Intervista a Jeremy Rifkin

L’economista americano parla del suo nuovo saggio sulla prossima grande svolta energetica. Spiega perché è inevitabile e come cambierà tutta la società. Prendendo a modello Internet

di MASSIMO DI FORTI

«L’IDROGENO è l’elemento chimico più presente nell’universo, costituisce il 75 per cento della sua massa e il 90 per cento delle sue molecole. Non inquina affatto ed è una fonte energetica potenzialmente illimitata. Sarà l’idrogeno a sostituire il petrolio. O sarà un’autentica catastrofe per il pianeta e per l’umanità». Ha dormito appena tre ore, Jeremy Rifkin, ma non ha perso né acutezza né vivacità. E’ appena arrivato da New York e, in una sala di un grande albergo romano, affronta con imperturbabile lucidità il problema della rivoluzione prossima ventura che scuoterà da cima a fondo il Villaggio Globale. Rifkin parla del suo nuovo saggio Economia all’idrogeno (Mondadori, 344 pagine, euro 17,60), ultimo di una collana di bestseller che abbracciano le utopiche prospettive di La fine del lavoro e gli scenari avveniristici de Il secolo biotech, gli antidoti al consumismo prospettati in L’era dell’accesso e la denuncia della “cultura della carne" di Ecocidio. L’idea dell’idrogeno come soluzione dei problemi energetici - ricorda - era stata avanzata addirittura da Jules Verne nel romanzo L’isola misteriosa del 1874... Ma l’economista americano, che dirige a Washington la Foundation of Economic Trends, non è un geniale profeta: è uno degli scienziati sociali più preparati del mondo, un provocatore a tempo pieno magari, ma soprattutto un aggiornatissimo osservatore delle tendenze socio-economiche, capace come pochi di decifrarle e anticiparle. 
Professor Rifkin, lei sostiene che abbiamo soltanto quindici o venti anni prima di dover dare l’addio al petrolio: non è una visione troppo pessimista sul futuro dell’attuale sistema energetico? 
«In America alcuni esperti sostengono che ci saranno ancora trentacinque anni prima dell’esaurimento del 50 per cento delle riserve globali di petrolio. Ma dodici fra i più importanti geologi del mondo dicono che il picco dei consumi del petrolio si verificherà entro il 2010-20, molto prima. Tutti però sono d’accordo che ci sarà una grossa crisi e che, nel frattempo, dipenderemo sempre di più dal Medio Oriente. Di fronte a questa svolta storica, l’Europa sembra muoversi bene, puntando verso le energie rinnovabili e verso l’economia fondata sull’idrogeno. Gli Stati Uniti, invece, sono ossessionati dal mantenimento del vecchio regime petrolifero. Bush pensa ai parchi nazionali che ci sono in Alaska. Siamo in piena crisi con l’Iraq e si motiva un eventuale attacco con il pericolo delle armi di distruzione di massa di Saddam, mentre non si dice che c’è in ballo, eccome, il petrolio iracheno. E il 1° ottobre ci sarà l’accordo tra Putin e Bush per la fornitura del petrolio russo all’America. Insomma, l’Europa va incontro alla nuova era mentre gli Stati Uniti sono per la conservazione». 
Ma, a parte il suo imminente esaurimento, ci sono altre serie ragioni per dire addio al petrolio? 
«Ce ne sono almeno tre. La prima è il surriscaldamento del pianeta, perché l’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera è ormai insostenibile. Lo ha capito anche la gente comune. La seconda è il divario tra “quelli che hanno" e “quelli che non hanno". Viviamo in un mondo incredibilmente ingiusto: se mettessimo in questa stanza i 356 uomini più ricchi del pianeta ci accorgeremmo che il loro reddito sarebbe il 40 per cento di quello dell’umanità intera! E, tornando all’energia, molti hanno dimenticato che il Terzo mondo si è indebitato fino al collo proprio durante la crisi petrolifera degli anni 70. Il terzo problema è quello del Medio Oriente. Dobbiamo combattere il terrorismo di Bin Laden. Adesso vogliamo invadere l’Iraq per prendere il petrolio iracheno... Invece, i grandi paesi industrializzati dovrebbero elaborare un piano comune per passare dall’economia basata sul petrolio a quella basata sull’idrogeno». 
Quali sono i problemi da risolvere per consentire l’avvento dell’idrogeno? 
«Benché sia onnipresente in natura anche l’idrogeno, per essere usato come forma di energia, deve essere estratto. Per esempio, dal metano che però ha lo svantaggio di essere in via di esaurimento, cosa che avverrà circa dieci anni dopo la fine del petrolio. E muoversi in questa direzione non avrebbe molto senso... La soluzione migliore è l’elettrolisi, che utilizza l’elettricità per scindere le molecole di acqua in atomi di idrogeno e ossigeno. Dopodiché si separa l’idrogeno, si conserva e poi lo si può usare in cellule combustibili come quelle impiegate dalla Nasa nelle missioni spaziali A quel punto rimane rimane disponibile, come avviene oggi con il carbone e il gas». 
Perché ci sono tante resistenze a un cambiamento che è inevitabile? 
«Non so. Eppure ci sono 850 grandi aziende che stanno iniziando questa grande corsa verso l’idrogeno, da entrambe le parti dell’Atlantico. La General Electric e la General Motors stanno costruendo le reti distributive per le cellule di combustibili perché pensano che ci sarà un grande mercato nel prossimo futuro». 
L’idrogeno, però, avrà anche lati negativi... 
«Beh, tutte le fonti energetiche ne hanno. Ma l’idrogeno non sarà più pericoloso della benzina dal punto di vista esplosivo. E, soprattutto, eviterà il surriscaldamento del pianeta che con i combustibili fossili ci porterebbe al viale del tramonto della nostra civiltà. L’industria dell’auto lo ha capito e ha investito oltre due miliardi di dollari nelle ricerche sull’idrogeno. Il problema è: chi controllerà questa energia?». 
Cosa pensa che avverrà? 
«Il modello da seguire, secondo me, è quello italiano delle cooperative. L’ho detto pochi giorni fa parlando davanti al cancelliere Schroeder. Voi italiani avete le cooperative, piccole unità indipendenti di produzione che si mettono insieme e possono essere imitate anche nel Terzo mondo per quanto riguarda l’energia. Allora, mentre le grandi società controllerebbero le cellule combustibili, cooperative high-tech potrebbero gestire il decentramento costituendo associazioni di produzione e distribuzione in grado di contrattare con le grosse società. Resta il fatto che la conseguenza più importante dell’avvento di un’economia all’idrogeno sarebbe il decentramento dell’energia e una società più giusta». 
Come? 
«La svolta sarà rappresentata dal matrimonio tra la rivoluzione delle comunicazioni e quella dell’energia all’idrogeno. L’energia sarà trattata come Internet: l’avremo quando, come e dove vorremo. Una volta configurate le reti distributive, prima potremo democratizzare l’energia stessa e poi la gente potrà accedervi direttamente. A livello planetario, i paesi del Terzo mondo saranno i beneficiari di questa rivoluzione. L’avvento dell’idrogeno li libererà dal giogo energetico che hanno dovuto sopportare da sempre. Non sarà una svolta energetica soltanto: cambieranno i rapporti di potere e tutta la società».

Il Messaggero
Giovedì 12 Settembre 2002


Ambiente, il fiasco dei summit

L’EFFETTO SERRA DELLE IDEE CONFUSE

di GIOVANNI SARTORI


Il fiasco del summit di Johannesburg - già lo scrivevo il 26 agosto - era sicuro, era scontato. Ma anche un fiasco può servire se insegna qualcosa. E Johannesburg insegna che i mega-baracconi, i macro-carnevali, devono finire. Oramai fanno molto più male che bene. In difesa di Johannesburg si è scritto che ha avuto il merito di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla «emergenza Terra». Davvero? A me sembra, piuttosto, che Johannesburg abbia funzionato da oppiaceo, da tranquillante. Se tante eccelse menti convengono che i problemi possono essere rinviati a soluzioni a venire di dieci, venti o anche cinquanta anni, il messaggio è che l’emergenza Terra è prematura e che per ora tutto può continuare come prima. Il solo successo concreto del summit è stato di aver risuscitato, a dispetto del presidente Bush, l’accordo di Kyoto del 1997 sull’inquinamento atmosferico. Ma questo successo ha soltanto un valore simbolico. Kyoto impone una riduzione del 5,2 per cento dei gas serra entro il 2012. In realtà questa riduzione è solo il rallentamento di una crescita. Ci occorre molto, molto di più. 
Intanto l’inquinamento è già gravissimo. Nelle scorse settimane ci è stato rivelato che da circa sei anni una enorme nube marrone sovrasta i cieli dell’Asia (India, Cina e dintorni), che cresce, e che già danneggia l’agricoltura e altera pericolosamente il clima. Ma anche noi, in Europa e in Italia, abbiamo la nostra nuvola, il nostro smog. Uno smog che ci avvelena sempre di più. Le centraline di rilevazione delle varie città italiane hanno segnalato livelli di allarme tutta l’estate, mentre le automobili villeggiavano altrove. Il rimedio? Il rimedio è stato di non dirlo. E ora che le automobili e i motorini rientrano alla base, il ministro dell’Ambiente Matteoli ci fa sapere che le domeniche a piedi non servono a niente. Nemmeno servono a niente, a quanto pare, i temporali che dovrebbero pulire l’aria e i venti che dovrebbero disperdere i veleni che respiriamo in città. E allora, ministro Matteoli? A prescindere dalla crescente scarsità di bel tempo, noi respiriamo male e di questo passo i nostri figli vivranno (ed eventualmente moriranno) respirando aria irrespirabile. Lasci stare le risibili promesse di Johannesburg, e ci dica subito, ora, che cosa si deve fare in Italia per la salvaguardia dei nostri polmoni. 
In attesa rivediamo il problema. Per le persone di normale buonsenso il problema è che la Terra è malata di sovraconsumo: noi stiamo consumando molto più di quanto la natura può dare. Pertanto a livello globale il dilemma è questo: o riduciamo drasticamente i consumi, oppure riduciamo altrettanto drasticamente i consumatori. Johannesburg è l’ennesima conferma del fatto che la via alla riduzione dei consumi non è percorribile. Resterebbe, allora, l’altra via. Ma la via del controllo delle nascite fu bloccata alla conferenza sulla popolazione de Il Cairo del 1994 da una strana alleanza tra Chiesa, Cina e femministe (ed è oggi bloccata dal molto devoto presidente Bush). Come ne usciamo? La risposta è che ci salverà la tecnologia, e cioè che la tecnologia può curare i mali che produce. 
Vero o falso? In astratto può essere vero. Cioè è vero che la tecnologia può moltiplicare le risorse (anche se non all’infinito). Ma in pratica la tesi degli «sviluppisti» che chiedono la salvezza alla tecnologia è falsa, falsissima. L’uomo può colonizzare la Luna? Sì, tecnologicamente è possibile ma praticamente è insensato. La tecnologia può trasformare l’acqua salata in acqua potabile? Sì, ma a un costo proibitivo. E così via. Se ci salveremo non sarà con la tecnologia ma con un ritorno all’intelligenza. Anche se per ora, scrivevo, sta vincendo l’ homo stupidus stupidus. 


Corriere della Sera
8 settembre 2002 


Una ricetta per l'ambiente

di GIORGIO RUFFOLO 


Alla Conferenza di Rio del 1992, cui partecipavo in rappresentanza del governo italiano, durante un colloquio informale con il simpatico Bill Reilly, presidente della Environmental Protection Agency americana, formulai provocatoriamente la ricetta decisiva per risolvere il problema della sostenibilità ambientale del mondo: distribuzione massiccia e gratuita di profilattici nei paesi in via di sviluppo e quadruplicazione del prezzo fiscale del petrolio nei paesi ricchi. Bill sorrise: «Sì, ma glielo dici tu al mio boss (era Bush-padre). Io voglio conservare il posto». Non lo conservò lo stesso. E i due nodi scorsoi che minacciano di strozzare il destino della specie umana sul pianeta – l´affluenza degli uomini e l´effluenza delle cose – rimangono appesi alle disincantate speranze di un governo mondiale della sostenibilità.
Disincantate, non del tutto "disperate".
Il vertice della terra di Rio s´aprì in un clima d´intensa emotività: 18mila partecipanti, 400mila visitatori, 8mila giornalisti. Doveva essere la risposta all´intenso bombardamento mediatico iniziato con il "colpo di cannone" del rapporto Meadows sui Limiti dello sviluppo, del 1972, con la contemporanea Conferenza di Stoccolma e con il celebre rapporto, Il futuro di noi tutti, pubblicato nell´87 dalla Commissione mondiale per l´ambiente e lo sviluppo, presieduta dal premier svedese, signora Bruntland. Quel rapporto aveva colto il nodo cruciale del problema: che era di affrontare la questione formidabile di quei limiti – finalmente riconosciuta a livello della coscienza mondiale – non con un impossibile arresto dello sviluppo, ma con un radicale mutamento della sua natura. La formula diventò famosa: uno sviluppo sostenibile dall´ambiente.
Alla fine della Conferenza di Rio, ci fu l´inevitabile onda di risacca della delusione. Troppe speranze, pochi impegni concreti. Pure, Rio aveva segnato risultati importanti: la presa di coscienza della indivisibilità mondiale del problema, diventato di colpo politico; la firma di due Convenzioni, non totale e non immediatamente impegnativa, è vero, sul clima e sulla biodiversità; e soprattutto la rassegna dei temi in un promemoria per cambiare il mondo: l´Agenda 21, un documento di importanza storica, che passava in rassegna i problemi cruciali della sostenibilità: i suoi aspetti economici e sociali, la conservazione e gestione delle risorse, il coinvolgimento delle grandi categorie sociali marginalizzate (donne, bambini, comunità locali, sindacati), le politiche e gli strumenti possibili.
Ora si è aperta Johannesburg, un nuovo incontro di dimensioni imponenti. Ma il clima è certo diverso, molto più disincantato. Se ci chiediamo perché, sarebbe sbagliato rispondere: perché di Rio non resta niente. Anzi, sbagliatissimo. Il criterio della sostenibilità ambientale è entrato nella formulazione delle norme legislative e nella progettazione e finanziamento delle opere, su larga scala. Il protocollo di Kyoto sulla "decarbonizzazione" è stato ferito gravemente dalla diserzione americana, ma rimane valido per un gran numero di paesi cui se ne potrebbe aggiungere in questi giorni uno non proprio marginale, la Cina. Le maggiori imprese chimiche mondiali hanno eliminato la produzione e l´impiego delle sostanze killer della fascia di ozono, le industrie petrolifere elettriche e automobilistiche hanno sviluppato tecniche "efficientistiche" in termini di risparmio energetico, e hanno impresso finalmente un ritmo non più insignificante alle ricerche sullo sviluppo delle energie rinnovabili, il Brasile (forse perché impegnato in un´ardua campagna elettorale) mostra di prendersi carico del tragico problema della gigantesca devastazione del suo polmone tropicale.
Quel che è disperatamente mancato è il "cuore" del rapporto Bruntland: che non era l´intervento sui guasti del processo di consumo e di produzione, ma la modificazione radicale di quel processo, dalla sua ispirazione centrale, che resta oggi la crescita quantitativa (di tutto, di più) al criterio fondamentale dello sviluppo qualitativo. Un solo esempio: a che serve migliorare l´efficienza energetica delle automobili in termini di emissioni, se il parco automobilistico raddoppia ogni dodici anni?
Gli innegabili progressi parziali non hanno allontanato se non marginalmente le due minacce supreme dell´affluenza degli uomini e dell´effluenza delle cose.
Quanto alla prima, a dire la verità, anche il rapporto Bruntland era più che pudico. Per parlare di contraccettivi, per esempio, diceva: "i mezzi tecnologici indispensabili al controllo delle dimensioni del nucleo familiare". Qui la responsabilità delle autorità religiose e dei loro comandamenti teologici, è enorme. Quei comandamenti erano perfettamente compatibili con la dignità e la sostenibilità dell´uomo e dell´ambiente in un mondo caratterizzato da una cronica scarsità demografica. Diventano invece un attentato ad ambedue nel mondo povero e congestionato, ove la irresponsabilità procreativa condanna milioni di bambini alla morte prematura e miliardi di uomini e di donne alla miseria.
Quanto alla seconda: essa deriva dalla persistenza del dogma laico della crescita. Dogma che non è solo capitalistico. I paesi comunisti lo hanno idolatrato, con le conseguenze ecologiche che tutti hanno potuto constatare. Anche qui: la crescita delle merci disponibili è perfettamente compatibile con l´ideale del benessere in una società di scarsità di beni materiali e di consumi: ma è insostenibile in una società nella quale la tecnosfera è diventata tanto potente da intaccare la biosfera: quella pellicola esigua che ricopre la terra (pochi chilometri di spessore) e che ci appare col suo manto verdazzurro, splendido e vulnerabile, nelle immagini che i nostri satelliti ci trasmettono dallo spazio esterno.
Per affrontare il primo pregiudizio servono politiche di controllo demografico e di pianificazione familiare. Il liberismo demografico è un peccato contro l´umanità. Rassegnarsi alla stabilizzazione "naturale" attorno ai 10 (o 12?) miliardi di abitanti, significa, in una condizione di crescente disuguaglianza, infliggere sofferenze mostruose e indecorose a milioni di nuovi esseri umani, di persone nel senso cristiano della parola, e non fantasmi deambulanti, affidando alla provvidenza divina un compito che è tutto proprio della coscienza umana.
Per affrontare il secondo, bisogna ristabilire anzitutto un minimo di solidarietà tra i ricchi e i poveri del mondo. Ora: come si fa a raggiungere un´intesa comune in un mondo che ha visto crescere negli ultimi cinquant´anni le distanze tra i paesi più ricchi e i più poveri da 30 a 1 a 90 a 1 in termini di reddito pro capite? Come si fa a impartire lezioni di liberalizzazione da parte dei paesi ricchi ai paesi poveri quando i primi sbarrano spietatamente i loro mercati agricoli ai secondi? Nel suo ultimo rapporto la Banca mondiale, che l´"Economist" comincia a sospettare di simpatie "marxiste", ha calcolato che 180 miliardi di dollari all´anno per 10 anni consentirebbero d´aver accesso all´acqua potabile, a un´istruzione di base e a un alloggio decente a tutti coloro che ne sono privi, in tutto il mondo. Intanto, gli Usa e l´Europa concedono ogni anno ai loro agricoltori 347 miliardi di dollari di sussidi: poco meno del doppio di quella cifra.
L´insostenibilità della ineguaglianza e della povertà costituiscono il primo ostacolo a una politica mondiale di sostenibilità ambientale. Il secondo ostacolo è costituito dalla assenza di un governo mondiale "minimo": un´autorità capace di gestire un grande programma di redistribuzione delle risorse, capace di costituire per tutti i "cittadini del mondo" una rete di protezione e di dignità sociale. Entro i prossimi cinquant´anni, le proiezioni economiche annunciano una quadruplicazione del reddito mondiale. Non sono quindi le risorse che mancano. È la globalizzazione dei diritti. Il terzo ostacolo è costituito, in stridente contrasto con questa ultima esigenza, dalla cementificazione degli egoismi: politici, economici, personali. Questo è un problema culturale e morale: il più grave di tutti. Può una società che brucia ogni valore sull´altare della competizione attingere alle risorse profonde della cooperazione?
Temo proprio che Johannesburg non darà risposte convincenti su questi problemi cruciali. Ma, come diceva quel tale che non aveva giocato al Totocalcio e però guardava con grande interesse i risultati: non si sa mai.

la Repubblica
27 agosto 2002


Una rivoluzione per salvare l'ambiente

di KOFI ANNAN 


IMMAGINATE un futuro d´incessanti uragani e alluvioni, d´isole e regioni costiere densamente popolate inondate dall´innalzamento degli oceani, terreni un tempo fertili resi sterili da siccità e desertificazione, emigrazioni di massa di rifugiati per cause ambientali, conflitti e guerre per contendersi l´acqua e altre preziose risorse naturali.
E ora immaginate – perché è possibile sperare – un contesto migliore, con tecnologie rispettose dell´ambiente; città vivibili; abitazioni, mezzi di trasporto e industrie che sfruttano fonti alternative d´energia; e migliori standard di vita per tutti i popoli della Terra, non per una fortunata minoranza soltanto.
Scegliere tra queste due opposte visioni spetta a noi. Le attuali tendenze forse non sono del tutto incoraggianti, e ormai sappiamo abbastanza di problemi ecologici da temere il peggio. Tuttavia siamo ancora in tempo per allontanarci dall´orlo del peggio. Cosa ancora più importante, esiste un altro cammino da percorrere, migliore per i popoli, meno dannoso per l´ambiente e possibile grazie alle politiche, alle conoscenze e alle tecnologie oggi a nostra disposizione. L´umanità ha mosso i primi passi in questa migliore e più illuminata direzione. Scopo del World Summit di Johannesburg sullo Sviluppo Sostenibile è far sì che questi primi passi in quella direzione continuino, che noi tutti ci mettiamo immediatamente e definitivamente in marcia.
Vivere in armonia con il nostro pianeta è una sfida antica quanto la stessa società umana. Poco più di due secoli fa, con la Rivoluzione Industriale, il rapporto tra l´umanità e la Terra è cambiato in maniera radicale. Utilizzando la nuova tecnologia del motore a vapore all´inizio del XIX° secolo e quella dei motori a combustione interna nel secolo appena conclusosi, l´umanità si è scoperta in grado di sfruttare su larga scala l´energia contenuta in combustibili fossili quali il carbone, il petrolio e il gas. Allo stesso tempo le straordinarie migliorie della produzione agricola, rese possibili dall´avvento in agricoltura della meccanizzazione, dei fertilizzanti e da un uso più funzionale dell´acqua, hanno spinto molte persone a lasciare le campagne per le fabbriche e le città. Il risultato di tutto ciò è stata una vera e propria rivoluzione degli standard di vita, una rivoluzione mai verificatasi precedentemente e che mai s´era immaginato fosse possibile.
Oggi ci occorre un´altra rivoluzione. Una rivoluzione intesa nel senso di una comune gestione del pianeta. Per troppo tempo troppe persone hanno creduto che i limiti naturali del benessere si fossero ormai raggiunti. Per troppo tempo troppe persone hanno confidato esclusivamente nelle conquiste della tecnologia come nell´unica e ineluttabile risposta a qualsiasi limitazione delle risorse o qualsiasi vulnerabilità potesse presentarsi.
Col tempo, tuttavia, a mano a mano che l´umanità si è andata ritrovando in territori inesplorati per quanto concerne lo sfruttamento dell´energia e la crescita della popolazione – e, in particolare, a mano a mano che andava affiorando il naturale desiderio da parte dei popoli di condividere quella prosperità finora goduta da pochi – abbiamo cominciato a capire i pericoli insiti nell´attuale modello di sviluppo. Ora che le foreste sono state abbattute, che le falde acquifere si sono prosciugate, che l´atmosfera è satura di sostanze tossiche e che gli oceani sono pressoché svuotati di pesci; ora che il clima ha iniziato a ritorcersi contro di noi, riflettendo il nostro dissoluto modo di vivere, il mondo comincia a vedere i pericoli delle attività umane nel suo complesso.
Le varie società del mondo stanno cercando di far sì che la crescita economica e la protezione dell´ambiente vadano di pari passo, e non siano in conflitto tra loro. Molti gruppi hanno cercato di diffondere una presa di coscienza. Molti imprenditori stanno cogliendo le occasioni che le tecnologie e le pratiche rispettose dell´ambiente offrono. Come comunità mondiale abbiamo tenuto decisive conferenze, come quella di Stoccolma nel '72 e quella di Rio de Janeiro nel '92, abbiamo negoziato dozzine di accordi multilaterali, abbiamo fondato istituzioni come il Programma Ambientale dell´Onu, e abbiamo delineato una comune visione del cammino da percorrere con i Millennium Development Goals, che comprendono la cancellazione della povertà e della fame, la riduzione della mortalità infantile, il raggiungimento dell´uguaglianza tra i sessi e dell´educazione primaria universale. Ma, come spesso succede, la nostra comprensione – quella dell´opinione pubblica e quella della comunità scientifica – è andata ben oltre la risposta politica. Il Summit offre la possibilità di recuperare lo svantaggio.
Johannesburg mira a dare pari attenzione alla duplice aspirazione dello sviluppo sostenibile. Coloro che affermano di preoccuparsi per l´ambiente e al tempo stesso disdegnano ciò cui mira lo sviluppo non fanno altro che indebolire entrambe le cose. Perché per i più poveri dell´umanità in particolare, sviluppo significa possibilità di nutrirsi, di andare a scuola, di curarsi, per sé e per i loro figli. Ma lo sviluppo che tiene in scarsa considerazione la sostenibilità, alla fine è solo autolesionistico. La prosperità costruita saccheggiando l´ambiente naturale non è affatto prosperità, è soltanto un rinvio temporaneo del disastro futuro. La questione non è in questi termini: ambiente contro sviluppo oppure ecologia contro economia. No, i due ambiti possono esser integrati. Non è questione di ricchi o poveri, tutti hanno interesse allo sviluppo sostenibile.
Che cosa può fare una conferenza, specialmente tenendo conto che i risultati nel decennio trascorso dal primo Earth Summit sono un progresso penosamente lento e un acuirsi della crisi ambientale mondiale? Johannesburg suonerà ancora un campanello d´allarme e soprattutto dovrà rinnovare l´impegno politico ad alto livello per favorire lo sviluppo sostenibile. Già conosciamo i risultati che è possibile conseguire quando i leader della Terra parlano ufficialmente di un determinato argomento – sia questo l´Aids o gli aiuti umanitari o il commercio – e sappiamo come possano appoggiarli pienamente con tutte le risorse delle loro amministrazioni.
Le previsioni catastrofiche, i panorami apocalittici e gli scenari funesti non sono sufficienti ad ispirare i popoli affinché cambino le loro politiche o il loro modo di comportarsi quotidianamente. Ma non possiamo neppure sottovalutare i problemi che ci stanno di fronte, o pensare che lo sviluppo sostenibile si attuerà per conto proprio. All´alba di questo nuovo secolo dobbiamo fare una scelta. Abbiamo sia le risorse umane sia quelle materiali che occorrono per attuare uno sviluppo sostenibile, non un concetto astratto, ma una realtà tangibile. A Johannesburg i popoli dovranno essere uniti: per dimostrare la nostra appartenenza ad un destino comune, per dimostrare che affronteremo questa sfida seriamente, e infine per esercitare una maggiore responsabilità nei confronti di ciascuno di noi, degli altri e della Terra dalla quale dipendono il progresso e il benessere comuni.
l´autore è segretario generale dell´Onu
traduzione di Anna Bissanti

la Repubblica
27 agosto 2002


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