Un governo mondiale per le risorse naturali

di JAMES D. WOLFENSOHN 
Presidente della Banca mondiale

La primavera scorsa, il summit dell’Onu a Monterrey spronava i Paesi poveri a un maggiore impegno per migliorare le proprie politiche e la propria governance in cambio di maggiori aiuti e mercati più aperti da parte dei Paesi ricchi. Il summit mondiale della prossima settimana a Johannesburg sullo Sviluppo sostenibile è l'occasione per passare dalle parole ai fatti. Che cosa dovrebbe aspettarsi il mondo da Johannesburg? Forse il modo migliore di rispondere a questa domanda è di guardare avanti e immaginare che tipo di mondo vogliamo, non solo per adesso, ma per i nostri figli, e per i figli dei nostri figli. 
Lasceremo come nostra eredità un pianeta più povero che ha più gente affamata, un clima erratico, con meno foreste, meno biodiversità, e che sarà ancora più esplosivo socialmente di quanto non lo sia già oggi? 
Secondo il nuovo World Development Report 2003 della Banca Mondiale, nei prossimi 50 anni la popolazione del mondo potrebbe crescere del 50% ed arrivare a 9 miliardi di persone, e il Pil mondiale potrebbe quadruplicarsi arrivando a 140 mila miliardi di dollari. Dati gli attuali andamenti della produzione e del consumo, le sollecitazioni ambientali e sociali minacciano di far deragliare gli sforzi per lo sviluppo e di intaccare pesantemente gli standard di vita se non riusciremo a disegnare istituzioni e politiche migliori. 
Se i poveri devono ridurre il gap di uguaglianza che è emerso negli ultimi 50 anni, le politiche di sviluppo dovranno essere incentrate ancora di più nella protezione delle nostre foreste, riserve ittiche e agricoltura - rendendole più produttive. Politiche approssimative e una governance debole hanno contribuito a disastri ecologici, ad una crescente disparità nei redditi, e a uno sconvolgimento sociale che in alcuni Paesi è spesso risultato in profonde deprivazioni, disordini, o rifugiati scappati alla fame o a guerre civili. 
Se rimaniamo sulla strada attuale i segnali non sembrano molto incoraggianti. Per il 2050 infatti, le emissioni totali di anidride carbonica nel mondo saranno più che triplicate, mentre 9 miliardi di persone - tre miliardi in più di quante non ce ne siano oggi e la maggior parte nei Paesi in via di sviluppo - si serviranno dell'acqua presente sulla terra, mettendo a dura prova le già troppo sfilacciate risorse idriche mondiali. Nel frattempo, i bisogni di cibo saranno più che raddoppiati, una cupa prospettiva per l'Africa dove attualmente la produzione di cibo non sta tenendo il passo della crescita della popolazione. Tutto ciò in un mondo dove l'estinzione minaccia già il 12% di tutte le specie di uccelli, e un quarto delle specie dei mammiferi. 
Globalmente, 1,3 miliardi di persone vivono già in terre fragili - zone aride, paludi, e foreste - che non portano sufficiente sussistenza. Per il 2050, e per la prima volta nella storia dell'umanità, sarà maggiore il numero di persone che abitano nelle città invece che in zone rurali. Tuttavia questi andamenti offrono anche delle opportunità, se i leader mondiali e i policy makers che si incontreranno a Johannesburg avranno insieme il coraggio di promettere - e di mantenere per il lungo termine - iniziative decise e ardite per i prossimi 10-15 anni. 
La maggioranza degli investimenti strutturali - abitazioni, negozi, fabbriche, strade, energia e servizi idrici - di cui avranno bisogno le crescenti popolazioni mondiali nei prossimi decenni non esistono ancora. Standard più elevati, una migliore efficienza, e procedure di decision-making più inclusive potrebbero significare che questi preziosi elementi siano costruiti meglio e con minori contraccolpi sulla società e sull'ambiente. Dobbiamo sforzarci di raggiungere i Millennium Development Goals, che prevedono un mondo dove la povertà verrà dimezzata entro il 2015, e così facendo metteremo le fondamenta per un circolo virtuoso di crescita e sviluppo umano nei Paesi poveri del mondo. 
Se i redditi individuali nel mondo in via di sviluppo crescessero in media del 3,3% annualmente, raggiungerebbero 6.300 dollari all'anno nel 2050, quasi un terzo in più degli attuali livelli nei Paesi a reddito medio alto. E una crescita del genere è già vista come un risultato modesto da alcuni leaders dei Paesi in via di sviluppo. Negli ultimi vent'anni infatti i livelli di crescita annuale media in molti Paesi asiatici sono stati addirittura il doppio di quel dato. 
Che cosa significherebbe tutto ciò per la gente comune? I loro bisogni primari per casa, cibo e vestiti potrebbero tranquillamente essere soddisfatti. La speranza di vita media crescerebbe a 72 anni nei Paesi poveri, paragonata ai 58 di oggi in quei Paesi con i redditi più bassi. Il numero di bambini che muore prima dei 5 anni si ridurrebbe drammaticamente, e il numero di persone alfabetizzate crescerebbe fino a quasi il 95%. 
Naturalmente questa significativa crescita economica produrrebbe potenzialmente dei rischi enormi all'ambiente naturale, e questi rischi sono ancor maggiori nei Paesi in via di sviluppo. 
Se salvaguarderemo in modo saggio le nostre risorse vitali, fondamentali tra queste l'ambiente e la stabilità sociale, allora riusciremo a raggiungere i risultati di crescita essenziali a ridurre la povertà in maniera duratura. Sarebbe incosciente da parte nostra il riuscire a raggiungere i Millennium Development Goals nel 2015 solo per trovarci davanti a città caotiche, riserve idriche scarseggianti, emissioni aumentate, e persino meno terra arabile da dover sostenere di quanta non ne abbiamo oggi. 

Corriere della Sera
22 agosto 2002


Non possiamo più aspettare

di RIGOBERTA MENCHU


DIECI anni fa, il vertice della Terra di Rio de Janeiro aveva preso l´impegno di fermare e invertire il processo di distruzione dell´ambiente e di ridistribuire il potere, le risorse e le opportunità all´interno dei paesi e tra essi. Al vertice di Johannesburg quest´anno non basterà arrivare con soli impegni di carta.
Perché i disegni di coloro che detengono il potere mondiale continuano a indebolire l´efficacia degli strumenti internazionali fino a renderli nei fatti irrilevanti.
Non sto ignorando i progressi che, in particolare in materia legislativa e normativa, sono stati raggiunti negli ultimi dieci anni a livello mondiale, regionale e globale, così come la ricchezza delle molteplici esperienze locali che si sono sviluppate a seguito dei risultati di Rio.
L´arsenale teorico e normativo emerso dal Summit sulla Terra del ´92 - gli strumenti vincolanti e l´insostituibile strumento metodologico dell´Agenda 21 - costituisce il più significativo progresso intellettuale e politico che il dibattito sullo sviluppo e la convivenza pacifica abbiano prodotto nella storia contemporanea. Rio ha segnato un punto di non ritorno definitivo nei concetti, dando allo sviluppo un approccio integrale che stabilisce l´interrelazione tra le dimensioni economica, sociale, ambientale e culturale. Le sue carenze più gravi sono state, forse, quelle riguardanti la sfera istituzionale e quella finanziaria, lasciate alla mercé della volontà politica delle rispettive istanze.
Ora ci aspettiamo che il Vertice di Johannesburg raggiunga senza sotterfugi un fermo compromesso politico per garantire la governabilità ambientale del pianeta e, con essa, la pace mondiale. Questi dieci anni ci hanno mostrato quanto sia insufficiente il poter contare su previsioni precise e perfino su strumenti internazionali vincolanti e linee d´azione. Occorre rinnovare una volontà politica che restituisca il valore del patto fondativo delle nostre azioni, legittimando il senso di corresponsabilità con il quale è nato, mezzo secolo fa, il sistema internazionale contemporaneo e, soprattutto, definire con chiarezza la responsabilità che compete a ognuno.
Ci aspettiamo anche che il Vertice di Johannesburg rafforzi il riconoscimento dei popoli indigeni come soggetto di diritti. Questo implica che ci sia riconosciuto il diritto di sfruttare i nostri territori inalienabili, le risorse che abbiamo utilizzato ancestralmente e la proprietà intellettuale collettiva sulle conoscenze tradizionali. Nei nostri territori abbiamo riprodotto la vita generazione dopo generazione senza alterare le condizioni che permettevano ai nostri figli e ai nostri nipoti di preservare la ricchezza ereditata dai nostri nonni. Nei nostri territori abbiamo preservato la biodiversità e abbiamo prodotto efficientemente il cibo che ha segnato la storia delle civiltà. Dai nostri territori siamo entrati in rapporto con il resto dell´umanità, offrendo le nostre conoscenze millenarie per migliorare la vita dei nostri fratelli ovunque nel pianeta e applicato la sapienza imparata da altri popoli. Non accetteremo alcuna restrizione degli standard internazionali vigenti, in particolare dell´obbligatorietà del principio del "consenso previo e fondato" per qualsiasi azione che tocchi i nostri interessi.
Occorre convertire il Patto di Rio in un Codice di Convivenza, per un mondo che ha provocato tanti morti dall´ultima guerra mondiale, che ha generato oggi più di 23 milioni di rifugiati e nessuno sa quanti sfollati. Non possiamo continuare a coprire con eufemismi la gravità dell´attuale situazione e il peggioramento delle tendenze delle quali siamo perfettamente a conoscenza. Occorre cambiare radicalmente il ritmo e la direzione di questa convivenza compiacente con il disastro e la crudeltà. Recuperare la dignità, il senso più profondo del compromesso con la vita, con le vite, con la sopravvivenza delle specie, delle civiltà.
(Copyright Ips - Traduzione Guiomar Parada)


la Repubblica
21 agosto 2002


Rapporto della Banca Mondiale: "L´attuale sviluppo economico è insostenibile". Il futuro dell´umanità in megalopoli malsane
2030, odissea sulla Terra
"Vivremo in città sporche, povere e senz´acqua"
I poveri saranno 6 miliardi, la terra e le risorse idriche non basteranno "Servono misure per cambiare i modelli di consumo e produzione"
Il documento sarà presentato oggi a Johannesburg. "Aumenteranno i rischi di catastrofi e guerre su un mondo più ricco ma insicuro"

MAURIZIO RICCI

UN MONDO di sterminate bidonvilles, sporche, malsane, oscurate dall´inquinamento, irrespirabili, dove si affollerà due terzi dell´umanità: sei miliardi di persone costrette a vivere addosso l´una all´altra, perennemente alla mercè di pochi «padroni dell´acqua», i furbi che saranno riusciti a mettere le mani sulle riserve del bene più prezioso e lo razioneranno secondo i loro interessi. Fuori dalle città, un altro miliardo e mezzo di affamati, disperatamente aggrappati ai loro pezzetti di terra inutile, affondata nelle paludi, appesa ai ripidi pendii delle montagne, isterilita dal deserto.
La Terra 2030 che disegna l´ultimo «Rapporto sullo sviluppo» della Banca Mondiale è uno scenario più agghiacciante di «Blade Runner». Preparato per il «Summit sullo sviluppo sostenibile», che si aprirà a Johannesburg la prossima settimana, il Rapporto segnala che, senza interventi decisi e immediati, il mondo di metà secolo potrà essere fino a quattro volte più ricco di oggi (con un Pil, il prodotto interno lordo, complessivo alla stratosferica cifra di 140 mila miliardi di euro), ma anche l´ultimo miliardo e mezzo di abitanti, i fortunati chiusi nel recinto dei paesi ricchi, faranno fatica a viverci. Nell´elenco delle tragedie incombenti - dall´inquinamento, all´esplosione urbana, alla corsa ai diritti di proprietà sull´acqua, al collasso della pesca, allo spopolamento delle specie animali - il famigerato «effetto serra», con le sue catastrofiche conseguenze di allagamenti e desertificazione, finisce per essere solo una delle voci al passivo nel bilancio del pianeta. Tutte insieme, compongono quella che potremmo chiamare la «trappola dello sviluppo», in cui il pianeta rischia di rimanere prigioniero e soffocare.
Non è la prima volta che gli organismi internazionali emettono previsioni troppo pessimistiche. La Banca Mondiale lo riconosce. Avevamo previsto un mondo stroncato dalla fame, dicono i suoi esperti nel Rapporto, e la «rivoluzione verde» in India e le riforme cinesi hanno portato i due paesi più popolosi alla soglia dell´autosufficienza, scongiurando un´ecatombe planetaria. Avevamo previsto un´esplosione demografica insostenibile, continuano, e invece la popolazione mondiale continua a crescere, ma il ritmo rallenta e l´umanità arriverà a 9 miliardi di persone intorno al 2050 e si stabilizzerà sotto i 10 miliardi, entro fine secolo. Ma far vivere e non solo sopravvivere i 3 miliardi di uomini e donne che oggi hanno meno di 2 dollari al giorno e i 2-3 miliardi che, nei prossimi decenni, si aggiungeranno alle folle di disperati è una sfida più esattamente quantificabile. «Perché il numero di poveri nel mondo si dimezzi entro il 2015 - dice uno dei massimi dirigenti della Banca Mondiale, Ian Johnson - i paesi più arretrati dovrebbero accrescere il loro Pil pro capite del 3,6 per cento l´anno. Ma sarebbe assurdo arrivarci solo per trovarci di fronte a città invivibili, riserve d´acqua calanti, più ineguaglianza, più guerre e finanche meno terre coltivabili di quanto abbiamo ora». «Il mondo da 140 mila miliardi di euro di Pil semplicemente non può reggersi - dice il capo degli economisti della World Bank, Nicholas Stern - sugli attuali modelli di consumo e di produzione».
L´esperienza dei paesi ricchi insegna che, man mano che l´economia si sviluppa, si modifica la propensione ad inquinare. Ma questo, ribatte il Rapporto, è vero solo in alcuni casi: «Diminuisce l´afflusso di nitrati che avvelenano i fiumi, ma non si riducono affatto, ad esempio, le emissioni di anidride carbonica». Il consumo (o lo spreco) di energia è un altro termometro cruciale della «sostenibilità»: oggi, il consumo pro capite di energia nei paesi ricchi è molto più alto che nel resto del mondo. Ma perché il resto del mondo è più povero: di fatto, usa peggio l´energia. Per produrre un euro di Pil, i paesi in via di sviluppo impiegano quasi quattro volte l´energia che occorre ai paesi ricchi per produrre un euro di Pil. Se il vertice di Johannesburg ha bisogno di un logo, basta l´enorme nube marrone, frutto avvelenato degli incendi delle foreste e dell´inquinamento industriale, che galleggia sopra il cielo dell´Asia.
Tuttavia, la «trappola dello sviluppo» non è ancora scattata, anche se bisogna fare in fretta ad uscirne. La prima leva, osserva il Rapporto, è la stessa arretratezza dei paesi poveri. Ancora devono mettere in piedi il grosso delle loro fabbriche, delle loro comunicazioni, delle loro infrastrutture, delle loro case e potranno farlo con standard di maggiore efficienza, ad esempio energetica. Il caso classico è quello della benzina verde, introdotta, praticamente senza passare attraverso lo stadio della benzina a piombo. La seconda leva è la curva della crescita demografica, in rallentamento: nei prossimi decenni, un mondo di bambini diventerà un mondo di giovani adulti, con un tasso di analfabetismo dimezzato e meno bambini a carico dei loro genitori: in prospettiva, una forza lavoro che, se utilizzata, può fornire una spinta decisiva allo sviluppo economico. Ma è una risorsa destinata a scadere: come il baby boom dei paesi ricchi, anche questa è un´arma a doppio taglio, che, presto, finirà per colpire. A metà secolo, questa massa di giovani adulti sarà invecchiata e avrà meno figli per aiutarli: già nel 2030, un terzo dei cinesi avrà più di 65 anni.
C´è un altro motivo per aver fretta. Alcuni dei fattori favorevoli degli ultimi decenni rischiano di rovesciarsi. Fra le aree minacciate dalla scarsità d´acqua ci sono le pianure dell´India e della Cina settentrionali, dove si è sviluppata la rivoluzione agricola di fine '900: i rendimenti delle terre migliori stanno diminuendo. Questo finirà per accrescere la pressione sulle terre marginali (foreste, zone aride o montagnose, paludi) dove oggi si concentra una grossa fetta dei poveri, anzi dei poverissimi, del pianeta: 1,2 miliardi di persone, il doppio di quarant´anni fa, su una terra che già non era in grado di sostenere la popolazione iniziale. Per quanti miracoli di tecnologia agricola si possano immaginare, la Banca Mondiale ritiene che il futuro, per molti di loro, sia solo l´emigrazione. Verso dove? Verso le città. Nei prossimi decenni, 2 miliardi e mezzo di pastori e contadini si sposteranno in città. Saranno poveri che si aggiungono a poveri, in una moltiplicazione esplosiva: la popolazione urbana crescerà di 60 milioni di abitanti l´anno, l´equivalente di tutti gli egiziani o di tutti gli abissini.
Nel 2050, per la prima volta nella storia, due terzi dell´umanità vivrà in città. O, più probabilmente, in una bidonville. Negli slum del Terzo Mondo abitano già 837 milioni di persone, secondo le stime Onu: un quarto degli abitanti di città latinoamericane vive sotto un tetto di lamiera, di solito senza acqua corrente e senza fogne, la metà della popolazione urbana in Africa, un terzo in Asia. Il tasso di affollamento è altissimo, rispetto all´Occidente: Mumbai (la vecchia Bombay) ha 400 persone per ettaro, Shangai 500, New York 40. Sono cifre destinate ad essere polverizzate. Il futuro del Terzo Mondo è lastricato di grandi e grandissimi agglomerati urbani. Il numero di città con più di 10 milioni di abitanti è passato da 1 a 4 in Occidente, ma da zero a 15 nel resto del pianeta. Nei prossimi trent´anni, le megacittà dei paesi poveri diventeranno 54, e vi si affollerà un miliardo di abitanti. Altri 5 miliardi di persone si pigeranno in centinaia di città appena più piccole.
La sfida - in termini di lavoro, servizi, ospedali, case, strade, trasporti, fogne, acqua, elettricità, scuole - è, ammette il Rapporto, di quelle che fanno rizzare i capelli in testa. La risposta immaginata dalla Banca Mondiale è fatta di sviluppo economico industriale e postindustriale, di prevenzione, di pianificazione urbanistica, di costante consultazione con gli interessati. Per chi ha in mente i tassi di criminalità, di inefficienza amministrativa, di corruzione, nonché le risorse disponibili in tanti paesi arretrati, quella del Rapporto sembra solo una esercitazione a tavolino. Ma il mondo ha già smentito molte volte i pessimisti: in fondo, Kuala Lumpur ha una pianificazione urbanistica migliore di Dublino. E a Bogotà ci sono più piste ciclabili che a Roma.

la Repubblica
21 agosto 2002 


Alluvioni estive e riscaldamento della Terra

ABBIAMO SCONVOLTO IL NOSTRO CLIMA

di GIOVANNI SARTORI


Abbiamo avuto, quest’anno, più caldo del solito? Le misurazioni dicono di sì. Così come ci dicono che il clima è sempre più instabile e esagerato. Più caldo, più freddo, più temporali devastanti, più alluvioni. In Italia l’agosto è stato, finora, selvaggio; e prima giugno è stato eccezionalmente torrido e luglio eccezionalmente piovoso. Non accadeva da 200 anni. Il che vuol dire che non accadeva da quando caldo e piogge vengono misurati. Ci dobbiamo allarmare? Sicuramente sì. Non siamo al cospetto di bizzarrìe climatiche che ci sono sempre state. Siamo invece al cospetto di una tendenza costante di riscaldamento della Terra. La migliore spia di questo trend sono i ghiacciai, che evidenziano il più grande disgelo dalla fine delle glaciazioni. Lo spessore e la superficie della calotta polare artica (Polo Nord) si stanno paurosamente riducendo. Nel secolo scorso i ghiacciai del Monte Kenya hanno perso il 92% del loro volume, quelli del Kilimangiaro il 73, e i nostri ghiacciai alpini il 50. E la domanda cruciale è se questo riscaldamento sia imputabile a cause umane (l’effetto serra dell’inquinamento atmosferico) oppure a cause naturali.
I sostenitori delle cause naturali fanno presente che la Terra è già passata molte volte da periodi di surriscaldamento a periodi di raffreddamento. Senza retrocedere di centinaia di milioni di anni, circa 10 mila anni fa la Tasmania era unita all’Australia e l’Inghilterra era attaccata all’Europa. Poi lo scioglimento dei ghiacci alzò il livello dei mari, creò la Manica e trasformò la Tasmania in un’isola. In tempi più vicini, il nostro Medioevo fu particolarmente caldo tra il 1100 e il 1400 (allora i Vichinghi coltivavano in Groenlandia), mentre il periodo 1450-1850 fu di raffreddamento. Dunque il clima può cambiare da sé. Ma non sappiamo perché. E se non sappiamo perché, come si fa a sostenere che anche il riscaldamento del nostro tempo è dovuto a ragioni cosmiche? Questa è pura congettura. Mentre è certo, è sicuro, che le emissioni di anidride carbonica e di altri inquinanti producono un effetto serra, e quindi un effetto riscaldante.
Difatti una preponderante maggioranza della comunità scientifica dà per altamente probabile che ci stiamo scaldando per colpa nostra. Chi ne dubita lo fa con l’argomento che è già successo in passato: il che non prova nulla. È lecito dubitare, invece, della precisione delle previsioni. Quale sarà la grandezza e la velocità del riscaldamento, e quindi l’entità delle conseguenze che andrà a produrre?
I modelli di simulazione con i quali cerchiamo di prevedere le variazioni del clima sono molto complessi. Giustamente le loro previsioni sono a ventaglio: variano (nelle stime dell’ International Panel on Climate Change sponsorizzato dall’Onu) da un aumento, in questo secolo, tra l’1,4 e i 5,8 gradi centigradi. Ed è inutile dibattere su quale previsione risulterà azzeccata. Siccome non lo sapremo mai in tempo utile, qui vale una logica prudenziale per la quale il non fare nulla per bloccare il nostro gassarsi e moltiplicarsi è sicuramente stupido. Se il riscaldamento fosse naturale, allora saremmo fritti, perché un mondo sconvolto da un clima impazzito che può addirittura cancellare i monsoni e che ci dà troppa acqua oppure zero acqua non potrà certo sostenere i 9-10 miliardi di viventi che Bush, il Vaticano e altri irresponsabili ci stanno regalando. Ma se il riscaldamento fosse umano, prodotto da noi e dai troppi esseri umani, allora se interveniamo con risolutezza ci possiamo ancora salvare. È vero che in materia di vivibilità climatica siamo condannati, come scrive Kendal, all’incertezza. Ma perché scegliere l’incertezza più rischiosa, quella del nulla-fare?
Oggi è giornata di vacanza spensierata. Ma un pensierino è sempre dovuto ai nostri figli. Perché a loro noi non dobbiamo lasciare un mondo invivibile. E non è che la nube tossica gigante minaccia il clima. E’ piuttosto un preavviso del clima che verrà.

Corriere della Sera
15 agosto 2002


VERSO JOHANNESBURG / L’economista Amartya Sen:

«Ambiente, prima la lotta alla povertà»
«Al summit deve nascere una vera cooperazione su scala globale»



Il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile che inizierà il prossimo 26 agosto a Johannesburg sarà un importantissimo evento globale. Finché «sviluppo sostenibile» suonerà come un concetto specialistico il grosso pubblico avrà ragione di chiedersi a che proposito abbia luogo quest'evento globale, quali potranno esserne le conclusioni e come andranno valutate. L'incontro di Johannesburg è il seguito del «Vertice sulla Terra» che si tenne dieci anni fa a Rio de Janeiro. La conferenza di Rio, che produsse pochi accordi, fece comunque progredire di molto la coscienza ambientale nei dibattiti pubblici; fece anche molto per generare la comprensione del fatto che «ambiente e sviluppo sono inestricabilmente collegati» (parole di Kofi Annan, Segretario generale Onu), ed è questa la nozione sottesa all'idea di «sviluppo sostenibile» al vertice di Johannesburg. Il concetto è stato largamente utilizzato nelle analisi ambientali dello scorso decennio dopo essere stato esplorato nel Rapporto Bruntland, intitolato Il Nostro Futuro Comune.
Il Rapporto Bruntland definiva la sostenibilità dello sviluppo come il requisito per andare incontro «ai bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di assolvere le proprie necessità». L’economista Robert Solow formulò più esattamente l'idea di sviluppo sostenibile insistendo sulla condizione che alla prossima generazione si sarebbe dovuto lasciare «tutto quello che potrebbe servire loro per ottenere una qualità della vita buona perlomeno come la nostra, e perché essi possano agire allo stesso modo nei confronti della generazione seguente».
Mentre si potrebbero sollevare molte domande su queste asserzioni, non si può dubitare che il concetto di sviluppo sostenibile, del quale Bruntland è stato pioniere, abbia fatto da punto di partenza forte ed illuminante per riflettere allo stesso tempo su presente e futuro. La necessità di occuparsi dell'ambiente non può assolutamente essere staccata dal tipo di vita condotta oggi dalla gente, specialmente quella povera. Infatti, chi adesso ha una qualità della vita pessima, difficilmente si emozionerà per la promessa di sostenere in futuro quegli stessi standard di vita miserabili. L'obiettivo dovrà dunque comprendere una veloce riduzione della povertà attuale, mentre dovrà dare la certezza che qualsiasi cosa venga fatta ora potrà essere sostenuta in futuro.
Oggi c'è bisogno della cooperazione globale: questo è precisamente ciò che il vertice di Johannesburg tenterà di realizzare. Ma quanto sono favorevoli le prospettive di una vera collaborazione di questo tipo? E' stata seguita molto attentamente la questione della necessità di finanziare ed assistere lo sviluppo, e della misura con la quale i Paesi più ricchi sarebbero disposti ad aiutare le aspirazioni allo sviluppo di quelli più poveri; su questo fronte, stesse a me dare un parere, le cose non appaiono particolarmente incoraggianti. La Conferenza Internazionale sui Finanziamenti per lo Sviluppo, tenutasi in Messico nel marzo scorso, produsse un documento - l'«Accordo di Monterrey» - davvero ottimista nella sua retorica altisonante, ma quasi elusivo sulla possibile entità dell'assistenza finanziaria. Insomma, da questo punto di vista le prospettive per il vertice di Johannesburg non si possono definire rosee.
Ciononostante, di sicuro i sostenitori di un piano economico migliore a Johannesburg terranno duro, e a ragione. E' pure d'estrema importanza, però, che venga chiarito che una fruttuosa cooperazione globale può assumere molte forme, non solo quella d'una generica assistenza finanziaria. Il terreno perduto per l’ambiente a causa del rallentamento subito dagli accordi internazionali, e anche per il sottrarsi agli impegni firmati in passato (come hanno fatto, per esempio, gli Stati Uniti sugli accordi di Kyoto), va riguadagnato. Quanto all'economia, l'importanza di ridurre le barriere doganali che i Paesi più ricchi impongono ai prodotti di quelli più poveri merita una considerazione pratica assai maggiore; Johannesburg offre ad entrambi un'ottima opportunità.
Inoltre, nonostante il pessimismo circa l'assistenza finanziaria in genere, c'è saggezza nell'acuta osservazione di Kofi Annan che le persone di altre nazioni tenderebbero ad essere molto più «sensibili quando si presenta loro un problema umano significativo ed una strategia credibile per affrontarlo». La risposta alla pandemia dell'Aids/Hiv sta in una necessità più generale di tentativi coordinati per le cure sanitarie principali e per l'educazione di base.
Considerando un'altra area, vi sono molte riforme che occorre siano fatte con urgenza in vista dell'economia globale; per esempio, c'è una questione forte per regolamentare in modo più efficace e meno iniquo i brevetti. Le leggi esistenti non facilitano l'uso effettivo di farmaci disperatamente necessari nei Paesi meno affluenti, perché spesso i diritti per lo sfruttamento dei brevetti costano parecchie volte i costi reali di produzione.
Esistono anche molte azioni positive che le nazioni più povere possono intraprendere a proprio vantaggio, senza nessun aiuto finanziario da parte dei ricchi, che hanno bisogno di non essere percepiti come agenti del cambiamento.
In questo contesto, si può anche mettere in discussione la strategia generica con cui lo sviluppo sostenibile viene definito puramente in termini di soddisfacimento dei bisogni, piuttosto che servirsi della prospettiva più vasta dell’incremento delle libertà umane su basi tollerabili. Le libertà fondamentali, naturalmente, dovrebbero comprendere la capacità di andare incontro alle necessità economiche d’importanza primaria, ma bisogna tenere conto anche di altri fattori, come l’allargamento della partecipazione politica e delle opportunità sociali.
L’Unione interparlamentare ed i Forum della società civile stiano preparando incontri a Johannesburg in contemporanea con il vertice, e si spera che i dirigenti di quest’ultimo presteranno attenzione alle preoccupazioni espresse da queste conferenze alternative. Non è neppure ovvia la ragione per la quale il sostegno e l’espansione delle libertà democratiche non figurano tra i temi centrali dello sviluppo sostenibile.
Queste libertà, già importanti di per se stesse, potrebbero inoltre contribuire a far nascere altri tipi ancora di libertà. Per esempio il dibattito pubblico, tanto spesso soffocato sotto i regimi autoritari, potrebbe rivestire un’importanza capitale per il conseguimento di una vita più pienamente umana ed anche per meglio comprendere l’importanza di conservare l’ambiente e dei suoi effetti a lungo termine. I nostri rapporti col mondo dipendono in maniera cruciale dalla nostra visione di noi stessi. 
Mentre si potrebbero sollevare molte domande su queste asserzioni, non si può dubitare che il concetto di sviluppo sostenibile, del quale Bruntland è stato pioniere, abbia fatto da punto di partenza forte ed illuminante per riflettere allo stesso tempo su presente e futuro. La necessità di occuparsi dell'ambiente non può assolutamente essere staccata dal tipo di vita condotta oggi dalla gente, specialmente quella povera. Infatti, chi adesso ha una qualità della vita pessima, difficilmente si emozionerà per la promessa di sostenere in futuro quegli stessi standard di vita miserabili. L'obiettivo dovrà dunque comprendere una veloce riduzione della povertà attuale, mentre dovrà dare la certezza che qualsiasi cosa venga fatta ora potrà essere sostenuta in futuro. Oggi c'è bisogno della cooperazione globale: questo è precisamente ciò che il vertice di Johannesburg tenterà di realizzare. Ma quanto sono favorevoli le prospettive di una vera collaborazione di questo tipo? E' stata seguita molto attentamente la questione della necessità di finanziare ed assistere lo sviluppo, e della misura con la quale i Paesi più ricchi sarebbero disposti ad aiutare le aspirazioni allo sviluppo di quelli più poveri; su questo fronte, stesse a me dare un parere, le cose non appaiono particolarmente incoraggianti. La Conferenza Internazionale sui Finanziamenti per lo Sviluppo, tenutasi in Messico nel marzo scorso, produsse un documento - l'«Accordo di Monterrey» - davvero ottimista nella sua retorica altisonante, ma quasi elusivo sulla possibile entità dell'assistenza finanziaria. Insomma, da questo punto di vista le prospettive per il vertice di Johannesburg non si possono definire rosee.
Ciononostante, di sicuro i sostenitori di un piano economico migliore a Johannesburg terranno duro, e a ragione. E' pure d'estrema importanza, però, che venga chiarito che una fruttuosa cooperazione globale può assumere molte forme, non solo quella d'una generica assistenza finanziaria. Il terreno perduto per l’ambiente a causa del rallentamento subito dagli accordi internazionali, e anche per il sottrarsi agli impegni firmati in passato (come hanno fatto, per esempio, gli Stati Uniti sugli accordi di Kyoto), va riguadagnato. Quanto all'economia, l'importanza di ridurre le barriere doganali che i Paesi più ricchi impongono ai prodotti di quelli più poveri merita una considerazione pratica assai maggiore; Johannesburg offre ad entrambi un'ottima opportunità.
Inoltre, nonostante il pessimismo circa l'assistenza finanziaria in genere, c'è saggezza nell'acuta osservazione di Kofi Annan che le persone di altre nazioni tenderebbero ad essere molto più «sensibili quando si presenta loro un problema umano significativo ed una strategia credibile per affrontarlo». La risposta alla pandemia dell'Aids/Hiv sta in una necessità più generale di tentativi coordinati per le cure sanitarie principali e per l'educazione di base.
Considerando un'altra area, vi sono molte riforme che occorre siano fatte con urgenza in vista dell'economia globale; per esempio, c'è una questione forte per regolamentare in modo più efficace e meno iniquo i brevetti. Le leggi esistenti non facilitano l'uso effettivo di farmaci disperatamente necessari nei Paesi meno affluenti, perché spesso i diritti per lo sfruttamento dei brevetti costano parecchie volte i costi reali di produzione.
Esistono anche molte azioni positive che le nazioni più povere possono intraprendere a proprio vantaggio, senza nessun aiuto finanziario da parte dei ricchi, che hanno bisogno di non essere percepiti come agenti del cambiamento.
In questo contesto, si può anche mettere in discussione la strategia generica con cui lo sviluppo sostenibile viene definito puramente in termini di soddisfacimento dei bisogni, piuttosto che servirsi della prospettiva più vasta dell’incremento delle libertà umane su basi tollerabili. Le libertà fondamentali, naturalmente, dovrebbero comprendere la capacità di andare incontro alle necessità economiche d’importanza primaria, ma bisogna tenere conto anche di altri fattori, come l’allargamento della partecipazione politica e delle opportunità sociali.
L’Unione interparlamentare ed i Forum della società civile stiano preparando incontri a Johannesburg in contemporanea con il vertice, e si spera che i dirigenti di quest’ultimo presteranno attenzione alle preoccupazioni espresse da queste conferenze alternative. Non è neppure ovvia la ragione per la quale il sostegno e l’espansione delle libertà democratiche non figurano tra i temi centrali dello sviluppo sostenibile.
Queste libertà, già importanti di per se stesse, potrebbero inoltre contribuire a far nascere altri tipi ancora di libertà. Per esempio il dibattito pubblico, tanto spesso soffocato sotto i regimi autoritari, potrebbe rivestire un’importanza capitale per il conseguimento di una vita più pienamente umana ed anche per meglio comprendere l’importanza di conservare l’ambiente e dei suoi effetti a lungo termine. I nostri rapporti col mondo dipendono in maniera cruciale dalla nostra visione di noi stessi.

Global Viewpoint di AMARTYA SEN*

Traduzione di Laura Toschi

Corriere della Sera
13 agosto 2002


DELUSI I MOVIMENTI SOCIALI, ECOLOGISTI, COMUNITÀ LOCALI, AGRICOLTORI, PESCATORI, PASTORI E SINDACATI DI 90 PAESI 

Le Ong: un meeting fallimentare 
«Proposte lontane dagli 800 milioni che muoiono di fame» 


ROMA 

UNA riunione «inutile e fallimentare». E´ lapidario e amaro, il giudizio sul vertice Fao espresso dal «Forum sulla sovranità alimentare» che per cinque giorni ha riunito all´Eur movimenti sociali, ecologisti, comunità locali, agricoltori, pescatori, pastori, gruppi femministi e sindacati, oltre duemila persone provenienti da una novantina di Paesi. «Non indica una strada percorribile nella lotta alla fame, non fornisce scadenze e obiettivi precisi ma ripropone gli stessi errori, la stessa inefficace ricetta di sei anni fa», riassume Sergio Marelli, presidente del comitato italiano che ha promosso il Forum: «Serve una nuova formula allargata alla società civile, alla base, ai movimenti di contadini e pescatori, a chi patisce sulla propria pelle la fame». «Siamo molto insoddisfatti», insiste la malesiana Sarojeni Rengam, presidente del Forum delle Ong: «Troppe e troppo gravi sono le insufficienze della Dichiarazione del vertice Fao». Un vertice «concluso con la continuità di una crociera da turismo, con le parole di chi sulle crociere si è sempre trovato a proprio agio», ironizza Marelli con un riferimento a Silvio Berlusconi «che ha cominciato a lavorare come animatore sulle navi da crociera». Con il presidente del Consiglio la polemica è vivace: alla conferenza stampa che ha chiuso il vertice, Berlusconi ha definito le conclusioni del Forum «uno stimolo» ai governi per migliorare le loro politiche sottilineando tuttavia che contengono «proposte poco realizzabili» e «lontane dalle possibilità reali». «Speriamo che le nostre proposte siano vagliate da qualcuno più esperto di lui - replica Marelli - E´ la politica di Berlusconi a essere lontana dagli 800 miliomi di poveri, da chi muore di fame. Noi siamo al loro fianco da 30 anni e le richieste avanzate dal Forum sono le loro richieste». Al punto, insiste Marelli, che «la Fao ci ha riconosciuto come interlocutori affidabili: ad aprire il nostro Forum è venuto il Direttore Generale Diouf, a chiuderlo il vice direttore Henri Carsalade. Berlusconi continua ad evitarci, ma la verità è che la sua politica deve tornare a incrociare la realtà». Contro un vertice «bloccato su posizioni inutili e dannose come la liberalizzazione del mercato, l´apertura agli Ogm e il monopolio di poche multinazionali», il Forum propone un «Piano d´azione» in 19 pagine nel quale sono sintetizzate le linee guida al centro del confronto in questi giorni. «Per sconfiggere la fame bisogna favorire l´accesso al cibo e alle risorse», vi si legge, «bisogna incentivare la produziuone autodeterminata con un sistema di sviluppo e di agricoltura sostenibile che si opponga al liberismo economico e agli Ogm». E bisogna realizzare ovunque nel mondo «la sovranità alimentare», il diritto a «un sostentamento equo, solidale, ecologico e non globalizzato», passando anche dall´«accesso alle istituzioni».«Nessuno critica la Fao, che dovrebbe riuscire però a sostituire il Wto, l´organizzazione mondiale per il commercio, in materia di sostegno allo sviluppo», sostiene Sarojeni Rengam. In questo senso, le Ong valutano con favore il punto di vista del ministro per le Politiche agricole Alemanno, che ha instito sulla necessità che la Fao bilanci le politiche delle istituzioni finanziarie internazionali, controllandone sempre l´attività dal punto di vista etico e della sostenibilità ambientale.


e. nov. 

La Stampa
14/6/2002


Fao/ Adottata la dichiarazione di Roma


L'assemblea plenaria del World Food summit, che si tiene a Roma dal 6 all'8 giugno organizzato dalla Fao, ha adottato all'unanimità la "dichiarazione di Roma" approvata ieri dal comitato per la sicurezza alimentare al termine di
un lungo negoziato. I contenuti della dichiarazione saranno diffusi in giornata. 

Italia e Stati Uniti sono i Paesi meno generosi nel loro contributo per combattere la povertà nel mondo. Secondo i dati forniti dall'Ocse (relativi al 2000), il nostro Paese devolve a quelli in via di sviluppo e alle organizzazioni internazionali solamente lo 0,13% del Pil, una percentuale superiore solo a quella degli Usa che del loro prodotto interno lordo destinano un modestissimo 0,10%. I più generosi in assoluto sono i danesi che investono sui poveri del mondo l'1,06% del Pil a cui seguono l'Olanda, la Norvegia e la Svezia che mettono a disposizione della lotta alla povertà quote superiori allo 0,8% del Pil. Ogni danese destina ai poveri una quota pari a 337 dollari contro i 34 degli Usa e i 29 dollari degli italiani.

Aumentare la percentuale di aiuti rispetto al Pil per i Paesi in via di sviluppo sarà uno dei temi principali del Vertice della Fao che si è aperto stamane a Roma: l'obiettivo dell'Unione Europea fissa attualmente allo 0,39% la cifra minima mentre in ambito G8 si parla dello 0,7%. 

Nella tabella dell'Ocse i contributi dei Paesi industrializzati ai più poveri del mondo:

Quota Pil% Pro capite (in dollari)
Australia 0,27 54
Canada 0,25 55
Danimarca 1,06 337
Francia 0,32 88
Germania 0,27 69
Italia 0,13 29
Giappone 0,28 112
Olanda 0,84 210
Norvegia 0,80 291
Svezia 0,80 203
Gran Bretagna 0,32 68
Usa 0,10 34


Affari Italiani
10 giugno 2002 


IL VERTICE FAO A ROMA

Diamo da mangiare agli affamati

di Gianni Riotta


Sarebbe tragico ed assurdo se il vertice della Fao, l’organizzazione Onu che si occupa di agricoltura e cibo, in programma a Roma dal week end, finisse per essere ridotto a una questione di ordine pubblico, sassi, cariche e teste coronate. Tragico perché ridurre fame, ignoranza, epidemie e sottosviluppo è oggi la questione decisiva. Se ce la facciamo il nostro pianeta vive e prospera in pace, se falliamo muore o si riduce in guerra.

Assurdo perché senza la passione di chi vuole sradicare la miseria e senza le risorse di chi produce la ricchezza, in collaborazione, la partita è perduta in partenza. La curiosa missione congiunta in Africa del musicista Bono e del segretario del Tesoro Usa Paul O’Neill è la prova di come gente diversa stia provando a collaborare. Per prepararvi alle giornate di Roma leggete e riflettete su due libri straordinari, appena pubblicati, «Globalizzazione e libertà» di Amartya Sen (Mondadori) e «Globalizzazione» di George Soros (Ponte alle Grazie).

Un economista Premio Nobel, Sen, e un finanziere di lungo corso, Soros, concordano: «la globalizzazione produce ricchezza» che potrebbe essere usata per ridurre le iniquità. «Il problema» lamenta Soros «è che i vincitori del mondo nuovo non indennizzano i vinti». Conviviamo nel mondo globale, riflette Sen, un mondo che non è mai stato così ricco ma che non riesce a eliminare le disuguaglianze. Inutile dividersi a Roma tra «buoni e cattivi». Meglio riflettere sul da farsi.

Gli Stati Uniti e l'Europa alzano spesso il ditino ad ammonire i paesi poveri «Apritevi al mercato!», ma i pingui sussidi elargiti all'agricoltura occidentale condannano gli agricoltori africani alla miseria. Il sostegno concesso da George Bush (un liberista!) ai «farmers» Usa, per catturarne il voto in novembre, è stato definito dal Financial Times «grottesco e disgraziato». Se Usa ed Europa liberalizzassero davvero l’agricoltura, i paesi poveri esporterebbero subito cibo per oltre 100 miliardi di euro.

Cioè guadagnerebbero il doppio degli aiuti che i paesi ricchi girano loro, borbottando (fonte Oxfam). Gli americani impongono sulle noccioline, per esempio, dazi del 164%, massacrando così le esportazioni dall'Uganda. Anziché sassi i dimostranti lancino dunque ragionamenti. Dieci milioni di persone soffrono la fame in Zimbabwe, Zambia e Malawi: cancellando i dazi si sfameranno. Ma attenti! Il Madagascar era riuscito ad aggirare le barriere e a esportare i suoi eleganti manufatti tessili, crescendo nel 2001 del 6,7%, un sogno per noi torpidi europei.

Una dissennata faida politica interna, fra i leader Marc Ravalomanana e Didier Ratsiraka, sta cancellando in fretta il miracolo economico. Se i paesi poveri non controllano corruzione e disordine politico, aiuti e sviluppo non sono sufficienti al decollo. Il programma Onu di ridurre povertà e analfabetismo del 50% entro il 2015 richiede 50 milioni di dollari l'anno in più del magro bilancio destinato agli aiuti.

L’amministrazione Bush ha incrementato i fondi destinati ai paesi poveri dall'0,11% del prodotto interno lordo allo 0,13. Bene, ma non basta, Canada ed Europa spendono tre volte tanto. Vero leader del mondo nuovo non sarà chi dispone delle armi più sofisticate o della migliore bilancia dei pagamenti. Sarà chi è capace di guidare la globalizzazione fuori dalla disputa tra slogan rancorosi ed egoismi da nababbi. Sen e Soros, la strana coppia Umanista-Affarista, parlano di «morale», parola così fuori moda.

Possiamo essere leader nella sicurezza e nella compassione. «La lotta al terrorismo non vincerà - conclude Soros - se non si accompagna alla visione di un mondo migliore. Gli Stati Uniti devono guidare la lotta contro la povertà, l'ignoranza e la repressione con la stessa urgenza, determinazione e impegno di risorse della guerra al terrorismo». Noi possiamo aggiungere che altrettanto deve fare l'Europa, se vuole davvero essere rispettata nel mondo. Al vertice di Roma e a quello sullo sviluppo, in estate, è sciocco ostinarsi alla faida Global- No global. Ragione e compassione possono prevalere su egoismo e ignoranza. Il tempo stringe.

La Stampa
7 giugno 2002 


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