Così l'Occidente unito si difenderà dal terrore
Tony Blair
DALL'11 settembre grossi sforzi si stanno compiendo qui in Gran Bretagna e altrove per indagare sugli attacchi terroristici e determinare chi ne sia il responsabile. I nostri risultati sono stati messi a disposizione degli altri Paesi e coordinati con quelli degli alleati, e ora tutto è chiaro. Primo: sono stati Osama Bin Laden e Al
Qaeda, la rete terroristica di cui egli è capo, a pianificare e eseguire le atrocità dell'11 Settembre. Secondo: Osama Bin Laden e Al Qaeda sono stati in grado di perpetrare tali atrocità grazie alla loro stretta alleanza con il regime dei Taliban in
Afganistan, che ha consentito loro di operare con impunità e di perseguire la loro attività terroristica. In verità non c'è nulla di particolarmente nascosto nell'operato di Bin
Laden. Egli ha apertamente abbracciato il linguaggio del terrore; ha descritto il fatto di terrorizzare gli Americani un "obbligo religioso e logico", e nel Febbraio 1998 ha firmato una fatwa nella quale si afferma che "uccidere gli Americani e i loro alleati civili e militari è un dovere religioso". Egli è responsabile di una grande numero di attentati terroristici nell'ultimo decennio. L'attacco del 1993 contro il personale militare di stanza in Somalia: 18 soldati uccisi. I bombardamenti nel 1998 delle Ambasciate americane in Kenya e Tanzania, con 224 morti e oltre 4.500 feriti. Il tentativo di bombardamento, fortunatamente prevenuto all'ultimo momento, in Giordania e a Los Angeles durante il capodanno di fine Millennio; l'attacco alla Cole americana circa un anno fa, in cui morirono 17 membri dell'equipaggio e altri 40 furono feriti. Sono ora in grado di confermare che dei 19 dirottatori identificati dalle liste dei passeggeri dei quattro aerei dirottati l'11 Settembre, almeno tre sono stati identificati con certezza quali seguaci di Bin
Laden, che hanno frequentato i suoi campi di addestramento e la sua organizzazione. Sugli altri stiamo ancora investigando. Uno dei tre è tuttavia già stato riconosciuto per aver rivestito un ruolo chiave sia negli attacchi alle ambasciate dell'Africa Orientale, sia nell'attacco alla Cole. Dopo gli attacchi, ci sono pervenute queste informazioni: poco prima dell'11 Settembre Bin Laden disse ai suoi compagni che stava preparando una grossa operazione contro l'America. Molte persone vennero avvisate di fare rientro in Afganistan per le azioni programmate intorno a quella data. E, ancora più rilevante, un braccio destro di Bin Laden ha ammesso chiaramente di aver partecipato ai preparativi degli attacchi dell'11 Settembre e ha ammesso altresì il coinvolgimento dell'organizzazione Al
Qaeda. Esistono informazioni, che non siamo in grado di rendere note, di una responsabilità ancor più diretta. Anche l'intimità del rapporto fra Bin Laden e i Taliban è evidente. Egli fornisce ai Taliban le truppe, le armi e il denaro per combattere l'Alleanza del Nord. Egli è coinvolto da vicino nell'addestramento militare dei
Taliban, nella pianificazione e nelle operazioni. Egli dispone di propri rappresentanti all'interno della struttura del comando militare dei
Taliban. E infine forze sotto il controllo di Osama Bin Laden hanno combattuto insieme ai Taliban nella guerra civile in
Afganistan. Da parte sua il regime dei Taliban ha fornito a Bin Laden un rifugio sicuro nel quale operare e gli ha permesso di costruire campi per l'addestramento dei terroristi. Insieme Bin Laden e i Taliban hanno sfruttato il mercato afgano della droga. In cambio del sostegno attivo di Al Qaeda i Taliban hanno consentito che la rete operasse liberamente, potesse pianificare azioni, addestrarsi e prepararsi per le attività terroristiche. Inoltre essi garantiscono la sicurezza dei depositi di droga. Sulla base di queste prove i nostri obiettivi immediati sono chiari. Dobbiamo assicurare Osama Bin Laden e i capi di Al Qaeda alla giustizia ed eliminare la minaccia terroristica che essi rappresentano. Dobbiamo assicurarci che
l'Afganistan smetta di dare rifugio e sostegno al terrorismo internazionale. Se il regime dei Taliban non obbedirà a questi obiettivi, dovremo portare un cambiamento tale in Afganistan da far sì che i legami di quel paese con il terrorismo siano spezzati. Ritengo che la coalizione umanitaria per aiutare il popolo afgano sia altrettanto vitale di qualsiasi azione militare.
L'Afganistan si trovava in balia di una crisi umanitaria anche prima degli eventi dell'11 Settembre. Quattro anni di siccità, dopo due decenni di conflitto, hanno spinto milioni di persone ad abbandonare il paese, e hanno lasciato milioni di altre persone ancora più dipendenti dagli aiuti umanitari internazionali. La scorsa settimana le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per raccogliere 584 milioni di dollari per far fronte alle necessità di gente estremamente bisognosa in tutto
l'Afganistan e intorno ad esso. L'appello sarà valido per i prossimi sei mesi. Si sono già intraprese azioni di aiuto e supporto per le imminenti ulteriori ondate di rifugiati. l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati sta lavorando con i governi di quelle ragioni per trovare luoghi nei quali costruire altri campi per i rifugiati. Stiamo anche lavorando per incrementare il cibo che inviamo in
Afganistan, prima che inizino le nevicate invernali. Faremo tutto il possibile per rendere minime le sofferenze del popolo Afgano in conseguenza di questo conflitto. E in seguito ci impegniamo a lavorare con loro fuori e dentro
l'Afganistan per assicurare un futuro migliore e pacifico, libero dalla repressione e dalla dittatura che contraddistingue la loro attuale esistenza. Sul fronte diplomatico, nelle tre passate settimane, il Segretario degli Esteri ed io siamo stati in stretto contatto con i leader stranieri di ogni parte del mondo. Quello che noi abbiamo potuto constatare è un inedito livello di solidarietà e l'impegno a lavorare insieme contro il terrorismo. Questo impegno abbraccia tutti i continenti, tutte le culture e le religioni e si è rafforzato dopo attacchi come quello contro l'Assemblea di Jammy e del Kashmir a Srinagar che ha ucciso oltre trenta innocenti. Abbiamo già compiuto notevoli progressi nel portare avanti la nostra agenda internazionale. La scorsa settimana il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha unanimemente adottato la risoluzione 1373, che rende obbligatorio per tutti gli stati prevenire e sopprimere il finanziamento dei terroristi nonché l'eliminazione delle zone protette per coloro che finanzino, pianifichino, supportino o compiano azioni terroristiche. Anche l'Unione Europea ha preso una ferma decisione. I ministri stranieri dei trasporti, degli interni e delle finanze si sono incontrati per concertare una risposta europea consistente e efficace: aumentare la collaborazione delle varie polizie, accelerare le estradizioni, prosciugare i finanziamenti del terrorismo e rafforzare la sicurezza aerea. Stiamo anche considerando con grande attenzione le nostre legislazioni nazionali. Nelle prossime settimane il Segretario degli Interni introdurrà un pacchetto di leggi per incrementare i poteri legali in alcuni settori. Si tratterà di un insieme di disposizioni attentamente valutate: dure, ma pari e proporzionate ai rischi che stiamo per affrontare. Si tratterà di disposizioni per affrontare la questione del finanziamento ai terroristi, di disposizioni per aumentare la nostra abilità nell'allontanare o eliminare coloro che noi sospettiamo essere terroristi e che cercano di approfittare delle nostre procedure per l'ottenimento dell'asilo politico. Si tratterà di disposizioni che allargheranno quanto prevedono le leggi contro l'istigazione e che comprenderanno l'odio religioso. E presenteremo una legge per modernizzare la nostra legislazione in tema di estradizione. Non si tratta di una reazione impulsiva. Ma sottolineo che dobbiamo veramente rafforzare le nostre leggi così che, anche se fosse necessario per un esiguo numero di casi, avremo i mezzi per proteggere la libertà dei nostri cittadini e la nostra sicurezza nazionale. Tre settimane dopo il più terrificante episodio di terrorismo a cui il mondo abbia mai assistito, la coalizione è forte, i piani militari sono pronti, e i piani umanitari sono già in esecuzione. Le prove contro bin Laden e la sua organizzazione sono schiaccianti. Il popolo afgano non è nostro nemico. Essi hanno la nostra solidarietà e avranno il nostro aiuto. Il nostro nemico è Osama Bin Laden e la rete Al
Qaeda, i responsabili degli eventi dell'11 Settembre. Il regime Talibano deve consegnarceli o diventerà anch'esso nostro nemico. Non agiremo per spirito di vendetta. Agiremo per proteggere i nostri popoli, e il nostro stile di vita, compresa la nostra economia. Dobbiamo necessariamente eliminare la minaccia rappresentata da Bin Laden e dal suo terrorismo. Agiamo per spirito di giustizia. Agiamo con l'approvazione della pubblica opinione. E siamo fortemente decisi a vedere la giustizia trionfare, e questo malefico terrore delle masse affrontato e sconfitto.
(traduzione di Anna Bissanti)
il testo è tratto dal discorso tenuto dal Primo Ministro nella sessione di emergenza del Parlamento britannico
La Repubblica
5.10.2001
BIN LADEN,IL PALADINO CHE TRADI'
di TARIQ ALI
I dirottatori responsabili dell'aggressione dell'11 settembre non erano fanatici illetterati e barbuti provenienti dai villaggi dell'Afghanistan. Erano tutti professionisti istruiti e altamente qualificati appartenenti alla middle-class. Tredici dei diciannove uomini coinvolti erano cittadini dell'Arabia Saudita. I loro nomi sono riconoscibili. I tre Alghadi sono chiaramente provenienti dalla provincia di Hijaz del Regno Saudita, la zona delle città sante Mecca e Medina. Mohamed Atta, nato in Egitto, viaggiava con un passaporto saudita. Che sia stato lui a dare l'ordine oppure no, è indiscutibile che il grosso dei veri quadri di Osama Bin Laden (contrariamente ai soldati di fanteria) si trovano in Egitto o in Arabia Saudita, i due principali alleati degli Usa nella regione a parte Israele. In Arabia Saudita Bin Laden gode di forte sostegno. Ecco perché finora il regime saudita nonostante il suo appoggio agli Usa non "intende permettere che vengano usate le sue basi". In tempi normali il regno Saudita è a malapena coperto dai media occidentali. Perché l'attenzione si focalizzi sul regime di Riyadh è necessario l'arresto di un cittadino americano o britannico, oppure che un'infermiera inglese venga gettata fuori da una finestra. Ancor meno si sa sulla religione di stato, che non è una versione ordinaria dell'Islam Sunnita o Shiita, ma una varietà particolarmente virulenta e ultra-puritana nota come Wahhabismo (Wahhabism). Questa è la religione dei reali sauditi, della burocrazia statale, dell'esercito e dell'aeronautica e, naturalmente, di Osama bin Laden, il cittadino saudita più famoso al mondo, attualmente residente in Afghanistan. Grossomodo, l'equivalente di questo in Gran Bretagna sarebbe se la Chiesa d'Inghilterra fosse rimpiazzata dalla Chiesa Riformata Unita del Dottor Ian Paisley, la famiglia reale diventasse ardentemente paisleyana e la burocrazia di stato e le forze armate fossero interdette ai non-paislesiani. Lo sceicco Mohammed Ibn Abdul Wahhab, ispiratore di questa setta, era un contadino che nel XVIII secolo si stancò di far crescere le palme e di pascolare il bestiame e cominciò a predicare localmente, auspicando il ritorno alla fede pura del settimo secolo. Era contrario all'eccessiva venerazione del profeta Maometto, denunciava la venerazione dei santuari e dei luoghi sacri e sottolineava l'"unità di un solo Dio". Di per sé questo era abbastanza innocuo, ma erano le sue prescrizioni sociali a creare problemi persino nel 1740: egli insisteva sul ricorso a punizioni corporali islamiche e non solo: le adultere dovevano essere lapidate a morte, i ladri sottoposti all'amputazione, i criminali giustiziati in pubblico. Quando egli cominciò a mettere in pratica ciò che predicava, i leader religiosi della regione obiettarono e il capo locale di Uyayna gli chiese di andarsene. Wahhab scappò a Deraiya nel 1744 e nello stesso anno convertì il suo governante, Mohammed Ibn Saud. Ibn Saud, il fondatore della dinastia che oggi governa l'Arabia Saudita, utilizzò il fervore revivalista per inculcare nelle tribù un senso di disciplina prima di lanciarle in battaglia contro l'Impero Ottomano. Wahhab considerava il sultano di Istanbul un ipocrita che non aveva il diritto di essere il califfo dell'Islam e predicava le virtù di una jihad (guerra santa) permanente contro i modernizzatori islamici, ipocriti come l'infedele. Gli ottomani reagirono, occuparono la provincia di Hijaz e presero possesso di Mecca e Medina, ma l'influenza di Wahhab rimase e le battaglie eroiche divennero parte del folklore locale. Questo proto-nazionalismo fu utilizzato dai successori di Saud per espandere la loro influenza attraverso la penisola. Allah e petrolio Due secoli più tardi essi hanno posto le fondamenta di quella che oggi è l'Arabia Saudita, ma è stata la scoperta dell'oro liquido a cambiare la regione per sempre. Temendo la competizione della Gran Bretagna, gli Stati Uniti hanno unito la Esso, la Texaco e la Mobil per formare la Arabian American Oil Company (Aramco). Questo collegamento istituito nel 1933 è stato rafforzato durante la seconda guerra mondiale, quando la base Usaf a Dhahran fu ritenuta cruciale per "la difesa degli Stati Uniti". Il monarca saudita ricevette milioni di dollari per favorire lo sviluppo del Regno Saudita. Il regime era dispotico, ma era visto come un importante baluardo contro il comunismo e il nazionalismo nella regione e, per questo motivo, gli Stati Uniti scelsero di ignorare quanto accadeva dentro i suoi confini. L'ingresso degli Stati Uniti e la creazione del Regno Saudita sono stati brillantemente descritti in uno dei contributi più notevoli alla narrativa dell'Arabia: la pentalogia "Le città di sale" del romanziere saudita in esilio, Abdelrahman Munif, la cui nascita nel 1933 coincise con quella del nuovo stato. La scrittura stratificata di Munif - selvaggia, surreale e satirica - suscitò l'ira della famiglia reale. Fu privato della sua nazionalità e bandito per sempre dal paese. I suoi libri sono diventati succulenta merce di contrabbando circolante dappertutto, compresi i palazzi reali. Quando, circa dieci anni fa, lo incontrai in un raro viaggio a Londra era lucido come sempre: "Il ventesimo secolo è quasi finito, ma quando l'Occidente ci guarda tutto ciò che vede è il petrolio e i petro-dollari. L'Arabia Saudita non ha ancora una Costituzione, la gente è privata di tutti i diritti più elementari, persino quello di sostenere il regime senza chiedere il permesso. Le donne, che detengono una larga fetta della ricchezza privata nel paese, sono trattate come cittadine di terza classe. A una donna non è consentito lasciare il paese senza il permesso scritto di un parente maschio. Tale situazione produce una cittadinanza disperata, senza un senso di dignità o di appartenenza...". Rivolte e complotti Negata ogni apertura secolare, in una società in cui la famiglia reale - un clan con molteplici fazioni e micro-fazioni - con i suoi mansueti sacerdoti domina ogni aspetto della vita quotidiana, si verificarono negli anni '60 e '70 una quantità di ribellioni. Uno dei romanzi di Munif, La trincea, ha un finale notevole. Vi sono due complotti rivoluzionari, uno dei quali da parte di giovani uomini arrabbiati ispirati da idee moderne. L'altro, invisibile, dentro il palazzo. Tutto finisce in lacrime, con i coprifuochi e i tank per le strade. I giovani rivoluzionari scoprono che ha avuto successo la rivolta sbagliata. Il riferimento era all'assassinio di Re Feisal nel 1975 da parte di un suo nipote, il principe Faisal Ibn Musaid. Dieci anni prima il fratello di Ibn Musaid, il principe Khalid, un fervente Wahhabita, aveva dimostrato in pubblico contro l'ingresso della televisione nel regno. La polizia saudita entrò in casa sua e gli sparò uccidendolo. Ancora oggi, il principe Khalid è venerato da credenti fondamentalisti e anni più tardi il governo dei Taleban gli ha pagato il suo tributo bruciando in pubblico audio-cassette e video e mettendo al bando la televisione. Ma il Wahhabismo rimane la religione di stato dell'Arabia Saudita, importata con i petro-dollari per finanziare l'estremismo in altre parti del mondo. Durante la guerra contro l'Unione Sovietica, l'intelligence militare pakistana richiese la presenza di un principe saudita per condurre la jihad in Afghanistan. Poiché nessun volontario si era fatto avanti, i leader sauditi raccomandarono il rampollo di una ricca famiglia vicina alla monarchia. Osama bin Laden fu spedito al confine pakistano e arrivò in tempo per sentire Zbigniew Brezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, turbante sulla testa, gridare: "Allah è dalla vostra parte". Osama, l'americano Le scuole religiose in Pakistan, dove sono stati creati i Taleban, sono state fondate dai sauditi con un'influenza Wahhabi molto forte. L'anno scorso, quando i Taleban decisero di far saltare in aria i vecchi Budda, dagli antichi seminari di Qom e al-Azhar giunsero appelli a desistere con la motivazione che l'Islam è tollerante. Una delegazione Wahhabi dal Regno aveva consigliato ai Taleban di eseguire il piano. Lo fecero. L'insistenza Wahhabi su una jihad permanente contro tutti i nemici, musulmani e non, doveva lasciare un segno profondo sui giovani che più tardi presero Kabul. L'atteggiamento degli Stati Uniti in quei giorni era di simpatia. Un partito repubblicano zeppo di culti cristiani poteva a malapena dare un consiglio su questa materia e sia Clinton che Blair erano desiderosi di pubblicizzare la loro appartenenza al cristianesimo. Proprio l'anno scorso, un ex esperto sul Pakistan del Dipartimento di Stato, il liberal Stephen P. Cohen, scriveva sul Wall Street Journal (edizione asiatica, 23 ottobre 2000): "alcune madrassas, o scuole religiose, sono eccellenti". Egli ammetteva che "altre sono il brodo di coltura per movimenti islamici fondamentalisti e fautori della jihad", però costituivano solo il 12 per cento circa del totale. Queste, diceva "devono essere aggiornate in modo da offrire ai loro studenti un'istruzione moderna". Tale indulgenza riflette con precisione lo stato d'animo ufficiale prima dell'11 settembre. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, l'opposizione interna è stata completamente dominata da gruppi religiosi. Questi Wahhabiti giudicano ora il Regno Saudita degenerato per la sua connection americana. Altri erano demoralizzati perché Riyadh non aveva difeso i palestinesi. La presenza dei soldati Usa nel paese dopo la guerra del Golfo è stato un segnale per attacchi terroristici contro i soldati e le basi. Coloro che li hanno ordinati erano sauditi, ma a volte immigrati pakistani e filippini sono stati accusati e giustiziati per rabbonire gli Stati Uniti. Le forse di spedizione inviate in Pakistan per tagliare i tentacoli della piovra Wahhabita possono avere successo oppure no, ma la sua testa è sana e salva in Arabia Saudita, dove fa la guardia ai pozzi di petrolio mentre i tentacoli le ricrescono, protetta dai soldati americani e dalla base Usaf a Dhahran. Il fatto che Washington non abbia svincolato i suoi interessi vitali dal destino della monarchia saudita potrebbe portare a ulteriori ritorni di fiamma. Andrebbe raccolto l'avvertimento pronunciato per la prima volta dal poeta secolare arabo del X secolo, Abul Ala al-Maari, che ancora oggi appare appropriato:"E dove il principe comandò, ora il sibilo Del vento soffia attraverso la corte dello stato: 'Qui', esso proclama, 'risiedeva un potentato Che non sapeva sentire il pianto del debole'".
(Traduzione di Marina Impallomeni)
Il Manifesto
2 ottobre 2001
«I Ds non seguano Bertinotti sulla guerra»
Macaluso: «Azione militare mirata contro il terrorismo. Su questo la mozione
Berlinguer esploderà»
ROMA - «E’ ormai tempo che la sinistra abbandoni quell’anti americanismo
ideologico che l’ha spesso caratterizzata». Parola di Emanuele Macaluso,
spirito critico della Quercia, che prende le mosse dagli attentati terroristici
dell’11 settembre per spronare la sinistra a cambiare registro, a prendere
atto della nuova realtà. «Sono esterefatto dal mutismo della sinistra tutta,
italiana ed europea. L’Internazionale socialista, il Pse battano un colpo, se
no a che servono?».
Macaluso, la sinistra deve mettersi l’elmetto?
«Facciamo una breve premessa storica. Il socialismo nacque come forza
pacifista, ma già nel 1914 si dilaniò con i maggiori partiti che votarono i
crediti di guerra, l’Internazionale si sfasciò, mentre in Italia si affermò
la linea turatiana del "né aderire né sabotare". Dopo di allora, la
sinistra è stata di fatto interventista: lo fu nella guerra di Spagna, lo fu
nella seconda guerra mondiale quando sollecitò l’intervento contro il
nazi-fascismo. Le cose cambiano con la bomba atomica, con il cosiddetto
"equilibrio del terrore" e devo dire che una delle posizioni più
lucide e originali la espresse Togliatti con la sua tesi sull’impossibilità
della guerra, e non a caso fu attaccato dai sovietici e da Mao».
E si arriva all’89.
«Sì, dopo la caduta del Muro si è aperta una fase del tutto nuova: non c’è
più l’equilibrio fra le due maggiori potenze, ne è rimasta una sola,
l’America. Gli Usa sono intervenuti in Cile, in Sud America, ci sono conflitti
locali irrisolti come quello fra Israele-palestinesi, una situazione che ha
alimentato un anti americanismo ideologico e non, che individuava negli Usa la
capitale del capitalismo e che ha spinto lo stesso Pci a sposare, sbagliando, la
causa dell’Urss».
Il pacifismo ha fatto il suo tempo?
«Mah, il pacifismo oggi coincide in larga parte con il movimento anti-global.
In esso ci sono elementi di verità ma anche tanti errori. Il problema vero è
non opporsi ma governare la globalizazione».
Sarà uno dei temi al centro del prossimo congresso Ds.
«Sì, e io credo che lo sbocco della sinistra riformista debba essere più che
mai caratterizzarsi come forza di governo anche quando si sta all’opposizione.
Contrastare il mercato selvaggio, certo, ma senza rincorrere le suggestioni
della cosiddetta sinistra antagonista».
I Ds si stanno muovendo in questa direzione?
«A Genova c’è stata una sceneggiata clamorosa, si va non si va. Effetto di
una difficoltà ad avere una linea. Non si può tranquillamente passare da un
anti americanismo di piazza a essere forza di governo».
Tornano di attualità le analisi sul Nord e il Sud del mondo, sui Paesi ricchi e
poveri?
«Certo. Ma dopo il famoso documento di Brandt che poneva all’attenzione
questi temi, nell’Internazionale socialista c’è stato il mutismo. Capisco
che lì convivono Peres e Arafat, ma il mutismo proprio no. Altrimenti perchè
cavolo esiste il Pse?».
C’è un pericolo islamico alle porte?
«C’è un pericolo del fondamentalismo islamico, è un errore grave
sottovalutarlo. Un fondamentalismo che vuole aggredire gli altri Stati
considerati "in peccato". La battaglia deve essere ferma, senza
esitazioni».
Anche militare?
«Sì, un uso militare, mirato, limitato non si deve escludere, bisogna anzi
prevederlo. E senza i mal di pancia di Bertinotti o della sinistra Ds secondo
cui l’intervento deve essere solo politico. Su questi temi credo proprio che
la mozione di Berlinguer sia destinata a esplodere».
Sinistra con l’elmetto, dunque?
«Ma lo vogliamo capire che se non c’è una risposta efficace, negli Usa si
rischia il sorgere di nuovi Ku-Klux-Klan che danno la caccia agli arabi? La
determinazione contro il fondamentalismo serva anche a scongiurare pericoli del
genere».
N.B.M.
Il Messaggero
Lunedì 1 Ottobre 2001
Trascinati in una guerra di cui ignoriamo tutto - la durata, l'esito finale, perfino l' avversario - abbiamo cambiato vita. Viaggiamo meno, spendiamo meno, rinviamo investimenti e progetti. Il nostro atteggiamento verso il resto del mondo e verso gli immigrati è in crisi. Le multinazionali hanno paura. Gli Stati-nazione alzano il ponte levatoio ai confini. L'America è il centro di questa evoluzione - economica, politica, di costume - scatenata l'11 settembre. La sua classe dirigente si chiede: è uno shock da cui un giorno usciremo e tutto tornerà come prima? O la strage terroristica fa precipitare un cambiamento sistemico, irreversibile? Sotto le macerie delle Twin Towers sono finiti la
globalizzazione, un modello consumistico, la centralità dei mercati? L'economista Paul Krugman scrive sul New York Times "The Economy of
Fear", l'Economia della Paura, per spiegare gli effetti strutturali e durevoli della vulnerabilità che sgomenta il paese più ricco del mondo.
"La globalizzazione è condannata?" Non è uno slogan degli antiglobal, è il titolo di una inchiesta
dell'Economist, la Bibbia dei mercati finanziari. A mettere in discussione il sistema non sono più i movimenti di contestazione o qualche paese del Terzo mondo: il presentimento della fine di un'era nasce nel cuore dell'impero. I segnali si moltiplicano qui in America, investono il costume di vita, le regole sociali, i valori di civiltà. Partono dall'economia, arrivano al modello di democrazia e di libertà.
L'Economia della Paura: la prima settimana, paralizzati dal panico e incollati alla tv, i consumatori americani hanno speso il 20% in meno con le carte di credito. Ma a tre settimane di distanza la spesa è sempre sotto del 10%. Negli appelli di George Bush e Rudolph Giuliani ("tornate a spendere, uscite a divertirvi, riprendete una vita normale") c'è il presagio che forse nulla sarà più come prima. L'Economia della Paura fa cancellare campagne pubblicitarie a Coca Cola, Ford e altre multinazionali. È una pausa nell'attesa di trovare i toni giusti per rivolgersi a un paese in lutto? O c'è qualcosa di più? Nei sondaggi ricorre una domanda ossessiva tra gli americani: "Perché nel mondo c'è tanto odio verso di noi?". Il capitalismo dei marchi globali ha la stessa angoscia. Per la prima volta in mezzo secolo di esportazione dell'American way of life, qui ci si interroga sull'opportunità di una ritirata. In una drammatica revisione strategica viene incorporato lo slogan "No Logo" degli avversari ideologici. La strage terroristica e l'incognita di una guerra infinita si innestano su tendenze precedenti: la crescita del movimento
antiglobal; una recessione già in atto; l'esplosione della bolla di Borsa. Il direttore di Business
Week, Bruce Nussbaum, dedica un editoriale alla fine della "cultura azionaria". Non c'è solo la distruzione di ricchezza in Borsa. Ancora più grave è il fatto che siamo entrati nell'epoca dell'insicurezza indefinibile: non sappiamo quanto durerà il pericolo di attentati; quanto costerà difenderci; se alla fine riusciremo a debellare questa malattia. I mercati, prezioso meccanismo che regola l'uso della ricchezza sociale, hanno bisogno di orientare gli investimenti sulla base di rischi calcolati. Se il rischio diventa incalcolabile, la centralità dei mercati è minacciata. Il colpo è tremendo per un capitalismo che ha fatto delle azioni il metro di tutto: pagano gli stipendi dei manager e le pensioni dei dipendenti.
Il tentativo di ricondurre l'insicurezza entro limiti socialmente sopportabili, rilancia il ruolo dello Stato. Bush salva le compagnie aeree, nazionalizza la sicurezza negli aeroporti, aumenta la spesa pubblica. Il passaggio ad una economia di guerra potrà aiutare una ripresa, ma non sarà lo stesso tipo di crescita
(deregolata, flessibile, competitiva) degli ultimi decenni. Per garantire sicurezza l'America è costretta a blindare le frontiere col Canada e il Messico distruggendo il mercato unico nordamericano (Nafta).
Trasporti e commerci internazionali vanno al rallentatore: invece della Tobin
Tax, è la Bin Laden Tax il granello di sabbia che si è infilato negli ingranaggi della
globalizzazione.
Gli Stati Uniti hanno reagito alle stragi con la moderazione di una grande democrazia liberale, ma per quanto tempo la paura è controllabile? Perfino la sinistra democratica propone leggi d'emergenza: un giro di vite sull'immigrazione, il congelamento dei visti per studenti stranieri. Il grande tema del rapporto fra Occidente e Islam qui viene affrontato - dalla classe dirigente e dalla maggioranza della popolazione - con civiltà e rispetto, ma il sospetto è un virus che penetra lentamente. Se l'America alza il ponte levatoio, il terrorismo sarà riuscito davvero a cambiarne la natura. La forza di questo paese, prima della sua ricchezza industriale e tecnologica, sta nella sua capacità di integrare etnìe e religioni dal mondo intero entro un sistema di tolleranza reciproca e di leggi democraticamente condivise. Oggi questo modello è sottoposto a una tensione formidabile.
Per la prima volta il centro del capitalismo mondiale ha paura di una globalizzazione che gli ha imposto un grado di apertura forse incompatibile con la sicurezza dei suoi cittadini e dei suoi affari. Il grande storico dell'economia Harold James ha pubblicato "The End of
Globalization" poco prima della strage terroristica. In esso ricorda che ci fu un altro periodo in cui gli imperi occidentali ebbero paura della globalizzazione che essi stessi avevano costruito; cambiarono rotta e si chiusero nel protezionismo. Fu il periodo tra la prima guerra mondiale, il 1929 e la grande depressione, segnato dall'avvento dei totalitarismi. Oggi l'America s'interroga inquieta sulla durata della recessione e della crisi di Borsa, su come cambia la vita sotto la minaccia terroristica. Ma in gioco c'è molto di più.
Federico Rampini
La Repubblica
1°ottobre 2001
L’attacco all’America cambierà la nostra vita
di Carlo Tognoli
Mentre è tuttora forte la reazione emotiva per l’orrendo massacro compiuto a New-York e a Washington - ribadiamo la nostra solidarietà al popolo americano e al governo degli Stati Uniti e confermiamo la necessità che anche la Nato agisca. Va tuttavia sottolineato che l’azione di guerra contro gli Usa non avrà solo conseguenze politiche militari per la più forte potenza del pianeta, ma produrrà effetti pratici in tutto il mondo sviluppato (e anche in quello definito del ‘sottosviluppo’). I Paesi alleati degli Stati Uniti sono chiamati a prendere misure di sicurezza per proteggere i propri cittadini e per difendere il patrimonio economico. Tutto ciò avrà dei costi, non prevedibili fino a qualche tempo fa. Le nazioni dell’alleanza atlantica dovranno rivedere gli investimenti nel settore degli armamenti e dovranno rafforzare i servizi di ‘intelligence’, perché è probabile che lo scontro con le forze del terrorismo e con i Paesi che lo coprono abbia sviluppi di non breve periodo. I Paesi cosiddetti del ‘terzo mondo’, anche quelli che non hanno contatti con gli stati considerati vicini ai movimenti terroristici dovranno purtroppo scontare una riduzione o un rallentamento degli aiuti economici e maggiori difficoltà nella emigrazione dei loro cittadini verso i Paesi più ricchi. Per gli Stati democratici - che non vogliono e non possono rinunciare alle libertà dei cittadini, del mercato, degli scambi e devono ulteriormente progredire sulla strada del progresso civile – sarà tutto più complicato. E questo vale, ovviamente, per l’Italia. L’immigrazione Le misure relative al controllo dell’immigrazione saranno inevitabilmente più severe, per evitare che ci siano facili infiltrazioni terroristiche attraverso il flusso di chi viene a lavorare. Non è peraltro con l’inasprimento delle pene contro i clandestini che si può prevenire l’ingresso di terroristi o di gruppi di terroristi: questi avranno sempre ‘le carte in regola’. Il controllo andrà effettuato all’origine, con servizi di informazione efficaci e con la collaborazione degli Stati da cui provengono gli emigranti. Un conto quindi è l’azione contro l’immigrazione ‘clandestina’, che spesso nasconde traffici illegali di uomini e di donne – un altro conto è la verifica accurata di chi arriva nel nostro Paese con finalità sovversive. Non servono generiche campagne allarmistiche contro gli extracomunitari o con-tro gli arabi, destinate solo a creare un clima di tensione senza risultati, ma è necessario che ‘intelligence’ e forze dell’ordine collaborino strettamente sulla base delle informazioni raccolte. Si tratta di interventi che comporteranno costi elevati. D’altra parte la continua richiesta di mano d’opera straniera, che proviene dagli imprenditori, non può essere elusa, e quindi va favorita una positiva ‘politica’ di integrazione graduale per gli immigrati che rispondono all’offerta di lavoro. Insegnare la nostra lingua, i nostri costumi, la nostra storia, il nostro diritto, favorire l’inserimento nel mondo dello sport degli immigrati, contribuisce a isolare i violenti, i delinquenti, i terroristi.. Ma anche questo comporterà dei costi. La sicurezza Devono essere intensificati i controlli sugli imbarchi aerei con strumenti tecnologici più sofisticati dei ‘metal detector’. Sarà buona norma, anche in Italia, dotare gli aerei di una ‘scorta’ di polizia adeguatamente addestrata contro i ‘dirottatori’. Si allungheranno i tempi di imbarco. Analoghe misure dovranno essere adottate per il traffico merci. E non bisogna pensare solo agli aerei, ma anche ai treni e ai ‘pullman’, agli autotreni e alle autostrade. Le misure di sicurezza andranno estese agli acquedotti, ai gasdotti e alle linee elettriche. Un certo numero di impianti industriali andrà protetto: raffinerie, centrali idroelettriche e termoelettriche, le centrali nucleari ‘fuori produzione’, ma nelle quali ci sono materiali radioattivi (come Caorso), fabbriche chimi-che. Un recente studio della direzione generale della ricerca dell’Unione Europea (programma Stoa, Scien-tific and Technological Option Assesment) rileva che la caduta di un aereo sull’impianto di stoccaggio dei residui di materiale radioattivo usato nei reattori nucleari – situato all’Aia – avrebbe conseguenze molto più gravi dell’incidente di Chernobyl. L’enorme patrimonio artistico e monumentale dell’Italia andrà tutelato, rispetto a possibili attentati o incursioni. Tutti questi interventi avranno, come si può facilmente intuire, dei costi diretti, ma anche dei costi indiretti, per l’allungamento dei tempi per lo spostamento delle persone e delle merci. La nostra vita quotidiana Con l’aumento dei controlli, per i viaggi aerei, in treno, per l’ingresso in alcune particolari sedi protette – tutte le nostre attività subiranno dei rallentamenti rispetto ai tempi spesso frenetici ai quali siamo abituati. E’ presumibile che ci sia un po’ di recessione per tutte le cause indicate. Sarà necessaria quindi una campagna di informazione estesa e con-vincente per prevenire le conseguenze psicologiche di tutte que-ste misure, spiegandone anche gli effetti economici. Panico ed allarmismi potranno essere evitati se si dirà la verità delle cose. A noi sembra perciò indispensabile che gli organi di governo (con la collaborazione del Parlamento e di tutte le istituzioni, se si vuole coinvolgere l’opinione pubblica e la popolazione) - proprio perché hanno assunto una coerente posizione di conferma della alleanza con gli Stati Uniti, attraverso la Nato, nella guerra contro il terrorismo, che minaccia le democrazie – devono rendere i cittadini con-sapevoli delle difficoltà cui si andrà incontro e degli oneri che dovranno essere sopportati. Non siamo al punto dell’appello di Churchill che chiamò gli inglesi alla difesa della loro patria promettendo ‘lacrime e sangue’ (insieme alla vittoria) – ma non si deve neppure dare l’impressione che dopo le migliaia di morti di Manhattan e la vile offesa alla civiltà, tutto rimanga come prima. Non bisogna spaventare, ma nemmeno nascondere quale sarà la realtà dei tempi prossimi. Il secolo XX è stato il secolo dello scontro delle democrazie contro i totalitarismi fascisti, nazisti a comunisti, che sono costati centinaia di milioni di vittime, la seconda guerra mondiale e cin-quant’anni di guerra fredda. Il secolo XXI si è aperto con l’attacco a quegli Stati Uniti che sono sempre intervenuti a difesa delle democrazie e della libertà. L’Italia e il suo governo devono rendere consapevoli gli italiani su quello che ci attende, e prepararli a sostenere le azioni a difesa della nostra civiltà, della nostra convivenza democratica, che è la vera grande ricchezza conquistata dopo il 1945.
La Tribuna di Lodi
Sabato 29 Settembre 2001
Le energie omicide del presente
di HANS MAGNUS ENZENSBERGER*
Solitamente, più tempestivo è il commento, più breve è il tempo di reazione.
Nulla da dire contro l’attualità! Ma proprio quando nessuno sa come andrà a
finire, c’è qualcosa che invita a tentare di guadagnare distanza. Un esempio
è ciò che sta avvenendo con la globalizzazione. Uno scienziato tedesco di nome
Karl Marx aveva analizzato questo processo in maniera piuttosto approfondita già
centocinquant’anni fa. Non sarebbe certo giunto alla decisione se essere «pro»
o «contro». Nel conflitto esploso in luoghi come Seattle, Göteborg o Genova
avrebbe visto poco più di un combattimento tra ombre. La protesta contro un
fatto storico così imponente può essere degna di plauso, ma nel migliore dei
casi si traduce in una montatura televisiva su scala mondiale che già mostra
come gli stessi ingenui contestatori facciano parte di ciò che combattono. Il
dotto tedesco aveva a suo tempo descritto la globalizzazione come un fenomeno
puramente politico-economico. Del resto, nell’anno 1848 era questa l’unica
prospettiva possibile, poiché l’estensione del mercato mondiale e la politica
delle potenze coloniali erano allora le forze motrici decisive. Nel frattempo
questo processo irreversibile ha tuttavia coinvolto tutti i sistemi. Chi
considera unicamente la dinamica economica non lo ha capito. Oggi non esiste più
nulla che gli si possa sottrarre: né la religione né la scienza, né la
cultura né la tecnica possono ignorare il mondo dei consumi e dei media. Per
questo i suoi costi ricadono ovunque e in ogni sfera.
Non sono coinvolti unicamente gli innumerevoli perdenti dell’economia. Il
mercato mondiale e le sue correnti della finanza e del sapere vengono seguiti,
ovunque nel mondo, da improvvisi crolli, armi, virus informatici, nuove
epidemie, catastrofi ecologiche, guerre civili e crimini. L’idea che una
qualche società si possa isolare da queste conseguenze è fuorviante. E una di
queste conseguenze è il terrorismo. Sarebbe un miracolo se esso soltanto avesse
tralasciato di operare su scala globale. Di fronte a masse in preda al
fanatismo, l’uomo moderno si è da tempo aggrappato all’idea di avere a che
fare con stranezze tipiche di società arretrate. L’inarrestabile
modernizzazione, credevano in molti, avrebbe prima o poi posto fine a questi
atavismi, anche se non sarebbero state da escludere possibili ricadute.
Ultimamente, dopo l’avvento dei regimi totalitari nel Ventesimo secolo, questa
illusione avrebbe dovuto perdere attrattiva; nondimeno, resiste ancora oggi in
senso negativo nello stereotipo «oscuro Medioevo» o in senso ottimista quando
si parla di «Paesi in via di sviluppo».
In ogni caso, le energie omicide del presente non si lasciano ricondurre in
alcun modo a una qualche tradizione. Indifferentemente, che si tratti delle
guerre civili nei Balcani, in Africa, Asia o America Latina, delle dittature del
vicino Oriente o degli innumerevoli «movimenti» sotto la bandiera
dell’Islam, in tutti questi casi non si ha a che fare con rovine arcaiche ma
con sintomi assolutamente contemporanei, nella fattispecie con reazioni alla
condizione presente della comunità mondiale. Questo vale anche per una
religione del tutto rispettabile come l’Islam, che tuttavia - come il
giudaismo intransigente - da tempo non sviluppa più alcuna idea produttiva. La
sua forza si è manifestata finora esclusivamente nella negazione certa della
modernità, alla quale rimane proprio per questo legato.
L’immanenza del terrore, poco importa da dove arrivi, non si manifesta solo
nel comportamento degli attori, ma anche nella scelta dei loro mezzi. In quanto
a questi ultimi, si tratta di copie patologiche del nemico simili a quelle che
produce un retrovirus dalla cellula malata. La sensazione che l’attacco
provenga dall’esterno inganna, poiché non esiste uno spazio esterno per
l’agire umano e inumano al di fuori del contesto globale. La minaccia è
onnipresente come la macchina fotografica, il telefono, Internet e il satellite
spia. Gli attentatori di New York sono stati non solo tecnicamente al passo con
i tempi. Ispirati dalla logica simbolica occidentale dell’immagine, hanno
inscenato il massacro come uno spettacolo per i media. In questo hanno seguito
minuziosamente gli scenari dei film dell’orrore e dei thriller di
fantascienza.
Una comprensione tanto profonda della civiltà americana non scaturisce da una
mentalità anacronistica e soprattutto fa luce sulle presunte convinzioni dei
colpevoli. Non è un caso che in un primo momento siano sorti forti dubbi sulla
paternità dell’attacco. In Internet i responsabili erano stati individuati
nei gruppi statunitensi di estrema destra, altri parlavano di gruppi
terroristici giapponesi o di qualche complotto dei servizi segreti sionistici.
Come sempre in questi casi, sono fiorite tutte le possibili teorie di congiura.
Da queste interpretazioni è possibile valutare quanto è contagioso il delirio
degli autori. Esse contengono in ogni caso un nocciolo di verità poiché
mostrano quanto siano intercambiabili i moventi. Gli «scritti dei seguaci»,
retorici ed imparati a memoria, che giungono dopo la maggior parte degli
attentati, si assomigliano nella loro vuotezza. L’imitazione reciproca di
gruppi di azione totalmente diversi, nell’ambito della propaganda, della
tecnica e delle scelte tattiche, parla da sé.
Naturalmente, la ricerca dei moventi è di estremo interesse per gli inquirenti
e i servizi segreti, poiché può condurre sulle tracce dei responsabili.
Tuttavia, alla domanda da dove provenga l’energia psicologica che alimenta il
terrore, l’analisi ideologica non è in grado di dare una risposta. Concetti
come sinistra o destra, nazione o setta, religione o movimento di liberazione
conducono esattamente agli stessi modelli di azione. Il comune denominatore è
la paranoia. Anche nel caso della strage di New York è doveroso chiedersi fin
dove può portare il movente islamico; qualsiasi altra motivazione avrebbe fatto
altrettanto.
In uno scenario tanto oscuro è impensabile avere delle certezze. Tuttavia, è
difficile ignorare una comunanza che informa praticamente tutte le azioni
terroristiche che conosciamo. O il livello di autodistruzione a cui gli attori
sono disposti. Questo non vale soltanto per i gruppi di cospiratori e per gli
innumerevoli signori della guerra, milizie e gruppi paramilitari che devastano
gran parte dell’Africa e dell’America Latina, ma anche per i cosiddetti
Stati canaglia come la Corea del Nord o l’Iraq. Tali dittature puntano non
tanto all’annientamento dei nemici veri o immaginari, quanto alla rovina del
proprio Paese. Il pioniere finora ineguagliato di questa aspirazione può essere
visto in Hitler, che sapeva di avere dietro di sé la maggioranza dei tedeschi.
Nel caso della Russia ci sono voluti settant’anni per raggiungere il collasso
totale. E anche l’Iraq è orgoglioso del proprio declino. Naturalmente,
diversi «movimenti di liberazione» perseguono obiettivi simili. Algeria,
Afghanistan, Angola, Burundi, Cambogia, Cecenia, Ciad, Colombia, Congo,
Filippine, Guatemala, Indonesia, Irlanda del Nord, Kashmir, Liberia, Nicaragua,
Nigeria, Paesi Baschi, Perù, Ruanda, Salvador, Serbia, Sierra Leone, Sri Lanka,
Sudan, Uganda formano un alfabeto degli orrori che non accenna a finire.
Questa logica autolesionista vale anche per l’attacco terroristico agli Stati
Uniti. Nel lungo periodo, non sarà l’Occidente a sopportarne le conseguenze
più devastanti, bensì proprio quella regione del mondo nel nome della quale è
stato compiuto. Per milioni di musulmani si prevedono ritorsioni catastrofiche.
Il mondo islamico festeggia una guerra che non vincerà mai. Non solo profughi e
migranti in cerca di asilo avranno di che patire. Interi popoli,
dall’Afghanistan alla Palestina, dovranno pagare un prezzo politico ed
economico immensamente elevato, al di là di ogni legittimità, per le azioni
dei loro presunti rappresentanti. La rappresaglia prevista risparmierà gli
innocenti tanto quanto l’azione che l’ha provocata.
Ora, tuttavia, la spinta collettiva all’autolesione, per non parlare di
suicidio, è un motivo la cui forza l’Occidente si ostina a sottovalutare. Per
rendere l’incomprensibile almeno in parte comprensibile, la riflessione sul
proprio passato è a quanto pare insufficiente. Per questo è forse opportuno
arrischiare un paragone euristico con eventi a noi più vicini. Uno sguardo alla
cronaca mostra quanto è irresistibile, anche nelle cosiddette società
altamente sviluppate, la voglia di autodistruzione. Benché tossicodipendenti e
skinheads persistano nel privarsi di ogni possibilità di vita, benché ogni
giorno ci presenti nuove tragedie familiari e casi di furia omicida, è da
sempre dato per scontato che l’istinto di autoconservazione sia e rimanga il
presupposto dell’agire umano.
Eppure ogni giorno ci vengono offerte delle controprove. Lo studente offeso
nell’orgoglio si scaglia con un coltello su professori e compagni di scuola.
Il sieropositivo contagia il maggior numero possibile di partner. Il lavoratore
che si sente trattato ingiustamente dal proprio capo si arrampica su una torre e
spara alla cieca intorno a sé, incurante e anzi consapevole che il massacro
accelererà la propria fine. Anche in questi casi i moventi specifici sono
secondari: spesso rimangono sconosciuti anche all’autore. La fascinazione
individuale per la morte presenta alcune analogie con il meccanismo che fa agire
gli attentatori. In entrambi i casi, il suicida individuale o collettivo
antepone ad ogni altra alternativa una fine catastrofica; e questo
indipendentemente da quanto reale o immaginaria sia la catastrofe senza fine
alla quale si vede esposto. L’unica differenza sta nella portata delle sue
azioni. Se lo skin possiede solo la sua mazza da baseball o il piromane la sua
tanica di benzina, l’attentatore ben istruito dispone di finanziatori, di una
logistica di alto livello, dei più aggiornati mezzi di comunicazione, di
tecniche di cifratura e presumibilmente, nel futuro, persino di armi atomiche,
biologiche e chimiche.
Per quanto possa essere diversa la misura dell’orrore, vi è una cosa che
accomuna tutti questi autori: la loro aggressività fluttuante è rivolta non
solo verso gli altri, ma soprattutto verso loro stessi. Se il terrorista è in
grado di far valere per sé una meta più alta, tanto meglio. Non importa di
quale fantasma si tratti. Qualsiasi elevata istanza può fare al caso: qualunque
ordine divino, qualunque santa patria, qualunque rivoluzione. All’occorrenza,
tuttavia, il suicida-omicida agisce anche senza tali giustificazioni di seconda
mano. Il suo trionfo sta nel fatto che non lo si può né combattere né punire,
perché ci pensa lui stesso. Anche il suo comandante più lontano attende nel
bunker il momento della propria eliminazione, godendo, come già sapeva Elias
Canetti mezzo secolo fa, alla sola idea che prima di lui tutti gli altri,
inclusi i suoi seguaci, incontreranno la morte. Chi preferisce rimanere in vita
difficilmente capirà tutto questo.
Benché coloro che non sono contagiati dalla furia omicida rappresentino una
schiacciante maggioranza, essi non hanno alcuna chance nel momento del confronto
con gli aspiranti suicidi. E dal momento che probabilmente esistono centinaia di
migliaia di bombe viventi, la loro violenza ci accompagnerà nel Ventunesimo
secolo. Anche il sacrificio umano, consuetudine antichissima della specie, va
incontro in tal modo alla propria globalizzazione.
(Traduzione di Nicoletta Boero)
* Filosofo e saggista
Corriere della Sera
19 settembre 2001