dal numero speciale del marzo 2002 di " Ragionamenti di Storia", diretta da Giuseppe Averardi, riportiamo tutta la parte dedicata a Filippo Turati.

 

 

FILIPPO TURATI 70 ANNI DOPO

Editoriali
Questo numero della rivista
di Giuseppe Averardi


L'Epicedio
Esilio e morte
di Claudio Treves

La commemorazione
A cento anni dalla nascita
di Giuseppe Saragat

Il libro

Introduzione
di Gaetano Arfè

 

Le vie maestre del socialismo
a cura di Rodolfo Mondolfo

Agli albori
Gli anni giovanili

di Pier Carlo Masini

I documenti

La profezia
di Filippo Turati

La critica
Turatiana
di Palmiro Togliatti

La lettura/1
Rievocazione di Aldo Garosci
di Elisabetta Colla

La lettura/2
Omaggio di Leo Valiani
di Viviana Simonelli

L'Europa/1
Filippo Turati e l'Europa
di Gian Piero Orsello

L'Europa/2
Gli eredi europeisti
di Antonio Glauco Casanova

 
QUESTO NUMERO DELLA RIVISTA
di Giuseppe Averardi

 

 

Il settantesimo della morte in esilio del più illustre tra i fondatori del socialismo italiano non è soltanto l'occasione per un approfondimento articolato e a più voci, atteso da un vasto pubblico interessato a congiungere le ragioni dell'attuale ritorno al riformismo con le origini e lo sviluppo della sua storia. Il centro dell'attenzione fissato sulla figura di Filippo Turati è anche legato alla rivalutazione del socialismo riformista da parte di una cultura che per tanto tempo l'aveva cancellato dai suoi campi d'indagine come dai suoi interessi storici. Tutta la sinistra, oggi, si professa riformista. Il Congresso dei DS ne è stata la testimonianza più eloquente.

Per noi socialisti questo fatto sarebbe di grande conforto e d'orgoglio se non fosse accompagnato da una certa diffidenza per gli atteggiamenti che spesso si risolvono in nuove santificazioni, commemorazioni e beatificazioni. Filippo Turati rischia di non sfuggire a questo ingrato destino. Tuttavia dobbiamo riconoscere che l'intervenuto mutamento della disposizione culturale, ed il condizionamento esercitato dalla progressiva attualizzazione e rivalutazione dell'apporto del fondatore del socialismo italiano vengono da lontano. Fu lo storico comunista Paolo Spriano a testimoniare, dalle colonne de "L'Unità" il 28 marzo 1982, che il giudizio espresso da Togliatti all'indomani della morte in esilio di Turati fu "francamente ingiusto, schematico". Al giudizio, Spriano ha aggiunto un'esortazione implicita ed una ammissione impegnativa che, per giunta, non sono state prospettate a titolo personale: "Possiamo guardare alle ragioni di Turati senza spirito di setta"; "la sua fiducia nella democrazia, la sua convinzione che è il socialismo che diviene; che, cioè, un grande movimento di emancipazione popolare non si realizza da un giorno all'altro né si proclama con una forzatura volontaristica, ma è un processo lungo e complesso, lo rivendichiamo come un patrimonio acquisito".

La rivalutazione e la rivendicazione di Turati non hanno interessato soltanto storici qualificati come Spriano e non sono rimaste circoscritte alla dirigenza del vecchio Pci. Parlando al residence di Ripetta, a Roma, il 28 febbraio 199, ad un convegno dedicato ai fratelli Rosselli, Giorgio Napoletano ebbe a dire: "I momenti più bui degli anni Trenta furono dissepolti, gli scritti di Togliatti furono ripubblicato già 25 anni fa e non si occultarono da parte nostra da storici come Spriano e Ragionieri, né le aberrazioni del socialfascismo né la inaudita carica di aggressività contro Carlo Rosselli, ma anche contro Turati".Commentando l'intervento del leader riformista al Congresso di Livorno - intervento incentrato sulla denuncia delle conseguenze della ormai avviata scissione comunista - Umberto Terracini, che di quella scissione fu protagonista appassionato ed impegnato, non esitò, in una intervista per il TG2 del 25 marzo 1982 ad individuare e ad avvertire nelle frasi e nelle parole di Turati "un'anticipazione certamente intelligente e, direi, quasi miracolosa, profetica di una realtà che in tempi successivi venne poi maturando e che sta sboccando a lidi più concreti proprio nel corso di questa nuova epoca preannunciata". Una giudizio analogo fu pronunciato da un'altra grande protagonista del Congresso di Livorno: la senatrice Camilla Ravera.

Seguirono una serie di prese di posizione dopo la caduta del muro e la trasformazione del PCI in PDS e poi in DS con la rivalutazione del riformismo che ne è derivata, ad pera principalmente di Massimo D'Alema e di alcuni storici di sinistra, prima comunisti. Sul piano generale ne è derivato che la disposizione culturale nei confronti del riformismo è diventata più obiettiva che per il passato, meno condizionata e deformata da quella rimozione storica che tanto ha pesato sull'indirizzo della storiografia italiana contemporanea. Si era trattato, in effetti, di un indirizzo piattamente acritico con una pesante intolleranza nei confronti di qualsiasi impostazione che si fosse richiamata al riformismo, al revisionismo e, in genere, all'autonomia del movimento socialista.

Il persistere, sino agli anni settanta, di una disposizione culturale antiriformista e dogmatica, influenzata dall'impegno e dalla pressione esercitati da un PCI in quel tempo di stretta osservanza moscovita, aveva comportato l'estendersi ed il radicarsi di una egemonizzazione silenziosa, strisciante. La sua influenza si era esplicata in varie direzioni, con risultati ragguardevoli. Essi sono stati tali da comportare un condizionamento di lungo periodo, sul piano ideologico e su quello politico, della sinistra tradizionale, con inclusione del PSI sino a tutto il 1956, l'affievolimento dell'iniziativa che avrebbe dovuto far capo alle componenti dell'area di democrazia laica; una incidenza silenziosa ma sostanziale agli effetti del consolidamento di quel conformismo, insidioso e narcotizzante, che pesò sulla grande stampa e sulla grande editoria.

Eppure, la dura lezione della storia aveva avuto preannunci inequivocabili. Con i fatti di Ungheria, con il '68 Cecoslovacco, con le innumerevoli tragedie dell'Est europeo. Consapevole della validità della denuncia e della ineluttabilità della previsione che s'apprestava ad enunciare, Turati era ricorso, nel suo memorabile intervento al Congresso di Livorno, al termine inusitato, drammatico, di "profezia": "sul terreno pratico, 40 anni o poco meno di propaganda, di milizia, mi autorizzano ad esprimere sommariamente un'altra convinzione. Potrei chiamarla - se la parola non fosse un po' ridicola - una profezia, facile profezia, per me di assoluta certezza. Vi esorto a prenderne nota. Tra qualche anno - io, forse, non sarò più a questo mondo - voi constaterete se la profezia si sia avverata. Se avrò fallito sarete voi i trionfatori". Ma Turati non fallì. Fu travolto dal fallimento dei suoi detrattori. Nel discorso di Livorno lo sfaldamento del sistema rappresentativo è chiaramente prefigurato. Provocato dall' insorgere e dall'affermarsi di una reazione altrimenti evitabile, il dissolvimento della democrazia avrebbe travolto non soltanto la maggioranza ma anche la minoranza e l'intero complesso delle istituzioni. L'enunciazione del convincimento - la parte centrale, il nucleo della "profezia" - è veramente presaga, ammonitrice. Il monito viene presentato quale certezza assoluta: "per costruire una società nuova non c'è altra via oltre quella del socialismo che diviene, dell'evoluzione che si confonde con la rivoluzione, che è la rivoluzione stessa senza sperpero di forze, senza delusioni e senza ritorni".

L'anticipazione di fiducia, terzo elemento della profezia ha quali destinatari i "compagni avversari", i quali, inebriati dall'infatuazione rivoluzionaria e dal crescere dei consensi, erano divenuti insofferenti di ogni ritardo ed intolleranti. La fiducia ha per oggetto - in relazione alla riconosciuta onesta intellettuale dei "compagni avversari", e tenuto conto della già scontata, futura lezione della storia - il manifestarsi di una autocritica convinta che avrebbe indotto i vincitori di allora a rimeditare sulle scelte effettuate e li avrebbe riportati sull'antica strada, sulle vie maestre del riformismo, del socialismo misconosciuto, vituperato ma salvaguardante oltre che realizzatore e, proprio per questo,"immortale".

Nel momento in cui fu espressa, la previsione - in effetti un grido di allarme nei confronti di una reazione ancora allo stato di incubazione iniziale - era, sì, lungimirante, ma di non facile recepimento da parte d'una assemblea che, pervasa dall' ebbrezza rivoluzionaria, non riteneva che la marea montante della reazione e del fascismo fosse preoccupante e tanto meno incalzante. L'esaltazione di una violenza verbale preannunciante il sovvertimento del sistema, e l'attesa inerte di una palingenesi sociale miracolistica, si sarebbero sempre più generalizzate. L'incidenza attuale e potenziale dello squadrismo e la pericolosità del pur confuso movimento fascista avrebbero continuato ad essere sottovalutate a tal punto che la delegazione del partito socialista, guidata dal suo segretario e leader, salì sul vagone letto che l'avrebbe condotta a Mosca la notte stessa in cui le squadre fasciste convergevano verso Roma per quella marcia annunciata. L'episodio è emblematico d'una deformazione politica di dimensioni tali per cui l'accorrere a Mosca, per giunta per ascoltare e giustificarsi, appariva preminente rispetto alle decisioni che avrebbero potuto e dovuto essere adottate a Roma. La fuga dalla responsabilità e il ripudio dei principi investivano e trasformavano il partito.

Il convincimento della superiorità del metodo democratico e della irrinunciabilità al gradualismo riformatore, all'evoluzione che è rivoluzione senza sperpero di forze, senza delusioni e senza ritorni, resta, in Turati, fermo, consapevole e presago, tanto da indurlo a ribadire, ad una maggioranza divenuta insensibile ad ogni richiamo, tre ripulse: il "rigetto della violenza", "che per noi non è e non può essere in programma", "la non accettazione della dittatura del proletariato" che "per noi, o è dittatura di minoranza e allora è dispotismo, il quale genererà inevitabilmente la vittoriosa controrivoluzione, o è dittatura di maggioranza ed è un evidente non senso, una contraddizione in termini poiché la maggioranza è la sovranità legittima, non può essere dittatura"; la denuncia della "coercizione del pensiero", della "persecuzione, all'interno del partito, dell'eresia che fu l'origine ed è la vita stessa del partito, la grande sua forza salvatrice e rinnovatrice, la garanzia che esso possa lottare contro le forze materiali e morali che gli si parano contro".

Corrisponde al vero - il giudizio è di Spriano - che "il lascito di Turati, di tutto quello che egli ha rappresentato non solo come riformista, ma come il primo socialista che coniugò davvero nella lotta politica socialismo e libertà (la battaglia politica del 1898 è il grande capolavoro politico e morale di Turati) è stato, in fondo, affidato unicamente all'ala socialdemocratica del socialismo italiano dopo Palazzo Barberini". Resta vivissima la testimonianza di Gaetano Arfè quando scrive nella prefazione alla terza edizione de "Le vie maestre del socialismo" che sentì parlare di Turati alle soglie dell'adolescenza dal padre e, poi, "di lui mi parlarono ricorrentemente Vera Modigliani e Giuseppe Faravelli che gli erano stati vicinissimo sino alla morte, e Sandro Pertini che lo aveva venerato come un maestro". Nessun altro dirigente socialista cita Arfè. Oggi si ritorna a parlare di Turati anche fra gli ex comunisti, ma sottovoce. Si preferisce parlare di altri padri fondatori, di liberal-socialismo, oppure di riformismo senza padri, di riformismo senza socialismo. Le cose dette 20 anni fa da Terracini e dalla Ravera sono rimaste abbastanza isolate anche, se, ripetiamo, si registra un mutamento della disposizione culturale della sinistra verso Turati, resuscitato dall'oblio, dalla durezza acritica dei giudizi formulati in passato sulla sua opera e sulla sua figura.

Il più famoso, il più pesante, il più ingiusto, fu quello di Palmiro Togliatti, scritto su "Lo Stato operaio", con il titolo "Turatiana", nell'aprile del 1932, sottoposto alla nemesi della storia che fa riversare sui fatti di questi ultimi 12 anni, in Italia e in Europa, l'immensa ombra del giudizio turatiano sul bolscevismo e il legame indissolubile stabilito da lui tra sviluppo della democrazia e destino del socialismo. In un momento di grande crisi ideale e politica della sinistra questi ci paiono gli aspetti della vicenda turatiana che conviene riproporre ai nostri lettori: il discorso di Livorno del 1921 e la "Turatiana" di Palmiro Togliatti; insieme agli scritti che in altre ricorrenze, importanti dirigenti socialisti e, storici e studiosi, hanno voluto dedicare alla questione-Turati. Si tratta di Paolo Treves, Guido Mondolfo, Gaetano Arfè, Giuseppe Saragat, Aldo Garosci, Pier Carlo Masini, Leo Valiani, Antonio Casanova, Gian Piero Orsello.

A distanza di un secolo - in un brano del 1900 - ritroviamo nella descrizione della rivoluzione turatiana, quella proposta politica che ha alimentato il meglio della tradizione socialista italiana e che conserva ancora oggi il suo valore: "ogni scuola che si apre, ogni mente che si snebbia, ogni spina dorsale che si drizza, ogni abuso incancrenito che si stradica, ogni elevamento del tenore di vita dei miseri, ogni legge protettiva del lavoro, se tutto ciò è coordinato ad un fine ben chiaro e cosciente di trasformazione sociale, è un atomo di rivoluzione che si aggiunge alla massa. Verrà il giorno che i fiocchi di neve formeranno valanga. Aumentare queste forze latenti, lavorarvi ogni giorno, è fare opera quotidiana di rivoluzione, assai più che sbraitare pei tetti la immancabile rivoluzione che non si decide a scoppiare".


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