ALDO GAROSCI E LE QUESTIONI TURATIANE
 
a cura di Elisabetta Colla
 
L'articolo è tratto dal volume "Filippo Turati 50 anni dopo", atti del convegno di studi, 6-7 maggio 1982, Napoli, Esi, 1983, pagg.11-96. Si è voluta offrire una semplice sintesi dell'intervento di Aldo Garosci, senza effettuare alcun aggiornamento di tipo storico-bibliografico rispetto ai temi trattati.
 
 

Fra le numerose occasioni di riflessione e confronto sulla figura, il pensiero e la prassi politica di Filippo Turati, offerte dal Convegno di studi storici svoltosi a Milano nel ricorrere dei 50 anni dalla sua morte, ben si collocano le "questioni turatiane", proposte come intervento introduttivo dall'insigne studioso Aldo Garosci, in apertura dei lavori di quel Convegno. L'Autore ci tiene a fugare ogni dubbio sul suo reale intento nel riparlare di Turati: lungi dall'ambizione di voler delineare in poche pagine una "visione sintetica del molto che si è lavorato attorno a lui ... perché, per i risultati originali a cui si giunge su un singolo periodo o un singolo momento d'una vita, la sintesi è già tutta in quelle monografie, e non resterebbe che limitarsi a una presentazione", il Garosci apre piuttosto dei tavoli di discussione su argomenti specifici, strettamente legati al dibattito turatiano. Ne scaturisce un quadro complesso e sfaccettato delle molte "questioni" ancora aperte e dei "problemi che - afferma l'autore - mi paiono degni ancora di essere dibattuti e approfonditi: forse punti di partenza per nuove possibili ricerche".

Dalle domande di un giornalista, Garosci prende spunto per trattare la prima questione, l'attualità di Turati: "Quando si pone, a proposito di un uomo o di un movimento ideale del passato, il problema della loro "attualità", si ha spesso l'aria di chiedere "a che possono servire" e a chi oggi quei personaggi o quei movimenti. E, allora, chiaramente, non si tratta di un problema storico. Mi spiegherò con un esempio; da molti, da quasi tutti, si suole parlare della "attualità di Gramsci". E poiché Gramsci (e magari Togliatti) sono venuti dopo Turati, e in vita ne furono aspri avversari, i loro storici panegiristi li pongono in serie con lui: eccoli diventati i continuatori, pur nella contraddizione, di quello che fu il loro avversario: soltanto Gramsci e Togliatti sono "più attuali" e perciò hanno e hanno avuto ragione. Era necessario, così ragionano, che la storia del socialismo italiano passasse attraverso Turati poiché il movimento operaio, scosso dalla guerra mondiale e dalla rivoluzione e dalla parola di Lenin, diventasse quell'arma o quel sacro tesoro, che ancor credono di serbare e rivendicare intero." E aggiunge: "Perciò quando si evoca sul serio l'"attualità" di un personaggio, comunque si suppone che da lui, da quanto scrisse, o dalla sua azione, si possa trarre oggi stimolo a nuove azioni e allora la domanda di nuovo è: attualità di che? attualità per chi?". Nell'instaurare un parallelo con le motivazioni epocali che renderebbero conto dell'attualità gramsciana, la quale "ha riottenuto il crisma dell"'attualità" dal sessantotto francese (così come aveva fatto nel dopo liberazione italiano) non tanto per un giudizio "storico" sulla idoneità delle soluzioni, quanto per l'istintivo bisogno, da parte di una raffinata élite intellettuale, di giustificare il suo consenso a forme elementari e rozze di organizzazione politica assolutista", il Garosci domanda: "Chiediamoci, ora, anche per Turati: attualità per chi? e attualità di che? L'attualità di Turati non può essere, oggi, attualità per gli strati di intellettuali disadattati, che cercano una speranza in Gramsci: per loro la sua lunga camera di leader parlamentare e di uomo di minoranza nel partito dovrebbe avere solo limitata suggestione. E il nucleo della vita di Turati, il suo lungo ostinato strappare al privato e all'arbitrio delle imprese frazioni di vita autonoma per le organizzazioni sociali appare oggi scarsamente attuale o attuabile, in presenza di maggioranze di partiti in cui il gioco di interessi corporativi, burocratici, speculativi, è in primo piano, e anche i problemi dell'organizzazione collettiva si sono fatti mostruosamente più complessi. A parte lo scarso, ma non esausto nucleo di coloro che, giovani, ebbero la possibilità di vibrare degli stessi ideali e riprodurre in sé gli entusiasmi dell'ultimo Turati (ormai per l'ovvio logorìo del tempo, ridotti a singole unità) e a parte coloro che ad essi sono fedeli, per quella innata fedeltà che in Italia, per esempio, si conservò a lungo al Mazzini tra le più tenaci popolazioni di certe regioni italiane. Chi altrimenti è disposto a commuoversi per i suoi fini modesti, umani, sensati? Così, "l'attualità" di Turati per molti, per troppi, rischia di riassumersi, dopo tante violente rivoluzioni instauratrici di tirannidi, nella nostalgia di un generico "gradualismo" e della umana civiltà in cui tale prassi si inseriva. E non è a dire che la generosità e umanità di Turati siano estranee a questo ritorno nostalgico. Ma non è da fidarsi troppo di una visione così generica, che tende a rendere meno drammatici i problemi del tempo nostro, ma anche gli altri, che furono del suo tempo come di tutti i tempi, anche di quelli "umani". Il per chi di una simile attualità rischierebbe così da affidarsi esclusivamente ai delusi di diversi esperimenti, trascurando la spinta novatrice che ci fu sempre in Turati. Solo se si restituisce a questo personaggio così umano la cornice della complessità dei problemi che gli vennero posti, e come e quando gli vennero posti, si potrà proporne una nuova e più efficace "attualità". Ma come vedremo, converrà usare una parola più appropriata."

La fortuna di Turati
La parola che il nostro Autore intende introdurre s'identifica con la seconda questione turatiana: la fortuna di Turati. All'apparenza assai inferiori, in numero e spessore filologico, appaiono gli scritti su Turati rispetto, ad esempio, alle opere su Lenin e Gramsci. In altre parole la bibliografia turatiana sembrerebbe essere insufficiente, ma i tempi evidenziano un cambiamento: "Non è più così, però, quando la si osserva più da vicino; anche se pubblicata con ineguaglianze e frammentata tra diverse monografie, collezioni e case editrici il grosso dell'opera in cui si esprime la maturità della mente e dell'azione è a disposizione degli studiosi. Le collezioni della "Critica Sociale" sono in un numero di biblioteche pubbliche pari o maggiore di quelle dello "Stato Operaio"; e neppur essa è sfuggita alla moda delle "antologie di riviste" con cui si sono divulgate piuttosto che approfondite le questioni ch'erano di attualità prima della seconda guerra mondiale." Rispetto all'opera di Turati, perciò, nonostante "una certa trasandatezza di veste e di cura editoriale, a cominciare dal nucleo dell'opera sua, che è lungi dall'essere omogeneo nella veste e nell'edizione ... ciò non impedisce che, così com'è, il materiale ci sia, né che, come ha detto un maestro, la differenza tra una edizione ottima e una mediocre sia spesso trascurabile specie ai fini della storia politica (quando, ovviamente, i testi non siano sottoposti a deliberate falsificazioni e censure). Che molto sia certamente stato fatto e qualcosa resti da fare per situare Turati nella storia dell'ultimo ventennio dello scorso secolo, e nel primo trentennio del nostro, è ovvio. A partire dal classico Mazzini e Bakunin di Nello Rosselli ad oggi dobbiamo constatare che è stata radicalmente cambiata la visione della complessa storia del socialismo italiano nel periodo - vivissimo di pensiero, di fermenti, di azioni che precede la data fatidica e convenzionale - dell'atto ufficiale di nascita del partito dei lavoratori italiani o del Partito socialista dei lavoratori." L'Autore cita a tal riguardo opere classiche sul periodo storico ("The Italian Socialist movement: origins", di R.Hostetter o "La Storia degli Anarchici italiani" di P.C. Masini), e di conoscenza filologica ("Il carteggio F.Turati - A. Ghisleri" pubblicato da L. Dalle Nogare), nonché la raccolta delle "Opere" di G. Salvemini, laddove s'incontrano, dice il Garosci, "non solo lettere inedite di Turati e Anna Kuliscioff ma documenti essenziali per chiarire, con gli eventi di Milano del 1898, la posizione di Turati in quel momento decisivo della crisi del Paese, e nell'altro momento decisivo del suffragio universale e della guerra libica. Non è improbabile che molti rapporti anche culturali siano chiariti da ricerche e scoperte d'archivio (tra l'altro, presumibilmente, da un riesame dei manoscritti che sono stati oggetto dell'edizione Schiavi) Su una parte di questo patrimonio, invece, la tempesta fascista non sarà passata invano. Basta pensare al molto che sarà stato distrutto (o che occultato, sarà andato perduto) della sua corrispondenza con uomini della cultura: così pare sia finita, per esempio, la corrispondenza con Alessandro Levi (che avrebbe potuto rivelarci qualcosa sul rapporto Turati-Ardigò) o quella con i due Mondolfo, che fu distrutta, per ciò che mi ha detto l'amico Renato Treves, al momento dell'emigrazione di Rodolfo per le persecuzioni razziali". Ma se tale è: "più o meno la sorte di tutti i documenti, che ... vanno in parte maggiore o minore perduti ... soffermiamoci piuttosto sulla "fortuna" di Turati nel pensiero storico, si trovi questo nei libri storici di professione, o altrove. Vista in tal modo la "fortuna" di Turati è stata senza dubbio superiore in concreto a quel che emerge dalla nuda statistica delle monografie a lui dedicate. Ricordiamo anzitutto per la qualità di alcuni dei contributi dei suoi allievi diretti dell' ultimo periodo della sua vita lo studio che Carlo Rosselli gli consacrò nei "Quaderni di Giustizia e Libertà", e che è stato più volte ripreso o pubblicato in opuscolo; le commemorazioni da parte di compagni a lui congiunti da travagli, destino e speranze, come Treves o Saragat ... infine, i chiarimenti che si sono accumulati sui suoi rapporti così complessi con Giovanni Giolitti. Si possono quindi formulare con maggior precisione un certo numero di "questioni" turatiane. Sono punti particolari che possono permettere la chiusura di vecchie polemiche e forse indicare nuove direzioni di ricerca".

L'originalità : Turati teorico.
Fra le "questioni" affrontate, di grande rilevanza è quella dell'originalità "teorica" di Turati, negata da Palmiro Togliatti, il quale, ricorda il nostro Autore: "non solo lo definì "un pover'uomo", ma negò ogni profondità alla sua comprensione e approfondimento del marxismo. In verità, la presuntuosa condanna dell'originale intuizione turatiana del marxismo e della capacità sempre serbata nel servirsene assieme come strumento d'interpretazione della storia e fondamento per sviluppare la sua conseguente azione e direttrice influenza politica è fondata su una serie di fraintendimenti e di informazioni superficiali, che occorre dissipare". Fra i fattori di svalutazione delle solide basi teoriche del Turati, Garosci individua: i suoi legami giovanili con la "scapigliatura democratica", gli studi travagliati e una (apparentemente) superficiale formazione politica e filosofica giovanili (da cui la totale ascrizione alle teorie evoluzioniste del compagno di studi Ferri); la singolare sopravvalutazione del marxismo e del socialismo di Antonio Labriola, che con lui collaborò nel periodo 1890-92. "Mentre i suoi compagni dell'ultimo anno di liceo a Cremona, Ghisleri e Bissolati entravano risolutamente nella lotta politica, Turati andò soggetto per anni a penose depressioni, che gli impedirono la continuazione degli studi, "che amava tanto", nonché il risoluto avvio a una professione utilitaria, fosse l'avvocatura o l'impiego pubblico; una condizione di cose che durò, con alterne vicende, fino al 1885 o almeno fino al 1883, ma nella quale pure, tra scoramenti e ricadute, si intravedono successi. Non doveva esser molto di più di un esaurimento, che si sovrapponeva a un temperamento "ciclico", che conservò per tutta la vita, anche quando fu liberato dei suoi aspetti più fastidiosi, ma che non gl'impedì certo le azioni ponderate e assieme ardite. E il male fu certo aggravato dalle prescrizioni dei luminari dell'igiene del tempo, dal Lombroso al Mantegazza allo Charcot, da cui i genitori lo fecero curare"; la malattia instillò in lui anche idee di suicidio, poi rientrate. Filippo era figlio unico di un prefetto del regno, Pietro Turati, che proveniva dalla burocrazia austriaca, "passando senza incidenti attraverso la bufera del '48 ... Quando il figlio avrà ritrovato la via degli studi, sostenuto da una compagna che ha visto prigione e lavoro collettivo, e gli porta in casa aria d'Europa e ragione d'impegnarsi, non finirà certo la nevrosi, che ciascuno porta con sé, e in lui forse era condizione di genialità, ma Turati avrà trovato sè stesso, la sua originale mente".

Sono questi gli anni in cui il giovane Turati si aprirà la strada ad una concezione più complessa dei temi che gli stanno a cuore. "Non solo si ritrovò come disse Rosselli (e stavolta a ragione), naturalmente socialista, ma un socialista con una visione tutta originale e tuttavia costruita mettendo pietra su pietra". A Bologna, città dei suoi anni giovanili, subisce una serie d'influenze e di stimoli epocali: "Da un lato quelli direttamente politici dì Leonida Bissolati, il cui padre Stefano, ex sacerdote, era stato nell'Internazionale bakuniana, e propagandista di ateismo, dall'altro quelli scientifici di Enrico Ferri e Achille Loria, nonché del suo medico Lombroso, che era divenuto suo intimo ... Comunque, con i sussidi di cui disponeva allora in Italia, Turati costruisce già, mattone su mattone, la teoria socialista di cui il suo animo intuisce contorni e fini, come è chiaro da due lettere, l'una al Loria, chiamato a insegnare a Mantova, l' altra al Ghisleri, l'amico cremonese maggior di anni, immerso già nell'acre lotta del repubblicanesimo autonomista e dei fogli letterari della contestazione giovanile dell'epoca". All'amico Ghisleri il quale affermò di "diventare socialista, credente cioè solo nel materialismo degli interessi che muove il mondo, e nella protesta radicale", Filippo replicava: "Socialista tu lo diventi io lo sono, io lo fui prima di te, e non per impeto di reazione di scontento, di sconforto, come tu, ma per violenza di sentimento cristiano e anticristiano, e per convinzione di studi [...] Il socialismo è la luce, è la vita, è l'avvenire... Tu credi alla rivoluzione. Io non ci credo, se non come a memento, a sprone e a spauracchio che acceleri la soluzione graduale. La perequazione è un mito, o è l'avvilimento universale. Bisogna rassegnarsi alla preparazione educativa, rassegnazione punto cristiana, perché operosa e feconda". Dal 1881 in poi si vanno moltiplicando i segni della maturità: "Nel marzo di quell'anno esprimeva al suo maggior amico, Ghisleri, progettante un "giornale d'indole letteraria e di scopo socialista", che intendeva intitolare "L'ideale Albo contemporaneo", tutta la sua insoddisfazione del lavoro letterario e professava la sua preferenza per il duro e lento lavoro scientifico ... Nell'82 la sua preparazione sembra sbocciare in una sua più matura e più complessa coscienza, che lo libera, sul piano morale, dal determinismo positivista ... Il 1883 lo metteva, per la prima volta, in contatto diretto con Andrea Costa e probabilmente dava inizio al suo rapporto epistolare con Anna Kuliscioff. Afferma il Garosci: "Non mi sembra che sia un caso se da quel punto libri marxisti o populisti sono citati per la prima volta da Turati, che li manda all'amico Ghisleri, il quale aveva dovuto seppellirsi a fare il maestro a Matera. Oltre ai vari libri di socialisti della cattedra, troviamo, fra quel piccolo nocciolo di libri mandati all'amico, il compendio del Capitale di Cafiero (solo libro propriamente marxista a disposizione diretta del pubblico italiano fino alla pubblicazione, per iniziativa appunto della "Critica Sociale", di una cattiva traduzione del Manifesto)". Il 1884, per Turati, che si dedicò alla ricerca di fondi per i profughi russi, sarà anche l'anno "dell'agitazione e che percorse le campagne della "bassa padana" al grido di "la boje!"". Scrive il Garosci, a proposito del pensiero turatiano che si definiva in quegli anni: "Turati aveva nel suo "positivismo" introdotto un elemento di libertà etica che doveva alla morale positivista dell'Ardigò, a modifica del relativismo marxista, di cui aveva corretto le bozze per l'Italia del popolo di Dario Papa. E rimase poi sempre fedele alla massima "vivere sempre come se non si dovesse morire mai" (motivo che resse l'intera sua vita, e che risuona nel necrologio di Engels come negli scritti dell'esilio), correttivo opportuno di quel "relativismo morale" che una lettura ristretta del marxismo originario poteva generare". Nel 1885 Turati è a Napoli, dove ha accettato, con Anna Maria Mozzoni, di lavorare all'inchiesta sull'igiene rurale che, sulla scia dell'epidemia di colera, alcuni "riformisti" erano riusciti ad ottenere come supplemento alla generale inchiesta agraria. "È nel corso di quest'inchiesta che avviene l'incontro tra Anna e Filippo, a quel secondo piano del Corso Vittorio Emanuele 578, che rimase per Anna e Filippo un luogo sacro del ricordo, si potrebbe dire oltre la vita. E fu certo un incontro d'anime e di menti, che mutò in realtà il destino dei due, al punto che allora fu difficile distinguere tra loro, nella comune opera, a chi spettasse il maggior contributo. Ma abbiamo, credo, indicato a sufficienza che, se esso fu un incontro d'amore, e per Turati diede assieme l'ultimo colpo alle affliggenti nevrosi e al senso di inferiorità rispetto ai compiti che aveva in mente, non fu però occasione di conversione gratuita o improvvisa, ma mise l'ultima e decisiva pietra all'edificio di certezze teoriche da lui faticosamente costruito in quegli anni."


Nel 1885 Turati esce dall'associazione democratica e si affianca al "Partito operaio", di cui fu consigliere, ausiliario ed innografo, pur non potendo entrarvi; nel delinearsi della lenta ascesa di Turati "verso un'autonomia della concezione teorica socialista", egli ritrova nell'esperienza di Anna qualche cosa di più dei "suggerimenti" che essa, lettrice di giornali tedeschi e della "letteratura rivoluzionaria" poteva dare al suo compagno. Dice il Garosci: "A vedere in lui, come il Croce della Storia d'Italia, pur operante in più larga cerchia del suo maestro Labriola, un semplice "democratico lombardo" scordando la finezza con cui egli giunse a riconoscersi marxista c'è da sottovalutare singolarmente l'intensità e la coerenza della sua concezione teorica, che sola gli permise di creare, non uno schema ma un partito moderno; ciò che, insieme con Anna, si costruì poco a poco ma sempre crescendo su sè stesso. E qualche chiara indicazione della sua comprensione della filosofia giuridica, ben oltre gli schemi dei positivisti e utilitaristi, fa anche giustizia della leggenda della sua "innocenza" filosofica". Nell'87, Turati è impegnato in un'intensa attività giuridica, specialmente "a difesa dei perseguiti per sovversione e, sebbene prepari (e vinca) concorsi e difenda in Tribunale, e, la sera, con Anna, traduca dal tedesco… trova il modo con la compagna di costituire un piccolo centro di irraggiamento". L'amico Ghisleri, tornato da Matera, inaugura "Cuore e critica", ma Turati, criticando apertamente quel 'cuore', troppo sentimentale, lavora per trasferire, stando attento a non perderne il pubblico, la rivista a Milano, ove diventerà, sotto la sua direzione, la "Critica sociale". "L'89 - scrive Garosci - è l'anno del suo passaggio, definitivo, eppure tatticamente calcolato, prudente e assieme sicuro (ciò che non avrebbe potuto avvenire per mera tattica, ove non si fosse già ancorato alle teorie, appena nascenti, della nuova Internazionale), al rinnovato marxismo: il marxismo "politico", come vedremo, dell'ultimo Engels, che non è più né quello del '48 né della prima Internazionale, né della Comune. Ed è anno che vale per lui - prova esempio, rapporto - attraverso gli sforzi suoi, quelli della "libera Russia" (cioè per il difficile sforzo dei liberali libertari russi verso la politica) così come lo è per gli altri italiani, più o meno "dotti", come "anno di decisione" che ferma nei loro cuori la soluzione marxista o meglio engelsiana come quella attuale dei problemi socialisti". Nell'89, il Congresso internazionale di Parigi, che segnò la nascita della II Internazionale, intese celebrare il centenario della grande Rivoluzione, in verità "per seppellirlo", insieme con i democratici, i radicali, i tardi eredi del giacobinismo e del girondismo: la rivoluzione "borghese" non era né la rivoluzione proletaria, né quella del presente. Venne lanciato l'appello internazionale per la celebrazione, l'anno seguente, del 1° maggio, come giornata di lotta diretta delle masse socialiste per la riduzione del lavoro a 8 ore (sarà poi uno dei momenti, ostinati, della propaganda turatiana), rivestita di foschi presagi per i possidenti,. Al primo maggio "parteciparono largamente gli anarchici, come è ovvio (era una riforma, ma da strapparsi attraverso l'azione diretta), e ciò fece risentire, come mai si era sentito prima, la solidarietà proletaria attraverso le frontiere, non in vista d'una generica eguaglianza, ma d'un inizio di rigenerazione sociale". L'anno prima la "democrazia" italiana aveva indetto il suo congresso, da cui doveva uscire il secondo "patto di Roma", ossia il suo programma politico-sociale. E il giudizio turariano su questo "patto" (che in definitiva riproduceva quello "garibaldino" di dieci anni prima) non poteva essere che severo. Turati non andò a Roma per il secondo "patto" e le ragioni del suo disincanto nei confronti dei radicali furono, da un lato, il loro programma, privo di capisaldi intorno ai quali "agitare l'opinione pubblica", il secondo la mancanza di serietà nell'impegno e nell'organizzazione.

In questi anni Turati porta avanti l'idea di costituire "in germe un partito sul modello engelsiano" e ciò è confermato "da tutta la sua attività di quei tempi: dalla trasformazione di "Cuore e Critica", che divenne la "Critica Sociale", sotto la direzione sua e di Anna a Milano, alla creazione della Lega socialista, dalla sua attività nei congressi tenuti dai vari gruppi; del "partito socialista rivoluzionario" di Ravenna, del Partito Operaio a Milano e poi, con delega e del "partito operaio" e della "lega socialista" quando fu presente con Ettore Croce e Anna Kuliscioff al congresso dell'Internazionale di Bruxelles, di fronte alla cui presidenza affermò che "il popolo italiano era fratello di tutti i popoli che tendono a emanciparsi". A Milano, nel settimo congresso del Partito Operaio, svoltosi nell'agosto 1891, sono designati i delegati per Bruxelles "lega socialista" e "partito operaio", si convocano a congresso a Genova le società operaie e socialiste, per l'agosto successivo, e si designa un comitato per diramare gli inviti e stabilire l'ordine del giorno. Con questo era costituito un saldo nucleo di aggregazione attorno al quale fondere e organizzare gli elementi di un partito. Ricorda il Garosci: "Che si trattasse di una costellazione disparata di forze non v'è dubbio: e lo ricordavano quarant'anni dopo, nel '30, Filippo Turati, che doveva saperlo, e ancora gli doleva la separazione dall' anarchismo e Claudio Treves che, nel 1932, ricordava i "comunardi e internazionalisti" costiani di Romagna e Toscana, i "Circoli socialisti" di Prampolini e le organizzazioni agricole di Bissolati, il "Fascio operaio" di Alessandria (e avrebbe potuto aggiungere le prime incipienti cooperative di Cabrini in Liguria). Se Turati si sarebbe anche accon-tentato di un primo passo, federando i convenuti, la scissione libertaria del primo giorno rese inevitabile l'accordo degli altri per costituire il partito ... Turati, attorno all'alleanza della Lega e del Partito, con la creazione della "Critica sociale" e del settimanale "La lotta di classe" aveva costituito il saldo nucleo di aggregazione che non fu più possibile dividere ... Turati, con singolare sensibilità, politicamente ritardò la rottura con l'anarchismo finché gli fu, per così dire, imposta, e non ebbe mai verso i libertari quell'atteggiamento di rancoroso odio che fu di altri socialisti, ma della polemica teorica, sul "metodo", con gli anarchici fece poi un suo cavallo di battaglia teorico, qualificando in quel modo, volta a volta, massimalisti, sindacalisti e integralisti. Le strade si dividevano lì." Se Turati, in questa fase, intuì chiaramente a che punto era giunto il marxismo nella sua ultima fase engelsiana, Engels comprese come Turati si fosse ben impadronito della "teoria", la quale "unificava il partito nella lotta legale di generale ascesa del proletariato, inteso fuori della tradizionale scissione operai-contadini e tuttavia poneva la lotta per la libertà e contro la guerra e quindi l'alleanza con quegli stessi radicali "borghesi" da cui appena aveva staccato il partito come urgente compito attuale del socialismo".

E ancora Turati "attraverso la sua concezione di partito (che si doveva intitolare "socialista dei lavoratori" al congresso di Imola del 1893) evitò in gran parte il grande ostacolo della contrapposizione della massa operaia alla massa contadina e dei lavoratori materiali agli intellettuali". In effetti, l'accostamento della Lega al Partito Operaio consentiva una convivenza fruttuosa dei due ceti operai e impiegati". I continui scambi tra la campagna e la città e le frequenti agitazioni della pianura lombardo-emiliana "assicuravano una sufficiente solidarietà ra campagna e città, anche in tempo di intensa crescita capitalistica." Nei dieci ani che seguono Turati lavorò alla "organizzazione delle categorie che stavano tra l'operaio e il tecnico: i ferrovieri… i postali-telegrafici <..> Un po' anomala rimase sempre l'organizzazione dei professori di scuola media, che estese le sue preoccupazioni ai maestri, e che, nel periodo Salvemini-Kirner ebbe alti fini di risanamento scolastico e assieme di tendenziale socialismo; ma un certo contrasto rimase sempre da un lato tra la cultura universitaria di alcuni leaders (fu, più tardi, lo stato maggiore gentiliano) e quello della generalità degl'insegnanti medi, malgrado il prestigio di cui questi allora godevano <..> il problema dei contadini, parzialmente risolto in Romagna, risorse poi all'interno del partito in quel che si disse il "problema meridionale". "Per quanto concerne la sua adesione al marxismo "teorico", nel preciso "significato della versione engelsiana di esso" Turati mantenne, fino ai suoi ultimi giorni "un'accentuazione del rapporto con la democrazia che probabilmente non era nel maestro". Scrive in proposito il Garosci: "La rivoluzione-insurrezione socialista non sarebbe stata matura fino a che il capitalismo non avesse avuto pieno sviluppo e la classe lavoratrice non avesse raggiunto la maturità socialista; ciò andava da sé. Ma la insurrezione democratica? Certo, anche la storica dottrina consentiva che questa offrisse una condizione favorevole allo sviluppo del socialismo. Ma in Turati, se non subito, certo dopo Adua, con la Lega della libertà, e i mezzi di resistenza, anche illegale che i suoi compagni, con sua approvazione (e poi lui stesso, uscito di prigione) praticarono o propugnarono, ha una dimensione alla quale Engels, nell'ambito dell'ancor ferreo impero postbismarchiano, non aveva probabilmente pensato".

"Ministerialismo" turatiano
Procedendo il Garosci nella presentazione delle sue questioni turatiane, egli presenta una nuova fase problematica: "Quando il partito incomincia a essere un complesso d'interessi politici, e a operare come tale, il dibattito teorico diventa dibattito sull'una o sull'altra "tesi"; e se anche continua l'afflato del richiamo ideale, è sulle "mozioni", sulla tattica che ci si misura". La tattica di Turati, già sviluppata nel periodo della costruzione del partito, dal 1886 al 1892, prevede da un lato la necessità di distinguersi, dall'altro quella di non perdere il contatto con la democrazia radicale. A tale proposito, scrive il nostro Autore: "complessa e "clamorosa fu la polemica sul "ministerialismo" o "ministeriabilismo" di Filippo Turati, dopo l'avvento di Giolitti al ministero dell'interno, la proclamata neutralità governativa negli scioperi economici e l'azione conseguente. Turati, allora, scrive Garosci: "sarebbe stato davvero un grande ministro del lavoro per l'istinto e la capacità che aveva, oltre la coscienza teorica non del semplice "socialista della cattedra", ma di chi, appoggiandosi alla organizzazione, coordina le richieste delle categorie più mature con l'espansione e il regolamento e la liberalizzazione dei servizi dello stato. Se non lo divenne, formalmente almeno, fu proprio per la natura sotto tanti aspetti ancora composita del partito che egli poteva sì dominare, anche in minoranza, ma non ancora da posizioni di governo ... Inoltre, paradossalmente, Turati, sempre la personalità più eminente del partito, ne rappresentò la maggioranza solo per un breve periodo (dal 1906 al 1908 in coalizione con i cosiddetti "integralisti" capeggiati da Morgari) e, con una sua maggioranza veramente riformista, dal 1908 al 1910 o 11". Il problema era collegato anche alle divisioni interne al partito: "Il "gruppo" che richiamava l'attenzione della classe politica grazie a ciò che dell'azione parlamentare dicevano i grandi giornali, soli mass-media dell'epoca, era spesso sconfessato dalla direzione (per quanto l'opposizione di questa fosse tutt'altro che omogenea) e ancor più dall'"Avanti!", a lungo nella mani di Ferri e dei "sindacalisti rivoluzionari" ... Pure malgrado tutto, a suo modo "ministro del lavoro" nell'Italia giolittiana Turati, per quei dieci e forse primi quindici anni del secolo, lo fu. Non solo per le pazienti trattative e con le maggioranze ministeriali e con i singoli Presidenti del Consiglio per i problemi di riforma generale e di categoria ... ma per la continua presenza dell'Ufficio del Lavoro, cui facevano capo numerose vertenze". Da qui l'esortazione del Garosci a ricostruire, per quanto possibile, attraverso le fonti disponibili "Critica sociale", corrispondenza, attività dei gruppi parlamentari anche tramite i "regesti pubblicati dall'Essmoi") l'opera svolta da Turati "negli uffici, presso i ministeri, tra la burocrazia e i direttori generali".

Altra questione che alimentò verso Turati le accuse di "ministerialismo sottobanco" fu, come ricorda il Garosci, "il suo atteggiamento (comune al PSI con gli altri partiti europei) sulla questione militare, e quella in particolare delle spese militari ... l'avversione dei partiti socialisti e di parte della democrazia alla continuazione e soprattutto all'aumento delle spese militari racchiudeva un importante nocciolo di novità politica: l'affermata priorità della lotta civile delle classi, dell'industrializzazione dell'Europa e dell'espansione della civiltà nel mondo, sulla guerra per l'affermazione degli stati e anche delle nazionalità europee. Era una visione in sé giusta, come dovevano provare i successivi eventi, il settantennio 1914-1980 ... ma quello delle nazionalità era un problema che presentava tra i vari stati una certa dissimetria". Diversa era infatti la situazione fra gli stati che avevano grosso modo risolto il loro problema nazionale <..> e cioè essenzialmente le nazioni occidentali, Francia, Inghilterra, Italia e Spagna, altri che avevano assicurato ai loro cittadini diritti nazionali nell'ambito di uno Stato o impero di diritto, in seno al quale viveva tuttavia una nazione egemone (Austria e Germania) imperi autocratici non privi di libertà nazionali di fatto (Russia) o infine il conglomerato balcanico". Turati, afferma Garosci, nel "suo internazionalismo attuale e sincero, non si faceva illusioni quanto alla possibilità di impedire un conflitto europeo con un'azione diretta di forza delle varie organizzazioni socialiste aderenti alla Internazionale (sciopero generale e sabotaggio della mobilitazione in tutti i paesi o magari passaggio al nemico) contava moltissimo, così come aveva fatto per la politica interna, sull'agitazione, sull'azione politica concordata, sull'equità nella soluzione dei contrasti: non metteva in conto la guerra come mezzo di soluzione politica, ancor meno come mezzo di soluzione dei problemi sociali". L'Autore parla di una "profonda avversione" e di una negazione "organica" della guerra "connaturata al metodo turatiano" fondata anche sulla constatazione di fatto che: "l'aumento, e comunque la mole, delle spese militari era in diretta contraddizione con l'aumento delle spese sociali e del tenore di vita interno".

Tre critiche al ministerialismo
Tre furono le principali critiche al "ministerialismo", che secondo il Garosci, la dottrina riformista turatiana incontrò sulla sua strada: il sindacalismo rivoluzionario, il meridionalismo, il massimalismo. "La prima critica, o il primo ostacolo interno al partito ... e che pose termine all'ottimismo del possibile prossimo avvento dell'era delle riforme condotte in armonia col governo fu il sindacalismo rivoluzionario, fra i cui più vivaci rappresentanti si trovarono Arturo Labriola, Enrico Leone, Walter Mocchi ... questo gruppo di capi socialisti, molti passati attraverso la sinistra repubblicana del sud ... non avevano però trovato nel sud una "base di massa" e avevano ottenuto invece un seguito non indifferente nell'organizzazione milanese, in cui fermentavano vecchi rancori autonomistici". I sindacalisti organizzano nel 1904 lo storico sciopero generale di protesta per i sanguinosi conflitti nel sud che, scrive Garosci "da un lato terrorizzò e unì gli avversari del socialismo ... e permise a Giolitti ... di emanciparsi dall'appoggio, che avrebbe potuto diventar tutela, dei socialisti, i quali tornarono alla Camera ridotti di numero, se non di suffragi, il che sminuiva ancora l'influenza prevalentemente parlamentare dell'ala riformista". I sindacalisti rivoluzionari portarono avanti la propria azione anche altrove ma l'episodio milanese "esasperò i contrasti e condusse ... alla for- mazione d'una maggioranza che rispolverava i motivi dell'opposizione integrale piuttosto che della conquista politica dello Stato". Nel corso del tempo, "nuovi indirizzi politici e sindacali portarono all'uscita del partito dei socialisti rivoluzionari e, finalmente, per due anni, al controllo turatiano sul partito".

Il secondo nodo critico nei confronti dell'indirizzo riformista era quello "meridionalista", che, ricorda Garosci "si impersonava invece, anche se trovava echi e consensi in altri gruppi, soprattutto intellettuali, in un uomo di eccezione: Gaetano Salvemini". Egli si pose, nel panorama intellettuale e politico di fine secolo, in una posizione intermedia tra il repubblicano Ghisleri ed il socialista Turati, "convinto della necessità che nei due partiti la lotta contro l'autoritarismo (e per cominciare contro la monarchia, il militarismo e generalmente la corruzione e l'imposizione statale) dovesse venir condotta a fondo, opponendosi anche con la forza a ogni abuso concreto e non limitandosi all'affermazione dei sonori ma "vuoti" principi della democrazia". Salvemini sviluppò una complessa critica nei confronti di Turati, la quale "ridotta all'osso della "questione meridionale", si riconduce a questi punti essenziali: il partito socialista, e specialmente la sua ala riformista si è (giustamente in un primo tempo) preoccupata dei lavoratori dell'Italia settentrionale, più organizzati e organizzabili, assicurando loro vantaggi economici, libertà di organizzazione e garanzia contro le ingerenze indebite del governo, leggi sociali tutelanti le condizioni di vita e effettivamente osservate che hanno sviluppato l'organiz-zazione. Ma ciò ha fatto largamente "a spese" dei più diseredati proletari del sud, braccianti o piccoli proprietari, abbandonati al dominio di una piccola borghesia famelica, assetata di impieghi e facilmente corruttibile dall'autorità locale, protetta da tutti i governi e verso tutti servile, si mascheri finché si vuole con programmi democratici, avanzati, repubblicani". Vi è un chiaro rifiuto, in nome del socialismo, ad intervenire a favore dell'estensione della piccola proprietà: ciò evidenzia un disimpegno dal "dramma capitale del profondo sud, che è la persistenza, sotto veste borghese, del feudalesimo meridionale, che il partito tramite l'apparato di governo, che serve e si serve di quella borghesia, sostiene di fatto." La visione del rifromismo turatiano non è certo d'indiferenza nei confronti dei problemi del sud ma, esso, scrive il Garosci "aveva una visione dello sviluppo italiano che si sarebbe potuto dire "a macchia d'olio"; un estendersi, dal nord al sud, dell'organizzazione, che avrebbe finito per avere ragione dei dualismi, che del resto non erano solo tra nord e sud"; Turati "quando, soprattutto, si rimproverava la passività (che spesso significava vera e propria confisca del diritto di voto) sulle complicità tra autorità, malavita e candidati ministeriali al suo paese, gli pareva che ciò significasse anteporre problemi locali all'indirizzo del governo, del quale soprattutto importava che potesse continuare a svolgere l'opera di ammodernamento dell'intera società." Salvemini, d'altro canto, anche grazie alla sua costante collaborazione con la "Critica Sociale" trasformò il problema in un problema nazionale. "Il problema meridionale, se indicava un limite del riformismo turatiano (e, su ben altra scala, del riformismo europeo e in genere dei paesi industrializzati) non fu tale mai da imbarazzare la guida riformistica per il non grande peso che aveva all'interno dell'organizzazione di partito ... La polemica contribuì tuttavia, con altri fattori, a diminuire il presti- gio del partito nelle società colte, fuori e dentro il mezzogiorno, e portò indiretto vantaggio sia all'opposizione esterna conservatrice che all'opposizione interna massimalista, la quale era rimasta attiva (come operaismo intransigente) anche dopo che l'uscita dei sindacalisti rivoluzionari le ebbe tolto ogni apparente probabilità di ridiventare maggioranza".

Il massimalismo, terzo elemento di crisi del riformismo turatiano "era radicato non, come pretendevano i suoi sostenitori, nella dottrina marxista o nell'insufficiente sviluppo di un "vero", liberistico sviluppo "borghese", ma nella lunga tradizione antistatale - o extrastatale - della vita politica italiana. Fino al Congresso di Genova il Partito Operaio, che del Psi doveva costituire la base proletaria aveva mostrato verso le categorie non strettamente proletarie una teorica intransigenza; essa era stata seppellita sotto le necessità della lotta contro le reazioni prima, sotto la crescita sociale e la corrispondente legislazione poi; riaffiorava però nei periodi nei quali il partito o il suo gruppo parlamentare mettevano in evidenza non risultati di evidente politica nazionale, ma la minuta conquista di frammenti di potere e di diritto, anche se questa rientrava alla fine nel gran-de piano di sviluppare la "conquista dei pubblici poteri" alla fine, in nuove drammatiche condizioni, questa terza componente permise la fine dell'egemonia riformista nel partito."

La "Critica Sociale" e la crisi intellettuale del riformismo
Uno degli ambiti entro cui è più difficile separare l'opera di Turati, dal 1885 al 1926, da quella di Anna Kuliscioff, è proprio il contesto della "Critica Sociale". Dice, infatti, Garosci: "Fu la "Critica Sociale" ad affermare e mantenere il prestigio intellettuale del socialismo in Italia, del riformismo nel partito". Ed anche quando quelle posizioni furono scosse e infine rovesciate, è grazie alla "Critica Sociale" che esse rimasero una forza considerevole e tornarono, episodicamente, a esaltarsi a fattori non secondari nella vita morale e politica del paese ... Per tutto ciò che non appartiene alla vita parlamentare, e talvolta anche a questa l'influenza di Anna nel determinare la linea politica della rivista e la costanza con la quale questa riconduceva a problemi di politica, di partito, di decisione i con- tributi intellettuali e di tendenza più vari fu almeno pari, e spesso addirittura superiore a quella di Filippo immerso nella politica parlamentare, alle cui vicende del resto Anna non era estranea". Se alcuni commentatori considerano il periodo più fecondo della "Critica", quello del suo primo decennio, anche per le collaborazioni eccezionali di intellettuali e politici prima ancora che raggiungessero la notorietà, l'Autore ritiene "un'esagerazione innalzare di troppo il valore letterario ed intellettuale del primo decennio della "Critica Sociale" al di sopra del secondo (e, implicitamente, nell'agitato periodo ultimo, durante la guerra e il fascismo) come fa il Petroni nell'introduzione appunto della più larga antologia della rivista, quella edita dal Feltrinelli". La "Critica, infatti, non avrebbe offerto né una "vera prosecuzione della critica marxista sul terreno del contrasto delle visioni economiche e della loro sistemazione (a parte il Graziadei e lo Sraffa, il neo marxismo italiano che sboccò nel comunismo non potè certamente dirsi più originale di quel che si dimostrasse - nell'ultima fase della sua vita - il Turati)", né sarebbe stata "novatrice nella fondamentale questione che scosse l'egemonia del marxismo in Italia e cioè l'autonomia della visione artistica dall'interesse economico di classe, nella vita e cioè nella società umana ... Come ai problemi sottili e terribili dell equilibrio internazionale e delle ragioni o calcoli degli Stati, Turati non era molto sensibile ai problemi dell'arte, sebbene, o forse appunto perchè aveva avuto i suoi esordi nella letteratura, o nella poesia oratoria ... in tutti i periodi della "Critica", in materia così di filosofia come di arte vien mantenuto lo stesso amabile scetticismo, che è assieme tolleranza. Neppure verso 1' "idealismo", che in varie forme segnava in quel periodo la sua vittoriosa controffensiva contro il materialismo c'è preclusione assoluta." Turati aveva scelto del marxismo ciò che più gli si attagliava e "si atteneva principalmente al lato "pratico" del marxismo e questo "aveva l'inconveniente di straniarlo da una visione della realtà meno "ottimistica" di quel progressismo evoluzionista che aveva le sue radici nella permanenza della civiltà il mancato affiatamento con il nuovo stato 'animo antipositivista generava uno scetticismo che investiva l'azione di Turati e ne diminuiva l'efficacia e il fascino". Egli riteneva i suoi compiti parlamentari e il lavoro in Parlamento, ai quali dedicava la maggior parte del suo tempo, primari per l'azione politica e lo giustificava con la "divisione del lavoro, necessaria al socialismo non meno che all'antagonista società capitalistica." Per Turati, "la conquista politica dei pubblici poteri era il presupposto stesso, pur nella divisione del lavoro, della sua opera di politico". La pace ne era logica premessa.

La prima sconfitta di Turati: la guerra di Libia
Si è già detto con il Garosci, del pacifismo turatiano e delle sue remore alle spese militari. "Ma quello che era - scrive Garosci - un semplice ostacolo politico sulla via del riformismo - la "via nuova del socialismo" - divenne un drammatico fattore di sovvertimento con il penultimo gabinetto Giolitti, che portò la disgregazione nel centro stesso della "egemonia turatiana e della coalizione di forze parlamentari, sindacali, politiche su cui si fondava provocando la scissione riformista, l'incertezza della Confederazione Generale del Lavoro, la secessione di Salvemini." Nel delineare la complessa questione dei motivi storico-politici che indussero Giolitti alla guerra di Libia, che "si svolse con quasi totale ignoranza dei problemi specifici della guerra coloniale e ritardò, non impedì, il coinvolgimento dell'Italia nel gioco delle ragion di stato e delle ragioni nazionali che alla fine trascinò nella guerra europea", l'Autore constata come tale guerra determinasse anche "una agitazione e speranze popolari (il mito della terra fertile, sulla porta di casa, che avrebbe risolto il problema del lavoro e dell'emigrazione italiana) che sfuggì di mano - come altri aspetti diplomatici e militari - a Giolitti", nonostante il fatto che alcuni intellettuali, come Salvemini, tentassero di dimostrare fallace il mito delle risorse libiche. Intanto "nel partito, come era accaduto nel 1904 dopo lo sciopero generale di Milano, riprese la maggioranza quella corrente "intransigente" che era sempre rimasta e, pur profittando largamente dei vantaggi della politica riformistica ("l'ombrello Turati") avversava poi l'intero suo metodo. Ma questa volta Turati e i suoi non avrebbero più potuto riprendere il potere nel partito" Fra i motivi principali di ciò fu, com'è noto, la rottura in seno al gruppo riformista: "In seno ad esso molti dei capi più prestigiosi (Leonida Bissolari anzitutto, ma anche Bonomi, Cabrmi, Canepa e il gruppo ligure del "Lavoro") scelsero quel momento per dichiarare la loro volontà di difendere, dal governo occorrendo e comunque dichiarando allo Stato la loro solidarietà, la riforma sociale e l'estensione del consenso fino alla eventuale par- tecipazione governativa ... la situazione nel partito era dunque rovesciata con l'uscita dei riformisti "di destra", e sembrava ritornare qual era slata prima dell'usata dei sindacalisti nvoluzionario ... A Turati, in minoranza e anche in sospetto nel partito, malgrado il suo risoluto pacifismo, a causa dei legami strorici fra lui e i dissidenti restava la sua influenza parlamentare (il "gruppo"), la "Critica sociale", la benevola posizione della Confederazione Generale del Lavoro." Ma, avverte, Garosci "il problema della crisi del riformismo andava ben oltre Turati e il partito il suffragio universale, come avviene dei rapidi mutamenti di sistemi elettorali, aveva piuttosto accentuato che attenuato il dualismo di organizzazione tra nord e sud, città e campagna tanto da far intravedere a molti, e allo stesso Turati a necessità di "completarlo" (come poi fu fatto, e con quali risultati nel dopoguerra) con la rappresentanza proporzionale il riformismo era più umiliato, l'ostilità al sistema di Giolitti più diffusa nel paese tra le élites impazienti di rappresentare una parte attiva, la propensione alle avventure accresciuta".

La prima guerra mondiale. Il "non aderire e non sabotare": la versione turatiana.
Garosci riprende qui una classica "questione" turatiana "il non aderire e non sabotare" relativi alla prima guerra mondiale: "La continuità, interrotta con la guerra di Libia, fu definitivamente spezzata con la prima guerra mondiale, e l'intervento, seguito l'anno successivo, dell'Italia a fianco degli alleat ... Turati la temeva, pur senza prevederla ineluttabile ... né più né meno del resto degli altri eventi della storia". ... Nel pacifismo di Turati poteva esserci dell'illusione: egli vedeva che il paese, nella maggioranza dei suoi ceti organizzati, non aveva interesse alla guerra, né vi era favorevole quella che era stata la riserva dell'interventismo libico: il sud contadino". In riferimento all'atteggiamento di Turati, Garosci aggiunge: "non per questo la sua fu, in tempo di guerra, freddezza o totale impotenza d'azione, come quella addebitata all'intero P.S. da molto critici politici, per aver scelto la via del "non aderire e non sabotare". La formula, che era del vecchio operaista Lazzari, significava per questi: la guerra è cosa dei signori; per Turati divenne una complessa manovra a salvaguardia delle possibilità avvenire del partito e dell'Internazionale. È stato infatti osservato (da Carlo Rosselli) che "non aderire" significa già "sabotare" quello sforzo comune e totale che in una guerra moderna esige l'impegno di tutta la nazione; e "non sabotare" significa già cooperare a molte misure di mobilitazione civile e di mantenimento dell'ordine nelle industrie belliche, come fecero parecchie rappre-sentanze sindacali e municipali ... lo stesso Turati è stato in diverse epoche lodato o biasimato per avere, secondo i neutralisti, "aderito" e gli interventisti "sabotato"; in verità, il "non aderire e non sabotare" ebbe, nei diversi momenti, nelle diverse persone e nelle diverse frazioni, diverso significato".

Inizialmente l'espressione divenne un criterio di scelta a breve termine "si trattava di decidere, nel brevissimo intervallo di tempo tra il tentativo neutralista del Giolitti secondato dalla maggioranza parlamentare e l'ormai certa decisione d'intervento del Salandra, se sabotare l'ordine di mobilitazione, esponendo l'intero partito alla soppressione di ogni attività o riservarsi per riproporre la pace in condizioni favorevole". Un vero sabotaggio della mobilitazione non vi fu e "dappertutto la mobilitazione s'era fatta, e i militari erano padroni". Dunque, a proposito della nostra "questione": "L'attività di Turati in nome del "non sabotare" e "non aderire" si limitò dunque, per l'essenziale, a impedire il più possibile attraverso l'azione politica e parlamentare che l'autoritarismo militare, incarnato nel Comando Supremo del Cadorna, e appoggiato da tutto l'estremismo interventista (nelle sue file militavano, con gli accesi nazionalisti, gli antichi alleati democratici e riformisti), organizzato alla Camera in "fascio parlamentare", avesse mano libera totale in materia di censura e di libertà personale dei cit-tadini; nella politica annonaria, specie per il periodo in cui ne fu commissario il riformista interventista Canepa, a favorire le iniziative dello Stato e degli enti pubblici in materia di tesseramento, di calmieri, di gestioni dirette di "spacci" municipali, a limitazione delle speculazioni e imprese private". Turati temeva che alla guerra sarebbe seguito certo "un crollo di civiltà: la possibile ripresa dipendeva da un'operazione molto complessa. Occorreva cioè salvaguardare, a costo di qualche cecità per il presente, la continuità della vita democratica, le possibilità di riforma e di affermazione delle classi lavoratrici. Se ne ebbe la prova (e insieme si ebbe la prova dell'incapacità del partito a seguirlo su questo difficile terreno) in almeno tre occasioni: nel maggio 1915 e, per tre volte, nel 1917.

La prima di queste occasioni del 1917 fu colta da lui, un po' riluttante per pigrizia a avanzarsi sul terreno internazionale, per suggerimento e stimolo di Anna Kuliscioff, in occasione della rivoluzione russa di febbraio Turati, nel saluto che portò alla Camera per la Rivoluzione, trovò un tono che superava l'angustia delle soluzioni nazionalistiche o dogmaticamente neutralistiche. Naturalmente, la direzione e l'"Avanti!" lo sconfessarono." Nel 1917 Turati interviene a Milano per impedire che, dopo alcuni suoi comizi, le manifestazioni di piazza sfociassero in tumulti o rivolte. Dice il Garosci: "Cosa sarebbe potuto accadere con i tumulti a Milano, quasi a ridosso del fronte, si può immaginare facilmente sullo sfondo dei tumulti dell'estate a Torino, che portarono alle fucilate e all'arresto dei capi socialisti, nonché dello "sciopero militare" in novembre; seguito spontaneamente alla sconfìtta di Caporetto, le cui responsabilità vennero rovesciate sui socialisti ... nell'affannosa ricerca dei contatti con le autorità, Turati ebbe più di una volta la sensazione che a queste non dispiacesse lo scontro ... i fatti di Milano ci mostrano Turati in una parte, per lui ormai insolita, di mediatore diretto fra masse e potere". Nel discorso di solidarietà nazionale "per la resistenza dopo Caporetto, Turati, nel suo breve in-tervento, mise l'accento sull'urgente pericolo che correva la comunità nazionale, pur sempre elemento necessario di qualsiasi pacificazione europea egli aveva intuito che, imposta o no da minoranze sopraffattrici, la guerra era ormai un fatto che trascinava le migliori energie, e che bisognava prepararne la soluzione".

Tre momenti del primo dopoguerra: l'"espiazione", "rifare l'Italia", l'"egemonia leninista".
Nel dare anche del dopoguerra brevissimi cenni storici, Garosci è però interessato a concentrarsi, anche qui, sulle ormai ben avviate "questioni turatiane" collegate al periodo in esame. Scrive infatti: "Per quel che riguarda i nostri fini, e cioè le "questioni" turatiane, bisogna segnalare la crescente coscienza della situazione del tutto nuova che s'era creata con la guerra e a cui solo lentamente un sostenitore della continuità "si era andato adattando". Per segnalare fino a qual punto l'atmosfera di disordine e di semianarchia avesse scosso profondamente Turati nelle sue più intime convinzioni sull'organizzazione e la lotta di classe, basti ricordare l'offerta che Turati, fermato da uno sciopero ferroviario a Pisa durante un suo viaggio alla sede del Parlamento, fece con altri viaggiatori al macchinista "crumiro", che aveva permesso l'arrivo del convoglio alla capitale." Scrive ad Anna delle lettere ove esprime il suo sdegno "per quei sindacalisti che, per fini di categoria, mettevano in pericolo il fondamento stesso di quei fini, il funzionamento ed il rifornimento alimentare della stessa nazione." L'effetto che produsse su Turati il famoso discorso di Treves, cosiddetto dell'"espiazione", può essere ben compreso alla luce dello "sconvolgimento delle prospettive" e della "difficoltà di assicurare continuità all'azione socialista nel dopoguerra". Il discorso, ricorda Garosci "era imperniato sul concetto, rimasto poi a lungo nella tradizione, appunto, del socialismo non solo riformista, della crisi prodotta dal fallimento della borghesia nei suoi compiti di progresso, prima che il proletariato fosse maturo a raccoglierne il retaggio. Era quindi giunta "l'ora dell'espiazione" che colpiva tutte le classi. Ma espiare e uscire dalla crisi da essa provocata toccava ancora alla classe tuttora al potere. ... Anna, la quale non aveva ascoltato direttamente l'oratore, e quindi non era stata soggiogata dal suo accento, intuì immediatamente i pericoli che ne derivavano: l'attesa immobile, che si risolveva nell' inerzia." Turati, dopo questo episodio, scrisse il suo "Rifare l'Italia", "un discorso parlamentare poi distribuito in opuscolo con questo titolo, incentrato su alcune proposte pianificatrici" dal quale si evince "soprattutto l'incrollabile volontà" che egli vi dimostra "di rimetter piede sul solido terreno dello sviluppo moderno". Da esso ben si comprende come Turati, nonostante i momenti di amarezza, "non venne mai fermato nella sua costante volontà di ricostruire una convivenza democratica, in cui trovassero posto i suoi ideali di socialismo. La filosofia del discorso voleva essere una risposta - non pro prio socialista, ma tecnico-statalista - alle concessioni che i piani di Giolitti, cominciando, per ristabilire il bilancio, con l'abolizione del prezzo politico del pane - facevano alle crescenti richieste di "abolizione delle bardature di guerra", incominciando dall'inevitabile taglio dei monopoli annonari, che invece i riformisti, fuori e dentro il Psi, avevano in tempo di guerra favorito.

Anziché contrarre i consumi occorreva, secondo il "piano" turatiano, incrementare la produzione, sviluppare le possibilità offerte dalla più moderna tecnica. Ed era un piano "saggio" che tuttavia supponeva anzitutto la disponibilità di capitale. Quel capitale che solo Nitti, secondo la sua propria opinione, era in grado di ottenere dal mercato finanziario internazionale; lo ottennero invece Mussolini col "prestito Morgan" e, dopo la seconda guerra, Luigi Einaudi." Conclude pertanto il Garosci: "L'ultima delle "questioni turatiane" nel dopoguerra pone quindi il problema dello strumento per attuare una politica che valicasse in qualche modo l'abisso che separava i tempi nuovi da quelli del primo decennio del secolo. Poteva il Partito Socialista così come era stato deformato e rinnovato dall' attuale afflusso del nuove masse, essere o ridiventare strumento del riformismo? Fino all'ultimo - si potrebbe dire, finchè non fu troppo tardi - Turati pensò di sì". Egli mantenne cioè "la persuasione che la via del socialismo italiano fosse rimasta sostanzialmente la via della riforma, della collaborazione sì, ma anche della partecipazione degli organizzati alla vita delle istituzioni del paese. Questa persuasione non solo oratoria, mai fu espressa più chiaramente - quando già sul terreno insurrezionale il Partito era battuto - nel Congresso di Livorno, nel quale egli rivendicò il suo diritto di appartenere al socialismo - "che è il comunismo", sottolineava - secondo un modello che non era però quello leninista".

Turati e il fascismo in Italia
Se, per il Garosci, "non è da chiedere a Turati, nel periodo in cui il fascismo sconvolge o annienta, incominciando dalle campagne, le organizzazioni socialiste, una complessa analisi di tipo sociologico del fenomeno fascista", pure "Turati, uomo politico, fu tra i primi a avvertire il "pericolo" fascista ed escogitare, nella misura possibile, i rimedi che poi potevano essere, prima della marcia su Roma, uno solo: la istituzione di un governo abbastanza forte e abbastanza imparziale da restituire la sicurezza, la garanzia della vita fisica e la conseguente libertà politica alla maggioranza dei cittadini. ... A voler essere gratuitamente crudeli, si potrebbe dire che le organizzazioni periferiche del partito reagirono solo di- sordinatamente all'attacco fascista proprio perché durante la guerra il partito le aveva tutelate contro la repressione delle regolari autorità militari. Il ricordo del '98 come il massimo pericolo non fece scorgere a tempo i caratteri della nuova reazione." Anche se il perseguimento dei fini avvenne con un certo ritardo e la scelta dei mezzi non fu sempre adeguata, pure "se confrontiamo il contegno di Turati e quello degli altri uomini politici italiani, dobbiamo riconoscere che fu tra i primi a riconoscere nel fascismo il vero pericolo per la vita italiana". Inoltre, aggiunge l'Autore, Turati fu il primo ad elaborare, del fascismo, una teoria che fu "nei termini generali, sempre coerente. Essa legava il fascismo alla guerra: all'illusione di saltare le tappe dell'incivilimento, dello sviluppo economico e democratico con la violenza e l'avventura". Talvolta egli diede del totalitarismo fascista spiegazioni economiche, a volte etiche, ma sempre complesse, soprattutto "se confrontiamo il suo senso della situazione con quello di chi gli stava vicino, o con gli altri personaggi consolari della democrazia, dobbiamo riconoscergli chiaroveggenza e tempestività." Turati ebbe sempre contro il fascismo "un'istintiva ripugnanza per la violenza e la guerra, la profonda esperienza che aveva della inaffidabilità del "pazzo" Mussolini lo aiutarono evidentemente a reagire con pronta coerenza a ogni aspetto del nuovo pericolo." Inoltre è anche vero che "proprio tra i più immediati amici di Turati, i Modigliani o i Matteotti, eran stati scelti alcuni degli obiettivi delle violenze squadriste (che risparmiavano, e non del tutto, la sua persona, proprio in funzione del prestigio di cui godeva); ma, con tutto ciò, resta che mai, nella sua bocca o sotto la sua penna, si può trovare un cenno di consenso a qualsiasi aspetto del nuovo movimento". Così, dopo la marcia su Roma, Turati non ebbe dubbi o esitazioni nei confronti del fascismo e "fu il primo a tenere un discorso di opposizione che, per la durezza della linea e degli argomenti, anticipava quello che un anno dopo sarebbe costato la vita a Giacomo Matteotti (è vero però che, presidente ancora della Camera Enrico De Nicola, il quale teneva alla correttezza formale, potè pronunciarlo in condizioni diverse). Soprattutto è notevole nella sua azione la presenza dal primo momento, e in ogni campo: l'opposizione si direbbe totalitaria come voleva essere il regime appena insediato".

Turati ha una posizione coerente, nella quale non è solo; scrive infatti il Garosci: "In certo senso la posizione di Turati dopo il colpo di stato è unica; non isolata, perché è alla testa di un piccolo gruppo, ma un gruppo di élite, con Modigliani, Treves, Matteotti, Musatti e quelli che la Kuliscioff chiama "gli anabattisti del gruppo", riprovandone l'intransigenza eccessiva. E si badi che l'intransigenza non è motivata classisticameme secondo lo schema tradizionale, tant'è vero che Matteotti rifiutò bruscamente la collaborazione elettorale proposta dai comunisti, per scegliere la battaglia sui motivi del socialismo democratico." Turati ben comprese che il "regime tirannico", con all'interno i propri interessi di classe, andava combattuto "per quella cosa nuova che era" e non solo come "borghesia". Afferma infatti l'Autore: "In un certo senso, è Turati, già prima delle elezioni e prima di Amendola, il capo in pectore del futuro "Aventino" ... aveva visto subito quello che era il sottinteso della legge maggioritaria recante il nome di Acerbo: che cioè le superstiti "minoranze" contemplate in essa si dovessero accontentare di una parte di ausiliari collaboratori, oppure di sovversivi fuori dello stato. Prospettò persino l'ipotesi di rinunciare all'inutile "finzione" di elezioni truccate già nelle origini, e di astenersi ... Non è perciò un caso che, a riapertura della Camera con la maggioranza del "listone" fosse proprio Matteotti a contestare - improvvisando, e su motivi turariani - la validità della maggioranza, chiedendo ne fosse negata la convalida, con il rinvio in blocco alla giunta delle elezioni. Non era retorica, non era neppure commossa oratoria quel motivo, su cui ritornò più volte Turati, che la vendetta avesse colpito non lui, ma il più giovane e coraggioso suo discepolo. In questi era un'audacia, una volontà di sfida che, nella campagna elettorale, non era più suonata così alta e esplicita nella parola di Turati quanto nel discorso parlamentare subito dopo la marcia su Roma."

Turati fuoruscito. I giovani discepoli. Una lezione per l'Europa
Ormai instaurato un regime repressivo e di aperta tirannide, la sopravvivenza del socialismo democratico era in gran parte legata ad attività di tipo clandestino; "bisogna riconoscere - scrive il Garosci - che, se Turati non poteva iniziare una tradizione in questo senso, non gli venne mai meno lo spirito alacre, la capacità di adattare alle nuove situazioni le vecchie radicate tradizioni, di lavorare a farsi centro di nuove attività e di nuove energie." Inoltre un altro triste evento segnerà la vita di Turati in questo periodo: "La catastrofe dell'Aventino fu segnata, per Turati, prima ancora che dalla distruzione e dall'usurpazione, operata dal fascismo, del patrimonio d'organizzazione e di libertà locali che un ventennio di riformismo aveva accumulato in Italia, dalla scomparsa, sul finire del dicembre 1925, di Anna Kuliscioff ... L'estratto del ricordo di Anna aveva mandato "a un centinaio di biblioteche, ottanta italiane e venti straniere - poco convinto che trovi un lettore, chi sa mai, qualche vecchio prelato, qualche profugo disoccupato e disperato! - ma è una specie di consacrazione simbolica". ... seppelliva il passato, perché tornasse ad essere di nuovo presente. II partito "unitario" era stato sciolto dopo il fallito "attentato" di Zaniboni ... Turati assunse di nuovo la guida ispirata e discreta del partito, non solo permise ma promosse il dibattito teorico tra la revisione "idealistica" del marxismo di Rodolfo Mondolfo e l'unitarismo volontarista di cui si facevano portavoci sul "Quarto Stato" Rosselli e Nenni. In quel periodo, stretto com'era tra realtà ideali che sembravano da ricostruire interamente e le nuove vere condizioni politiche, Turati faceva proprio quello che, nel pieno della sua carriera parlamentare aveva sospirato, con Anna, perché non lo poteva fare: non so quanto leggesse, ma certo faceva sì che, sotto i suoi occhi, il dibattito venisse riaperto."

Nell'Ufficio Studi del Movimento Proletario Giacomo Matteotti, si riprende "l'esame dei fondamenti teorico-ecoomici" del principio socialista"; Turati decise di entrare in un "Comitato di organizazione clandestina, in cui erano già Rosselli e Pertini: "era già una scelta, che escludeva appunto quella dell'Ufficio Studi che poteva anche portare a un pensionamento "anticipato". In questi ultimi atteggiamenti, in quella cornice di lotta, si colloca la finale decisione di Turati per il suo espatrio clandestino. Turati cioè sarebbe potuto restare a Milano, isolato in una piccola cerchia di amici, probabilmente, come altri notabili dell'opposizione, non minacciato di rappresaglie violente ... Accettando l'emigrazione, Turati accettava il piano di Rosselli, che spingeva lui come aveva fatto col suo maestro Salvemini a rifiutare il silenzio; i giovani in Italia a cospirare, i più anziani fuori, a sostenerli e a illuminare l'opinione pubblica sul carattere antidemocratico e pertanto "transitorio" del regime". Per Turati fu comunque una scelta difficile "doveva andarsene per via clandestina (commettendo un reato punito dalla reclusione per tre anni), senza essere in grado, per l'età avanzata, di sopportare le fatiche ultime a cui si sottoposero altri più giovani e più valenti, sicuro di esser ricercato fin dal momento in cui si fosse sottratto alla sorveglianza della polizia". Secondo Garosci, l'aspetto più importante del fuoriuscire, "più notevole, è la scelta stessa. Non è mancato chi abbia contestato il valore dell'emigrazione, perché l'opera vera di sprone alla resistenza interiore, al rifiuto del regime, sarebbe venuta al popolo o alle èlites italiane dall'interno". Ma l'autore crede impossibile stabilire una "risoluta cesura tra l'interno e l'esterno (come tra la co-spirazione e l'azione legale), una resistenza risolvendosi spesso nell'altra, le battaglie combattute in Europa trovando eco e agganci in Italia e viceversa. Quanto all'opposizione in generale, e al silenzio in cui parve costretta in quel periodo che è detto del "consenso" non sono d'opinione che a fare allora la storia siano stati soltanto, come pensano alcuni storici, gli "uomini del duce".

Un'altra critica mossa all'emigrazione politica è "di aver vanamente cercato di mobilitare contro il fascismo l'opinione mondiale e, attraverso essa, chiudergli la via a accordi con i governi stranieri: opera inefficace, perché, come si sa, i governi sono determinati esclusivamente da interessi e ragioni di stato (né mancarono a Mussolini prestiti e appoggi di paesi democratici); e anche pericolosa, per il rischio a cui esponeva gli antifascisti, specialmente gli emigrati, di farsi portatori di interessi stranieri nei confronti di quelli del proprio paese". Ma questo non vale contro coloro che "rifiutavano, appunto, di entrare nella strategia altrui, e non modificavano la propria intransigenza seconda dei ravvicinamenti o dei contrasti diplomatici tra il governo di Mussolini e gli altri governi; che è la condizione generale dei fuorusciti democratici, i quali furono sempre attentissimi a non allinearsi sulle posizioni che volta a volta venivano assunte dai vari governi". Garosci ricorda l'appello di Turati all'Internazionale socialista, "perché il fascismo venisse considerato fenomeno europeo; primo pericolo per l'Europa tutta, generato dalla guerra e preparatore di nuove guerre, contro il quale occorreva che i socialisti si impegnassero subito a fondo" che "se non impedì certo né l'avvento del fascismo al potere in Germania, né il successivo atteggiamento di capi-tolazione dei pacifisti inglesi, né il rifiuto francese di combattere la seconda guerra europea come guerra ideologica", pure, faceva parte di un "assedio morale che teneva Mussolini fuori dalle frontiere di stati non fascisti, che ebbe il suo peso. Il prestigio di un "capo storico" come Turati, se non riuscì a rovesciare la storia, fu lungi dall'essere inefficace e preparo futuri nuclei di resistenza."

In esilio Turati se da un lato "arricchì molto le sue dirette cognizioni di politica internazionale, e in questo periodo maturò il suo appoggio ai tentativi che affiorarono verso gli Stati Uniti d'Europa, i quali gli apparvero come alternativa ai rovinosi nazionalismi", dall'altro "allargò presto la sua specifica sfera d'azione nell'esilio con la tutela dei lavoratori emigrati e con la conclusione degli accordi più larghi all'interno del settore democratico dell'emigrazione politica." In quegli anni, Turati e Treves "presero anche posizione per l'emigrazione ebraica in Palestina; un problema che, al momento della pace e della giustizia verso le nazionalità aveva molto interessato Anna Kuliscioff". Dopo un periodo difficile, di "estraniamento e depressione", Turati, scrive il Garosci: "lavorò ostinatamente, prima alla costituzione e poi, si può dire, alla gestione della "Concentrazione antifascista", che riunì i vari partiti e organismi dell'antifascismo attivi all'este- ro - i due partiti socialisti, il PRI, la Lega dei diritti dell'uomo, le personalità fuori dei partiti che ad essa direttamente aderivano su un programma democratico antifascista con punte repubblicane e socialiste non troppo impegnative né settarie - poi alla fondazione di un settimanale della "Concentrazione" diretto dal Claudio Treves, "La libertà", con una pagina in francese, il bollettino "Italia" curato dallo stesso Turati, poi - dopo varie discussioni e tensioni - all'accordo per l'azione in Italia con il movimento clandestino "Giustizia e Libertà", creato, dopo l'evasione da Lipari di Lussu e Rosselli, da loro e dal liberale Tarchiani, e poi ancora all'unificazione dei due partiti socialisti, il massimalista e il rifor- mista in un unico PSI, aderente alla Internazionale Socialista ricostituita fra i paesi occidentali". Malgrado alcuni dissensi da parte di intellettuali o movimenti politici, Turati "continuò fino alla fine a difendere con la "Concentrazione", l'unità della democrazia antifascista, dalle sue correnti più inquiete a quelle più tradizionali e "conservatrici" ... la precedenza era sempre, per Turati, l' alleanza per la lotta antifascista e democratica ... di fatto, finché vissero Turati e Treves, l'equilibrio e l'impostazione ideale che all'estero essi diedero alla politica dell'emigrazione antifascista e che aveva le sue radici nella coscienza teorica di Filippo, resistette agli inevitabili attacchi e dissensi ... la continuità in seno alla democrazia europea di un' importante componente del socialismo italiano, risale attraverso tutte le prove, a Filippo Turati. E a lui risale pure, nel senso più alto, che non fu di questa o quella azione di guerra anche ardita (che può coesistere anche con la barbarie) ma dell'alta ispirazione ideale, la resistenza che serbò un volto umano e pose un freno alle inevitabili vendette, e contenne le più crudeli necessità della lotta."

Socialismo democratico e socialismo liberale. I problemi che Turati ha risolto e quelli nati dopo.
Le "certezze ideali" di Turati, sulle quali egli impostò la propria azione, "avevano come presupposto la continuità - e l'evoluzione - degli istituti liberali e della civiltà dalla quale derivò lo splendore della civiltà europea. In tale civiltà si inseriva come potente forza nuova, l'organizzazione dei lavoratori e la esigenza di coordinamento e di sviluppo collettivo della nascente società industriale". Per concludere le "questioni turatiane", Garosci cerca di individuare quali paesi abbiano maggiormente aderito, nella storia, al programma del riformismo turatiano, vale a dire "il pieno sviluppo delle organizzazioni di classe, e assieme il controllo pubblico e il coordinamento di alcune grandi organizzazioni e servizi industriali ad opera della burocrazia di stato, tutelata a sua volta nei suoi diritti sindacali contro le prevedibili soggezioni all'arbitrio dei politici e cooperante con essi per una più efficiente direzione della società, sarebbe cresciuto, appunto, con la maturità dei lavoratori ... al limite, la collettivizzazione totale, quando questa fosse costruita sulla maturazione oggettiva dell'apparato produttivo e su quella soggettiva che si operava attraverso la partecipazione alla vita politica, alla vita dello stato, premessa di ogni vera "conquista dei pubblici poteri"". Tale programma sembra essersi realizzato, secondo l'Autore, "in Europa, nel modo più coerente e radicale nelle socialdemocrazie nordiche, in particolare in quella svedese, quello che veramente avrebbe il diritto di intitolarsi al socialismo reale", "ciò che si è attuato negli altri stati liberi europei, quelli dell'Europa latina, è una trasformazione in certo senso analoga, una commistione di accresciuti servizi sociali e di espansione statale e connessa espansione della burocrazia, accompagnata da un'analoga burocratizzazione della vita sociale e politica: insomma una sorta di socialdemocrazia di fatto, contaminata da autoritarismi e clientele senza o con poco concorso di partiti socialdemocratici". Ma, rileva il Garosci, il progresso della "condizione socialdemocratica" sembra entrato in crisi, "travagliato com'esso è da una sete di assoluto non soddisfatta, schiacciato sotto l'impegno di fornire sempre nuovi servizi senza chiedere contropartite, dominato da burocrazie sempre meno responsabili"; esso si è "trovato di fronte a molti problemi, che Turati non poteva conoscere appieno, anche se prevedeva che avrebbero potuto manifestarsi: la dilatazione della burocrazia e del clientelismo, la cattura delle organizzazioni sociali e politiche da parte di nomenklature burocratiche non veramente responsabili, lo spossessamento delle masse non più per il profitto delle imprese ma per il potere di coloro che sono in condizione di decidere autoritariamente sul lavoro altrui. ... tale sviluppo evidenzia la "constatazione che non esiste il modello definitivo per una società umana: in essa le difficoltà nascono dai successi, inoltre essa muta continuamente di scala e di equilibrio".

Tuttavia, secondo Garosci, "c'è un atteggiamento fondamentale, nel Turati dell'esilio, che lascia scorgere tutta la capacità di rinnovarsi e d'intendere che gli era stata sempre caratteristica, ed è il suo atteggiamento verso Rosselli ... Certo, il legame da maestro a discepolo, da rappresentante di una generazione al tramonto a quella che si levava prepotente, e con esso il ricordo dell'impresa che da Milano l'aveva portato in Corsica e del processo di Savona, che aveva fatto risuonare alto nell'aula della giustizia il nome del grande esule era tutto particolare tra Rosselli e Turati, per l'immenso rispetto del primo, la grata speranza dei secondo. E tuttavia la barriera, sempre esistita o che si era riformata, tra i due, avrebbe dovuto essere scarsamente valicabile ... pure malgrado che l' azione di Rosselli al suo ritorno si svolgesse prevalentemente al di fuori dell'ambiente socialista, in sintonia con i repubblicani, tra progetti di gesti clamorosi di squadre armate, in qualche caso di attentati, Turati non smise di guardare a lui con benevola volontà di cooperazione". Così Turati, "come aveva accettato Rosselli nel momento in cui aveva scelto l'esilio, egli accettò da lui quel ricorso agli estremi rimedi, agli scontri frontali che aveva rifiutato nel 1898 (e nel 1900, quando la sua politica gradualista si era trovata sul suo cammino le rivoltellate di Brescia, che poi per sua fortuna si risolse come difensore a Merlino) ... Lo stesso atteggiamento, di solidarietà più che di amichevole comprensione, mostrò Turati verso Rosselli e "Giustizia e Libertà", quando, nel 1931, fu concluso l'accordo tra il PSI e G.L. ... non solo Turati accettò il patto con G.L. che faceva dell'organizzazione la sola rappresentante del partito in Italia (con la reciproca di G.L. di non creare una propria organizzazione all'estero) ma non calcò la mano quando il movimento si diede un proprio programma "rivoluzionario" che suscitò polemiche nell'emigrazione socialista sia per il suo carattere "moderato", perché cioè non prevedeva la socializzazione di tutti i mezzi di produzione, sia per il suo carattere "estremo", cioè perché prevedeva la presa del potere repubblicano da parte sia di un governo centrale che di comitati locali, e la creazione di una guardia della rivoluzione, mentre vi erano assenti le formule di classe." Aggiunge il nostro Autore che: "di certo Turati non approvò tale programma, che raccoglieva formule piuttosto "sincretiche" che "sintetiche", in molta parte estranee alla teoria del socialismo democratico. Eppure esso non costituì per Turati ragione di staccarsi da quell'accordo che era stato concluso poco prima ... sia per la coscienza, fortissima in ambedue, del carattere nuovo e determinante, del fascismo e della lotta antifascista, che obbliga a rivedere metodi e principi ... sia per la percezione diretta del valore della libertà, comunque la si cerchi."

Conclude, così, il Garosci: "Possiamo ora ritornare, con visione più nitida, alla questione, mal posta in principio, della attualità di Turati. Si leggeva nel recente consiglio di un partito a cui mi lega nessuna tessera, ma comunità di anni decisivi nella riconquistata libertà e comunità permanente di ideali ultimi, che "la storia ci ha dato ragione". Sono dolente di non concordare interamente con questo bel motto, beneaugurante. No, la storia non dà ragione a nessuno, e c'è dentro Hitler e Stalin, Komeini, Gheddafi e Mao; amici e compagni, non la storia ci dà ragione, ma la ragione. Nella storia, la ragione riconosce che il solo "socialismo reale" non è quello militare imperialista, ma quello che in forma pura o mista, anche in Italia dove è stato minoranza ed è dovuto scendere a compromessi con più massicce realtà organizzate, ha dato all'umanità la società non solo con il maggiore benessere civile, ma il più ampio potere alle classi lavoratrici, ed è stato socialismo nella libertà. I tentativi e gli esperimenti che sono seguiti dopo la scomparsa del vecchio maestro italiano, a cui egli stesso ha partecipato nell'estrema parte della sua vita, hanno detto molte cose nuove sviluppando i temi della politica di piano, della vivace partecipazione alla vita dell'umanità e, se non all'autogoverno, certo ad uno statuto civile (più o meno riflesso nelle transitorie leggi) del lavoro. Ma i problemi dell'oggi a qualunque dei momenti di questo grande processo ci si richiami, vanno oltre questo passato che è storia, e "darci ragione" toccherà semmai all'avvenire. Questo bisogna costruire sui successi come sulle difficoltà create dagli stessi successi e contro ogni tentazione di chiudere la storia con "irreversibili" teorie autoritarie, o beate attese."


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