Quali risposte al fondamentalismo islamico?
| La Fondazione Italianieuropei ha promosso nei giorni scorsi un seminario sugli scenari politici e culturali aperti dalla crisi internazionale successiva all'11 settembre. Alla riunione, che si è svolta a Roma presso la sede della Fondazione, hanno preso parte Massimo D'Alema, Giorgio Napolitano, Alfredo Reichlin, Umberto Ranieri, Andrea Manzella, Marta Dassù, Silvio Pons, Renzo Guolo, Federico Romero, Cesare Pinelli, Adriano Rossi, Flavio Lotti, Tom Benettollo, Gianpiero Rasimelli, Andrea Romano, Gianni Cuperlo, Federica Caciagli, Nicola Latorre, Paolo Borioni, Alfio Marchini, Andrea Péruzy. Quello che segue è un documento ricavato dalla discussione. Roma 26 ottobre 2001 |
Tra i molti interrogativi aperti dall'attuale crisi internazionale, il più complesso è quello che riguarda le finalità politiche del radicalismo islamico. E di conseguenza la nuova qualità dei rapporti tra mondo occidentale e mondo islamico. Gli scenari successivi all'11 settembre annunciano una possibile frattura all'interno di quei paesi che avevano svolto nel mondo islamico il ruolo di argine al dilagare dei regimi fondamentalisti. Un ruolo spesso mutuato da quello di avamposto politico e militare occidentale svolto negli anni della guerra fredda contro il blocco sovietico. La stessa categoria di "regime islamico moderato", fino ad oggi utilizzata comunemente per Stati come l'Arabia Saudita o l'Egitto, appare ormai inadeguata a dar conto del consenso di cui sembrano godere all'interno di quei paesi le piattaforme politiche e religiose del fondamentalismo. E ancora meno essa spiega le ragioni per cui alcuni regimi tradizionalmente non moderati (Iran, Libia) stanno mostrando un atteggiamento di assai cauto dissenso verso le operazioni militari statunitensi in Afghanistan.
L'indebolimento storico, politico e simbolico, dei progetti laici e nazionalisti di modernizzazione delle società islamiche ha aperto la strada da molti anni all'espansione del consenso per il fondamentalismo radicale. Esso si è fatto forte di una proposta politica in grado di integrare i temi tradizionali dell'anticolonialismo con l'offerta di una prospettiva di emancipazione sociale interna alle società musulmane, sullo sfondo di una interpretazione della tradizione di segno continuista e della capacità di allestire concretamente reti di assistenza e sostegno sociale. D'altra parte le prospettive di sviluppo di quelle stesse società appaiono sfavorevoli ad un contenimento di tale influenza, laddove le dinamiche di redistribuzione del reddito e gli stessi trend demografici sembrano orientati a consolidare le condizioni di sofferenza e frustrazione sociale più favorevoli al radicalismo. Un ulteriore e più grave fattore negativo, in questo senso, è rappresentato dall'estrema debolezza delle società civili all'interno dei paesi islamici più a rischio e dall'assenza di dialettiche politiche sufficientemente autonome: ovvero di quegli elementi dai quali dovrebbe venire l'argine più solido e credibile alla diffusione del fondamentalismo. Questo, di fatto, sembra oggi avere occupato la gran parte dello spazio del dissenso politico e sociale interno alle società islamiche.
La messa in luce delle ragioni e della misura del consenso al fondamentalismo islamico non deve impedirci di cogliere i contorni del progetto politico che esso incarna. Muovendosi nello spazio della globalizzazione economica e culturale, e giovandosi degli strumenti da essa resi disponibili, il fondamentalismo ambisce alla rappresentanza integrale del mondo islamico nella prospettiva di una nuova divisione bipolare del pianeta. Una divisione orientata da criteri religiosi e culturali, e dunque eminentemente ideologici, alla quale arrivare attraverso la definitiva messa in crisi delle leadership politiche dei paesi "moderati" sotto la pressione dello scontro con i paesi occidentali. L'uso di strumenti di distruzione di massa all'interno delle stesse società occidentali, come è apparso chiaro dai fatti dell'11 settembre, appare dunque essere lo strumento per eccellenza di una strategia di potere interna al mondo islamico. Sconfiggere questo progetto è condizione indispensabile non solo per garantire la sicurezza civile all'interno delle nostre società, ma anche per impedire che il pianeta venga nuovamente travolto da uno scontro latente o reale di sistemi contrapposti. Laddove il sistema "concorrente" a quello occidentale avrebbe i tratti tendenzialmente totalitari di una teocrazia sovranazionale.
Il punto riguarda dunque gli strumenti per sconfiggere il fondamentalismo. Se quelli militari appaiono del tutto indispensabili, non fosse altro per la necessità di neutralizzare la concreta minaccia di morte annunciata dal terrorismo di massa, appare fondamentale sfuggire alla trappola dello "scontro di civiltà" che lo stesso fondamentalismo islamico sembra aver predisposto per le società occidentali. Elementi di radicalizzazione delle nostre opinioni pubbliche sono ormai chiaramente visibili, mentre non è da escludere che le grandi comunità islamiche esistenti nei principali paesi europei volgano la percezione di ostilità di cui sono oggetto in favore delle ragioni del radicalismo. La declamazione di generici appelli alla convivenza civile sembra dunque inadeguata alla minaccia che sembra profilarsi. Occorre intervenire sui nodi di crisi internazionale da cui il fondamentalismo trae energia, quando si attribuisce la funzione di giustiziere dei torti subiti dall'islamismo per opera del "mondo giudaico e cristiano", e dunque in primo luogo predisporre una strategia realistica ma coerente per uscire dalla tragedia palestinese. Al contempo, occorre rispondere al fondamentalismo con una strategia di regolazione sovranazionale che ne contenga i disegni di guerra civile e separatezza. È dunque solo la comunità internazionale che può predisporre gli antidoti più efficaci contro il progetto fondamentalista, e all'interno della comunità internazionale quei soggetti maggiormente capaci di articolare strategie di dialogo e di intervento politico. Se contro il fondamentalismo non è sufficiente la semplice associazione tra deterrenza militare ed esportazione della democrazia, tipica degli anni della guerra fredda, occorre che l'intervento militare sia accompagnato da una efficace azione politica e multilaterale.
Abbiamo già di fronte agli occhi un quadro delle alleanze internazionali profondamente mutato dai fatti dell'11 settembre. Tuttavia è difficile affermare con certezza che l'impegno statunitense nella costruzione di una vasta coalizione antiterroristica si tradurrà in uno stabile orientamento di segno multilaterale, e dunque diverso dalla piattaforma unilateralistica su cui l'amministrazione Bush si è guadagnata il consenso elettorale della scorsa primavera. Tale impegno, che va comunque incoraggiato e accolto positivamente, sarà tanto più stabilmente multilateralistico quanto più sarà accompagnato dall'azione di soggetti politici sovranazionali capaci di agire sul piano civile e politico. E prima delle Nazioni Unite, alle quali è auspicabile che venga effettivamente assegnato un ruolo di ricostruzione civile e istituzionale dell'Afghanistan dopo la conclusione delle operazioni militari, è l'Unione europea che può svolgere un ruolo fondamentale in questo senso. Anche attraverso quei paesi membri che, come la Gran Bretagna e la Germania, intendano assumersi in prima persona la responsabilità di coadiuvare l'intervento statunitense. Ma comunque senza perdere di vista lo specifico valore di strumento di difensore di ordinamenti sociali e civili equi e liberali che essa ha storicamente incarnato. Ciò è particolarmente vero per il Medio Oriente, dove l'Unione europea può valorizzare ancora di più quel ruolo di mediazione e pacificazione che essa ha già dimostrato di saper svolgere. Per quanto riguarda l'Italia, infine, le traumatiche novità del quadro internazionale impongono una volta di più al nostro paese l'assunzione di responsabilità di primo piano: piuttosto che le affermazioni di fedeltà ideologica al mondo occidentale, dunque, conterà la concreta capacità di misurarsi con scelte coerenti e responsabili nel quadro multilaterale del quale siamo parte.
I profeti disarmati davanti al terrore
di MARIO PIRANI
LA GUERRA TERRORISTICA IN ATTO - senza confini territoriali precisi né limiti etici nell'uso delle armi, come la minaccia batteriologica lascia prevedere - si riverbera con similare pervasività nelle angosciate discussioni che l'accompagnano di giorno in giorno. Tutti i valori vengono sottoposti a verifica: l'anelito alla pace e lo spirito di difesa, le appartenenze religiose e l'etica laica, lo scontro fra civiltà diverse e l'accettazione delle diversità. Nulla può essere dato per scontato e risolto, neppure nelle nostre coscienze, affidate a una morale necessariamente provvisoria. Qualche punto appare, peraltro, acquisito almeno come orientamento di appartenenza. Mi riferisco, ad esempio, a quanto sostiene Umberto Eco ("la Repubblica" del 5 ottobre) soprattutto laddove ricorda che "il parametro della tolleranza della diversità" distingue la nostra cultura da quelle che non la tollerano. Ma fino a quando? Qualche incrinatura già si percepisce e a nulla serve stracciarsi le vesti con ipocrito scandalo. Certo, s è discusso fin troppo, pro e contro, sulla lettera di Oriana Fallaci al "Corriere della Sera".
La passionalità senza limiti delle sue parole, l'espandersi irrefrenabile per quattro pagine di una prosa tumultuosa, a volte brutale e offensiva, sprezzante di ogni filtro e distinguo analitico, i sentimenti di simpatia e di avversione, a capoversi alterni, cui un normale lettore, privo di preconcetti, è stato sottoposto, rendono pleonastiche ulteriori analisi. Si parva licet componere magnis, mi sembra si sia trattato, sia pure in chiave giornalistica, di una specie di "stream of consciousness", ovverosia di un "flusso di coscienza", proprio di quel "monologo interiore", in bilico tra inconscio e ragione, cui si abbandona Molly Bloom, a conclusione dell' Ulisse di Joyce. Piantiamola, dunque, qui, rispettando anche l'invito della umbratile Oriana a non disturbarla oltre. Utile, invece, approfondire la discussione su alcuni temi che i commenti, susseguenti la sua irruzione, hanno rilanciato. Taluni, ad esempio, nell'empito di ristabilire versioni "politicamente corrette", sono tornati a percorrere le vecchie tracce dell'antiamericanismo aprioristico e del pacifismo ad oltranza, il che non sempre aiuta a intendere gli eventi. Invece di analizzarli nella loro fattualità specifica questi vengono letti sovrapponendovi schemi interpretativi residuali della guerra fredda, quando, appunto, la sinistra vedeva il mondo nettamente diviso in due campi: "quello dell'imperialismo e della guerra e quello del socialismo e della pace". Da un lato i baffoni benedicenti di Stalin, sormontati dalla colomba di Picasso e, dall'altro, un minaccioso zio Sam a stelle e strisce, armato di bomba atomica. Purtroppo, pur depurato di Stalin e orfano di colombe, lo schema pacifista e veteroterzomondista resta sostanzialmente inalterato. Almeno il nemico è sempre lo stesso. Quanto all' "amico" non lo si riconosce più esplicitamente come tale (anche se talvolta ci si è recati per solidarietà a Bagdad o a Belgrado) ma si cerca di "comprenderne" l'ira funesta, sia quella di Milosevic, di Saddam Hussein e, persino, di Bin Laden, causata pur sempre -secondo questa vulgata - dagli errori e misfatti di Washington. Di qui l'ansia di "non rispondere alla violenza con la violenza", di non attuare offensive militari "inutili e pericolose", ma, se mai, azioni di polizia per provare chi sia il colpevole, arrestarlo e sottoporlo a regolare processo, quasi si trattasse di una caccia per scoprire i complici del mostro di Firenze. Vi è su questa linea chi arriva al paradosso involontario, come Dacia Maraini ("Il Corriere" del 5 ottobre), che scrive: "Non sono stati gli islamici in generale a fare l'eccidio (il che è incontestabile, ndr)... ma persone con nome e cognome. Sono queste persone che vanno scoperte, processate e condannate, come si è fatto dopo il nazismo con il processo di Norimberga. La guerra non è una risposta congrua contro il terrorismo". Forse la scarsa attenzione alla storia del Novecento ha reso immemori la Maraini e i tanti che la pensano analogamente sul fatto che non ci sarebbe stato processo di Norimberga, se non fosse stata combattuta la Seconda guerra mondiale. Meritano, per contro, una attenta disamina le due pagine di Tiziano Terzani, un grande reporter che per tanti anni, con sapiente policromia evocativa, ci ha raccontato l'Asia. Il suo scritto ("Corriere" 8 ottobre.), anch'esso di risposta ad Oriana, rappresenta, a mio avviso, l'esposizione più articolata fra quante contestano la guerra e accusano l'America di averla voluta. Gli argomenti che Terzani mette in campo sono molteplici. Non risponderò ad ognuno di essi (anche per scoraggiare certi spazi fuori misura) ma dico subito che, pur trovandomi in disaccordo su tutto, reputo utilissima una dialettica rispettosa che fornisca materiale per un confronto (come dice Eco,pensando almeno ai giovani, tanto "ai vecchi la testa non la si cambia più"). Confesso che, pur invidiando il fideismo religioso che trapela dall'articolo (non a caso intitolato "Il Sultano e San Francesco"), non riesco proprio ad accettare il paragone che l'autore azzarda, allorché riporta la nostra fantasia ai tempi della quinta Crociata. Allora, ci ricorda Terzani, il poverello di Assisi, "amareggiato dal comportamento dei crociati, sconvolto da una spaventosa battaglia, di cui aveva visto le vittime, attraversò le linee del fronte e venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano... e dopo una chiacchierata notturna il Sultano lasciò che il mattino seguente San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati". Come se non bastasse, il narratore ama immaginare che "l'uno disse all'altro le sue ragioni... che fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore, sapendo che, comunque, non potevano fermare la storia." Questo excursus non è una digressione lirica ma un apologo politico. Sol che se appare difficile ma non impossibile reinventare un San Francesco (che ai suoi tempi non era ancora santo, ma un semplice frate, noto per la sua dirompente e felice eterodossia), magari nelle vesti di Kofi Annan, del tutto fantasiosa è l'immagine di un Bin Laden nelle vesti di un Saladino, saggio e disponibile ad un amichevole confronto. Questi scenari onirici non sono, peraltro, innocui: essi lasciano intendere che se i crudeli e cattivissimi crociati d'Oltreatlantico (del resto anche Bin Laden l'ha giurata ai "crociati", oltre che agli ebrei) la smettessero di trucidare maomettani, l'intesa tra uomini di buona volontà sarebbe a portata di mano. Ora, è pur vero che il pacifismo è un valore in sé e che anche il gettare il cuore oltre l'ostacolo può smorzare le pulsioni di quanti pensano di tagliare solo con la spada i nodi della Storia, a condizione di saper riconoscere che vi sono, però, momenti in cui il pacifismo ad oltranza finisce per identificarsi nel cedimento alla sopraffazione più bieca, allo sterminio degli innocenti, al terrorismo di massa. Oggi, appunto, trattare con le centrali delle reti terroristiche islamiche avrebbe ancor meno senso dei viaggi che compiva nel '90 a Bagdad il segretario dell'Onu, Perez de Quellar, con la speranza di dissuadere Saddam Hussein dalle sue mire aggressive. E, così come allora, va ribadito che la guerra non è iniziata con la risposta americana ma con l'aggressione, ieri del Kuwait, ed ora con l'immane massacro delle Due Torri e del Pentagono. E', quindi, una guerra in difesa della convivenza umana, quella che ci vede tutti coinvolti, non certo una "vendetta" gratuita e dannosa, come Terzani paventa. Vi sono, poi, almeno altri due punti che obbligano a una risposta. Il primo quando egli mette in dubbio il concetto stesso di terrorismo. E si chiede: se è terrorista Bin Laden, allora perché non anche i dirigenti dell'Union Carbide, responsabili per incuria dello scoppio della fabbrica di Bhopal in India che costò 16.000 vittime? O gli uomini d'affari che arrivano nei paesi del Terzo mondo "con nella borsa non una bomba ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica... di una centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino... di una diga che disloca decine di migliaia di famiglie ?". Da questi interrogativi si evincerebbe che se tutto è terrorismo (compreso quello di Agnelli, Ford e quanti fabbricano automobili che portano a morte diecina di migliaia di persone all'anno) nulla è terrorismo. Comunque, se fosse qualcosa di così dilatabile, fino a comprendervi tutte le disgrazie, nefandezze, errori e contraddizioni dell'umanità, risulterebbe incongruo combatterlo con le armi. Ma così non è.
L'odierno terrorismo si identifica, per contro, con una precisa strategia bellica: essa mira a uccidere, in modo indifferenziato, migliaia di civili (se la minaccia batteriologica si realizza assai di più), attraverso l'uso di qualsiasi mezzo letale di sterminio e l'impiego di militanti della Fede, fanatizzati fino alla sublimazione del suicidio. Lo scopo è quello di destabilizzare le società avanzate, far crollare i governi dei paesi arabi che si sottraggono al loro contagio, in primo luogo quelli petroliferi, distruggere Israele, come obbiettivo di galvanizzazione di massa. Passo al secondo punto: come può Terzani credere, ed altri con lui cercare di far credere (persino il portavoce di Bin Laden, Suliman Abu Ghait), che tutto questo, a cominciare dall'attacco alle Due Torri, non ha né le stimmate di una guerra di religione né rappresenta "un attacco alla libertà e alla democrazia occidentale", ma semplicemente "un attacco alla politica estera americana"? A parte la difficoltà solo di immaginare che le masse diseredate, strumentalizzate dalle centrali del terrore, siano al corrente e sensibili alle vicende della diplomazia internazionale (altra cosa è la maledizione del muezzin contro i giudei e i crociati o contro chi perseguita l' "eroico" Saddam), a cosa si riferiscono i tanti intellettuali e opinionisti d'Occidente, che fanno propria questa diagnosi e ne traggono la conclusione che qui è la radice dell'odio o dell'avversione per l'America, compresa la loro? Una analisi sulle linee di fondo della politica Usa - almeno agli occhi di un democratico - non può prescindere dal riconoscimento che, almeno nei momenti decisivi della storia degli ultimi cento anni, gli Stati Uniti, non solo sono stati dalla parte della libertà ma hanno svolto il ruolo decisivo per assicurarla, sia all'Europa che alle nazioni dell'Asia: nella grande guerra contro il Tripartito nazifascista (BerlinoRomaTokio), nella ricostruzione postbellica, nella salvaguardia dalla incombente minaccia comunista, negli interventi contro le aggressioni più recenti, dal Kuwait al Kosovo. In questo ambito generale vi sono state scelte sbagliate, come il Vietnam, decisioni inaccettabili, come l'appoggio alle dittature sudamericane, ripensamenti nefasti, come il rifiuto del trattato di Kyoto. L'elenco potrebbe continuare, ma quale che sia il bilancio esso non arriverà mai a giustificare l'odio delle Due Torri. Esso nasce, invece, dal disegno di potere che abbiamo cercato di delineare e si nutre di un dirompente e crescente sentimento di frustrazione che accomuna vastissime masse islamiche, in specie arabe, ma non solo. Una frustrazione che ha origine nei ripetuti fallimenti della loro modernizzazione. Il primo fallimento fu quello del cosiddetto "socialismo dei colonnelli", quando, sulla scia esaltante del nasserismo e grazie all'appoggio dell'Urss, l'Egitto, la Siria, l'Algeria e molti altri paesi del Terzo mondo cercarono di costruire i rudimenti di una economia di Stato, pianificata e sorretta da regimi autoritari militari. Finì male e quelle idee vennero amaramente rigettate. Si affacciò allora la speranza di agganciarsi allo sviluppo capitalistico, percepito visivamente, ma come una fata morgana irraggiungibile, attraverso la tv e le ondate migratorie. L'inanità del compito, minato anche da uno sviluppo mostruoso dell'urbanizzazione e da una crescita demografica che in un anno si mangia dieci anni di aiuti e investimenti, accompagnata dalla corruzione delle classi dirigenti e dalla mancanza di democrazia, ha dato spazio ad un ripiegamento fideistico verso l'islamismo che si presenta come soccorritore e vindice dei poveri, degli umiliati e degli oppressi. In questo contesto non va dimenticato che l'Islam non ha mai conosciuto una vera e definitiva separazione della religione dalla morale, dalla politica e dallo Stato. Una volta tornato in sella l'Islam impone, quindi, in chi lo osserva in modo integralista, i suoi dettami medievali, le sue leggi, anche le più crudeli, e le sue discriminazioni intolleranti, prima fra tutte quella contro l'emancipazione femminile. E' un disperato ripiegamento verso il passato di chi non è riuscito ad imboccare la strada del futuro. Di qui la rabbia mortale contro la modernità e chi la rappresenta. Di qui l'immane, difficilissimo compito di battere il terrorismo per aiutare il mondo arabo a riprendere il cammino in avanti. In questo senso si può paradossalmente essere d'accordo con Terzani quando afferma che "il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali". A condizione di capirne davvero le ragioni e, nel frattempo, impedendo di farsi sterminare dai loro kamikaze.
La Repubblica
13 ottobre 2001
La liberaldemocrazia è superiore
di Vittorio Valenza
Silvio Berlusconi si dice convinto “della superiorità della nostra civiltà”, perché “mette al centro la libertà, che invece non è patrimonio della cultura islamica.” Noi siamo più riflessivi. Evitiamo, se possibile, i concetti vaghi. “Civiltà”, per esempio: “Il complesso delle strutture e degli sviluppi sociali, politici, economici, culturali che caratterizzano la società umana”. Troppa carne al fuoco. Peraltro, non sempre la “nostra civiltà” ha messo al centro la libertà. Ma guardiamo alla sostanza.
Liberaldemocrazia
Siamo cittadini italiani. Quindi, da mezzo secolo, viviamo in una “liberaldemocrazia rappresentativa”. Un regime che poggia sull’eguaglianza di fronte alla legge, la libertà di associazione e di espressione; sulla sovranità del popolo, il diritto universale di voto e di competizione elettorale; sul pluralismo dell’informazione; su istituzioni che rendono le scelte governative dipendenti dal voto e da altre espressioni di preferenza, ecc. Siamo socialisti, quindi, parte di quelle forze che si sono battute affinché anche il nostro Paese adottasse istituzioni in grado di “conciliare la libertà con l’eguaglianza”. E non solo con l’eguaglianza formale, ma anche con quella sostanziale. Infatti, spiega Giovanni Sartori: “La democrazia approda inevitabilmente, anche se con velocità storicamente molto diverse, a distribuzioni e ridistribuzioni di ricchezza.”
Certo, la liberaldemocrazia non è “la fine della storia”. Si può migliorare (anche peggiorare). Per renderla migliore, dobbiamo essere fedeli alla sua deontologia: ciò che la democrazia è non può essere disgiunto da ciò che dovrebbe essere. La liberaldemocrazia è, in pari tempo, un mezzo e un fine. Questo vuol dire il celebre motto di Winston Churchill: per quel che dovrebbe essere, la nostra liberaldemocrazia è “il peggior sistema che esista, a eccezione di tutti gli altri”. Nel Mondo, esistono oltre 190 stati sovrani. Cinquanta circa sono “democrazie compiute”: si basano sui principi sopra esposti. Un’altra cinquantina sono “democrazie emergenti”: con difficoltà cercano di affermare quei principi. L’altro centinaio non assolve le condizioni minime per rientrare nelle due categorie. Sono liberaldemocratici gli Usa come Tuvalu, la Finlandia come il Guatemala, il Giappone come Israele, l’India come Andorra, la Guyana come l’Australia, le Mauritius come l’Islanda. La liberaldemocrazia non dipende, quindi, dal colore della pelle, né da presunte qualità innate dei cittadini.
Liberaldemocrazia e Islam
Nel Mondo, vi sono 64 stati con una significativa presenza islamica. Nessuno di essi, in questo momento, viene incluso tra le democrazie compiute. Infatti, la Turchia, la più vicina al traguardo, è stata, negli ultimi tempi, declassata: diritti umani violati, mancato rispetto delle minoranze etniche, guerra civile latente. Tra le democrazie emergenti, sono inclusi il Kuwait, l’Albania e il Ghana. In tutti gli altri, la liberaldemocrazia è di là da venire. Proprio i regimi dove più forte è l’influenza dell’Islam (per esempio, Arabia, Libia, Afghanistan, Sudan) sono i più lontani. Una regolarità. Sorge il sospetto che la liberaldemocrazia e i precetti dell’Islam siano antagonistici. E un tale sospetto trova dei riscontri. Per esempio, nel 1948, in sede Onu, l’Arabia non aderì alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, perché in contrasto con l’Islam. In Egitto, nel 1979, l’allora presidente Anwar Sadat promulgò una legge tesa a innovare il diritto di famiglia e alla emancipazione della donna, la quale, come è noto, viene tenuta dall’Islam in uno stato di minorità, di cui la poligamia è solo la manifestazione più vistosa. I tribunali giudicarono la proposta “non conforme alla Sharia”, il corpus del diritto coranico. Così la legge fu dichiarata incostituzionale. Né poteva essere diversamente. Infatti, la Sharia si articola su tre fondamentali disuguaglianze: tra uomo e donna, tra musulmano e non, tra libero e schiavo.” Il diritto liberaldemocratico si impernia, invece, sull’isonomia: l’uguaglianza di fronte alla legge. Quindi, o si rinuncia alla Sharia, cioè si secolarizza il diritto, oppure si nega la liberaldemocrazia.
La secolarizzazione
E arriviamo così al nocciolo: la secolarizzazione, cioè l’ampliamento della sfera laica e profana a spese della sfera del sacro. Hanno ragione coloro che sottolineano il “comune fondamento filosofico” tra Islam e Cristianesimo. Franco Cardini: “È improponibile e grossolana la distinzione tra Occidente e Islam. Senza Avicenna non ci sarebbe la medicina moderna, senza Aristotele ritradotto dagli arabi nel XII secolo non ci sarebbe né il nostro sviluppo scientifico né la nostra etica.” Concordiamo. Anzi, aggiungiamo: la sovranità popolare, com’è oggi intesa nelle liberaldemocrazie, ha la sua lontana origine nel neoaristotelismo naturalistico e nella dottrina della “doppia verità”, che diedero il via al percorso di ritorno della sovranità nell’ambito delle attribuzioni umane, nell’universitas hominum. Pensiamo a Marsilio da Padova. Ma, c’è un ma. Come ricorda Edward Grant, mentre le opere di Averroè esercitarono una grande influenza sulla Cristianità furono ignorate nel mondo islamico. Nemo profeta in patria. Tesi confermata da Harry Wolfson: “Se vi è in letteratura un processo di naturalizzazione corrispondente a quello di acquisizione della cittadinanza, gli scritti di Averroè non appartengono tanto alla lingua in cui furono scritti, quanto alla lingua in cui furono tradotti”. In sostanza, il cristianesimo è andato incontro a una critica sempre più serrata da parte della cultura moderna, innanzitutto filosofica. È per questa critica che l’integralismo e l’intolleranza si sono fatti sempre più in disparte o hanno assunto forme sempre meno violente. Al contrario, nella cultura islamica, la critica filosofica è stata soffocata. Così insegna Emanuele Severino. Quindi: Secoli bui contro Illuminismo. Non vi è contestazione che regga. Per esempio, il sindaco di Torino, “diessino di area liberal dalla solida preparazione”, per dimostrare la compatibilità tra Islam e liberaldemocrazia cita la Turchia.
Con ciò, dimentica che la Turchia è quasi liberaldemocratica proprio perché Kemal Ataturk, tra il 1920 e il 1938 cercò, anche con brutalità, di secolarizzare il Paese. Di farlo evolvere nel “postislamismo”. Il kemalismo, con le sue fortune e con le sue crisi, riscontra la nostra tesi. Con ciò si capisce quanto sia inconsistente l’argomento fondamentalista: i musulmani avrebbero trionfato finché rimasero fedeli alla via indicata da Allah, e avrebbero perduto quando furono contaminati dall’Occidente. Tesi reazionaria che va ribaltata. Il miliardo e passa di derelitti che sembrano dar credito a questa fandonia, rimarranno tali se continueranno a percepire come nemico chi, in realtà, è nemico dei loro nemici. Le culture non sono equipollenti. Gli individui, loro sì, hanno pari dignità, non gli “aggregati culturali”. Lo ha spiegato bene Angelo Panebianco. L’affermazione di Romano Prodi (“Abbiamo gli stessi diritti. Se si cominciano a fare differenze tra civiltà siamo finiti”) è un sofisma.
Due più due fa quattro. Chi risponde diciotto va dietro la lavagna. La liberaldemocrazia e il totalitarismo non hanno pari dignità. Solo il Kominter sosteneva simili equipollenze. E, purtroppo i suoi figlioli continuano. Perché contestano, allora, l’equivalenza tra via Rasella e le Fosse ardeatine?
La teoria dominante
Tuttavia, sul piano politico-diplomatico, Berlusconi ha sbagliato. Infatti, nessun capo di stato, neanche quelli più determinati, come Tony Blair e Gerhard Schroder, ha messo in campo simili argomenti. Accade in politica che, talvolta, una proposizione falsa venga ritenuta più utile di una vera. È bene che il conflitto non assuma i toni né della “guerra di religione”, né di quello “scontro delle civiltà” teorizzato da Samuel Huntington. È utile che sia inteso come una, seppur enorme, operazione di polizia contro dei malviventi efferati. Gli argomenti a favore di questa tesi sono di due tipi: uno tutto tattica, l’altro con ambizioni strategiche. Il primo è espresso, con lucidità, da Giovanni Sartori: “Il talebanismo è ancora piccolo, l’Islam è grande. Attenzione.”
Per il secondo, fa testo Bernard-bHenry Levy: fare di tutte le erbe un fascio sarebbe il più bel “regalo al terrorismo”. Confermerebbe la sua tesi di fondo, che è appunto la Jihad, “la guerra santa”: “il miglior discepolo di Huntington oggi si chiama Bin Laden”. Se, invece, la guerra non oppone l’Occidente all’Islam, “significa che essa passa all’interno dell’Islam stesso” tra “le menti illuminate” e “i sostenitori della regressione”. Due piccioni con una fava: togliere l’acqua al pesce terrorista e dare il via a un processo di secolarizzazione. L’elenco degli alleati va dal Pakistan ad Arafat. Perfino il Papa ha detto sì all’uso delle armi. Per ora, questa politica sembra un successo, ma nel lungo periodo potrebbe riaffacciarsi il “tiranno amico” e, forse la serpe in seno. Le tesi di Levy non spiegano come indurre alla secolarizzazione. Sembrano basate sul cosiddetto “sofisma dell’unica alternativa”, “fondato sull’errata convinzione, tipica della Guerra fredda, che l’unica alternativa al comunismo sia la democrazia liberale.” È vero che il “sofisma” è congenialeb alla globalizzazione, ma la Cina sta lì a dimostrare che i mercati aperti non significano società aperte. Le Twin towers ci ha riportato alla realtà: la liberaldemocrazia è aggredita.
La cosiddetta “Sinistra”
Marcello Veneziani, giudica “grottesco” il fatto che “la Sinistra” contesti la superiorità di quei valori sui quali ha costruito la sua identità. Il paradosso esiste solo se si confondono, come fa Veneziani, il socialismo con il comunismo. Qualora, invece, si distinguessero i seguaci della Seconda da quelli della Terza internazionale, non vi sarebbero contraddizioni. È, infatti, difficile trovare casi che non abbiano visto i socialisti come la forza di liberazione dall’alienazione religiosa, dai tabù consolidati, dalle società autoritarie e gerarchiche. Per i comunisti, vale l’inverso. Nella storia, gli esempi non si contano. Oggi c’è il Terzomondismo. Purtroppo, Veneziani sbaglia quando pensa che “questa sinistra” rifiuti l’Occidente perché a incarnarlo ci sarebbero George Bush e Silvio Berlusconi. Magari. Il rifiuto dell’Occidente nasce dalle teorie dell’imperialismo “fase suprema del capitalismo”. Queste appartengono a quel genere di speculazioni tese a far rientrare nel “paradigma” una realtà che lo contraddice, per usare il vocabolario di Thomas Kuhn. All’inizio del ‘900, infatti, il divenire del mondo non sembrava seguire le profezie di Karl Marx. Non si vedeva la proletarizzazione dei ceti medi, né l’impoverimento del proletariato. Per non parlare, poi, della “crisi finale del capitalismo”. Rosa Luxemburg, in un modo, e Lenin, in un altro, escogitarono allora degli artifici per far combaciare, almeno nel lungo periodo, la realtà con le aspettative. Un esercizio di “scienza normale”. Come i tolemaici avevano riempito il cielo di epicicli, di eccentrici e di deferenti per far combaciare la cosmologia aristotelica con quel che vedevano, Lenin introdusse il concetto di imperialismo per giustificare senza contraddire. Compito non assolto. Infatti, spostando il baricentro dalla lotta di classe alla lotta tra stati industrializzati e arretrati, tra popoli “ricchi” e “poveri”, compì una permutazione in altro genere: metabasis eis allos génos. Altro che revisionismo. Così si ripudia la lotta di classe e si adotta, come matrice della storia, la lotta tra le nazioni. Di qui, abbagli e follie: i cacicchi del Medioriente diventarono “progressisti” e i kibbuzim “fascisti”. Tuttavia, vivente l’Urss, tutto ciò faceva sì schifo, ma aveva, almeno, uno scopo: assecondare l’imperialismo sovietico. Lavoro ingrato, ma ben retribuito. Defunta l’Urss, il “re è nudo”. E fa solo schifo.
La Tribuna di Lodi
Sabato 13 Ottobre 2001
I confini morali della ritorsione
di HELMUT SCHMIDT
CHIUNQUE abbia veramente a cuore i diritti umani, i principi della convivenza civile e l'amore del prossimo prova una profonda compassione e solidarietà davanti al dramma della nazione americana. Dopo il mostruoso crimine che è costato la vita a molte migliaia di persone, il Consiglio di Sicurezza dell' Onu ha preso la giusta decisione di fare appello alla collaborazione di tutti gli Stati per dare una "risposta a questo crimine" e lottare contro "tutte le forme di terrorismo". In questo contesto assumono particolare importanza politica le voci di paesi quali la Russia e la Cina.
CHE fare ora? Il termine "risposta" deve essere necessariamente sinonimo di ritorsione? Bisognerà intanto chiedersi dove e contro chi. Certo, nessuna rappresaglia o rivalsa potrà più spaventare gli attentatori dell'11 settembre, che hanno ormai portato a compimento il loro piano. Si può pensare invece a un'azione di dissuasione rivolta ai loro fiancheggiatori ed emuli. Ma con quali mezzi? A fronte della pluralità delle risposte possibili, in queste ultime settimane sono stati espressi timori e preoccupazioni. Ma negli Stati Uniti questi timori appaiono secondari a fronte delle pressioni politiche e psicologiche esercitate su Washington per l'adozione di misure forti e spettacolari, anche in senso televisivo. Nonostante l'atmosfera di estremo nervosismo, finora Washington non ha commesso errori sostanziali. Analogo giudizio merita il forte intervento del presidente, che al Congresso è riuscito a trovare il giusto equilibrio tra i toni di una razionalità consapevole dei problemi politici internazionali e quelli mobilitanti dell'appello all'azione militare. In base alle informazioni finora pervenute, il presidente Bush ha attribuito la responsabilità dell'attacco alla rete terroristica
Al-Qaeda, e ha chiesto all'Afghanistan l'estradizione dei suoi capi. Come è noto, il primo indiziato è Osama Bin
Laden, che nel 1998 aveva esposto il suo obiettivo in termini inequivocabili: "Uccidere militari e civili, americani e di altri paesi alleati degli USA, in qualsiasi paese, ovunque ciò sia possibile,". La shurah (Consiglio religioso), che da Kandahar ha annunciato di aver invitato Bin Laden a lasciare il paese, ha implicitamente ammesso l'"ospitalità" finora offertagli dai
Taliban. E il rifiuto della sua estradizione dall'Afghanistan potrebbe costituire per Washington un motivo sufficiente a giustificare un intervento militare. Benché l'Afghanistan occupi un territorio di oltre 650.000 kmq (quasi il doppio della Germania) ha soltanto 25 milioni di abitanti. Ma come insegna l'esperienza, in questo paese, e in particolare nell'area
dell'Hidukush, l'incursione di un commando, e a maggior ragione un intervento terrestre di più vasta portata comporterebbero enormi rischi. Resta l'ipotesi dell'attacco aereo. Ma c'è da dubitare che con un'azione del genere si possa riuscire ad annientare l'organizzazione terroristica Al
Qaeda, o quanto meno a decapitarla. Ma una risposta di questo tipo solleva innanzitutto un problema etico, dato che sarebbe praticamente impossibile bombardare quel territorio senza provocare nuove vittime innocenti. Come si è potuto vedere, le bombe lanciate sull'Iraq non hanno scalfito il regime di Saddam
Hussein, responsabile del perfido attacco contro il Kuwait. Le bombe lanciate su Dresda, Amburgo e molte altre città tedesche in risposta ai crimini di guerra commessi dalla Germania con i bombardamenti di Coventry e di Londra hanno fatto centinaia di migliaia di vittime innocenti. Ritorsioni del genere trascendono i confini tracciati da una concezione etica che la civiltà europea ha sviluppato nel corso dei secoli. Certo, questi confini sono stati violati massicciamente e ripetutamente fin dall'epoca delle crociate, e poi durante le guerre di colonizzazione e i conflitti tra gli stati europei. In pratica, è inevitabile che anche la lotta contro il terrorismo provochi la morte di cittadini innocenti. I terroristi stessi hanno messo in moto questa spirale con i loro attacchi. Per gli Stati Uniti, la prima e più importante massima da adottare è contenere quanto più possibile il rischio di sacrificare altre vite umane. In ogni caso, sia il governo statunitense che i responsabili di tutti gli altri stati di diritto coinvolti nella lotta contro il terrorismo dovranno attenersi ai principi delle rispettive costituzioni nazionali, così come a quelli della Carta
dell'Onu. Anche nella più ottimistica delle ipotesi, quella della cattura di Bin Laden e dell'annientamento della sua struttura organizzativa per mezzo di attacchi aerei o azioni mirate, non potremmo illuderci di aver battuto definitivamente il terrorismo internazionale, che è un'idra dalle molte teste. In molti paesi, compresa l'America e la Germania si nascondono o circolano sotto mentite spoglie membri di altre formazioni terroristiche. Nessuna fede religiosa - sia essa ebraica, cristiana, islamica o buddista - ha mai giustificato il terrorismo; al contrario, tutte hanno predicato la pace. Eppure non sono mai mancati i fanatici esaltati da ossessioni messianiche, pronti a travisare e violare i principi della loro stessa religione. Le condizioni di indigenza di molte aree del pianeta, investite da un'inarrestabile esplosione demografica, dove gruppi etnici diversi per religione e cultura vivono ammassati entro i confini arbitrariamente tracciati dalle potenzi coloniali, costituiscono un terreno estremamente fertile per tentazioni di tipo millenarista, così come per le varie forme di estremismo che tendono a incolpare di ogni male un unico grande nemico, individuato di volta in volta negli americani o negli ebrei, nel capitalismo o nella
globalizzazione. Proprio perché, come sembra evidente, gli attacchi terroristici contro gli Usa sono da attribuire a un'organizzazione islamista multinazionale, l'imperativo più urgente è l'impegno a contrastare qualsiasi manifestazione di odio indiscriminato nei confronti dell'islam, una religione ampiamente diffusa nel mondo. E' questa la preoccupazione che ha indotto il presidente Bush a compiere il gesto dimostrativo di visitare una moschea. In nome della ragione, oltre che della morale, bisogna ad ogni costo evitare che il crimine terroristico contro l'America, per quanto smisurato, generi un conflitto tra l'Occidente e l'Islam. Forse era proprio questo il proposito degli attentatori, il vero obiettivo dell'attacco dell'11 settembre: provocare il cosiddetto
"clash of civilisations", lo scontro globale tra due civiltà. Per troppo tempo i nostri sacerdoti e pastori, come del resto i mullah e i rabbini, hanno omesso di educare i fedeli al superamento dell'ostilità tra le religioni. Dovremmo stare bene attenti a non produrre altri candidati agli attentati suicidi, e a scoraggiare sia i fiancheggiatori che gli aspiranti emuli dei terroristi. In nome dell'etica e della convivenza civile, l'America, l'Europa, la Russia e la Cina hanno lo stesso interesse a non permettere che nulla venga ad intaccare il nostro rispetto per l'Islam. Con le organizzazioni terroristiche e i loro capi, nessun dialogo fondato sul buon senso e sulla ragione è possibile. Questa considerazione rende anche più necessaria un'ampia cooperazione tra gli stati e le forze che esprimono un impegno spirituale e morale: una cooperazione che dovrà coinvolgere in particolare gli stati islamici, dalle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale all'Egitto, all'Iran e all'Indonesia. La maggior parte di questi stati, governati da regimi autoritari, sono alle prese con problemi economici e sociali irrisolti. In molti casi subiscono la minaccia di gruppi estremisti, e spesso sono limitati nella loro libertà d'azione. Molti degli Stati del Medio Oriente e dell'Asia centrale dispongono di giacimenti di petrolio e di gas, che rappresentano le principali fonti di energia a livello globale. L'intreccio degli interessi geostrategici in questa regione comporta, sia per gli Usa che per la Nato, problemi molto complessi sia sul piano diplomatico che su quello psicologico, in considerazione dell'estrema suscettibilità dell'opinione pubblica musulmana. Al confronto, la crisi dei missili cubani del 1962, affrontata e risolta da John
Kennedy, si presentava come una situazione relativamente chiara, nonostante la gravità del rischio nucleare. Si trattava di affrontare un unico antagonista, che peraltro accettò di avviare un dialogo su basi ragionevoli. Stiamo attraversando - in particolare nell'ambito dei mercati finanziari - una fase di pessimismo. Chi fino a poco tempo fa puntava sul rialzo dei titoli azionari oggi tende a muoversi nella direzione opposta, spesso sotto la spinta di una reazione isterica che provoca danni ingenti e suscita il panico tra il pubblico e tra gli stessi operatori. Non c'è alcun motivo per temere un crack borsistico mondiale. A Washington come a Francoforte, i sistemi delle banche centrali potranno contare sul sostegno di nuove immissioni di liquidità. In questi giorni il rallentamento economico, che già risultava evidente fin dall'inizio di quest'anno, soprattutto a causa della minore propensione alla spesa dei consumatori americani, giapponesi ed europei, sta mettendo a repentaglio numerose imprese e posti di lavoro. Lo shock degli attentati terroristici ha aggravato in particolare la situazione già critica di settori quali il turismo, l'aviazione civile, l'industria aeronautica e i sistemi bancari e assicurativi. E' difficile prevedere per quanto tempo ne subiremo le conseguenze, e quali saranno le ripercussioni sul quadro economico generale. Eppure non sussistono particolari motivi per temere una depressione globale. Tra i fattori di segno opposto va invece annoverata innanzitutto la straordinaria vitalità della nazione americana. Dobbiamo poi ricordare che gli attuali dirigenti degli Usa e degli stati europei hanno fatto tesoro dell'esperienza degli anni 30, e sanno bene come procedere di fronte a rischi di questo tipo. E soprattutto hanno appreso da tempo a coordinare gli sforzi in materia economica e finanziaria. C'è quindi da augurarsi che il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio riprendano al più presto il corso delle loro normali attività. A medio termine, cioè entro il prossimo anno si potrà verificare la fondatezza delle rassicuranti previsioni formulate da Alan
Greenspan. E' però d'obbligo una riserva: se un'azione bellica mettesse seriamente a repentaglio i rifornimenti petroliferi provenienti dal Medio Oriente, l'inevitabile crisi rischierebbe di suscitare gravi turbolenze nell'economia mondiale. Quest'ultima considerazione ci riporta all'esigenza di attenerci sempre a una regola fondamentale: quella di procedere con lucidità, sulla base del senso pratico e della ragione. Il governo e il Congresso Usa possono contare sulla volontà solidale dell'Europa e della Germania. Una volontà che potrebbe venir meno soltanto qualora Washington rifiutasse l'informazione o la consultazione, o nel caso di una reazione sproporzionata degli Usa. Perciò anche in futuro Washington dovrà attenersi ai criteri dell'equilibrio e della razionalità.
(traduzione di Elisabetta Horvat) copyright Die Zeit
La Repubblica
2 ottobre 2001