un colonialista, ma invece di imporre modelli occidentali ai nativi della giungla di
Bengali, cercava di conservare le tradizioni sagge e antiche dei Bandar. Topolino giornalista che si batteva contro i politicanti corrotti per la sopravvivenza del suo giornale, fu per Roberto la prima lezione sulla libertà di stampa. Nel 1942 il governo proibì i palloncini e pochi mesi dopo soppresse i personaggi americani; Topolino fu sostituito da
Toffolino, umano e non più animale, per preservare la purezza della razza. Iniziò un collezionismo clandestino dei pezzi di un tempo. Blanda e dolente protesta. Nel 1939 il Ringo di Ombre rosse fu l’idolo della generazione. Ringo non combatteva per una ideologia o per la patria, ma per se stesso e per una puttana. Era antiretorico e perciò antifascista. Antifascisti furono Fred Astaire e Ginger
Rogers, perché si opponevano a Luciano Serra pilota, il personaggio del film imperiale e littorio alla cui creazione aveva contribuito anche Vittorio
Mussolini. Il modello umano a cui Roberto pensava era una accorta misura di Sam Spade, Ismael, Edward G.
Robinson, Chaplin e Mandrake il Mago. Immagino che per un americano, anche in un periodo di nostalgia di massa, non vi sia nulla che unisce Jimmy Durante, il Gary Cooper di Per chi suona la campana, il James Cagney di Ribalta di gloria e la ciurma del
Pecquod. Ma per Roberto e i suoi amici vi era un filo rosso che univa tutte queste esperienze: tutti erano persone felici di vivere e spiacenti di morire, e costituivano l’antistrofe retorica al superuomo fascista che celebrava Sorella Morte e andava incontro alla propria distruzione con due bombe e in bocca un
fior. Amare il tip-tap significava disprezzare il passo dell’oca, prima, e guardare con ironia le allegorie stakanoviste del realismo socialista, dopo. Roberto e la sua generazione ebbero anche una musica: il jazz. Non solo perché era musica d’avanguardia, che essi non sentirono mai diversa da quella di Strawinsky o di
Bartók, ma anche perché era musica degenerata, prodotta dai negri nei bordelli. Roberto fu antirazzista la prima volta per amore di Louis
Armstrong. Con questi modelli nella mente Roberto nel 1944, giovanissimo, si unì in qualche modo ai partigiani. Dopo la guerra fu o membro o compagno di strada di un partito di sinistra. Rispettò Stalin, fu contro l’invasione americana in Corea, protestò per la morte dei
Rosenberg. Abbandonò il partito con gli eventi ungheresi. Fu fermamente convinto che Truman fosse un fascista e che Li’l Abner di Al Capp fosse un eroe di sinistra, parente dei barboni di Pian della
Tortilla. Amò Eisenstein ma fu fermamente convinto che il realismo cinematografico passasse attraverso Piccolo Cesare. Adorò Hammet e si sentì tradito quando la hard-boiled novel passò sotto l’amministrazione del maccartista Spillane. Pensò che il passaggio a nord ovest per un socialismo dal volto umano fosse sulla «road to Zanzibar» con Bing
Crosby, Bob Hope e Dorothy Lamour. Riscoprì e divulgò l’epica del New Deal, amò Sacco, Vanzetti e Ben
Shan, conobbe prima degli anni Sessanta (quando ridivennero celebri in America) i folk songs e le ballate di protesta della tradizione anarchica americana, e ascoltò con gli amici, alla sera, Pete
Seeger, Woodie Guthrie, Alan Lomax, Tom Jodd e il Kingston Trio. Era stato iniziato al mito di Americana; ma ora il suo livre de chevet era On native grounds di Alfred
Kazin. Ecco perché quando la generazione del ’68 lanciò la sua sfida, magari anche contro gli uomini come Roberto, l’America era già un modo di vivere, anche se nessuno di quei ragazzi aveva letto Americana. E non sto parlando di blue jeans o di cheewing
gum, cioè dell’America che dominava l’Europa come modello di civiltà dei consumi: sto parlando ancora di quel mito maturato negli anni Quaranta, che in qualche modo funzionava ancora in sottofondo. Certo per quei giovani l’America come Potere era il nemico, il gendarme del mondo, l’avversario da battere in Vietnam come in America Latina. Ma il fronte di quella generazione era ormai
quadrilaterale: i nemici erano l’America capitalista, l’Unione Sovietica che aveva tradito Lenin, il partito comunista che aveva tradito la rivoluzione e - ultimo - l’establishment democristiano. Ma se l’America era nemico come governo e come modello di società capitalistica, c’era un atteggiamento di riscoperta e di ricupero nei confronti dell’America come popolo, come melting pot di razze in rivolta. Essi non avevano più presente l’immagine del marxista americano degli anni Trenta, l’uomo delle Brigate Lincoln in Spagna, il «premature
anti-fascist» lettore della «Partisan Review». Essi identificavano piuttosto un campo labirintico in cui si intrecciavano le opposizioni tra vecchi e giovani, bianchi e neri, immigrati freschi e gruppi etnici stabilizzati, maggioranze silenziose e minoranze vociferanti. Non ponevano alcuna differenza sostanziale tra Kennedy e
Nixon, ma si identificavano col campus di Berkeley, con Angela Davis, con Joan Baez e Bob Dylan prima maniera.
È difficile definire la natura del loro mito americano: in qualche modo essi usavano e riciclavano pezzi di realtà americana, i portoricani, la cultura underground, lo zen, non più i comics ma i
comix, e quindi non Mio Mao (Felix the Cat) ma Fritz the Kat, non Walt Disney ma
Crumbs. Amavano Charlie Brown, Humphrey Bogart, John Cage. Non sto tracciando il profilo di alcun movimento politico preciso tra ’68 e ’77. Forse disegno una foto ai raggi X, scoprendo qualcosa che continuava a vivere sotto la superficie maoista, leninista o
guevarista. E so di fotografare qualcosa che c’era, perché questo qualcosa è esploso nel e dopo il 1977. La rivolta studentesca di quegli anni assomigliava più a una ribellione di ghetto negro che alla presa del Palazzo d’Inverno. E persino sospetto che il modello segreto delle Brigate rosse, ovviamente inconscio, sia la Famiglia
Manson.
Non posso certo parlare della generazione presente con lo stesso olimpico distacco con cui ho parlato di quella degli anni Trenta. Sto cercando solo di isolare, nella confusione del presente, il modello di una immagine-mito americana. Inventata come le precedenti, prodotto di creolizzazione.
Non è più un sogno, perché può essere raggiunto a poco prezzo via Icelandic
Airwais. Il nuovo Roberto è forse stato membro di un gruppo marxista-leninista nel 1968, ha lanciato qualche bomba Molotov contro un consolato americano nel 1970, alcuni cubetti di porfido contro la polizia nel 1970, e contro la vetrina di una libreria comunista nel 1977. Nel 1978, evitata la tentazione di unirsi a un gruppo terrorista, ha raccolto qualche soldo ed è volato in California, diventando magari rivoluzionario ecologo o ecologo rivoluzionario. L’America è divenuta per lui non l’immagine di un rinnovamento futuro ma il luogo dove leccarsi le ferite e consolarsi di un sogno distrutto (o dato per morto troppo in anticipo). L'America non è più una ideologia alternativa, è la fine dell’ideologia. Egli ha ottenuto con facilità il visto, perché di fatto non è mai stato iscritto a uno dei partiti della sinistra storica. Se fossero ancora vivi Pavese e Vittorini non avrebbero potuto ottenerlo, perché essi, i padri del nostro sogno americano, avrebbero dovuto rispondere «sì» sul formulario consolare che chiede se si sia mai stati iscritti a partiti che intendano sovvertire la società americana. La burocrazia americana non è un sogno. Al massimo un incubo. C’è una morale in questa mia storia? Nessuna, e molte:per capire l’atteggiamento italiano verso l’America, e in particolare l’atteggiamento degli italiani
antiamericani, dovete ricordarvi anche di Americana e di quanto accadde in quegli anni. Quando gli italiani di sinistra sognavano del compagno Sam e puntando il dito verso la sua immagine dicevano: I Want
you.
l'Unità
10/11/2001
«Bin Laden insulta i popoli del Terzo Mondo»
Kofi Annan reagisce alle invettive contro l’Onu: «I Diritti dell’Uomo sono un valore uguale per tutti»
Signor Segretario generale, l'Onu è un'organizzazione di pace: secondo il preambolo della sua Carta deve «salvare le future generazioni dal flagello della guerra». A che cosa può servire, allora,
l'Onu nella guerra contro il terrorismo? «L'Onu è in prima linea. Il Consiglio di Sicurezza ha appena votato due risoluzioni che fissano il quadro della cooperazione dei 189 Stati membri nella lotta contro il terrorismo. Secondo quanto vi è contenuto, i governi devono rifiutare asilo politico ai terroristi e impedire l'organizzazione di campi di addestramento o di basi logistiche nei loro Paesi. Non si tratta di pie illusioni. I governi che disobbediranno saranno esposti a sanzioni internazionali».
Mentre l'aviazione americana bombarda l'Afghanistan, qual è il ruolo pratico delle Nazioni Unite?
«Nell'immediato si tratta di soccorrere le popolazioni. La nostra è un'azione umanitaria di lunga data: da vent'anni l'Afghanistan non conosce che violenza. È evidente che la guerra aerea ostacola i nostri sforzi. Bisognerebbe poter fornire dalle 50 alle 60mila tonnellate di viveri al mese. Oggi ne portiamo soltanto la metà. Spero però che presto faremo di meglio: grazie all'appoggio dei Paesi vicini stiamo installando delle basi nelle retrovie. In particolare in
Uzbekistan».
Ma il vostro mandato si ferma lì?
«Stiamo lavorando a preparare la pace. Anche in questo abbiamo il vantaggio di una lunga esperienza: sono anni che cerchiamo di convincere le fazioni afghane a dividersi il potere. Dopo gli attacchi dell'11 settembre questo obiettivo è ovviamente ancora più urgente. È ugualmente necessario che i vicini dell'Afghanistan rispettino le regole del gioco e accettino la costituzione di un governo afghano che sia davvero
pro-afghano. Leale quindi al solo popolo afghano».
L'obiettivo politico dell'Onu non è contraddetto dall'obiettivo militare degli Stati Uniti?
«In quanto Segretario generale dell'Onu devo seguire le istruzioni del Consiglio di sicurezza, le cui risoluzioni esigono il conferimento alla giustizia dei responsabili degli attacchi dell'11 settembre. Che talebani dissidenti possano o meno partecipare a una futura coalizione è però una decisione che spetta unicamente agli
afghani».
Quando la guerra sarà finita, per mantenere l'ordine servirà anche una polizia.
L'Onu prevede di inviare dei caschi blu?
«Come garantire la sicurezza della popolazione in Afghanistan quando le operazioni militari saranno terminate resta oggi un interrogativo irrisolto. È certo, però, che per continuare a fornire cibo al Paese e cominciare a ricostruirlo ci vorrà calma. Ci sono tre opzioni allo studio. In primo luogo, i caschi blu: vale a dire una forza delle Nazioni Unite. Secondo scenario: una forza multinazionale che raccolga un certo numero di Paesi disponibili. Questa forza potrebbe essere esclusivamente islamica oppure mettere insieme contingenti musulmani e non musulmani. La terza soluzione sarebbe di tipo nazionale. La coalizione al potere a Kabul organizzerebbe una forza propriamente afghana che, in quanto sintesi di tutte le attuali milizie, potrebbe rivelarsi il miglior garante della stabilità del Paese».
Non sarebbe più semplice incaricare l'Onu di governare l'Afghanistan?
«Fare dell'Afghanistan un protettorato è escluso. Le Nazioni Unite sono pronte a fornire assistenza tecnica per amministrare il Paese, ma non si sostituiranno alle autorità
afghane. La storia dimostra che qualsiasi tentativo di dominare o controllare l'Afghanistan dall'esterno è sempre finito con un fallimento».
Se gli americani continueranno a bombardare, ci sarà un altro rischio: un'esplosione generalizzata del mondo musulmano. Che cosa può fare
l'Onu per placare gli animi?
«Ogni volta che vengono uccisi o feriti dei civili lo scontento non può che aumentare. Un'esplosione di violenza nel mondo musulmano è un vero pericolo. Da parte mia ho già lanciato più d'un appello a favore delle popolazioni civili dell'Afghanistan. Non bisogna che a pagare per i colpevoli siano degli innocenti».
Crede che gli Stati Uniti potrebbero colpire altrove? E innanzitutto in Iraq?
«Ho già insistito sul fatto che non c'è alcuna prova della complicità di Bagdad negli avvenimenti dell'11 settembre. Attaccare l'Iraq sarebbe un errore. Non ne sortirebbe che un aumento delle tensioni nella regione. Ma credo che il governo americano sia molto cosciente di questa realtà».
Richard Perle, uno dei responsabili del Pentagono, ha sottolineato qualche giorno fa che gli Stati Uniti non si battono da soli contro il terrorismo. E ha osservato che «la coalizione è
l'Onu meno l'Iraq». In che cosa consiste questa coalizione?
«Il solo modo per vincere contro il terrorismo è organizzare un'azione internazionale comune. Poco importa che si parli di cooperazione o di coalizione: l'essenziale è che la lotta sia condotta nel quadro delle Nazioni Unite, sulla base delle due risoluzioni del Consiglio di sicurezza e delle risoluzioni dell'Assemblea generale. La battaglia contro i talebani e contro Al Qaeda è un obiettivo di breve periodo. Ma contro il terrorismo si può vincere soltanto sul lungo periodo: quindi, con la coalizione. Per alcuni Paesi l'impegno nella coalizione si traduce in operazioni aeree in Afghanistan; per altri, si limita a un sostegno politico o materiale».
Perché l'Occidente arrivasse a vincere la Guerra Fredda ci sono voluti cinquant'anni di «contenimento»
dell'Urss. Anche per il terrorismo ci vorrà tanto tempo?
«Con Bin Laden abbiamo di fronte un problema nuovo. Ma ciò non significa che i vecchi problemi siano scomparsi. Dobbiamo essere più che mai determinati a estirpare le radici del terrorismo, che non è nato ieri. Dobbiamo continuare a combattere la povertà e l'ignoranza. Nello stesso tempo, non dobbiamo rinunciare a risolvere i conflitti rimasti senza soluzione. Se c'è la volontà politica, se si è disposti a investire il denaro necessario allo sviluppo economico, il terrorismo potrà essere contenuto. Credo addirittura che ce la faremo ben prima di quanto si pensi».
Come mai l'hanno premiata con il Nobel? Per ciò che ha fatto in passato quando, per sua stessa ammissione, la maggior parte delle operazioni di mantenimento della pace di cui è stato diretto responsabile fino alla sua elezione a segretario generale si sono concluse con un insuccesso?
«È vero, abbiamo conosciuto grandi insuccessi. Ma siamo anche riusciti a portare positivamente a termine più d'una operazione: la transizione in
Namibia, le elezioni in Cambogia, il salvataggio di Timor. Evidentemente la stampa ha la tendenza a trascurare gli esiti positivi: sono soltanto le cattive notizie a fare notizia. Inoltre, il comitato del premio Nobel ha voluto riconoscere i nostri sforzi in campo economico e sociale. In materia di povertà nel Terzo Mondo, di diritti delle donne, di ambiente,
l'Onu è sempre stato all'avanguardia».
Le riforme da lei invocate per le operazioni di pace sono state accolte da tutti. Ma gli Stati membri vi concederanno quanto richiesto? Più denaro e più soldati ben addestrati.
«Gli Stati membri hanno capito il messaggio. Penso che da qui a dicembre approveranno la maggior parte delle mie raccomandazioni. A quel punto saremo in grado di organizzare operazioni molto più efficaci perché potremo contare sul sostegno politico e, nello stesso tempo, sulle risorse necessarie. In particolare in Afghanistan. Gli Stati membri non possono più affidare
all'Onu delle responsabilità rifiutandole i mezzi per assumerle. Quando le nostre operazioni di pace andavano male e i giornali gridavano al fallimento, non uno dei 189 Stati membri si è mai alzato a difendere
l'Onu. Eppure l'Onu sono loro».
La democrazia e i diritti dell’uomo sono valori universali. Oppure ha ragione Bin Laden quando afferma che questi grandi princìpi servono soltanto a camuffare l'egoismo del ricco Occidente?
Nel messaggio di sabato Bin Laden ha anche definito Kofi Annan «un criminale» e accusato l’Onu di far soffrire i musulmani. Annan non risponde alle invettive, ma dice:
«Bin Laden ha torto. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo è stata scritta da pensatori provenienti da ogni angolo del pianeta, non soltanto dall'Occidente. A distanza di cinquant'anni, credo che ogni società si possa identificare con questa dichiarazione. Quando Bin Laden sostiene che la democrazia e i diritti dell'uomo non sono che prodotti occidentali, lo trovo un insulto ai popoli del Terzo Mondo che pretende di difendere. Il padre che scopre che suo figlio è stato torturato, la moglie che scopre che suo marito è stato in prigione senza motivo: la loro reazione è la stessa ovunque si trovino. In Occidente o nel Terzo Mondo, urlano della stessa collera, piangono le stesse lacrime».
Lei è africano, e nel suo continente molti governi affermano che la libertà è un lusso da Paese ricco. Come convincerli del contrario?
«Una riflessione del genere la fanno soltanto i dirigenti ben saldi al potere. Perché non vogliono perdere il posto. Ma vada a chiedere all'uomo della strada, che ha avuto il figlio torturato, se è d'accordo con un capo del genere. Non si può più mentire ai popoli, né in Africa né altrove nel Terzo Mondo. Sanno molto bene che cos'è la democrazia. Pongono degli interrogativi ai loro leader ed esigono delle risposte».
Hanno detto di lei che fa concorrenza a Giovanni Paolo II, che è un «papa civile».
«Parlo a molta gente, ascolto molta gente, vedo molta gente. Può darsi che qualche volta dia l'impressione di fare lo stesso mestiere del Papa. Del resto ho confidato a Giovanni Paolo II che ci troviamo spesso sullo stesso terreno quando si tratta di difendere il benessere del mondo. Gli ho detto: "Lei agisce attraverso la preghiera. Io agisco attraverso il negoziato." Se mi merito il titolo di "papa civile" è perché alzo la voce a nome dei senza voce, perché difendo la causa dei poveri e dei deboli».
Lei è credente?
«Credo in qualcosa di più grande, che supera il singolo individuo. Sì, sono credente. Ma non praticante».
Charles Lambroschini Le Figaro/Volpe Traduzione Monica Levy
Corriere della Sera
6 novembre 2001
"Nascerà un mondo più etico"
Dahrendorf,Giddens: uniti in nome dei nuovi valori
DAL NOSTRO INVIATO ANTONIO POLITO
LONDRA - Pur essendo entrambi successori di Karl Popper alla guida della London School of Economics (è proprio alla Lse che ci incontriamo per questo dialogo sul dopoguerra, più che sulla guerra) Anthony Giddens e Ralf Dahrendorf sono due intellettuali di estrazione e pensiero diversi. L'uno, Giddens, modernizzatore della socialdemocrazia, ideologo della "Terza Via", paladino di tutto ciò che è "global". L'altro, Dahrendorf, liberale e scettico, critico del "blairismo", sempre in guardia contro l'ottimismo della mondializzazione.
Visto che siamo tutti convinti che niente sarà più come prima alla fine di questa crisi, chiedo a entrambi che cosa cambierà. Se il XXI secolo sarà dominato da un nuovo disordine mondiale, o dalle macerie del World Trade Center nascerà un nuovo ordine?
Giddens: «Ogni previsione dipende da quanto lunga, estesa ed efficace sarà la reazione militare americana. E, per quanto grande sia l'orrore di ciò che abbiamo visto a New York, dobbiamo ricordare che quell'attentato non è il primo, ma l'ultimo di una serie di attacchi terroristici e suicidi che vanno avanti da una decina d'anni nel mondo. Che cosa è diverso, stavolta? Il sentimento di enorme tensione che si è impadronito dell'Occidente. Da sociologo ho lavorato molto sul concetto di "rischio", e paragonerei questa situazione a quello che ci succede quando siamo alla guida di un'auto. Al volante – lo sappiamo bene – noi sperimentiamo di solito una sensazione di invulnerabilità. Ma se passiamo davanti alla scena di un incidente, all'improvviso ci rendiamo conto della nostra estrema vulnerabilità, qualcosa che già c'era ma che non vedevamo. Per un po' rallentiamo, facciamo attenzione agli incroci. Ma solo per un po'. Personalmente, non credo che durerà a lungo. Ci sarà un ritorno alla normalità. Soprattutto se l'azione militare sarà limitata e produrrà qualche risultato».
Dahrendorf: «Anche per me gli eventi valgono per come vengono interpretati. Questo attacco ha coinciso con un grave rallentamento delle nostre economie. Ciò ne ha aggravato le conseguenze negative. Nella testa della gente catastrofe e crisi economica sono più legati di quanto non lo siano in realtà. Il risultato è una modifica profonda dei comportamenti e dei convincimenti. Io credo che per un po' sarà più difficile per tutti noi accettare gli esorbitanti profitti delle imprese che negli ultimi anni abbiamo considerato un dato di fatto. D'altra parte, però, questo stato di paura sta determinando una riscoperta di valori che definiscono l'Occidente, che legano America, Europa e qualcun altro».
Giddens: «Conseguenze ci saranno infatti anche sul movimento "noglobal". La sua parziale trasformazione in movimento per la pace mi sembra più l'inizio di una frammentazione che di una rinascita. Credo che vedremo meno Seattle e Genova in futuro. Anche perché, almeno in parte, le istanze di quella protesta dovranno ora essere comunque affrontate dai governi. Se stiamo assistendo alla fine di qualcosa, quel qualcosa è l'idea che si possa trattare il mondo come un gigantesco mercato e basta. Intendiamoci: per me proprio questi eventi ci dicono che abbiamo bisogno di più globalizzazione, non di meno. Essi non ne sono in alcun modo il frutto, ma sono piuttosto un residuo del passato, di una Guerra Fredda che produsse un'enorme instabilità. L'Afghanistan ne è un classico esempio. Dunque non dobbiamo ritirarci dalla globalizzazione. Ma essa deve essere legata a un diritto internazionale, alla promozione di standard universali di diritti umani e a un'azione concertata per affrontare alcune delle questioni sollevate dal movimento "noglobal"».
Forse abbiamo bisogno di una "globalizzazione etica"?
Giddens: «Ma un elemento etico c'è sempre stato nelle globalizzazione. L'era globale non è solo una serie di connessioni economiche. C'è stato un grande sviluppo del diritto internazionale e del protagonismo delle Organizzazioni non Governative. La globalizzazione è anche integrazione di valori, è anche Greenpeace».
Dahrendorf: «Il fatto è che molta gente ha odiato i comportamenti del popolo di Seattle, ma in qualche modo ne ha apprezzato la spinta propulsiva. Oggi questa parte dell'opinione pubblica è alla ricerca di una via per addomesticare la globalizzazione senza distruggerla. Se vogliamo chiamare questa aspirazione "etica", per me va bene. E' un tentativo di stabilire delle regole. Io credo che gli eventi di New York rafforzeranno questo desiderio».
Sta dicendo che questa è la fine del neoliberismo e l'inizio della riscoperta di Keynes?
Dahrendorf: «Io vedo che Bush sta mettendo in moto un imponente programma di stampo keynesiano per rilanciare l'economia. La coincidenza delle due crisi accresce la pressione per un più forte ruolo dello Stato, sia per proteggerci dalla minaccia terroristica sia per farci uscire dall'incertezza economica. Andiamo verso un'era in cui prevarrà l'idea che lasciare tutto al mercato non funziona, e che lo Stato deve giocare un ruolo maggiore».
Giddens: «Non sono del tutto d'accordo. Non credo che ci sarà o ci possa essere un ritorno né al keynesismo del dopoguerra né ad alcun massiccio intervento dello Stato in economia. Nel caso degli Usa, mi pare che Bush stia piuttosto proponendo di ridurre ulteriormente le tasse. Del resto, la fase storica in cui si è creduto che il mercato fosse la soluzione di tutti i problemi era già finita. Da tempo c'è un consenso diffuso sulla necessità di un certo grado di interventismo statale, per bilanciare il mercato con buon governo e società civile. Ma, detto questo, non possiamo certo dimenticare le lezioni che abbiamo imparato. Non possiamo tornare in un mondo in cui lo Stato fa tutto. La soluzione non è "back to the future". Anzi, le nuove politiche, centrate sulla flessibilità e l'adattabilità della forza lavoro, saranno anche più importanti in un'epoca di depressione. Temo che le economie dell'Europa continentale – Italia, Francia e Germania – avranno un problema di disoccupazione più grave della Gran Bretagna, che ha riformato il suo mercato del lavoro e lo ha reso più adattabile ai cambiamenti».
Dahrendorf: «Qui davvero dissento. Innanzitutto non vedo depressione alle porte, parlerei piuttosto di rischio di recessione. E poi sono convinto che l'effetto combinato di crisi e terrorismo produrrà un ripensamento dei governi sul loro ruolo. L'analisi di Giddens, centrata sulla flessibilità del mercato del lavoro, mi pare datata. Le economie europee non hanno poi questo grande problema di disoccupazione. Può sembrare così se si guarda alle statistiche, ma chiunque conosca quei paesi sa che è molto peggio in Gran Bretagna, perché qui il senzalavoro non ha alternative. Prevedo dunque un periodo in cui la persistente forza del mercato globale conviverà con una maggiore enfasi sulla protezione sociale e su abitudini di vita e di lavoro più "locali". Una specie di "glocalizzazione"».
Giddens: «Non è così. I cambiamenti già avvenuti nelle economie dell'Occidente sono fondamentali e irriversibili. La percentuale di operai è ormai una piccola minoranza, circa il 16% della forza lavoro in Europa. L'"economia della conoscenza" è un fenomeno reale, non messo in discussione dalla crisi in Borsa delle "dot.com". Perciò la risposta deve essere ancor di più in termini di formazione e flessibilità della forza lavoro. E contesto ciò che dice Dahrendorf delle economie europee. Francia e Germania hanno molta povertà nascosta ed esclusione sociale, a causa di un'eccessiva rigidità del mercato del lavoro: soffriranno di più del rallentamento dell'economia».
Andiamo verso un'"economia della paura", nella quale la gente volerà di meno, spenderà di meno e si rinchiuderà in casa?
Giddens: «C'è paura, certo. C'è un freno alla spesa. Ma una maggiore prudenza dei consumatori secondo me si sarebbe manifestata comunque, anche senza gli eventi di New York. Noi conviviamo sempre con il "rischio", ma alla fine lo filtriamo, perché questo è l'unico modo di vivere vite stabili. Il problema è capire quale sarà la portata e la profondità degli adattamenti di cui avremo bisogno, in termini di sistemi di sorveglianza, spese militari, libertà civili e così via».
Dahrendorf: «Io credo che ci sarà una differenza tra Usa e Europa. Ho la sensazione che la rivitalizzazione della società civile, il sorprendente moto di solidarietà con cui gli americani stanno reagendo alla minaccia, questa classica reazione alla Tocqueville, può diventare fonte di forza economica. Non vedo gli stesi segnali in Europa e non credo che ci possiamo contare in futuro».
L'America sarà ora meno isolazionista?
Dahrendorf: «E' altamente probabile. L'esperienza della costruzione della coalizione anti<\->terrorismo avrà effetti duraturi. Renderà chiaro che è meglio avere amici che andare da soli nel mondo. Noto una coincidenza: gli Usa hanno finalmente pagato una buona parte del loro debito nei confronti dell'Onu».
Giddens: «E' molto visibile una ritirata dell'amministrazione Bush dalle posizioni unilateraliste che aveva assunto all'inizio. Ma attenzione, quelle posizioni esistevano in America anche durante l'amministrazione Clinton, a causa del controllo repubblicano sul Congresso. E per quanto sia ora probabile un'attitudine più positiva, io non credo che firmeranno gli accordi di Kyoto. E' più probabile che persisteranno in una classica posizione americana: collaborazione da un lato, unilateralismo dall'altro, che è dettata dalla singolare posizione degli Usa nel mondo».
Ha ragione Blair a proporre una nuova politica etica globale, che renda questa guerra "giusta" curando allo stesso tempo tutte le ferite del mondo?
Dahrendorf: «E' un'aspirazione positiva e che condivido, ma credo che andrà delusa. E' un programma troppo vasto. E' difficile per chi non ha portato pace nel suo paese, in Nord Irlanda, proporsi di portare la pace in Africa. Per quanto mi riguarda, mi basterebbe affrontare un problema alla volta. Non dico fare la pace nel Medio Oriente, ma almeno ottenere un prolungato periodo di relativa stabilità».
Giddens: «Io invece credo in un nuovo internazionalismo, perché in qualsiasi modo si guardi alla globalizzazione è evidente che questa realtà ci impone maggiore interdipendenza. Perfino il fondamentalismo islamico ha un'agenda globale che coinvolge il Medio Oriente, i paesi musulmani, il ruolo degli Usa nel mondo. Non sono molto in favore di avventure militari isolate, e penso ancora che l'Onu debba essere coinvolta quanto prima è possibile. Ma avere un imperativo morale è indispensabile per affrontare i problemi del mondo, ed esistono le strategie per farlo. Noi sappiamo che è possibile tirar fuori milioni di esseri umani dalla povertà, sappiamo che si può fare solo attraverso lo sviluppo economico, e sappiamo pure che i paesi ricchi possono dare una mano. Tutta questa discussione in corso nella sinistra europea sulla Tobin Tax, facciamola apertamente, vediamo se c'è una strada pratica e attuabile».
Dahrendorf: «Ma la battaglia contro la povertà non è solo questione di denaro. Spesso lo sviluppo distrugge ciò che Galbraith chiamava il vecchio ciclo della povertà della vita di un villaggio, ma non crea un nuovo mondo fatto di lavoro. L'uscita dalla povertà, anzi, può produrre una fase in cui le cose vanno anche peggio per la gente».
Siamo di fronte a uno "scontro di civiltà"?
Giddens: «No. Il conflitto in corso non lo è. Quando Huntington usò questo termine forse non si rese conto di quanto spazio lasciasse a un suo cinico sfruttamento. Tra i cosiddetti valori dell'Occidente dovremmo innanzitutto mettere questo: vigilare contro il rischio che la profezia di Huntington si auto<\->realizzi. Per me, il fondamentalismo non è solo religioso. Non è quello in cui credi, ma quello che pensi degli altri che non credono nelle stesse cose. Noi che stiamo nella sinistra liberale combattiamo invece per un mondo cosmopolita, che non vuol dire multiculturale, ma che riconosca standard etici universali e garantisca pratiche democratiche all'interno delle quali culture e gruppi differenti possano coesistere».
Dahrendorf: «Qui sono d'accordo. Ci sono in giro credi o sistemi ideologici che sembrano attrarre in particolare chi si sente svantaggiato e dà agli altri la colpa della sua disperazione. Però io vorrei capovolgere i termini del problema. Non è l'Islam che produce il terrorismo, ma è il bisogno di terrorismo che si impadronisce di certe versioni dell'Islam. La risposta deve essere quel tipo di liberalismo secolare e tollerante che Giddens ha descritto».
Giddens: «Un liberalismo "tosto", "duro", che includa nel giusto contesto anche l'uso della forza».
La Repubblica
16 ottobre 2001