Il testo dell'accordo Anche la CGIL firma per la crescita Romano: un'occasione riformista Epifani: torniamo a firmare accordi

 

Accordo

 

PER LO SVILUPPO, L’OCCUPAZIONE E LA COMPETITIVITA’

DEL SISTEMA ECONOMICO NAZIONALE:

PRIORITA’ CONDIVISE IN MATERIA DI POLITICHE PER LA RICERCA,

LA FORMAZIONE, LE INFRASTRUTTURE E IL MEZZOGIORNO

 

 

 

Premessa

 

CGIL CISL UIL e CONFINDUSTRIA, sottoscrivono il presente Accordo con la duplice finalità di consolidare, da un lato, una prassi di relazioni industriali finalizzate allo sviluppo economico del paese e alla crescita occupazionale, dall'altro per avanzare su alcuni specifici argomenti dettagliate proposte di merito.

 

Anche alla luce della situazione economica interna ed internazionale, le parti sottolineano l'urgenza e la necessità di politiche pubbliche, a livello comunitario e nazionale, finalizzate non solo alla riduzione dell'inflazione e alla riduzione del debito ma anche al rafforzamento della competitività e a favore degli investimenti, necessari complementi dell'impianto del Protocollo del luglio 1993 sulla politica dei redditi.

 

La competitività del sistema economico è infatti in questo momento la principale questione che il nostro paese deve affrontare. I dati della perdita di competitività   (bassi tassi di crescita e di sviluppo della produttività, perdita di quote commerciali, bassi tassi di occupazione, rallentamento della crescita del reddito pro capite) che si è gradualmente cumulata a partire dalla metà del decennio scorso, sono ormai ampiamente noti.

 

Solo una crescita più forte e di migliore qualità, unita a robusti incrementi del livello di occupazione, potranno risolvere gran parte dei nodi strutturali e migliorare ulteriormente le condizioni sociali del nostro paese. E’ importante che tutte le forze politiche, le organizzazioni sindacali e le organizzazioni di rappresentanza delle imprese,condividano questi obiettivi. Riportare il nostro paese su un percorso di sviluppo richiede infatti uno sforzo in termini di migliore allocazione delle risorse disponibili, di maggiore efficienza del loro utilizzo, di maggiori investimenti in capitale fisico e sulle persone, di modernizzazione e qualificazione dei mercati tra cui quelli finanziari, dei servizi e del lavoro, di ampliamento della concorrenza, di maggiore efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione.

 

In questo spirito, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno trovato una posizione comune su alcuni punti essenziali di politica di sviluppo: ricerca, formazione, infrastrutture e Mezzogiorno.

 

 

Questi punti non esauriscono tutte le tematiche di una manovra complessiva di politica economica, rispetto alla quale rimangono le diverse posizioni delle quattro organizzazioni, che al riguardo mantengono la naturale autonomia di azione e di confronto fra di loro e con le forze politiche.

 

Si formula tuttavia l’auspicio che le quattro priorità condivise costituiscano un’utile base per il confronto tra le parti sociali e il Governo e che quest’ultimo ne recepisca i contenuti nel nuovo Documento di Programmazione Economico e Finanziaria e nella Legge Finanziaria 2004.  Analogo confronto andrà svolto con i Gruppi parlamentari.

 

Le priorità individuate sono tra loro integrate. Al cuore dei problemi italiani di sviluppo e competitività vi è infatti l’esigenza di un nostro modello di specializzazione produttiva, oggi più debole nei settori ad elevato contenuto di innovazione e di ricerca, in misura crescente esposto alla competizione di prezzo, e in prospettiva anche a quella sulla media qualità, da parte dei paesi di nuova industrializzazione.

 

Adattare ai nuovi contesti tale modello richiede un salto nel livello degli investimenti, pubblici e privati, in ricerca e sviluppo. Lo sviluppo e l’applicazione efficiente delle nuove tecnologie richiede una diffusa formazione e riqualificazione delle persone che lavorano, nonché un elevato livello di istruzione a partire dai giovani.

 

In un quadro in cui le piccole e medie imprese costituiscono la base fondamentale del nostro sistema economico, l’accrescimento tecnologico richiede in prospettiva anche più imprese di maggiori dimensioni. Occorre creare le condizioni generali affinché, come avviene nella maggior parte dei paesi, le imprese di piccole dimensioni crescano proprio in virtù del loro successo. Sono processi di lungo periodo. Per questo sono di fondamentale importanza gli investimenti in infrastrutture capaci di migliorare il contesto in cui si insediano le attività economiche a partire da quelle di comunicazione e di trasporto, che facciano ampio ricorso alle tecnologie dell’informazione per accrescere la capacità del nostro sistema di piccole imprese di fare rete su scala nazionale e in tal modo accrescere la propria competitività.

 

Per quanto riguarda, infine la tutela e la valorizzazione del patrimonio produttivo esistente, è opportuna l’attività svolta dagli osservatori di settore previsti dai CCNL, anche in relazione con quelli operanti o in via di insediamento presso il competente Ministero, per un attento monitoraggio delle prospettive di settori, territori e distretti. Inoltre per far fronte alle emergenze va rafforzato il ruolo del Comitato per l’Occupazione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri come tavolo di diagnosi e pronto intervento nelle situazioni di crisi aziendale o settoriale.

 

 

Sintesi degli obiettivi e delle proposte

 

Ricerca e innovazione. Le proposte mirano a definire una politica di medio-lungo periodo della Ricerca e Innovazione che, attraverso un giusto equilibrio tra ricerca fondamentale e ricerca applicata, assicuri al nostro paese un’autonoma capacità di innovazione derivante dalle nuove conoscenze scientifiche. Le proposte operative riguardano la fissazione di obiettivi di medio periodo di spesa pubblica per la R&S, le modalità per assicurare risorse adeguate al rilancio della Ricerca e Innovazione, attraverso l’elevamento graduale della percentuale sul PIL della spesa per la ricerca e la riattivazione del finanziamento delle leggi in materia.

 

Parallelamente, sono proposti interventi per qualificare la spesa, i meccanismi di valutazione dei progetti, e i collegamenti tra settore pubblico e privato. Le misure indicate riguardano la qualificazione della domanda pubblica, una maggiore efficienza del sistema degli incentivi pubblici alla ricerca privata attraverso interventi di defiscalizzazione e di finanziamenti su progetti di R&S, la riforma del sistema pubblico della Ricerca, adeguate politiche regionali di diffusione delle innovazioni, l’attrazione di imprese ad alta e media tecnologia nel Mezzogiorno, la creazione di nuove imprese nei settori ad alta tecnologia, la revisione della normativa sui brevetti, lo sviluppo della società dell’informazione. (leggi il documento)

 

Formazione. Gli obiettivi prioritari proposti riguardano essenzialmente: il sostegno delle scelte professionali e formative dei giovani e degli adulti, la definizione di un sistema integrato in grado di migliorare l’intera gamma degli strumenti di collaborazione tra scuola, formazione e mondo del lavoro. Occorre poi rispondere alla domanda di professionalità delle imprese e dei lavoratori, rafforzare l’area tecnico – professionale del sistema formativo, promuovere l’integrazione tra scuola, università, formazione e lavoro nella formazione permanente, razionalizzare l’utilizzo delle diverse indagini sui fabbisogni professionali e formativi realizzate dalle parti sociali e da altri soggetti istituzionali; favorire un allargamento e un utilizzo strategico delle risorse per la formazione continua nel cui ambito potranno operare con maggiore efficacia anche gli interventi promossi da Fondimpresa; realizzare un sistema efficace e flessibile, nazionale e decentrato di accreditamento delle strutture formative, di definizione degli standard e di certificazione delle competenze delle persone. Vengono inoltre adottati alcuni obiettivi quantitativi da verificare periodicamente secondo scadenze concordate. (leggi il documento)

 

Infrastrutture. Gli investimenti infrastrutturali rappresentano un passaggio fondamentale per una strategia tesa a restituire competitività al sistema Italia. Particolare importanza assumono, in una logica di coesione economica e sociale europea, le grandi opere infrastrutturale di collegamento transeuropeo e le connesse opere nazionali di interesse europeo, la cui importanza strategica dovrà imporre calendari, responsabilità e risorse precisi e predeterminati.

Contestualmente vanno rafforzate le condizioni di legalità e sicurezza negli appalti e la regolarità delle condizioni di lavoro.

Insieme a tali grandi interventi, pari importanza assumono gli investimenti sulle reti idriche ed energetiche e su quelle di comunicazione elettronica a banda larga: queste ultime, in particolare, devono trovare collocazione in una vera e propria politica delle telecomunicazioni che dovrà salvaguardare soprattutto la capacità di R&D, di progettazione e di industrializzazione.

Per quanto riguarda le politiche del settore energetico, le parti ritengono ormai mature le condizioni per la costituzione, in tempi brevi, di un tavolo di concertazione per definire una strategia condivisa, coerente con le evoluzioni della domanda e dell'offerta e con l'esigenza di promuovere la ricerca, l'innovazione e la qualità ambientale, con particolare attenzione alla evoluzione degli assetti istituzionali per effetto delle modifiche costituzionali.

Le parti si propongono di esercitare un ruolo attivo nel governo delle liberalizzazioni, in un quadro di regole definite nei servizi pubblici e per l’autotrasporto. (leggi il documento)

 

Mezzogiorno. Gli Obiettivi del Consiglio Europeo di Lisbona, la prospettiva dell'allargamento e la creazione dello spazio euromediterraneo costituiscono lo scenario in cui si deve inserire la politica di sviluppo del Mezzogiorno dei prossimi anni, puntando alla chiusura dei principali indicatori di divario, primo tra tutti il divario infrastrutturale e di servizi pubblici tra Mezzogiorno e resto del Paese.

 

Al di la della tipologia degli investimenti, è fondamentale rafforzare l'integrazione delle fonti finanziarie individuando le opere che ci si impegna già da ora a finanziare con il prossimo ciclo di programmazione dei fondi strutturali, in maniera tale da assicurare copertura e coerenza dei tempi.

 

La promozione di investimenti immateriali (formazione e ricerca) e di migliori condizioni di contesto per favorire gli investimenti (in particolare credito, legalità ed efficienza della Pubblica Amministrazione) sono parti essenziali di tale strategia, così come il sostegno forte alla promozione ed al consolidamento dell'imprenditorialità, che deve passare attraverso il necessario riordino degli incentivi che realizzi un quadro di convenienze di natura permanente e sia finalizzato all’attrazione degli investimenti

 

Le parti firmatarie sottolineano la necessità di un rafforzamento e di una razionalizzazione degli strumenti di programmazione territoriale negoziata per la promozione dello sviluppo locale all'interno di Accordi di Programma Quadro da aprire al coinvolgimento del partenariato economico e sociale.

 

All'interno di tale assetto territoriale deve trovare collocazione il nuovo strumento del Contratto di localizzazione, orientato alla attrazione degli investimenti che dovrà essere, superata la prima fase di sperimentazione, una delle principali priorità dell'azione in favore del Mezzogiorno. 

 

Dal punto di vista delle risorse, il punto di riferimento è costituito dal "Quadro finanziario unico pluriennale", che definisce il profilo dei valori programmatici di spesa in conto capitale di cassa della Pubblica Amministrazione fino al 2008 per ciascuna fonte finanziaria (risorse ordinarie, aggiuntive "aree depresse", comunitarie) precisando che la spesa per gli investimenti nel Mezzogiorno dovrà essere costantemente al di sopra del 45% della spesa totale nei prossimi anni. ( leggi il documento)

 

 

Politiche ambientali

 

Gli obiettivi dello sviluppo, della competitività e della crescita dell’occupazione, devono essere perseguiti tenendo conto anche della sostenibilità ambientale, integrando le relative politiche nelle dinamiche di mercato.

 

Accanto agli investimenti finalizzati alla modernizzazione delle politiche ambientali per il sistema economico e produttivo del paese, occorrerà promuovere e sviluppare i nuovi strumenti gestionali indicati dalla Commissione Europea, primo fra tutti la certificazione ambientale.

 

A tal fine le parti si adopereranno congiuntamente per promuovere e realizzare interventi informativi e formativi verso le rispettive rappresentanze sui temi della certificazione ambientale. Le parti solleciteranno altresì il Governo ad individuare le modalità più efficienti di realizzazione degli interventi di diretta valenza ambientale, in particolare riguardo alla attività di bonifica dei siti industriali inquinati, alla gestione delle risorse idriche, allo sviluppo di un sistema integrato di gestione dei rifiuti, agli interventi per la difesa del suolo, capaci di favorire lo sviluppo di una dimensione industriale di queste attività.

 

Infine, le parti sono interessate a proseguire il confronto sulle politiche ambientali, mirato anche a favorire la possibile definizione di proposte comuni in occasione del DPEF e della Legge Finanziaria e di specifiche questioni anche di carattere internazionale.

 

Roma, 19 giugno 2003

 

 

CONFINDUSTRIA                                                                          CGIL-  CISL -  UIL 


L’INTERVISTA / EPIFANI


«Cgil in continuità con Cofferati ma torniamo a firmare accordi»


Mi aspetto che l’opposizione converga sulle opportunità programmatiche alla base dell’intesa con gli altri sindacati e Confindustria. Ma ripartire dal tema della qualità credo sia utile anche per una sinistra più antagonista come quella di Bertinotti

ROMA - «La mia Cgil non è diversa da quella di Sergio Cofferati. C’è una continuità. Ma la situazione economica è peggiorata e non si possono difendere i diritti dei lavoratori senza pensare anche allo sviluppo. Ecco perché ho firmato». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, spiega così, in quest’intervista in cui torna a chiedere anche nuove regole sulla rappresentanza che stabiliscano i rapporti di forza tra i sindacati, la svolta del 19 giugno scorso, l’accordo per la competitività che ridefinisce nella ricerca, l’innovazione, la formazione, le infrastrutture e il Mezzogiorno le priorità del Paese. La prima intesa fra i tre sindacati e la Confindustria dopo quattordici anni. E otto mesi dopo l’uscita di Sergio Cofferati dalla Cgil. Quella linea vi costringeva a rincorrere movimenti e girotondi?
«Le cose sono cambiate, il declino oggi è riconosciuto anche da chi ci definiva catastrofisti quando ne denunciavamo il rischio. Sono appena stato al congresso della sinistra ecologista. Ho spiegato l’intesa, mi hanno applaudito, è un riconoscimento importante. Il contesto, ripeto, è cambiato, non c’è più la guerra, non c’è il movimento per la pace. Oggi emerge con più forza il rapporto tra sviluppo e diritti. Quella di prima era una battaglia per i diritti, e noi fummo attaccati sull’articolo 18, era diverso. Il declino economico è anche il declino dei diritti. E’ l’altra faccia della stessa battaglia».
E non è una rottura con la Cgil di Cofferati?
«I temi dell’accordo sono gli stessi che discutiamo da due o tre anni. C’è una continuità. Io penso che l’aggravamento della situazione economica spinga correttamente la Cgil a fare un accordo dove prevale il merito. Se c’è il merito questa Cgil firma gli accordi. Solo così sopravvive l’idea di un sindacato che sia movimento politico lavorando per la difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori.
Qualcosa allora è cambiato.
«C’è il merito, e c’è la responsabilità di avere voluto l’accordo, questo sì. In questo contesto, il gruppo dirigente diffuso della Cgil, e non solo Guglielmo Epifani, si assume la responsabilità di fare un accordo».
Sarà anche il contesto, ma voi oggi firmate accordi con la Confindustria.
«Parte delle imprese si rende conto che il problema non è più la rigidità del lavoro, o quello dei costi. Non è cambiata tanto la linea di Confindustria, quanto gli interessi materiali dell’impresa. D’Amato ha dovuto più che altro prenderne atto».
Come fa un’intesa che si definisce storica a non costare nulla, come dicono le imprese?
«E’ importante per i contenuti, ma perché sia una vera svolta deve esserci un cambiamento della politica economica. Quanto ai costi, il presupposto esplicito è l’intervento pubblico con l’uso di risorse».
E’ una carta che giocate su più tavoli, quello del governo, ma anche degli enti locali, del Parlamento. Perché?
«Può essere la base di tanti possibili accordi locali e regionali. Spostiamo il baricentro, è vero. Questo ci consente di proporre la piattaforma unitaria a più interlocutori».
Date per scontato che il governo non vi ascolti?
«Il governo sta giocando altre partite. La verifica vede al centro temi come l’immigrazione, la devoluzione, che non hanno nulla a che fare con economia, occupazione e Sud».
Il ministro Maroni dice che la cosa buona dell’intesa è la vostra firma.
«Maroni dimostra che continua a esserci sottovalutazione delle prospettive economiche e dell’occupazione. Il governo galleggia, aspetta che passi la nottata, crede che con la ripresa si risolva tutto. Noi e Confindustria pensiamo che con la ripresa si riaprirà il differenziale con gli altri Paesi».
E’ un caso che nel governo solo il ministro del Welfare si sia espresso?
«E’ un fatto. Colpisce il silenzio di chi ha la responsabilità dell’economia, dell’industria, della formazione. Marzano tace, la Moratti pure. Si vede che abbiamo ragione».
Non rischia di restare un accordo sulla carta?
«No, perché mantiene una grandissima importanza anche in prospettiva. Se il governo non coglie il segnale, le esigenze dei lavoratori e delle imprese, il Paese perde una grande opportunità. Ma io mi aspetto che l’opposizione che si candida a governare faccia propri questi temi».
Un messaggio a Fassino, che ritiene la sinistra pronta per i programmi?
«Mi aspetto e penso che l’opposizione converga su queste priorità, le prime dichiarazioni di Letta e Bersani mi confortano. Ma può essere un terreno utile anche per Bertinotti, perché ripartire dal tema della qualità e non da quello dei diritti e dei costi, è un’impostazione corretta anche per una sinistra più antagonista. E’ un’opportunità programmatica, che è il rapporto migliore che ci può essere tra chi fa sindacato e chi rappresenta un’azione politica, un partito»
Il direttivo di domani confermerà la sua linea?
«Abbiamo già riunito i segretari di categoria, i regionali, le Camere del lavoro e praticamente tutti hanno approvato la firma dell’intesa. Ci sono voci più preoccupate e la democrazia è anche questa, ma la Cgil, su questo tema, è molto convinta. E il direttivo lo confermerà».
L’intesa è una nuova pagina dei rapporti confederali?
«Abbiamo lavorato insieme anche in questi anni difficili. Si fanno ancora scioperi unitari, ci sono documenti unitari. Ci siamo divisi sul contratto dei metalmeccanici e sul Patto per l’Italia con la riforma del mercato del lavoro e l’articolo 18, che continua a dividerci perché sulla delega abbiamo opinioni diverse. La maggior difficoltà dell’economia è il terreno dove è possibile accrescere il lavoro unitario».
C’è il nodo della rappresentanza...
«Se non hai nuove regole per dirimere le controversie, o si va al conflitto permanente o a piattaforme separate. E’ prioritario discuterne per rafforzare l’unità. La sede legittima, l’ultima istanza della democrazia sindacale, è quella dei lavoratori. Nel pubblico impiego ci sono rappresentanze definite: è un caso che lì si lavora e si decide unitariamente? Dobbiamo riprendere questo discorso. Sulla legge per la rappresentanza con Cisl e Uil avevamo fatto osservazioni comuni, poi, caduta la legislatura, loro hanno messo tutto in un cassetto sostenendo che il problema non era quello ma la messa in comune delle politiche. La mediazione è utile, ma se non riesce il singolo punto di crisi apre un problema generale di rapporto tra le confederazioni».
Ora c’è il Documento di programmazione economica, cosa chiedete al governo?
«Abbiamo difficoltà di rapporto. Loro meno ci vedono, più felici sono. Sulle pensioni è un mese e mezzo che aspettiamo. Vogliamo prima di tutto chiarezza sui conti pubblici, e che finisca la minaccia di tagli alla spesa sociale perché non servono, quella italiana è più bassa della media europea. Poi ci aspettiamo scelte di sviluppo, almeno l’inizio».
E la delega fiscale?
«Resta il giudizio negativo. Un anno fa dissi che avrei preferito risorse per ridurre gli oneri sul lavoro e sull’occupazione, un fiscal drag che restituisse ciò che toglie l’inflazione, e affrontare il problema degli incapienti. Oggi è lo stesso: piuttosto che spalmare qualche euro con gli sgravi, peggio ancora con un inutile intervento sui consumi, meglio rendere stabile il lavoro. C’è la riprova: finiti i soldi del bonus per i nuovi assunti, l’occupazione al Sud è crollata».
Mario Sensini

Corriere della Sera
22 giugno 2003


 

Se la Cgil esce dall’isolamento

UN’OCCASIONE RIFORMISTA
di SERGIO ROMANO

Non sappiamo quanto tempo ci vorrà prima che l’accordo di Confindustria con le maggiori organizzazioni sindacali sulle priorità dello sviluppo produca gli effetti desiderati. Le proposte sono buone, ma non potranno dare risultati immediati. Il governo dovrà tenerne conto, ma non può cambiare dall’oggi al domani il quadro dell’economia europea e mondiale. In questo caso, tuttavia, gli effetti politici potrebbero essere più rapidi e importanti degli effetti economici. Ciò che più conta, infatti, al di là delle ottime intenzioni e dei buoni propositi, è la firma della Cgil in calce al documento. La maggiore organizzazione sindacale torna al tavolo delle trattative, accetta di «dialogare» (verbo magico della politica italiana) e sottoscrive un’intesa che potrebbe comportare una specie di consultazione permanente. E’ esattamente il contrario di ciò che la Cgil ha fatto dopo le elezioni del maggio 2001 e il «passaggio all’opposizione» dell’anno seguente. Potrebbe essere questo il primo segno di una nuova tendenza? E quali ne saranno le ripercussioni sulla strategia dell’opposizione in Parlamento?
Cominciamo dalla Cgil. Guglielmo Epifani non è passato attraverso l’apparato del partito comunista. E’ un socialista milanese, tenace ma pragmatico, poco sensibile ai furori massimalisti di una parte della sinistra italiana. Negli scorsi mesi ha atteso senza dir nulla che Sergio Cofferati scegliesse il momento, per lui più opportuno, di entrare in politica e ne ha accettato pazientemente l’eredità. Quando Cofferati ha detto che qualsiasi modifica dell’articolo 18 avrebbe privato i lavoratori dei loro diritti, Epifani non ha sollevato obiezioni e si è comportato, anche dopo essere diventato segretario generale della Cgil, come un luogotenente. Quando Cofferati ha deciso, con una singolare inversione di rotta, di astenersi dal voto nel referendum sull’estensione di questi «diritti» ai lavoratori delle piccole imprese, il suo successore non ha lamentato «tradimenti», è rimasto fedele alla linea implicita nell’impostazione originale del suo predecessore e ha dignitosamente perduto. Quando Cofferati ha lasciato la politica nazionale e il suo «popolo» per candidarsi a sindaco di Bologna, città simbolo del comunismo riformatore, Epifani non ha detto nulla.
Ma è probabile che abbia riflettuto su queste vicende e ne abbia tratto qualche conclusione. Dopo avere pagato il suo debito di fedeltà al vecchio leader, il nuovo segretario generale potrebbe essersi detto che la Cgil è più importante di Cofferati e che gli errori, se ripetuti testardamente, diventano imperdonabili. La Confindustria, dal canto suo, gli ha dato una mano. Dopo avere criticato la concertazione e inutilmente esortato il governo ad agire autonomamente, l’organizzazione di Antonio D’Amato ha cambiato strategia e ha accettato di ammettere nuovamente i sindacati sul ponte di comando dell’economia italiana. Epifani lo ha capito e ha firmato.
Resta da vedere se questa svolta avrà ripercussioni sulla politica italiana. Per ora limitiamoci a constatare che il «correntone» (l’ala massimalista dei Ds), i «movimenti» e i girotondini hanno subito due lutti. Hanno perduto Cofferati, ormai impegnato a diventare il sindaco riformista di Bologna, e rischiano di perdere la grande «cinghia di trasmissione» rappresentata dal maggiore sindacato nazionale. Forse sono troppo testardi e passionali per accorgersene. Ma se ne accorgeranno certamente i leader socialdemocratici e riformatori del partito, da Piero Fassino a Massimo D’Alema. Se vogliono riprendere in mano il controllo della sinistra per affrontare da migliori posizioni la seconda metà della legislatura, questo, forse, è il momento.

Corriere della Sera
21 giugno 2003 


Patto Confindustria-sindacati
Anche Cgil firma per la crescita

Ricerca, meno tasse al Sud, formazione e investimenti per rilanciare la competitività


ROMA - Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno sottoscritto ieri l’accordo per lo sviluppo e la competitività. Il documento ha soprattutto un valore politico perché segna il ritorno della Cgil a un’intesa con le imprese e con la Cisl e la Uil dopo due anni di conflitto. Con questo atto, il segretario, Guglielmo Epifani, dà un primo segnale di quella «risindacalizzazione» della Cgil da lui stesso auspicata dopo aver raccolto il testimone da Sergio Cofferati. «È una svolta nelle relazioni industriali», ha detto il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato. Per le imprese è importante aver ottenuto il sostegno di tutte e tre le confederazioni su un documento che mette al centro il rilancio della competitività. Epifani ha sottolineato che da 14 anni non si faceva un’intesa generale tra Confindustria e sindacati: «Spero che contribuisca a rasserenare il clima». Per ottenere la firma della Cgil, nel testo, è stato evitato ogni riferimento al Patto per l’Italia. L’accordo si compone di 42 pagine suddivise in una premessa e quattro capitoli: ricerca e innovazione, infrastrutture, Mezzogiorno, formazione. Sono queste, secondo imprese e sindacati, le «priorità». Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, che lanciò a febbraio la trattativa, ha annunciato che il documento è stato inviato ieri sera al governo e ai gruppi parlamentari con una lettera dove si sollecita «un confronto». Il leader della Uil, Luigi Angeletti, ha spiegato che non si tratta di un accordo classico, perché «non ci sono scambi tra le parti, ma una convergenza sull’analisi e le proposte». Proposte che hanno come destinatario il governo, chiamato fin dal prossimo Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) a massicci investimenti sulle quattro priorità. 
In particolare, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil richiamano l’esecutivo al rispetto degli impegni sottoscritti in sede europea sulla ricerca: raggiungere una spesa del 3% del prodotto interno lordo entro il 2010. Nel piano nazionale il governo ha intanto fissato un obiettivo intermedio dell’1% entro il 2006. Ma questo, scrivono imprese e sindacati, presuppone che «la spesa pubblica per ricerca e sviluppo deve aumentare di un ammontare compreso tra i 6 e i 14 miliardi di euro, a seconda delle ipotesi di crescita del Pil». In aggiunta, l’intesa propone una serie di agevolazioni fiscali per le imprese che investono in ricerca. 
Sulle infrastrutture, il documento chiede al governo una «ripresa del trend crescente» del volume di spesa e di rispettare l’impegno di portare al 45% la quota di spesa in conto capitale destinata al Sud. Sempre sul Mezzogiorno, le parti sociali chiedono, nell’imminenza del semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea, di proporre l’adozione di un «regime fiscale transitorio di vantaggio» per le regioni meridionali. Peraltro, per Eurostat, l’aumento annuo del costo del lavoro in Italia al primo trimestre 2003 si è dimostrato il più basso d’Europa: 0,6%, contro una media del 2,8% nell’area-euro. Inoltre, secondo le parti sociali, l’Italia, durante la sua presidenza, dovrebbe sostenere un’interpretazione del Patto di stabilità che «consenta di escludere la spesa pubblica per la ricerca nel calcolo dell’indebitamento». Il banco di prova dell’accordo sarà il Dpef che il governo dovrebbe varare entro metà luglio. «Il nostro - ha detto D’Amato - è un contributo dal quale non si può prescindere per rilanciare la competitività». L’intesa è stata commentata positivamente dal sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi, e dal ministro per l’Innovazione, Lucio Stanca, ma anche da esponenti dell’opposizione, da Pierluigi Bersani a Enrico Letta. Adesso, per il governo, il problema è trovare i soldi. E nell’ambito di una manovra che, secondo la Confesercenti, per rilanciare i consumi e rispettare i saldi dovrà intervenire per almeno 18 miliardi di euro. 

Enrico Marro 
20 giugno 2003


 

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