Sempre più emarginati anche gli anziani e chi ha perso il lavoro

I nuovi poveri: donne e stranieri

Don Virginio Colmegna: "La povertà peggiore è la conseguenza della solitudine e dell'abbandono"
Indagine della Caritas Tra gli immigrati soffrono anche i giovani tra i 18 e i 35 anni che hanno un titolo di studio

ZITA DAZZI


Poveri e non sempre belli. Molte donne, ucraine, affaticate e malinconiche per i figli lasciati in patria. Molti anziani, italiani, rimasti senza lavoro e spesso anche senza famiglia, con problemi di alcol e di depressione. E accanto a loro, un esercito di giovani uomini arrivati dal Terzo mondo, con un inutile diploma di scuola superiore in tasca, alla ricerca disperata di una occupazione, anche in nero, disposti ad accamparsi in qualche modo in dieci per stanza, pagando cifre esorbitanti per l'affitto. Sono alcuni degli identikit dei poveri che abitano nelle province di Milano, Lecco e Varese, il territorio della Diocesi, ambito sul quale la Caritas Ambrosiana ha studiato per realizzare il suo primo "Rapporto sulle povertà". Uno studio di 160 pagine appena pubblicato con le edizioni Oltre, che contiene l'analisi dei 12.757 questionari elaborati nel corso di 30.625 colloqui con gente bisognosa che nel corso del 2001 si è rivolta ai centri dï ascolto nelle parrocchie. E' la prima indagine di queste dimensioni sui bisogni delle fasce deboli nel territorio milanese. Le sorprese sono molte.
L'EMARGINATO TIPO. Donna, straniera, di età compresa fra 18 e 35 anni, coniugata, con livello di scolarità medio-alto, in cerca di lavoro e priva di reddito sufficiente a soddisfare le normali esigenze. Sono queste le caratteristiche prevalenti fra le oltre 12.000 persone che hanno chiesto aiuto ai centri dï ascolto. Il 64,3 per cento delle schede elaborate racconta storie di donne, mentre il campione di uomini arriva al 35,7 per cento. Inoltre il 70 per cento delle richieste è arrivato da stranieri, mentre il 30 per cento da cittadini italiani.
IL BOOM DELL'ECUADOR. Le cinque nazioni più rappresentate fra i poveri che hanno chiesto aiuto alla Chiesa sono Ecuador (31,6 per cento), Perù (17,7 per cento), Marocco /7 per cento) Albania (5,1 per cento), Ucraina (4,5 per cento). Percentuali che non corrispondono per nulla a quelle ufficiali degli stranieri residenti e delle comunità più numerose, statistiche che mettono al primo posto filippini, egiziani, cinesi, peruvani e srylankesi. Nell'indagine Caritas trovano riscontro infatti i problemi dei clandestini, che rappresentano il 56 per cento degli immigrati censiti in questo studio, una realtà in continuo cambiamento. E così da questi dati emerge il fenomeno nuovo dell' arrivo in massa degli ecuadoregni, che sono aumentati dell' 81,6 per cento nel corso del 2000. Fra gli stranieri in regola prevalgono i permessi di soggiorno per motivi di lavoro (il 28 per cento) e quelli per motivi di famiglia (8 per cento).
POVERI ITALIANI. Il 90 per cento dei poveri avanti con gli anni che si sono rivolti alla Curia è costituito da italiani, confermando le più recenti analisi sociologiche che raccontano la terza età come quella più a rischio di disagio, di emarginazione, di esclusione dal circuito degli affetti e del lavoro. Fra gli ultrasessantenni prevalgono i vedovi (45 per cento), ma una buona quota è quella dei coniugati (28,2 per cento). Anche in questo caso le donne sembrano essere le più esposte al rischio di povertà per l'intreccio di processi di diseguaglianza, la dipendenza economica in combinazione con la fragilità del legame matrimoniale, ha spiegato una delle curatrici, la sociologa Meri Salati.
I BISOGNI PRIMARI. I 12.757 poveri hanno fatto presente ai centri dï ascolto 70.785 richieste. Sia tra gli italiani che tra gli immigrati il problema cardine è quello del lavoro (65 per cento fra gli stranieri, 38 per cento fra gli italiani), dal quale discendono a catena la questione della casa e dei mezzi economici per comperare il necessario per vivere. Gli stranieri sottolineano meno degli italiani la questione abitativa, per il semplice fatto che sono rassegnati ad adattarsi a qualsiasi condizione, a vivere in tuguri o anche per strada.
LE NUOVE POVERTA'. Le vecchie povertà sono quelle connesse ai bisogni materiali (reddito, casa, lavoro) che oggi colpiscono in maniera più dura gli stranieri clandestini, mentre le nuove povertà sono quelle forme di indigenza che non hanno come parametro la disponibilità di risorse economiche, ma la qualità della vita: la povertà che oggi affligge soprattutto gli italiani, che vivono disagi e forme di esclusione protratte nel tempo, legate ai maltrattamenti, ai problemi psicologici, alle forme di depressione. Don Virginio Colmegna, direttore della Caritas Ambrosiana, a questo proposito sottolinea l'esigenza di servizi sociali distribuiti sul territorio, capaci di ascoltare e supportare le vulnerabilità più complesse, le povertà estreme che hanno l'aspetto esteriore della normalità e che nascondono malattie gravi, sofferenza psichica, solitudine, abbandono. 


la Repubblica
30 maggio 2002


Povertà invisibile

intervista a Francesca Zajczyk, docente di sociologia urbana all'Università Statale Milano Bicocca

di Marcello Andreetti


Chi sono i nuovi poveri delle moderne metropoli e attraverso quali percorsi giungono in tale condizione? La sociologa Francesca Zajczyk, impegnata da anni in ricerche sul tessuto sociale milanese, tenta di rispondere a queste domande, mostrando situazioni non facili che riguardano anche le tante persone che lavorano in condizioni di costante precarietà.

Quando cominciano le sue ricerche?

Agli inizi degli anni '90 io e il mio gruppo abbiamo cominciato ad affrontare ed approfondire il tema della povertà autoctona e soprattutto dei percorsi che vi potevano condurre, perchè a quell'epoca vigeva il concetto di povertà "statica", causata da storie di vita o da elementi contingenti, e non c'era ancora stata una riflessione seria su quali fossero i percorsi e le caratteristiche sociologiche di chi, nel contesto urbano, ha maggiori probabilità di cadere in quella condizione.
Riflettendo e studiando come il fenomeno impattava nella società contemporanea, che già conosceva l'inizio della crisi dei sistemi di welfare,è iniziata anche un'osservazione sulla condizione di chi si trovava in povertà, constatando che queste persone spesso vi erano "arrivate" partendo da situazioni di normalità.

Quali sono le categorie più a rischio?

Nei primi studi che abbiamo fatto a Milano, in una realtà di benessere diffuso, uno degli aspetti più evidenti era il fatto che il rischio di cadere in una situazione di forte vulnerabilità poteva colpire anche la categoria degli adulti lavoratori che per qualche ragione perdevano l'impiego.
Il periodo di cui stiamo parlando è quello della dismissione industriale, a Milano molto vistoso e forse sottovalutato riguardo agli effetti. La città ha subito cambiamenti nella struttura sociale, determinati dalla modificazione del sistema economico e del mercato del lavoro, davvero strabilianti, anche rispetto alle altre metropoli europee.
In questo "strappo" la componente di popolazione più fragile, nelle condizioni cioè di maggior vulnerabilità, erano gli operai con un basso livello di professionalità, i quali avevano difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro una volta che ne erano usciti.
Se tutto questo lo collochiamo in una società milanese che si basava sull'immagine di famiglia monoreddito, ecco che nel momento in cui questo reddito cadeva, era probabile cadere in povertà, attraverso magari un percorso di crescente deprivazione.
Nell'ambito del problema di cui stiamo parlando questo è stato il fenomeno più evidente, a livello sociologico e politico, che si è verificato a Milano.
In realtà noi stiamo parlando al passato, ma il periodo in esame è recentissimo, così  accade che fenomeni differenti abbiano delle sovrapposizioni: attualmente per esempio i lavori atipici accentuano i rischi di precarietà e quindi di caduta in una situazione di disagio sociale, soprattutto per quanto riguarda le donne e le professionalità più ridotte."

Che possibilità ci sono di uscire da una situazione di vulnerabilità?

Una volta si sottolineava esclusivamente l'aspetto economico della povertà, e ancora adesso la misura utilizzata abitualmente per rilevarla e compararla è la cosiddetta "soglia", che si basa su un indicatore di reddito, solitamente la pensione sociale. Un portato abbastanza recente, ha introdotto invece la questione relazionale nell'analisi del fenomeno: la capacità di relazione è molto importante, perchè può contribuire a rendere meno gravosi alcuni aspetti, e può anche consentire di acquisire maggiori risorse.
Teniamo presente che alcuni studiosi hanno sostenuto una sorta di stigmatizzazione genetica della povertà, secondo la quale il povero riproduce il povero, e questo luogo comune ancora oggi è piuttosto radicato nella generalità delle persone.
Un libro presentato proprio in questi giorni, prende spunto da una grande ricerca a livello europeo sui sistemi locali di assistenza, che cerca di ricostruire non solo le diverse modalità con cui questi si svolgono nelle singole città, ma anche le "carriere" degli utenti dei servizi, per cercare di produrre delle analisi che possano dare delle indicazioni utili. 
Voglio dire che non c'è, o non c'è ancora una ricetta valida e certa per uscire dalla marginalità: in realtà questa è una sfida complicata, e non è solo un problema di strategia politica. 
Una considerazione banale è il fatto che con una prestazione economica generosa da parte del sistema, l'individuo riesce ad uscire da quella condizione di povertà che lo aveva portato a diventare utente dei servizi di assistenza, ma questo è troppo semplicistico.
Da un po' di anni a questa parte si è molto parlato di favorire l'assistenza personalizzata, per cercare di aiutare la capacità di reintegrazione di un individuo escluso socialmente, e questa può forse essere una risposta valida al problema, soprattutto in una realtà come Milano dove la povertà riguarda piccoli numeri.
Naturalmente in tutto questo c'è un problema di fondo, e cioè che per quanto riguarda le città si ragiona a grandi linee, perchè mentre a livello nazionale è comunque costruibile una soglia di povertà che, pur con tutti i suoi limiti metodologici, ci consente di fare una comparazione con altri Paesi, quando si scende a livello locale non abbiamo più dati di reddito o di consumo, ed è per questo che si sono sviluppate molte ricerche sugli utenti dei servizi. Pur sapendo bene che questa popolazione non rappresenta la totalità dei poveri, ma solo la punta dell'iceberg, i risultati sono comunque utili per capire chi sono questi poveri, quali sono le loro caratteristiche di età, ceto sociale, ecc. e quali sono stati i loro percorsi. L'anno scorso abbiamo applicato questa metodologia ai dati del censimento del '91, e adesso siamo curiosi di poter fare una verifica con i dati di quello nuovo.

Quali i dati più significativi all'interno della città?

Dall'ultimo rapporto della Commissione nazionale di lotta alla povertà emerge da una parte una sostanziale stabilità numerica, ma se guardiamo più da vicino, vediamo che all'interno di questa stabilità c'è ad esempio un fenomeno allarmante che è quello della povertà dei minori, in crescita soprattutto nelle famiglie di immigrati con molti figli.
A Milano il Comune ha un servizio di assistenza, che si occupa di famiglie con minori che presentano situazioni di disagio. Il numero di queste famiglie, pur esiguo, continua a crescere da dieci anni a questa parte, e dentro questa quota c'è una componente rilevante di famiglie monogenitoriali con minori a carico, costituite per la quasi totalità da una donna con uno o più bambini.
Questa città è molto ricca di opportunità e ognuno ha possibilità di essere portatore a se stesso di reddito, però spesso i lavoratori, perlopiù i giovani, pur superando la soglia di povertà, vivono in condizioni di precarietà e di disagio personale e psicologico; non a caso si parla sempre più frequentemente di working poor.
Bisogna infine sottolineare come a fronte di sistemi di protezione sociale degli anziani abbastanza validi, non ci sia attenzione a livello politico per categorie che, seppure quantitativamente inferiori, rappresentano un problema crescente, soprattutto se analizzato comparativamente alle altre grandi città globalizzate, che in un certo senso sono un importante punto di riferimento. 


dal sito della "Casa della Cultura" Milano


Sovrappopolazione, condizionati da Marx e dal Cattolicesimo

IDEE CONTRO LA FAME

di PAOLO SYLOS LABINI


In un importante articolo sulla fame nel mondo pubblicato dal Corriere il 15 agosto Giovanni Sartori ha affermato, ironicamente:"I popoli di Seattle si oppongono a valanga a tutto, ma non alla crescita demografica" ed ha accusato Walter Veltroni di reticenza su questo terribile problema. Mi pare, anche dopo aver letto (il 18 agosto) la risposta di Veltroni e la controreplica di Sartori, che quest'ultimo abbia ragione a denunciare la sottovalutazione del problema dell'esplosione demografica. Che, a mio avviso, ha a che fare da un lato con le teorie di Marx, dall'altro con la dottrina della Chiesa cattolica. Ho affrontato più volte il problema della sovrappopolazione in articoli e libri pubblicati a partire dal 1983; l'ultima opera - dedicata al sottosviluppo - è stata pubblicata da Laterza qualche mese fa. Ma veniamo ai termini della discussione: secondo Veltroni, quella africana è una tragedia che va affrontata prevalentemente sul piano economico. Sartori dissente e avverte che minimizzare la questione demografica come nodo in sè è pericolosissimo. Perchè, dobbiamo domandarci, gli antiglobalizzatori ragionano come se quel problema non esistesse? Credo, come dicevo prima, che c'entrino Marx e la dottrina della Chiesa. Marx, che in modo diretto o indiretto ha educato generazioni di comunisti, in Italia anche di comunisti riformisti, nel Capitale attacca con estrema violenza Tommaso Roberto Malthus e il suo principio della popolazione. I comunisti di ogni tendenza, compresi gli eredi, hanno sempre considerato con profonda ostilità le tesi malthusiane, tanto che la stessa Cina di Mao, nell'adottare, nei primi anni '50, una politica di controllo delle nascite (in seguito ribadita ed estesa) dichiarò ipocritamente che in quella decisione Malthus non c'entrava per nulla. Sartori afferma poi che la Chiesa fece naufragare la conferenza sulla popolazione tenuta al Cairo nel settembre 1994. Osservo che, per le raccomandazioni sul controllo delle nascite, il naufragio non fu proprio totale. Fu invece totale il naufragio della precedente conferenza sulla popolazione: allora l'intesa fra marxisti e cattolici fu piena e plateale. Secondo la Chiesa il metodo per controllare le nascite fondato sui giorni infecondi è accettabile perchè è secondo natura, mentre i profilattici sono oggetti esterni e quindi sono contro natura. Ma anche un rasoio è un oggetto esterno: allora farsi la barba per un uomo è contro natura? Se si pensa che i profilattici non servono solo al controllo delle nascite ma anche, come Veltroni mette nel massimo rilievo, alla protezione contro l'Aids, ogni condanna dovrebbe venir meno e io spero che in un futuro non lontano questo accada: è possibile, visto che non si tratta di un dogma. Scrive Veltroni che è sbagliato contare sul controllo autoritario delle nascite, come dimostra il sostanziale fallimento di quella politica in Cina e altrove. No, Veltroni: quella politica in Cina ha avuto in tempi brevi un successo che ha stupito gli stessi demografi (anche se indubbiamente non può essere accettato l'autoritarismo che ha caratterizzato la sua applicazione). Anche in India, dove pure è stata adottata una politica non autoritaria, il successo è stato degno di nota e le carestie, che in Cina e in India fino a qualche decennio fa erano una calamità ricorrente, oggi non ci sono più. Certo, ciò è dipeso non solo dal netto rallentamento della crescita demografica, ma anche dall'aumento della produzione agraria, che è stato alquanto maggiore di quella crescita grazie, specialmente nel sub-continente indiano, alla rivoluzione verde, un effetto positivo della globalizzazione. Occorre tuttavia tenere ben presente che la pressione demografica non è indipendente dalla crescita produttiva, ma la condiziona in vari modi. Così in diversi Paesi poveri la produzione agraria diminuisce mentre aumenta rapidamente la popolazione. Il fatto è che coloro che coltivano la terra, crescendo di numero, cercano di estendere le terre coltivabili, poichè la loro ignoranza non consente di accrescere la loro produttività; ma in questo modo essi riducono l'area delle foreste, un processo aggravato dal bisogno di legna da ardere. Ciò tende a sconvolgere il regime delle acque, contribuendo così alla desertificazione, che a lungo andare comporta rendimenti addirittura in declino. Tuttavia, la messa a coltura di terre via via meno fertili provocata dalla pressione demografica di regola dà luogo non a un declino, ma a una crescita della produzione agraria più lenta di quella della popolazione, come sosteneva Malthus, il quale nella sua argomentazione assumeva tecniche produttive sostanzialmente invariate, un' assunzione tuttora valida per i Paesi dell'ignoranza e della fame, non più valida per i Paesi che si sono sviluppati - qui Malthus ha avuto torto. La diagnosi della fame nel mondo che si riesce a intravedere nelle convulse prese di posizione degli antiglobalizzatori appare primitiva: cibi transgenici nocivi alla salute, caccia al profitto con ogni mezzo, accuse di spoliazione dei Paesi poveri mosse ai Paesi ricchi. La verità è che la globalizzazione ha effetti positivi ed effetti deleteri. Ma la fame nel mondo dipende principalmente da due fattori, tra loro interconnessi: l'insufficiente crescita o addirittura il declino delle produzioni agrarie e l'esplosione demografica. Al G 8 di Genova i capi di governo sono andati con proposte meschine e infelici: riduzione del debito, un'elargizione anti-Aids e poco più. C'è da sperare che alla Conferenza della Fao di novembre vadano con una preparazione adeguata. Alcuni punti programmatici, non generici, resi pubblici per tempo, potrebbero rafforzare l'appello alla ragione e contrastare le spinte alla irrazionalità e alla violenza: i popoli di Seattle, per farsi prendere intellettualmente sul serio, debbono dimostrare di saper pensare, oltre che inveire. In particolare i Paesi europei, facendo riferimento soprattutto ai Paesi più colpiti, quelli dell'Africa sub-sahariana, dovrebbero proporre all'attenzione di tutti, compresi gli antiglobalizzatori, punti molto precisi, come per esempio: un programma per sradicare in tempi brevi l'analfabetismo femminile (ciò può contribuire a ridurre nettamente la natalità), la formazione di tecnici capaci di dar vita a distretti rurali-industriali presso le comunità di villaggio e un piano di interventi umanitari a partire dalla creazione di laboratori specializzati in farmaci contro le malattie più terribili, come l'Aids e la malaria cerebrale. Da evitare come la peste, in quanto fonti di corruzione e di sprechi, gli aiuti puramente finanziari.

Paolo Sylos Labini

Corriere della Sera
25 agosto 2001


La battaglia dimenticata dai Seattlisti

RIFLESSIONI SULLA FAME

di GIOVANNI SARTORI

Salvo contrordini, ai primi di novembre si dovrebbe riunire a Roma il vertice Fao (Food and Agriculture Organization). L'argomento all'ordine del giorno è la fame nel mondo. Però l'argomento che più preoccupa il nostro governo è se i popoli di Seattle - i Seattlisti - scenderanno in piazza anche a Roma, o se a Roma saranno più buoni che a Genova. Chissà. Intanto riflettiamo sulla fame. Una condanna antica che non riusciamo a cancellare. Come Veltroni quasi più di ogni altro non si stanca di ripetere, nelle aree povere del mondo muoiono ogni giorno 30 mila bambini. Il che fa, arrotondando, 11 milioni all'anno. Però Veltroni non ricorda mai l'altra faccia della medaglia, e cioè che ogni anno la popolazione del nostro piccolo pianeta aumenta di 70-80 milioni di persone. Il che fa un miliardo in più entro il 2015.

Ora, Veltroni ha tutto il diritto di tacere su un problema e su cifre che la Chiesa non gradisce. Ma il fatto è che sul problema della sovrappopolazione il silenzio è assordante a tutto campo. Zitti tutti. Ivi inclusi, e questa è la sorpresa, gli anti-tutto di Seattle. Tutto da bloccare, ma la popolazione no?

Riprendiamo il filo dalla fame. Perchè c'è, e perchè perdura (a dispetto della Fao)? Per i procreazionisti che vogliono sempre più bambini, la colpa non è della crescita delle bocche da sfamare ma è della distribuzione e della malvagità dei popoli benestanti. Il loro argomento è che la Terra potrebbe sfamare fino a 10 miliardi di uomini-formica, ma che chi ha cibo in eccesso non lo cede a chi ne difetta.

Chi ragiona così forse pensa che il cibo cresca da solo sugli alberi, e che alla sua distribuzione provveda senza spesa il vento. La realtà, invece, che l' agricoltore lavora e che il cibo che produce costa. Se lo cedesse gratis morirebbe di fame anche lui. Dunque, il cibo da distribuire ai poveri va pagato. Chi lo paga? Per pagarlo in quantità bastevole occorrerebbe che le tasse di chi le paga (non siamo in tanti, e siamo quasi tutti in Europa, Nordamerica, Giappone e poco più) dovrebbero essere raddoppiate. E chissà se basterebbe.

Economia da strapazzo a parte, l'argomento che potremmo sfamare ancora miliardi di persone è falso, inficiato dal fatto che gli esseri umani debbono anche bere. E l'acqua dolce già manca. Non c'è diavoleria che la possa moltiplicare a sufficienza. E la crisi dell'acqua è gravissima (tra poco anche in Italia, dove le falde acquifere sono prossime all'esaurimento e alla salinizzazione).

Torno così ai popoli di Seattle. I quali, dicevo, si oppongono a valanga a tutto, ma non (è quasi l'unica eccezione) alla crescita demografica. Eppure non ha nessun senso opporsi ai cibi transgenici (ai cosiddetti Ogm) se non ci si oppone al tempo stesso all'eccesso di popolazione. Perchè la realtà delle cose è che senza i cibi di Frankenstein (soia, pomodoro, mais, grano, riso geneticamente modificati) il Terzo mondo è sempre più destinato a morire di fame.

Una osservazione analoga vale per la povertà. Da un secolo a questa parte l' America Latina è stata impoverita, e cioè il reddito individuale è diminuito, soprattutto perchè la crescita della popolazione ha superato la crescita dell' economia. Come si fa, allora, a chiedere meno povertà senza chiedere al tempo stesso meno popolazione? Appunto, non si fa, si fa male.

Notavo che il problema della esplosione demografica - che poi sta anche alla base della incombente catastrofe ecologica - è soffocato da un silenzio assordante, da una congiura del silenzio. I popoli di Seattle sono sicuramente rumorosi. Se rumoreggiassero contro la follia suicida di una corsa verso i 9, persino i 10 miliardi di viventi, darebbero mostra di capire quel che fanno.

Corriere della Sera
15 agosto 2001


Il pianeta a rischio dove vivranno i nostri figli 

di TONY BLAIR* 

QUANDO i miei genitori erano bambini la popolazione mondiale non arrivava a tre miliardi di persone. Nell'arco della vita dei miei figli supererà probabilmente i 9 miliardi. Non serve un esperto per capire che sarà
lo sviluppo sostenibile la grande sfida di questo secolo. Nello spazio della nostra vita siamo già stati testimoni di enormi cambiamenti. Per esempio, i sei anni più caldi del ventesimo secolo si sono registrati nell'ultimo decennio.
Le fotografie dei satelliti mostrano che la percentuale della superficie coperta da neve e ghiaccio è scesa del 10% rispetto agli Anni 60. Questo secolo ha fatto registrare un aumento della temperatura senza precedenti negli ultimi 10.000 anni: e si prevede che nel 2100 si registreranno 6 gradi in più rispetto al 1990. Non è finita. Entro il 2025 due terzi della popolazione mondiale potrebbe trovarsi di fronte al problema della siccità, ma il cambiamento del clima porterà anche precipitazioni e inondazioni sempre più estreme e tempeste tropicali sempre più gravi. 
Nel 2080 le foreste tropicali potrebbero sparire da gran parte dell'Africa e del Sud America. Aumenteranno i deserti, si diffonderanno malattie, molte specie animali e vegetali spariranno. Considerare queste previsioni un esagerato allarmismo sarebbe da irresponsabili. Rappresentano l'opinione di illustri scienziati. Non possiamo permetterci di ignorarle.
Il protocollo di Kyoto è il faro che illumina la diplomazia a livello mondiale.E'la prima volta che i paesi sviluppati hanno trovato un accordo per fissare come obiettivo vincolante la riduzione delle emissioni. 

LA DURA realtà è percïò che anche se tutti i paesi sviluppati raggiungessero gli obiettivi fissati dal protocollo di Kyoto, nel 2008-2012 riusciremmo a ridurre l'emissione globale di gas serra solo del 5,2% rispetto ai livelli del 1990, mentre per arrestare il processo di riscaldamento dovremmo tagliare le emissioni di CO2 del 60% o più. Gli accordi di Kyoto quindi rappresentano solo un inizio, ma come hanno dimostrato i negoziati dell'Aja, è già difficile attuarli. La chiave per trovare una via d'uscita è nelle mani dell'Unione europea e degli Usa. Ma visto il ruolo che riveste all'interno dell'Ue, la Gran Bretagna ha una responsabilità particolare. Mi auguro che il protocollo di Kyoto possa venir ratificato prima della conferenza di Rio, che si terrà in Sud Africa il prossimo anno. In base al protocollo di Kyoto, la Gb si è impegnata a ridurre le emissioni del 12,5%, più del doppio rispetto alla media degli altri paesi. E a lunga scadenza abbiamo messo a punto un programma che pensiamo possa ridurre le emissioni di gas serra del 23% per il 2010. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo innanzitutto migliorare l'utilizzo dell'energia da parte dell'industria. Sono poi necessarie politiche capaci di stimolare forme di produzione di energia più rispettose dell'ambiente. Nel 2010 i produttori di energia elettrica saranno obbligati a trarre il 10% dell'energia generata da fonti rinnovabili. Sempre per il 2010 ci siamo posti come obiettivo di raddoppiare la produzione combinata di calore e energia. Inoltre, stiamo mettendo a punto programmi per ridurre le emissioni nel settore dei trasporti. Il piano decennale prevede investimenti per 180 miliardi di sterline (circa 600 mila miliardi di lire, ndr) destinati alla modernizzazione delle infrastrutture dei trasporti britannici, in modo da affrontare i problemi del traffico e ridurre l'inquinamento. Gli accordi conclusi a livello europeo con i fabbricanti di auto porteranno ad una riduzione della media delle emissioni di CO2 di almeno il 25% nel 2008-2012. Sono previste misure per promuovere l'efficienza nel consumo energetico domestico. Da oggi al 2003 investiremo il doppio in questo settore. Energia rinnovabile e tecnologia. Se vogliamo davvero fermare il processo dei cambiamenti climatici, dobbiamo ricorrere ad un approccio più radicale. In particolare dobbiamo collegare lo sviluppo delle imprese alla tecnologia e alla protezione dell'ambiente. La rivoluzione dell'economia del sapere punterà sulle tecnologie verdi. Il mercato globale dei beni e dei servizi ambientali crescerà secondo le proiezioni fino a raggiungere i 440 miliardi di sterline nel 2010 (pari all'incirca a 1300 mila miliardi di lire). Secondo stime della Shell, nel 2050 il 50% del fabbisogno energetico del pianeta potrebbe provenire da fonti rinnovabili. La Gran Bretagna ha il potenziale per giocare un ruolo determinante in questa prossima rivoluzione industriale cosiddetta verde. Possediamo risorse marine rinnovabili tra le migliori del mondo, costituite da vento, onde e maree. Siamo stati pionieri nell'integrare gli obiettivi ambientali ed economici all'interno di un mercato dell'energia elettrica liberalizzato. Il ruolo del governo è di accelerare lo sviluppo e di introdurre queste nuove tecnologie fino a che non subentrino mercati che si autosostengono. I programmi governativi tesi a incentivare l'utilizzo di fonti rinnovabili creerà un nuovo mercato del valore di 500 milioni di sterline (1.500 miliardi di lire, ndr). Questi investimenti in tecnologie rinnovabili rappresentano un acconto sul futuro e apriranno alla Gran Bretagna enormi opportunità commerciali. Più in generale, dobbiamo incrementare l'uso produttivo delle risorse, fare di più con molto meno. Ha senso per l'economia e per l'ambiente. La Gran Bretagna è leader anche nello sforzo di aiutare i paesi del terzo mondo, trasferendo loro le tecnologie che rendono possibile lo sviluppo sostenibile. Esistono due aree vitali per lo sviluppo sostenibile nei paesi poveri: l'ambiente marino e le foreste. 950 milioni di persone, tra le più povere del pianeta, dipendono dal mare come maggiore fonte di alimentazione. I cambiamenti climatici e la crescita della popolazione hanno però enormi implicazioni sulla produzione alimentare. E politiche agricole inadatte ai paesi in via di sviluppo possono anche danneggiare l'ambiente locale e minare a livello globale la produzione alimentare sostenibile. Per noi in Europa questo significa fare appello alla volontà di riformare la politica agricola comune. Quest'ultima venne concepita quaranta anni fa come un sistema per superare la carenza di derrate alimentari e di difendere il reddito degli agricoltori. Implicava l'intervento statale sui mercati, sovvenzioni alle esportazioni e una politica protezionista, modelli ormai superati. Essa altera i mercati agricoli globali, a scapito dei paesi in via di sviluppo e promuove forme di produzione agricola che danneggiano l'ambiente. Sull'onda della crisi derivante dalla Bse, i paesi membri della Ue stanno iniziando a mettere in discussione le vecchie ortodossie. Alcuni, tra cui recentemente la Germania, premono perchè si dia maggior peso ad una gestione corretta dell'ambiente, al cibo di qualità e all'allevamento ispirato ad alti standard qualitativi. La crisi dell'allevamento in Europa può darci l'opportunità di cambiare direzione. Dobbiamo lavorare in collaborazione con i partner europei per cambiare la politica agricola comune in modo da indirizzarne le risorse verso gli obiettivi dell'agricoltura sostenibile e competitiva, della protezione ambientale e dello sviluppo rurale. Abbiamo già iniziato questo cammino: - costruendo alleanze tra partner europei che condividono le stesse opinioni e la visione di un'agricoltura diversa, competitiva e sostenibile nel rispetto dell'ambiente. - indirizzando alcuni fondi europei alla promozione dell'attività agricola rispettosa dell'ambiente, inclusa l'agricoltura biologica, e che incoraggino gli agricoltori a diversificare le proprie attività. Un primo passo significativo in questa direzione è stato fatto nell'ultima tornata di riforme previste dall'Agenda 2000. - adottando piani rurali di sviluppo per 3,1 miliardi di sterline (più o meno novemila miliardi di lire, ndr) per l'Inghilterra, il Galles, la Scozia e l'Irlanda del Nord. Questo programma settennale fornirà ai nostri agricoltori gli strumenti per migliorare la loro professionalità, la loro flessibilità e diversificazione, per aggiungere valore ai loro prodotti in risposta alle esigenze dei consumatori, e per produrre in un modo che sostenga e migliori l'ambiente invece di danneggiarlo. Tutto questo fa parte a sua volta di un quadro più ampio, in cui cambiamo i termini dei rapporti commerciali tra nazioni ricche e nazioni povere. Ho parlato recentemente dell'idea di una associazione per l'Africa, in cui le nazioni africane si impegnino a cambiare i loro governi e i sistemi commerciali e collaborino alla risoluzione dei conflitti, mentre da parte nostra ci impegniamo alla riduzione del debito, ad effettuare investimenti e a fare la nostra parte per la risoluzione dei conflitti e per sradicare le malattie. Aprire i nostri mercati deve essere parte di questo progetto di associazione. Esistono due importanti ragioni per cui l'ambiente e lo sviluppo sostenibile richiedono una guida. Innanzitutto abbiamo sempre più prove dei pericoli che derivano dall'indifferenza nei confronti del rispetto della natura e dell'ambiente; secondo, non pu� esserci altra risposta di quella basata sulla reciproca responsabilità. Sono pienamente consapevole del fatto che se non facciamo della Gran Bretagna una vetrina della responsabilità ambientale, la nostra leadership a livello internazionale perderà di efficacia. Credo però che possiamo andare orgogliosi dei risultati raggiunti nella riduzione del debito e negli aiuti allo sviluppo, e non solo nel negoziato degli accordi di Kyoto, ma nella loro applicazione. Continueremo su questa strada. La sostenibilità avrà un ruolo centrale nell'agenda del governo britannico nei prossimi anni. Con il rimboschimento delle foreste a foglia larga, la riforma dell'agricoltura, una nuova legislazione per le aree rurali e la selvaggina, e attraverso la rete delle aree protette affrontiamo i crescenti problemi relativi alla biodiversità. Siamo riusciti a far mettere al bando nelle acque europee le reti a deriva che uccidevano i delfini, continueremo ad essere in prima linea nella lotta per salvare le balene e stiamo cercando altre vie per proteggere gli ambienti marini locali. Questa sfida coinvolge anche le amministrazioni regionali e locali del Regno Unito. Attraverso le nuove alleanze strategiche a livello locale e le agenzie per lo sviluppo regionale garantiremo che le priorità ambientali siano al centro dell'azione locale. Le politiche dell'ambiente daranno sempre luogo a dilemmi, ma non ho dubbi che a lungo termine lo sviluppo sostenibile sarà vincente, anche se a breve termine spesso è doloroso. Oggi però se ne avverte intensamente l'urgenza. Quest'urgenza, condivisa dall'opinione pubblica, rappresenta un'opportunità nel momento in cui ci permette di porre lo sviluppo sostenibile tra gli obiettivi primari. Naturalmente andremo incontro a compromessi lungo il cammino, per molte organizzazioni non governative non saremo mai abbastanza veloci e non andremo mai abbastanza lontano, ma la direzione dovrebbe essere chiara. E' destino della razza umana: con il progredire della scienza e del benessere si ha l'opportunità di una ricchezza globale sempre maggiore ma anche la capacità di autodistruggerci. La proliferazione delle armi nucleari e il degrado ambientale sono le minacce che dobbiamo affrontare insieme. La Gran Bretagna da sola non può farlo. Ma è nostra responsabilità fissare uno standard a livello nazionale e assumere la guida delle iniziative all'estero. 

*l'autore è primo ministro inglese 

La Repubblica
27.3.2001


Addio Jubilee 2000: il debito cresce, la coalizione si scioglie

La campagna per la remissione dei debiti dei paesi più poveri è conclusa: un bilancio con alcuni successi, ma l'obiettivo finale è stato appena scalfito. Le iniziative rilanciate in Italia

FIRENZE, 5 GENNAIO - Jubilee2000 non diventerà Jubilee 2001. L'anno è finito e la campagna per la cancellazione del debito dei paesi poveri è chiusa: la coalizione si scioglie. I successi non sono mancati ma l'obiettivo strategico è stato appena scalfito. La remissione totale dei debiti resta lontanissima. Il Giubileo cattolico, l'appoggio del Papa e di star come Bono, Youssou N'Dour, Jovanotti, la mobilitazione internazionale di migliaia di militanti, 17 milioni di firme raccolte non hanno convinto gli stati creditori, nè Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, a mettere in discussione gli equilibri politici ed economici del pianeta.

Jubilee 2000, nell'atto di sciogliersi, non ha rinunciato a mettere in fila i propri successi: 17 paesi fra i 41 più indebitati del mondo hanno ottenuto tagli significativi (11 miliardi di dollari), altri cinque li avranno nei prossimi mesi; gli Stati Uniti hanno stanziato 435 milioni di dollari; la Gran Bretagna ha promesso la cancellazione totale dei propri crediti mentre l'Italia unica al mondo ha già approvato una legge per condonarli.

Ma tutto questo non è stato sufficiente a invertire la tendenza di un sistema economico che rende sempre più indebitati i paesi più poveri del mondo.Il debito di tutti i paesi in via di sviluppo sostiene Luca De Fraia, portavoce di 'Sdebitarsi', membro italiano di Jubilee 2000 dal '96 a oggi è passato da 2600 a 2900 miliardi di dollari. Gli stessi 17 paesi (14 africani, tre centro-sud americani) beneficiati dai condoni resteranno fortemente indebitati. Il principale vantaggio, per loro, sarà una riduzione progressiva del 'servizio del debito', ossia degli interessi annuali, che peraltro sono un freno fortissimo allo sviluppo e alla lotta alla povertà.. Paesi come l'Uganda, che ha la più alta percentuale di malati di Aids al mondo, o come la Tanzania, che ha un terzo dei bambini malnutriti, dedicano più risorse al 'servizio del debito' che alle spese correnti per la sanità.

Nonostante alcuni successi sostiene il comitato esecutivo di Jubilee 2000 il progetto per i 41 paesi più poveri sta fallendo. La riduzione del debito è ancora troppo esigua e procede a passi troppo lenti, mentre altri paesi andrebbero inclusi nei piani di condono. Jubilee 2000 ammette dunque la modestia dei risultati conseguiti e passa il testimone. La campagna, che ha avuto finora il suo quartier generale in Gran Bretagna, proseguirà con altre forme. E avrà l'Italia come suo principale terreno d'azione. Nel nostro paese Jubilee 2000 ha avuto grande risalto nei mesi scorsi, approdando all'approvazione della legge di condono. E soprattutto a luglio a Genova è in programma il summit del G8. Per ripetere in Liguria le manifestazioni già viste a Colonia e Praga, è già operativo un organismo ad hoc, 'Drop the debt', nato da una costola di Jubilee 2000 per pressare i governi affinchè annuncino la remissione totale dei debiti dei paesi poveri.

Drop the debt conta molto sull'appoggio degli italiani: in Italia si legge sul sito dell'associazione Jubilee 2000 ha raccolto milioni di firme e l'appoggio di personaggi importanti. Ora dobbiamo aumentare le pressioni sul premier Amato, sul nuovo presidente Usa e sui leader delle nazioni più ricche.. L'impegno non mancherà e Genova sarà teatro di un'imponente mobilitazione sotto le insegne della lotta al debito, ma l'esperienza di Jubilee 2000 dimostra che ottenere scelte concrete dai governi è un'impresa difficile e lunga. E i paesi più poveri non hanno tempo. La Bolivia, che pure ha ottenuto un taglio del 24% dei debiti, continuerà a pagare per gli interessi il triplo del budget previsto per la salute (252 milioni di dollari contro 94), in un paese in cui il 60% dei cittadini non ha accesso ai servizi sanitari. La Mauritania, per fare un altro esempio, col 62% di analfabeti, dopo i tagli pagherà comunque per gli interessi il 20% in più del budget per l'educazione.

Perciò dal basso, o meglio dal Sud del mondo, cominciano a salire le voci di chi reclama interventi più radicali.Negli ultimi cinque anni scrive padre Alex Zanotelli nella prefazione a un libro appena uscito, "Debito da morire" i paesi impoveriti hanno dato a quelli ricchi qualcosa come 50 miliardi di dollari l'anno in interessi sul debito. Credo che anche per noi sia questa l'unica posizione da assumere, in chiave profetica: il debito non lo si deve pagare, è immorale pagarlo..

di Lorenzo Guadagnucci

Il Resto del Carlino.it
29 Mar 2001


La bomba demografica innescata sul nuovo secolo 


di GIORGIO RUFFOLO 

Ha fatto bene Giovanni Sartori a sollevare, proprio all'inizio del secolo, qualche cauto dubbio sulla sua fine ("Corriere della Sera" 31 dicembre). Distrarre per qualche attimo la nostra attenzione dalle affascinanti vicende della campagna elettorale per dedicarla a una riflessione sulle minacce ecologiche che ci sovrastano non mi pare proprio una frivola perdita di tempo. Buco dell'ozono, riscaldamento dell'atmosfera terrestre, inaridimento, erosione, desertificazione e quanto altro non sono favole, ma "fantasmi concreti" che si aggirano per il mondo da almeno trent'anni. Il primo grande allarme fu dato nel 1972. Era l'anno del rapporto Meadows (I limiti dello sviluppo) e della Conferenza di Stoccolma sull'ambiente. Da allora è stato scritto e fatto poco, E qualcuno pensa che, ormai, siamo beyond the limits, al di là dei limiti di sostenibilità. Ci sono anche quelli che non si preoccupano troppo. Finora, non è successo niente di irreparabile.
Viene in mente l'omino che precipitava dal tetto di un grattacielo. A metà corsa, qualcuno riesce a interpellarlo: come va? Lui risponde tranquillo: finora, tutto ok. Eppure, il buon senso, prima della scienza, dovrebbe troncare la questione: il mondo in cui viviamo è "finito", e non può sopportare una crescita infinita.
Crescita di che? Sartori dice con drastica sicurezza: della popolazione. "La causa di tutto è la sovrappopolazione, è un'esplosione demografica che ancora nessuno ferma". Bè, francamente, mi pare una sentenza un po' troppo "monistica". A scanso di equivoci, concordo pienamente con lui sulla "follia umana" di chi vorrebbe "un'incessante moltiplicazione". Dico di più: non riesco neppure a rispettare questa opinione. Altro è il rispetto per la fede e per la religione. Altro per le regole che esse pretendono di imporre, quando concorrono ad accrescere l'infelicità umana: come nel caso di milioni di bambini affamati, assetati, ammalati, chiamati in vita soltanto per soffrire e per morire. Ma dire che i problemi ambientali del mondo derivano solo dalla sovrappopolazione, più che un errore, è una dimenticanza.
Gli economisti che si sono, finalmente, degnati di occuparsi dei problemi ecologici hanno coniato, per definire l'impatto ambientale, una formula semplice che si chiama IPAT (impatto ambientale uguale popolazione più affluenza cioè crescita di beni materiali più tecnologie). Certo, è un po' rozza, ma mi sembra ineccepibile. Ci dice che i guasti ambientali dipendono dal numero degli uomini (e delle donne), dalla quantità delle cose che producono e dal modo di produrle. Crescita e tecnica concorrono dunque, con la popolazione, a provocare l'insostenibilità dello sviluppo. In quale misura? La formula non lo dice (non definisce i parametri dell'equazione). Ma immaginiamo che, per incanto (o per pillola), la popolazione mondiale si stabilizzi di colpo, all'istante, all'attuale livello. Non ci sarebbero più limiti di sostenibilità? Ma certo che ci sarebbero. Basti pensare che già oggi, se il tenore di vita, diciamo, americano, fosse esteso a tutto il mondo, l'economia mondiale sarebbe del tutto insostenibile. 
E' ancora sostenibile "grazie" alla diseguaglianza tra ricchi e poveri. La quale, infatti, sta crescendo vertiginosamente: nel 1960 il rapporto tra il "quintile" della popolazione mondiale più ricco e quello più povero era di 30 a 1. Oggi sfiora 90 a 1. 
E' triplicato. Insomma la sostenibilità è assicurata grazie alla "media di Trilussa". Ma fino a quando è sostenibile questo tipo di sostenibilità? La risposta standard dell'economia è pronta. La risposta sta nei progressi del terzo termine: la tecnologia. Non ha senso infatti estrapolare l'impatto ambientale attuale della popolazione e dei consumi in termini di distruzione delle risorse e di emissione di rifiuti (depletion e pollution), perchè nuove tecnologie ci permetteranno di produrre di più distruggendo e inquinando meno. E di crescere tutti, non solo gli americani. L'estrapolazione è un vecchio vizio dei futurologi. All'inizio dell'Ottocento qualcuno: certo un inglese (ma non ricordo chi) previde che Londra sarebbe stata sommersa in pochi decenni dallo sterco dei suoi cavalli. Ma non previde che le carrozze sarebbero state sostituite dalle automobili. Oggi è lecito sperare che le automobili "a petrolio" saranno sostituite da auto elettriche, e che l'elettricità potrà essere ricavata non dal petrolio ma direttamente dal sole. Come no? Ma allora, intanto, ciò significa che non basta la pillola. Occorre modificare radicalmente i nostri modi di produrre. E anche in fretta. Da soli due secoli l'economia ha disinnescato la spina dal flusso energetico naturale del sole, del vento e dell'acqua, per vivere sul capitale "finito" dei combustibili, con un comportamento che un onesto contabile giudicherebbe irresponsabile. Non resta ormai molto tempo per reinserire la spina nel flusso dell'energia solare. Ma per accelerare questo nuovo avvento storico dell'energia riproducibile, occorre investire risorse formidabili nella ricerca e nella sperimentazione. Lo stiamo facendo? La risposta, semplicemente, è: no.
E inoltre: qualunque siano le innovazioni tecnologiche, anche le più ambiziose, la crescita di beni materiali comunque prodotti determina un impatto crescente (lo dice la parola stessa) sull'ambiente. Basta pensare ai rifiuti. E dunque non basta agire sul terzo termine, la tecnologia, trasformando i modi di produzione.
Occorre agire anche sul secondo, l'"affluenza", riducendo il flusso delle produzioni che incidono sulla materia e sull'energia e sviluppando quei servizi reciproci e diretti che si traducono in beni immateriali: come l'assistenza, l'educazione, la cultura. Non "consumi", ma "attività".
Questo significa modificare la struttura dei prezzi (con un opportuno uso dello strumento fiscale), il modello dei consumi e delle preferenze; e addirittura la scala dei valori: da quelli acquisitivi e competitivi a quelli esistenziali e cooperativi. Non si può proprio dire che ci stiamo provando con coerenza e convinzione. Senza timore di sembrare troppo pessimisti, potremmo dire che stiamo "remando contro".
In conclusione: avremmo bisogno non solo di una "pillola" ma di una vera cura integrata e integrale. Si intende però che la "pillola" è elemento essenziale di quella cura: ed è il più disponibile e immediato.
Considerare il problema ambientale solo sotto il profilo demografico non è giusto. Ma aggirarlo con la scusa che il problema è ben altro (il benaltrismo è la malattia infantile della sinistra) è un comodo alibi per ribadire "scomuniche e tabù"diventati, oggi, devastanti e immorali. 

La Repubblica
6 gennaio 2001


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