Caldo e alluvioni, incubo dei prossimi decenni
La siccità tormenterà Africa e Asia. Scompariranno atolli nel Pacifico. I rischi per Venezia
DAL NOSTRO INVIATO
L’AJA - Ora che i gas serra continueranno a salire senza alcun controllo, cosa succederà alla salute del Pianeta? Si profilano due condizioni climatiche limite, accompagnate da tutta una serie di anomalie. Da una parte le terre che bruceranno per il caldo e la siccità, come il Sud del Mediterraneo, l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia.
Dall’altra quelle che saranno periodicamente investite da rovesci di pioggia intensi e alluvioni, come il Nord e Centro Europa e il Nord America. Le fasce tropicali saranno investite sempre più spesso da cicloni e uragani della potenza di Mitch e Andrew (i più distruttivi degli ultimi anni), mentre migliaia di chilometri di zone costiere, comprese quelle italiane che si affacciano sull’Adriatico settentrionale, tenderanno a essere sommerse dalla risalita delle acque.
Purtroppo molti di questi scenari, prospettati dagli scienziati una decina di anni fa, si stanno già avverando. I tempi e la gravità, con cui si manifesteranno le altre previsioni, dipendono dai ritmi di crescita dei gas serra nell’atmosfera. Per scongiurare i possibili disastri del surriscaldamento globale sarebbe necessario ridurre i gas serra del 60-70 per cento. Il fatto che a L’Aja non si sia riusciti a mettersi d’accordo nemmeno per il 5 per cento fa temere le conseguenze peggiori che, sulla scorta delle indicazioni fornite dagli esperti dell’Ipcc (il comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici), possono essere così riassunte.
LA LINEA ROSSA - In funzione della quantità di anidride carbonica e degli altri gas serra presenti nell’atmosfera, le temperature potrebbero già aumentare fino a un massimo di 3 gradi verso il 2050 e di 6 gradi verso il 2100. L’effetto più apprezzabile per noi abitanti delle medie latitudini dell’emisfero Nord sarebbe il cambiamento di regime delle precipitazioni.
Nelle carte elaborate dai climatologi c’è una sottile linea rossa che taglia in due, per lungo, il bacino del Mediterraneo, passando per la nostra Penisola e che costituisce il confine di due nuove zone climatiche diverse. Un Settentrione più temperato, con precipitazioni quasi tutte concentrate nel periodo invernale, con poca neve e abbondanza di piogge intense, potenzialmente alluvionali. Un Sud con scarsezza di piogge sia invernali che estive e con estati tanto torride da escludere dal turismo alcune delle più belle isole e spiagge oggi frequentatissime.
Il segnale più inquietante che emerge da tutti i modelli di previsione climatica è l’aumento di frequenza e intensità degli eventi estremi: cicloni e uragani nelle zone tropicali, trombe d’aria e alluvioni in quelle Nord e Centro Europee.
ACQUA ALTA - Venezia, nel giro di mezzo secolo, diventerebbe la città simbolo di un’altra conseguenza dell’effetto serra: l’aumento del livello del mare. A causa sia dello scioglimento dei ghiacciai, sia dell’espansione termica delle acque, già fra mezzo secolo la risalita potrebbe toccare i 20-30 centimetri. Secondo uno studio del Cnr la frequenza delle acque alte nella città lagunare potrebbe balzare a 30 volte l’anno nel 2020, 45 nel 2030, 80 nel 2040 e 115 nel 2050. Come dire che la città vivrebbe in perenne condizione di emergenza e alcuni insediamenti dovrebbero essere abbandonati.
Ben più drammatico il fenomeno per molti arcipelaghi del Pacifico formati da atolli e isole basse e per le zone di delta fluviale. Le Isole Marshall scomparirebbero all’80 per cento, il Bangladesh al 20 per cento, l’Egitto al 9 per cento. Ma, prima ancora di sprofondare sotto l’acqua, migliaia di chilometri di coste in tutto il mondo e centinaia di milioni di abitanti vivrebbero già dal prossimo decennio sotto la minaccia di più frequenti inondazioni, più accentuati fenomeni erosivi e perdita di falde di acqua dolce per infiltrazioni saline.
PROFUGHI AMBIENTALI - Il cambiamento climatico renderà inabitabili alcune delle aree del mondo oggi in condizioni di stress ambientale e scarsezza cronica di risorse. Il Mediterraneo del Sud, l’Africa, il Medio Oriente e l’Australia, per l’aumento delle temperature e la riduzione delle piogge, diventeranno regioni aride e semiaride. Già oggi 2 miliardi di popolazione umana vivono con risorse d’acqua insufficienti e, di conseguenza, con scarse risorse alimentari. La cifra è destinata a raddoppiare nel 2050. Centinaia di milioni di disperati si trasformeranno in profughi ambientali, alla ricerca di acqua, cibo e terreni più fertili, destabilizzando con vere e proprie invasioni i Paesi limitrofi. A livello globale l’agricoltura conoscerà una espansione in alcune zone settentrionali come il Nord America e il Canada, l’Europa e la Russia, che diventeranno più temperate e adatte alle colture delle medie latitudini; mentre entrerà in crisi nel Sud, specialmente in Africa e America Latina.
ADDIO AI CORALLI - Gli ecosistemi hanno reagito ai cambiamenti naturali sia adattandosi, sia scomparendo. Le possibilità di adattamento dipendono anche dai tempi con cui si verificano i mutamenti. Nel caso dell’effetto serra, in assenza di imponenti misure di riduzione dei gas, gli esperti prevedono che i mutamenti saranno molto rapidi.
Un primo segnale di allarme arriva già dalle barriere coralline del Pacifico, che hanno un’importanza notevole per la biodiversità, la pesca, la protezione dall’erosione costiera e il turismo. L’aumento delle temperature dei mari ne altera gli equilibri vitali. Si calcola che basterebbe un aumento di 3 gradi per ucciderle.
Nell’area mediterranea gli ecosistemi vegetali, come la tipica «macchia», tenderebbero a spostarsi verso il Centro Europa, lasciando dietro di sé il deserto. Mentre le foreste di conifere e quelle delle medie latitudini boreali prenderebbero il posto della tundra. Sempre che la velocità del cambiamento consenta questi spostamenti. In genere, prevedono gli scienziati, le società sviluppate del Nord del mondo potranno sviluppare tecnologie per mitigare i disastri del cambiamento; quelle povere del Sud del mondo lo vivranno come una condanna biblica.
F. F. M. www.corriere.it/speciali/clima.shtml
Corriere della Sera
26 novembre 2000
IL VOCABOLARIO
Capire l’ambiente e i suoi problemi: le parole chiave
I problemi ambientali influenzeranno inevitabilmente anche il nostro linguaggio. Ecco alcune parole che diventeranno sempre più comuni nel vocabolario quotidiano. Conoscere il loro significato ci aiuterà a districarci meglio nella valutazione di questioni che ormai interessano seriamente la vita sociale. Anidride carbonica . Gas generato dalla combustione di combustibili fossili e di materia organica. Noto con la sigla CO2 (biossido di carbonio), è anche frutto della decomposizione di materie organiche. L’anidride carbonica contribuisce a incrementare l’effetto serra.
Atmosfera . È lo strato di vari gas comunemente chiamato aria, e che avvolge la Terra sino ad una quota di circa 500 chilometri. I maggiori costituenti sono l’azoto (78 per cento) e l’ossigeno (20 per cento). La parte maggiore dei gas è concentrata nella bassa atmosfera dove avvengono anche i fenomeni meteorologici. L’atmosfera assorbe circa il 50 per cento dell’energia solare.
Biosfera . Parte della superficie terrestre e dell’atmosfera sovrastante che è abitata dagli organismi viventi. La biosfera fornisce un habitat sicuro ai diversi organismi consentendo loro di completare il ciclo di vita e permettendo inoltre l’evoluzione delle specie.
Buco nell’ozono . Distruzione del prezioso gas che protegge la vita sulla Terra dalle radiazioni ultraviolette sparate dal Sole, nelle zone sopra i poli, ma in particolare sopra l’Antartide. L’ozono è distrutto dalle concentrazioni di sostanze chimiche come i clorofluorocarburi immessi nell’atmosfera dall’attività dell’uomo.
Clorofluorocarburi . Gruppo di gas inerti (noti con la sigla Cfc) principalmente utilizzati nei Paesi industrializzati come propellenti per le bombolette spray, gas refrigeranti nei frigoriferi, solventi smacchiatori e per la produzione della plastica espansa, molto usati per l’imballaggio nei fast food.
Effetto serra. Graduale aumento della temperatura dell’aria nella bassa atmosfera causato dall’accumulo di gas come l’anidride carbonica, il metano, l’ossido d’azoto, i clorofluorocarburi e l’ozono. Questi gas chiamati «gas serra» agiscono come una lastra di vetro in una serra perché assorbono i raggi solari carichi di energia impedendo nello stesso tempo la perdita di quella parte dell’energia sovrabbondante per l’ambiente.
Energie alternative . Energia ricavata da fonti che non siano l’energia nucleare o i tradizionali combustibili fossili quali petrolio, carbone o gas. A differenza della maggior parte delle energie tradizionali, quelle alternative sono di solito rinnovabili e non inquinanti. Le principali energie alternative sono: energia solare, eolica, geotermica, da biomasse (come metano e etanolo).
Modelli climatici. Sono descrizioni teoriche dei comportamenti dell’atmosfera che determinano il clima. Questi modelli tengono conto dei dati raccolti sulla superficie, sugli oceani e nell’atmosfera con mezzi diversi, che vanno dalle stazioni meteorologiche sulla Terra ai satelliti. I modelli tentano di descrivere l’evoluzione futura del clima. Il problema è che finora i dati a disposizione sono limitati e l’elaborazione è insufficiente. Di conseguenza l’attendibilità dei modelli è spesso discutibile.
Riforestazione . Piantumazione di alberi su un terreno dal quale la vegetazione è stata rimossa a causa dell’attività umana o in seguito a eventi naturali.
Giovanni Caprara
Corriere della Sera
26 novembre 2000
Africa:
un futuro senza speranza
di FELIPE GONZALEZ
"COSI', la gioventù africana si trova davanti a un passato muto, a un
presente cieco e a un futuro sordo". Con queste parole ha concluso il suo
intervento Joseph Ki-Zrbo, del Burkina Faso, sofferente di malaria, venerabile
nella sua vecchiaia dopo una vita di lotte per dare al continente un futuro
migliore. Si è scusato di non aver avuto il tempo di presentare una relazione
scritta, senza spiegare di essere stato incarcerato per aver protestato contro
l'assassinio di un giornalista del suo paese. Venti minuti per descrivere la
storia dell'Africa, dall'epoca delle scoperte, passando per la rivoluzione
industriale, fino a giungere all'indipendenza e alla mondializzazione, come a
tante altre occasioni perdute per i popoli dell'Africa nera.
Stavamo analizzando, con venticinque delegazioni africane, il fenomeno del
cambiamento epocale determinato dalla globalizzazione economica e finanziaria,
sotto la spinta della rivoluzione tecnologica.
STAVAMO tentando di individuare le vie per lottare contro l'esclusione,
l'emarginazione di tutta l'Africa sub-sahariana, quando nel suo intervento,
drammaticamente realista, Ki- Zerbo ha descritto la situazione apocalittica di
quella popolazione, pensando soprattutto ai giovani. La sua voce era dolce,
quasi un malinconico sussurro, come se quella che stava descrivendo fosse una
fatalità ineluttabile, senza però escludere la responsabilità dei leader
dell'indipendenza e dei governi sorti dalla decolonizzazione.
La mondializzazione è per lui un fenomeno inesorabile, e l'Africa è il
continente meno preparato ad affrontarla. Il periodo delle scoperte
territoriali, dal XV al XVI secolo, quando si incominciava a percepire il nostro
mondo come un globo, è stato per questa terra un'epoca di genocidio schiavista.
Quella prima grande globalizzazione svuotò il continente della sua popolazione
più giovane e ne destrutturò gli equilibri, con la deportazione di milioni di
africani, vittime di uno sfruttamento spietato. Il XIX secolo, con la
rivoluzione industriale, è stato per gli africani il periodo
dell'appropriazione imperiale e della spartizione territoriale, al Congresso di
Berlino: una nuova ondata di schiavismo, di sfruttamento delle risorse naturali,
di rottura delle armonie africane, in nome della civiltà europea, dei
"valori" religiosi della cristianizzazione o di quelli laici
dell'illuminismo. Ma nessuno si era occupato dell'istruzione e della formazione
dei popoli assoggettati alla ferocia coloniale.
La decolonizzazione è arrivata in un continente afflitto da una gravissima
povertà di competenze, sottoposto a una nuova, vorace spartizione geopolitica
tra i protagonisti della politica dei blocchi. Gli interessi egemonici in lotta
tra loro hanno disseminato di dittature i nuovi, fittizi stati sovrani. In
questo quadro, la nuova rivoluzione tecnologica è stata un'altra occasione
perduta per l'integrazione e lo sviluppo dell'Africa. Queste le grandi linee di
una storia che ci pone davanti al più grave rischio di emarginazione e di
esclusione che il mondo sviluppato si trovi ad affrontare. Ki- Zerbo non ha
menzionato cifre né dati statistici. Che si tratti di guerre, di fame, di
malattie o di malgoverno, ognuna di queste piaghe ha la dimensione di un immenso
e ignorato olocausto. In questa prima decade del nuovo millennio, l'Aids da solo
mieterà 30 milioni di vittime. Quante ne aggiungerà la fame e la guerra?
La gioventù africana vive separata dalla sua propria storia e da una tradizione
orale ormai destrutturata, senza più conoscenza di un'identità disgregata
durante cinquecento anni. Per questo, il suo passato è muto. Così il
continente giunge alla decolonizzazione e al presente, quello della nuova
rivoluzione tecnologica. Un presente cieco, nel quale spesso al posto dello
sfruttamento europeo è subentrata l'oppressione di dittatori autoctoni. Un
presente che dopo la liquidazione dell'Unione Sovietica ha reso irrilevante il
continente africano anche sul piano delle lotte di potere, lasciandolo affondare
nei propri conflitti interni. In questo periodo vi sono state più guerre che
anni di indipendenza, più scontri armati di quanti siano gli stati africani.
Guerre di frontiera o guerre interne, sempre fratricide, che hanno assunto a
volte le dimensioni di un genocidio.
La povertà estrema, al disotto della soglia di sussistenza, colpisce decine di
milioni di africani e africane. Una povertà che è fame permanente, e si
trasforma in flagello biblico in momenti come quello attuale. E una povertà di
competenze che riguarda la stragrande maggioranza della popolazione: più di due
terzi delle donne e oltre metà degli uomini sono analfabeti. E intanto, si
parla del nostro tempo come dell'"era della conoscenza". Le malattie -
la malaria di sempre e l' Aids in quest'ultimo quarto di secolo - debilitano le
già scarse energie dell'infanzia africana, priva di acqua potabile e di risorse
energetiche, senza neppure un minimo di assistenza sanitaria. Il debito estero
costringe gli africani a restituire due dollari per ogni dollaro di aiuti. E
sono debitori dei paesi sviluppati, che per cinque secoli hanno sottratto a
questo continente le sue ricchezze. In ogni singolo paese e nell'intera regione,
la governabilità risente della pesante eredità dello schiavismo e del
colonialismo, di strutture istituzionali di scarso o nullo contenuto
democratico, oltre che di una divisione territoriale arbitraria, non
riconosciuta dalle popolazioni interessate.
Questo il presente cieco del quale ha parlato Ki-Zerbo. E il futuro è sordo. Il
rullo dei tamburi africani non raggiunge nessuno dei centri di potere della
globalizzazione. La sua eco non arriva alla nuova economia. Il grido dell'Africa
non risuona a Wall Street, e neppure alla City, a Francoforte o a Parigi. La
fame, le malattie, la guerra, la distruzione e l'analfabetismo sono oramai
immagini abituali, tanto lontane da non riuscire più a smuovere la nostra
sensibilità. "In Africa. Come sempre". L'euforia della rivoluzione
tecnologica, della società della conoscenza, sembra turbata solo dalle crisi
finanziarie dei paesi emergenti, e dalla preoccupazione di evitare che il
contagio si estenda a quelli centrali. Mentre l'Africa, come ha detto durante il
dibattito un dirigente dell'Angola, non conta neppure in fatto di crisi
finanziarie. "Cos'altro potremmo sperare, se non che almeno si parli di
questo continente per qualche disastrosa crisi finanziaria come quelle della
Corea o del Brasile?".
E' a questo punto che ho proposto di incominciare a far rullare i tamburi
dell'Africa, finché le loro vibrazioni raggiungano i centri di potere dei
"paesi centrali". Ma quando assisto al crollo delle borse di questi
ultimi giorni, alle dichiarazioni euforiche sulla crescita del prodotto mondiale
da parte del G7, dell' FMI e di altri organismi multilaterali, o quando seguo le
riunioni della Banca Mondiale con i paesi africani, il vertice dell'Unione
europea con l'Organizzazione per l'Unità africana, o l'incontro del Gruppo dei
77 all'Avana, mi torna in mente il "futuro sordo" di cui ha parlato
Ki-Zerbo. Come fare per incominciare a mettersi in ascolto, per combattere la
sordità del futuro? Come esercitarsi a prestare orecchio con attenzione per
trovare risposte immediate da dare a chi non può aspettare, e risposte mediate
per aprire un orizzonte al futuro, in mezzo a tante diagnosi tanto convergenti
quanto inutili?
La scorsa settimana, l'internazionale socialista ha lanciato quattro campagne
che definiscono la sua identità: "Contro la pena di morte",
"Contro la violenza di genere", "Contro la fame in Africa" e
"Per la cancellazione del debito dei paesi più poveri". Alla riunione
erano presenti delegati di tutti i continenti, ma l'Africa - e non a caso - era
rappresentata solo da leader governativi, con l'unica eccezione di Antonio
Guterres, che ha presieduto l'incontro. Una sola di quelle quattro campagne era
specificamente riferita all'Africa; ma il dibattito ci ha portati immediatamente
a una conclusione comune: quale che sia il flagello contro cui gli esseri umani
debbano combattere, l'Africa è sicuramente sempre in prima linea. Si direbbe
che proprio da questa terra, che fu all'origine dell'uomo, provenga ora l'
annuncio del principio della fine. Solo un conflitto delle dimensioni
dell'ultima guerra mondiale, concentrato in Africa, potrebbe provocare più
vittime di altri dieci anni di Aids e di fame. Se è venuto il momento di
passare dalla diagnosi all'azione, dobbiamo dichiarare guerra alla fame e alle
malattie in Africa, perché sulla sconfitta di queste piaghe si possa costruire
la speranza della pace, dell'istruzione per tutti e della partecipazione allo
sviluppo. Cancellare il debito non basta - anzi, non è quasi nulla, ma è
imprescindibile. E i governi possono farlo entro quest'anno. Tutto il resto, che
pure è urgente, potrà venire solo da una coscienza civile impegnata per il
futuro dell'Africa, che deve diffondersi nei paesi sviluppati, in Europa e in
America, per trasformarsi in un'azione civile diretta, con richieste rivolte ai
governi. Le ONG, le forze politiche e sociali, le organizzazioni
imprenditoriali, gli esponenti di spicco della cultura possono mobilitare questa
coscienza civile. Lo devono fare, anzi lo dobbiamo fare, e subito, perché già
ora è tardi per incominciare.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
La Repubblica
24.4.2000