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ALDO
GAROSCI E LE QUESTIONI TURATIANE
a cura di Elisabetta Colla L'articolo
è tratto dal volume "Filippo Turati 50 anni dopo",
atti del convegno di studi, 6-7 maggio 1982, Napoli, Esi, 1983,
pagg.11-96. Si è voluta offrire una semplice sintesi dell'intervento
di Aldo Garosci, senza effettuare alcun aggiornamento di tipo storico-bibliografico
rispetto ai temi trattati. |
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Fra le numerose occasioni di riflessione e confronto sulla figura, il pensiero e la prassi politica di Filippo Turati, offerte dal Convegno di studi storici svoltosi a Milano nel ricorrere dei 50 anni dalla sua morte, ben si collocano le "questioni turatiane", proposte come intervento introduttivo dall'insigne studioso Aldo Garosci, in apertura dei lavori di quel Convegno. L'Autore ci tiene a fugare ogni dubbio sul suo reale intento nel riparlare di Turati: lungi dall'ambizione di voler delineare in poche pagine una "visione sintetica del molto che si è lavorato attorno a lui ... perché, per i risultati originali a cui si giunge su un singolo periodo o un singolo momento d'una vita, la sintesi è già tutta in quelle monografie, e non resterebbe che limitarsi a una presentazione", il Garosci apre piuttosto dei tavoli di discussione su argomenti specifici, strettamente legati al dibattito turatiano. Ne scaturisce un quadro complesso e sfaccettato delle molte "questioni" ancora aperte e dei "problemi che - afferma l'autore - mi paiono degni ancora di essere dibattuti e approfonditi: forse punti di partenza per nuove possibili ricerche". Dalle domande di un giornalista, Garosci prende spunto per trattare la prima questione, l'attualità di Turati: "Quando si pone, a proposito di un uomo o di un movimento ideale del passato, il problema della loro "attualità", si ha spesso l'aria di chiedere "a che possono servire" e a chi oggi quei personaggi o quei movimenti. E, allora, chiaramente, non si tratta di un problema storico. Mi spiegherò con un esempio; da molti, da quasi tutti, si suole parlare della "attualità di Gramsci". E poiché Gramsci (e magari Togliatti) sono venuti dopo Turati, e in vita ne furono aspri avversari, i loro storici panegiristi li pongono in serie con lui: eccoli diventati i continuatori, pur nella contraddizione, di quello che fu il loro avversario: soltanto Gramsci e Togliatti sono "più attuali" e perciò hanno e hanno avuto ragione. Era necessario, così ragionano, che la storia del socialismo italiano passasse attraverso Turati poiché il movimento operaio, scosso dalla guerra mondiale e dalla rivoluzione e dalla parola di Lenin, diventasse quell'arma o quel sacro tesoro, che ancor credono di serbare e rivendicare intero." E aggiunge: "Perciò quando si evoca sul serio l'"attualità" di un personaggio, comunque si suppone che da lui, da quanto scrisse, o dalla sua azione, si possa trarre oggi stimolo a nuove azioni e allora la domanda di nuovo è: attualità di che? attualità per chi?". Nell'instaurare un parallelo con le motivazioni epocali che renderebbero conto dell'attualità gramsciana, la quale "ha riottenuto il crisma dell"'attualità" dal sessantotto francese (così come aveva fatto nel dopo liberazione italiano) non tanto per un giudizio "storico" sulla idoneità delle soluzioni, quanto per l'istintivo bisogno, da parte di una raffinata élite intellettuale, di giustificare il suo consenso a forme elementari e rozze di organizzazione politica assolutista", il Garosci domanda: "Chiediamoci, ora, anche per Turati: attualità per chi? e attualità di che? L'attualità di Turati non può essere, oggi, attualità per gli strati di intellettuali disadattati, che cercano una speranza in Gramsci: per loro la sua lunga camera di leader parlamentare e di uomo di minoranza nel partito dovrebbe avere solo limitata suggestione. E il nucleo della vita di Turati, il suo lungo ostinato strappare al privato e all'arbitrio delle imprese frazioni di vita autonoma per le organizzazioni sociali appare oggi scarsamente attuale o attuabile, in presenza di maggioranze di partiti in cui il gioco di interessi corporativi, burocratici, speculativi, è in primo piano, e anche i problemi dell'organizzazione collettiva si sono fatti mostruosamente più complessi. A parte lo scarso, ma non esausto nucleo di coloro che, giovani, ebbero la possibilità di vibrare degli stessi ideali e riprodurre in sé gli entusiasmi dell'ultimo Turati (ormai per l'ovvio logorìo del tempo, ridotti a singole unità) e a parte coloro che ad essi sono fedeli, per quella innata fedeltà che in Italia, per esempio, si conservò a lungo al Mazzini tra le più tenaci popolazioni di certe regioni italiane. Chi altrimenti è disposto a commuoversi per i suoi fini modesti, umani, sensati? Così, "l'attualità" di Turati per molti, per troppi, rischia di riassumersi, dopo tante violente rivoluzioni instauratrici di tirannidi, nella nostalgia di un generico "gradualismo" e della umana civiltà in cui tale prassi si inseriva. E non è a dire che la generosità e umanità di Turati siano estranee a questo ritorno nostalgico. Ma non è da fidarsi troppo di una visione così generica, che tende a rendere meno drammatici i problemi del tempo nostro, ma anche gli altri, che furono del suo tempo come di tutti i tempi, anche di quelli "umani". Il per chi di una simile attualità rischierebbe così da affidarsi esclusivamente ai delusi di diversi esperimenti, trascurando la spinta novatrice che ci fu sempre in Turati. Solo se si restituisce a questo personaggio così umano la cornice della complessità dei problemi che gli vennero posti, e come e quando gli vennero posti, si potrà proporne una nuova e più efficace "attualità". Ma come vedremo, converrà usare una parola più appropriata." La
fortuna di Turati L'originalità
: Turati teorico. Sono questi gli anni in cui il giovane Turati si aprirà la strada ad una concezione più complessa dei temi che gli stanno a cuore. "Non solo si ritrovò come disse Rosselli (e stavolta a ragione), naturalmente socialista, ma un socialista con una visione tutta originale e tuttavia costruita mettendo pietra su pietra". A Bologna, città dei suoi anni giovanili, subisce una serie d'influenze e di stimoli epocali: "Da un lato quelli direttamente politici dì Leonida Bissolati, il cui padre Stefano, ex sacerdote, era stato nell'Internazionale bakuniana, e propagandista di ateismo, dall'altro quelli scientifici di Enrico Ferri e Achille Loria, nonché del suo medico Lombroso, che era divenuto suo intimo ... Comunque, con i sussidi di cui disponeva allora in Italia, Turati costruisce già, mattone su mattone, la teoria socialista di cui il suo animo intuisce contorni e fini, come è chiaro da due lettere, l'una al Loria, chiamato a insegnare a Mantova, l' altra al Ghisleri, l'amico cremonese maggior di anni, immerso già nell'acre lotta del repubblicanesimo autonomista e dei fogli letterari della contestazione giovanile dell'epoca". All'amico Ghisleri il quale affermò di "diventare socialista, credente cioè solo nel materialismo degli interessi che muove il mondo, e nella protesta radicale", Filippo replicava: "Socialista tu lo diventi io lo sono, io lo fui prima di te, e non per impeto di reazione di scontento, di sconforto, come tu, ma per violenza di sentimento cristiano e anticristiano, e per convinzione di studi [...] Il socialismo è la luce, è la vita, è l'avvenire... Tu credi alla rivoluzione. Io non ci credo, se non come a memento, a sprone e a spauracchio che acceleri la soluzione graduale. La perequazione è un mito, o è l'avvilimento universale. Bisogna rassegnarsi alla preparazione educativa, rassegnazione punto cristiana, perché operosa e feconda". Dal 1881 in poi si vanno moltiplicando i segni della maturità: "Nel marzo di quell'anno esprimeva al suo maggior amico, Ghisleri, progettante un "giornale d'indole letteraria e di scopo socialista", che intendeva intitolare "L'ideale Albo contemporaneo", tutta la sua insoddisfazione del lavoro letterario e professava la sua preferenza per il duro e lento lavoro scientifico ... Nell'82 la sua preparazione sembra sbocciare in una sua più matura e più complessa coscienza, che lo libera, sul piano morale, dal determinismo positivista ... Il 1883 lo metteva, per la prima volta, in contatto diretto con Andrea Costa e probabilmente dava inizio al suo rapporto epistolare con Anna Kuliscioff. Afferma il Garosci: "Non mi sembra che sia un caso se da quel punto libri marxisti o populisti sono citati per la prima volta da Turati, che li manda all'amico Ghisleri, il quale aveva dovuto seppellirsi a fare il maestro a Matera. Oltre ai vari libri di socialisti della cattedra, troviamo, fra quel piccolo nocciolo di libri mandati all'amico, il compendio del Capitale di Cafiero (solo libro propriamente marxista a disposizione diretta del pubblico italiano fino alla pubblicazione, per iniziativa appunto della "Critica Sociale", di una cattiva traduzione del Manifesto)". Il 1884, per Turati, che si dedicò alla ricerca di fondi per i profughi russi, sarà anche l'anno "dell'agitazione e che percorse le campagne della "bassa padana" al grido di "la boje!"". Scrive il Garosci, a proposito del pensiero turatiano che si definiva in quegli anni: "Turati aveva nel suo "positivismo" introdotto un elemento di libertà etica che doveva alla morale positivista dell'Ardigò, a modifica del relativismo marxista, di cui aveva corretto le bozze per l'Italia del popolo di Dario Papa. E rimase poi sempre fedele alla massima "vivere sempre come se non si dovesse morire mai" (motivo che resse l'intera sua vita, e che risuona nel necrologio di Engels come negli scritti dell'esilio), correttivo opportuno di quel "relativismo morale" che una lettura ristretta del marxismo originario poteva generare". Nel 1885 Turati è a Napoli, dove ha accettato, con Anna Maria Mozzoni, di lavorare all'inchiesta sull'igiene rurale che, sulla scia dell'epidemia di colera, alcuni "riformisti" erano riusciti ad ottenere come supplemento alla generale inchiesta agraria. "È nel corso di quest'inchiesta che avviene l'incontro tra Anna e Filippo, a quel secondo piano del Corso Vittorio Emanuele 578, che rimase per Anna e Filippo un luogo sacro del ricordo, si potrebbe dire oltre la vita. E fu certo un incontro d'anime e di menti, che mutò in realtà il destino dei due, al punto che allora fu difficile distinguere tra loro, nella comune opera, a chi spettasse il maggior contributo. Ma abbiamo, credo, indicato a sufficienza che, se esso fu un incontro d'amore, e per Turati diede assieme l'ultimo colpo alle affliggenti nevrosi e al senso di inferiorità rispetto ai compiti che aveva in mente, non fu però occasione di conversione gratuita o improvvisa, ma mise l'ultima e decisiva pietra all'edificio di certezze teoriche da lui faticosamente costruito in quegli anni."
In questi anni Turati porta avanti l'idea di costituire "in germe un partito sul modello engelsiano" e ciò è confermato "da tutta la sua attività di quei tempi: dalla trasformazione di "Cuore e Critica", che divenne la "Critica Sociale", sotto la direzione sua e di Anna a Milano, alla creazione della Lega socialista, dalla sua attività nei congressi tenuti dai vari gruppi; del "partito socialista rivoluzionario" di Ravenna, del Partito Operaio a Milano e poi, con delega e del "partito operaio" e della "lega socialista" quando fu presente con Ettore Croce e Anna Kuliscioff al congresso dell'Internazionale di Bruxelles, di fronte alla cui presidenza affermò che "il popolo italiano era fratello di tutti i popoli che tendono a emanciparsi". A Milano, nel settimo congresso del Partito Operaio, svoltosi nell'agosto 1891, sono designati i delegati per Bruxelles "lega socialista" e "partito operaio", si convocano a congresso a Genova le società operaie e socialiste, per l'agosto successivo, e si designa un comitato per diramare gli inviti e stabilire l'ordine del giorno. Con questo era costituito un saldo nucleo di aggregazione attorno al quale fondere e organizzare gli elementi di un partito. Ricorda il Garosci: "Che si trattasse di una costellazione disparata di forze non v'è dubbio: e lo ricordavano quarant'anni dopo, nel '30, Filippo Turati, che doveva saperlo, e ancora gli doleva la separazione dall' anarchismo e Claudio Treves che, nel 1932, ricordava i "comunardi e internazionalisti" costiani di Romagna e Toscana, i "Circoli socialisti" di Prampolini e le organizzazioni agricole di Bissolati, il "Fascio operaio" di Alessandria (e avrebbe potuto aggiungere le prime incipienti cooperative di Cabrini in Liguria). Se Turati si sarebbe anche accon-tentato di un primo passo, federando i convenuti, la scissione libertaria del primo giorno rese inevitabile l'accordo degli altri per costituire il partito ... Turati, attorno all'alleanza della Lega e del Partito, con la creazione della "Critica sociale" e del settimanale "La lotta di classe" aveva costituito il saldo nucleo di aggregazione che non fu più possibile dividere ... Turati, con singolare sensibilità, politicamente ritardò la rottura con l'anarchismo finché gli fu, per così dire, imposta, e non ebbe mai verso i libertari quell'atteggiamento di rancoroso odio che fu di altri socialisti, ma della polemica teorica, sul "metodo", con gli anarchici fece poi un suo cavallo di battaglia teorico, qualificando in quel modo, volta a volta, massimalisti, sindacalisti e integralisti. Le strade si dividevano lì." Se Turati, in questa fase, intuì chiaramente a che punto era giunto il marxismo nella sua ultima fase engelsiana, Engels comprese come Turati si fosse ben impadronito della "teoria", la quale "unificava il partito nella lotta legale di generale ascesa del proletariato, inteso fuori della tradizionale scissione operai-contadini e tuttavia poneva la lotta per la libertà e contro la guerra e quindi l'alleanza con quegli stessi radicali "borghesi" da cui appena aveva staccato il partito come urgente compito attuale del socialismo". E
ancora Turati "attraverso la sua concezione di partito (che
si doveva intitolare "socialista dei lavoratori" al
congresso di Imola del 1893) evitò in gran parte il grande
ostacolo della contrapposizione della massa operaia alla massa
contadina e dei lavoratori materiali agli intellettuali".
In effetti, l'accostamento della Lega al Partito Operaio consentiva
una convivenza fruttuosa dei due ceti operai e impiegati".
I continui scambi tra la campagna e la città e le frequenti
agitazioni della pianura lombardo-emiliana "assicuravano
una sufficiente solidarietà ra campagna e città,
anche in tempo di intensa crescita capitalistica." Nei dieci
ani che seguono Turati lavorò alla "organizzazione
delle categorie che stavano tra l'operaio e il tecnico: i ferrovieri
i postali-telegrafici <..> Un po' anomala rimase sempre
l'organizzazione dei professori di scuola media, che estese le
sue preoccupazioni ai maestri, e che, nel periodo Salvemini-Kirner
ebbe alti fini di risanamento scolastico e assieme di tendenziale
socialismo; ma un certo contrasto rimase sempre da un lato tra
la cultura universitaria di alcuni leaders (fu, più tardi,
lo stato maggiore gentiliano) e quello della generalità
degl'insegnanti medi, malgrado il prestigio di cui questi allora
godevano <..> il problema dei contadini, parzialmente risolto
in Romagna, risorse poi all'interno del partito in quel che si
disse il "problema meridionale". "Per quanto concerne
la sua adesione al marxismo "teorico", nel preciso "significato
della versione engelsiana di esso" Turati mantenne, fino
ai suoi ultimi giorni "un'accentuazione del rapporto con
la democrazia che probabilmente non era nel maestro". Scrive
in proposito il Garosci: "La rivoluzione-insurrezione socialista
non sarebbe stata matura fino a che il capitalismo non avesse
avuto pieno sviluppo e la classe lavoratrice non avesse raggiunto
la maturità socialista; ciò andava da sé.
Ma la insurrezione democratica? Certo, anche la storica dottrina
consentiva che questa offrisse una condizione favorevole allo
sviluppo del socialismo. Ma in Turati, se non subito, certo dopo
Adua, con la Lega della libertà, e i mezzi di resistenza,
anche illegale che i suoi compagni, con sua approvazione (e poi
lui stesso, uscito di prigione) praticarono o propugnarono, ha
una dimensione alla quale Engels, nell'ambito dell'ancor ferreo
impero postbismarchiano, non aveva probabilmente pensato". Altra questione che alimentò verso Turati le accuse di "ministerialismo sottobanco" fu, come ricorda il Garosci, "il suo atteggiamento (comune al PSI con gli altri partiti europei) sulla questione militare, e quella in particolare delle spese militari ... l'avversione dei partiti socialisti e di parte della democrazia alla continuazione e soprattutto all'aumento delle spese militari racchiudeva un importante nocciolo di novità politica: l'affermata priorità della lotta civile delle classi, dell'industrializzazione dell'Europa e dell'espansione della civiltà nel mondo, sulla guerra per l'affermazione degli stati e anche delle nazionalità europee. Era una visione in sé giusta, come dovevano provare i successivi eventi, il settantennio 1914-1980 ... ma quello delle nazionalità era un problema che presentava tra i vari stati una certa dissimetria". Diversa era infatti la situazione fra gli stati che avevano grosso modo risolto il loro problema nazionale <..> e cioè essenzialmente le nazioni occidentali, Francia, Inghilterra, Italia e Spagna, altri che avevano assicurato ai loro cittadini diritti nazionali nell'ambito di uno Stato o impero di diritto, in seno al quale viveva tuttavia una nazione egemone (Austria e Germania) imperi autocratici non privi di libertà nazionali di fatto (Russia) o infine il conglomerato balcanico". Turati, afferma Garosci, nel "suo internazionalismo attuale e sincero, non si faceva illusioni quanto alla possibilità di impedire un conflitto europeo con un'azione diretta di forza delle varie organizzazioni socialiste aderenti alla Internazionale (sciopero generale e sabotaggio della mobilitazione in tutti i paesi o magari passaggio al nemico) contava moltissimo, così come aveva fatto per la politica interna, sull'agitazione, sull'azione politica concordata, sull'equità nella soluzione dei contrasti: non metteva in conto la guerra come mezzo di soluzione politica, ancor meno come mezzo di soluzione dei problemi sociali". L'Autore parla di una "profonda avversione" e di una negazione "organica" della guerra "connaturata al metodo turatiano" fondata anche sulla constatazione di fatto che: "l'aumento, e comunque la mole, delle spese militari era in diretta contraddizione con l'aumento delle spese sociali e del tenore di vita interno". Tre
critiche al ministerialismo Il secondo nodo critico nei confronti dell'indirizzo riformista era quello "meridionalista", che, ricorda Garosci "si impersonava invece, anche se trovava echi e consensi in altri gruppi, soprattutto intellettuali, in un uomo di eccezione: Gaetano Salvemini". Egli si pose, nel panorama intellettuale e politico di fine secolo, in una posizione intermedia tra il repubblicano Ghisleri ed il socialista Turati, "convinto della necessità che nei due partiti la lotta contro l'autoritarismo (e per cominciare contro la monarchia, il militarismo e generalmente la corruzione e l'imposizione statale) dovesse venir condotta a fondo, opponendosi anche con la forza a ogni abuso concreto e non limitandosi all'affermazione dei sonori ma "vuoti" principi della democrazia". Salvemini sviluppò una complessa critica nei confronti di Turati, la quale "ridotta all'osso della "questione meridionale", si riconduce a questi punti essenziali: il partito socialista, e specialmente la sua ala riformista si è (giustamente in un primo tempo) preoccupata dei lavoratori dell'Italia settentrionale, più organizzati e organizzabili, assicurando loro vantaggi economici, libertà di organizzazione e garanzia contro le ingerenze indebite del governo, leggi sociali tutelanti le condizioni di vita e effettivamente osservate che hanno sviluppato l'organiz-zazione. Ma ciò ha fatto largamente "a spese" dei più diseredati proletari del sud, braccianti o piccoli proprietari, abbandonati al dominio di una piccola borghesia famelica, assetata di impieghi e facilmente corruttibile dall'autorità locale, protetta da tutti i governi e verso tutti servile, si mascheri finché si vuole con programmi democratici, avanzati, repubblicani". Vi è un chiaro rifiuto, in nome del socialismo, ad intervenire a favore dell'estensione della piccola proprietà: ciò evidenzia un disimpegno dal "dramma capitale del profondo sud, che è la persistenza, sotto veste borghese, del feudalesimo meridionale, che il partito tramite l'apparato di governo, che serve e si serve di quella borghesia, sostiene di fatto." La visione del rifromismo turatiano non è certo d'indiferenza nei confronti dei problemi del sud ma, esso, scrive il Garosci "aveva una visione dello sviluppo italiano che si sarebbe potuto dire "a macchia d'olio"; un estendersi, dal nord al sud, dell'organizzazione, che avrebbe finito per avere ragione dei dualismi, che del resto non erano solo tra nord e sud"; Turati "quando, soprattutto, si rimproverava la passività (che spesso significava vera e propria confisca del diritto di voto) sulle complicità tra autorità, malavita e candidati ministeriali al suo paese, gli pareva che ciò significasse anteporre problemi locali all'indirizzo del governo, del quale soprattutto importava che potesse continuare a svolgere l'opera di ammodernamento dell'intera società." Salvemini, d'altro canto, anche grazie alla sua costante collaborazione con la "Critica Sociale" trasformò il problema in un problema nazionale. "Il problema meridionale, se indicava un limite del riformismo turatiano (e, su ben altra scala, del riformismo europeo e in genere dei paesi industrializzati) non fu tale mai da imbarazzare la guida riformistica per il non grande peso che aveva all'interno dell'organizzazione di partito ... La polemica contribuì tuttavia, con altri fattori, a diminuire il presti- gio del partito nelle società colte, fuori e dentro il mezzogiorno, e portò indiretto vantaggio sia all'opposizione esterna conservatrice che all'opposizione interna massimalista, la quale era rimasta attiva (come operaismo intransigente) anche dopo che l'uscita dei sindacalisti rivoluzionari le ebbe tolto ogni apparente probabilità di ridiventare maggioranza". Il massimalismo, terzo elemento di crisi del riformismo turatiano "era radicato non, come pretendevano i suoi sostenitori, nella dottrina marxista o nell'insufficiente sviluppo di un "vero", liberistico sviluppo "borghese", ma nella lunga tradizione antistatale - o extrastatale - della vita politica italiana. Fino al Congresso di Genova il Partito Operaio, che del Psi doveva costituire la base proletaria aveva mostrato verso le categorie non strettamente proletarie una teorica intransigenza; essa era stata seppellita sotto le necessità della lotta contro le reazioni prima, sotto la crescita sociale e la corrispondente legislazione poi; riaffiorava però nei periodi nei quali il partito o il suo gruppo parlamentare mettevano in evidenza non risultati di evidente politica nazionale, ma la minuta conquista di frammenti di potere e di diritto, anche se questa rientrava alla fine nel gran-de piano di sviluppare la "conquista dei pubblici poteri" alla fine, in nuove drammatiche condizioni, questa terza componente permise la fine dell'egemonia riformista nel partito." La
"Critica Sociale" e la crisi intellettuale del riformismo
La
prima sconfitta di Turati: la guerra di Libia La
prima guerra mondiale. Il "non aderire e non sabotare":
la versione turatiana. Inizialmente l'espressione divenne un criterio di scelta a breve termine "si trattava di decidere, nel brevissimo intervallo di tempo tra il tentativo neutralista del Giolitti secondato dalla maggioranza parlamentare e l'ormai certa decisione d'intervento del Salandra, se sabotare l'ordine di mobilitazione, esponendo l'intero partito alla soppressione di ogni attività o riservarsi per riproporre la pace in condizioni favorevole". Un vero sabotaggio della mobilitazione non vi fu e "dappertutto la mobilitazione s'era fatta, e i militari erano padroni". Dunque, a proposito della nostra "questione": "L'attività di Turati in nome del "non sabotare" e "non aderire" si limitò dunque, per l'essenziale, a impedire il più possibile attraverso l'azione politica e parlamentare che l'autoritarismo militare, incarnato nel Comando Supremo del Cadorna, e appoggiato da tutto l'estremismo interventista (nelle sue file militavano, con gli accesi nazionalisti, gli antichi alleati democratici e riformisti), organizzato alla Camera in "fascio parlamentare", avesse mano libera totale in materia di censura e di libertà personale dei cit-tadini; nella politica annonaria, specie per il periodo in cui ne fu commissario il riformista interventista Canepa, a favorire le iniziative dello Stato e degli enti pubblici in materia di tesseramento, di calmieri, di gestioni dirette di "spacci" municipali, a limitazione delle speculazioni e imprese private". Turati temeva che alla guerra sarebbe seguito certo "un crollo di civiltà: la possibile ripresa dipendeva da un'operazione molto complessa. Occorreva cioè salvaguardare, a costo di qualche cecità per il presente, la continuità della vita democratica, le possibilità di riforma e di affermazione delle classi lavoratrici. Se ne ebbe la prova (e insieme si ebbe la prova dell'incapacità del partito a seguirlo su questo difficile terreno) in almeno tre occasioni: nel maggio 1915 e, per tre volte, nel 1917. La prima di queste occasioni del 1917 fu colta da lui, un po' riluttante per pigrizia a avanzarsi sul terreno internazionale, per suggerimento e stimolo di Anna Kuliscioff, in occasione della rivoluzione russa di febbraio Turati, nel saluto che portò alla Camera per la Rivoluzione, trovò un tono che superava l'angustia delle soluzioni nazionalistiche o dogmaticamente neutralistiche. Naturalmente, la direzione e l'"Avanti!" lo sconfessarono." Nel 1917 Turati interviene a Milano per impedire che, dopo alcuni suoi comizi, le manifestazioni di piazza sfociassero in tumulti o rivolte. Dice il Garosci: "Cosa sarebbe potuto accadere con i tumulti a Milano, quasi a ridosso del fronte, si può immaginare facilmente sullo sfondo dei tumulti dell'estate a Torino, che portarono alle fucilate e all'arresto dei capi socialisti, nonché dello "sciopero militare" in novembre; seguito spontaneamente alla sconfìtta di Caporetto, le cui responsabilità vennero rovesciate sui socialisti ... nell'affannosa ricerca dei contatti con le autorità, Turati ebbe più di una volta la sensazione che a queste non dispiacesse lo scontro ... i fatti di Milano ci mostrano Turati in una parte, per lui ormai insolita, di mediatore diretto fra masse e potere". Nel discorso di solidarietà nazionale "per la resistenza dopo Caporetto, Turati, nel suo breve in-tervento, mise l'accento sull'urgente pericolo che correva la comunità nazionale, pur sempre elemento necessario di qualsiasi pacificazione europea egli aveva intuito che, imposta o no da minoranze sopraffattrici, la guerra era ormai un fatto che trascinava le migliori energie, e che bisognava prepararne la soluzione". Tre
momenti del primo dopoguerra: l'"espiazione", "rifare
l'Italia", l'"egemonia leninista". Anziché contrarre i consumi occorreva, secondo il "piano" turatiano, incrementare la produzione, sviluppare le possibilità offerte dalla più moderna tecnica. Ed era un piano "saggio" che tuttavia supponeva anzitutto la disponibilità di capitale. Quel capitale che solo Nitti, secondo la sua propria opinione, era in grado di ottenere dal mercato finanziario internazionale; lo ottennero invece Mussolini col "prestito Morgan" e, dopo la seconda guerra, Luigi Einaudi." Conclude pertanto il Garosci: "L'ultima delle "questioni turatiane" nel dopoguerra pone quindi il problema dello strumento per attuare una politica che valicasse in qualche modo l'abisso che separava i tempi nuovi da quelli del primo decennio del secolo. Poteva il Partito Socialista così come era stato deformato e rinnovato dall' attuale afflusso del nuove masse, essere o ridiventare strumento del riformismo? Fino all'ultimo - si potrebbe dire, finchè non fu troppo tardi - Turati pensò di sì". Egli mantenne cioè "la persuasione che la via del socialismo italiano fosse rimasta sostanzialmente la via della riforma, della collaborazione sì, ma anche della partecipazione degli organizzati alla vita delle istituzioni del paese. Questa persuasione non solo oratoria, mai fu espressa più chiaramente - quando già sul terreno insurrezionale il Partito era battuto - nel Congresso di Livorno, nel quale egli rivendicò il suo diritto di appartenere al socialismo - "che è il comunismo", sottolineava - secondo un modello che non era però quello leninista". Turati
e il fascismo in Italia Turati ha una posizione coerente, nella quale non è solo; scrive infatti il Garosci: "In certo senso la posizione di Turati dopo il colpo di stato è unica; non isolata, perché è alla testa di un piccolo gruppo, ma un gruppo di élite, con Modigliani, Treves, Matteotti, Musatti e quelli che la Kuliscioff chiama "gli anabattisti del gruppo", riprovandone l'intransigenza eccessiva. E si badi che l'intransigenza non è motivata classisticameme secondo lo schema tradizionale, tant'è vero che Matteotti rifiutò bruscamente la collaborazione elettorale proposta dai comunisti, per scegliere la battaglia sui motivi del socialismo democratico." Turati ben comprese che il "regime tirannico", con all'interno i propri interessi di classe, andava combattuto "per quella cosa nuova che era" e non solo come "borghesia". Afferma infatti l'Autore: "In un certo senso, è Turati, già prima delle elezioni e prima di Amendola, il capo in pectore del futuro "Aventino" ... aveva visto subito quello che era il sottinteso della legge maggioritaria recante il nome di Acerbo: che cioè le superstiti "minoranze" contemplate in essa si dovessero accontentare di una parte di ausiliari collaboratori, oppure di sovversivi fuori dello stato. Prospettò persino l'ipotesi di rinunciare all'inutile "finzione" di elezioni truccate già nelle origini, e di astenersi ... Non è perciò un caso che, a riapertura della Camera con la maggioranza del "listone" fosse proprio Matteotti a contestare - improvvisando, e su motivi turariani - la validità della maggioranza, chiedendo ne fosse negata la convalida, con il rinvio in blocco alla giunta delle elezioni. Non era retorica, non era neppure commossa oratoria quel motivo, su cui ritornò più volte Turati, che la vendetta avesse colpito non lui, ma il più giovane e coraggioso suo discepolo. In questi era un'audacia, una volontà di sfida che, nella campagna elettorale, non era più suonata così alta e esplicita nella parola di Turati quanto nel discorso parlamentare subito dopo la marcia su Roma." Turati
fuoruscito. I giovani discepoli. Una lezione per l'Europa Nell'Ufficio Studi del Movimento Proletario Giacomo Matteotti, si riprende "l'esame dei fondamenti teorico-ecoomici" del principio socialista"; Turati decise di entrare in un "Comitato di organizazione clandestina, in cui erano già Rosselli e Pertini: "era già una scelta, che escludeva appunto quella dell'Ufficio Studi che poteva anche portare a un pensionamento "anticipato". In questi ultimi atteggiamenti, in quella cornice di lotta, si colloca la finale decisione di Turati per il suo espatrio clandestino. Turati cioè sarebbe potuto restare a Milano, isolato in una piccola cerchia di amici, probabilmente, come altri notabili dell'opposizione, non minacciato di rappresaglie violente ... Accettando l'emigrazione, Turati accettava il piano di Rosselli, che spingeva lui come aveva fatto col suo maestro Salvemini a rifiutare il silenzio; i giovani in Italia a cospirare, i più anziani fuori, a sostenerli e a illuminare l'opinione pubblica sul carattere antidemocratico e pertanto "transitorio" del regime". Per Turati fu comunque una scelta difficile "doveva andarsene per via clandestina (commettendo un reato punito dalla reclusione per tre anni), senza essere in grado, per l'età avanzata, di sopportare le fatiche ultime a cui si sottoposero altri più giovani e più valenti, sicuro di esser ricercato fin dal momento in cui si fosse sottratto alla sorveglianza della polizia". Secondo Garosci, l'aspetto più importante del fuoriuscire, "più notevole, è la scelta stessa. Non è mancato chi abbia contestato il valore dell'emigrazione, perché l'opera vera di sprone alla resistenza interiore, al rifiuto del regime, sarebbe venuta al popolo o alle èlites italiane dall'interno". Ma l'autore crede impossibile stabilire una "risoluta cesura tra l'interno e l'esterno (come tra la co-spirazione e l'azione legale), una resistenza risolvendosi spesso nell'altra, le battaglie combattute in Europa trovando eco e agganci in Italia e viceversa. Quanto all'opposizione in generale, e al silenzio in cui parve costretta in quel periodo che è detto del "consenso" non sono d'opinione che a fare allora la storia siano stati soltanto, come pensano alcuni storici, gli "uomini del duce". Un'altra critica mossa all'emigrazione politica è "di aver vanamente cercato di mobilitare contro il fascismo l'opinione mondiale e, attraverso essa, chiudergli la via a accordi con i governi stranieri: opera inefficace, perché, come si sa, i governi sono determinati esclusivamente da interessi e ragioni di stato (né mancarono a Mussolini prestiti e appoggi di paesi democratici); e anche pericolosa, per il rischio a cui esponeva gli antifascisti, specialmente gli emigrati, di farsi portatori di interessi stranieri nei confronti di quelli del proprio paese". Ma questo non vale contro coloro che "rifiutavano, appunto, di entrare nella strategia altrui, e non modificavano la propria intransigenza seconda dei ravvicinamenti o dei contrasti diplomatici tra il governo di Mussolini e gli altri governi; che è la condizione generale dei fuorusciti democratici, i quali furono sempre attentissimi a non allinearsi sulle posizioni che volta a volta venivano assunte dai vari governi". Garosci ricorda l'appello di Turati all'Internazionale socialista, "perché il fascismo venisse considerato fenomeno europeo; primo pericolo per l'Europa tutta, generato dalla guerra e preparatore di nuove guerre, contro il quale occorreva che i socialisti si impegnassero subito a fondo" che "se non impedì certo né l'avvento del fascismo al potere in Germania, né il successivo atteggiamento di capi-tolazione dei pacifisti inglesi, né il rifiuto francese di combattere la seconda guerra europea come guerra ideologica", pure, faceva parte di un "assedio morale che teneva Mussolini fuori dalle frontiere di stati non fascisti, che ebbe il suo peso. Il prestigio di un "capo storico" come Turati, se non riuscì a rovesciare la storia, fu lungi dall'essere inefficace e preparo futuri nuclei di resistenza." In esilio Turati se da un lato "arricchì molto le sue dirette cognizioni di politica internazionale, e in questo periodo maturò il suo appoggio ai tentativi che affiorarono verso gli Stati Uniti d'Europa, i quali gli apparvero come alternativa ai rovinosi nazionalismi", dall'altro "allargò presto la sua specifica sfera d'azione nell'esilio con la tutela dei lavoratori emigrati e con la conclusione degli accordi più larghi all'interno del settore democratico dell'emigrazione politica." In quegli anni, Turati e Treves "presero anche posizione per l'emigrazione ebraica in Palestina; un problema che, al momento della pace e della giustizia verso le nazionalità aveva molto interessato Anna Kuliscioff". Dopo un periodo difficile, di "estraniamento e depressione", Turati, scrive il Garosci: "lavorò ostinatamente, prima alla costituzione e poi, si può dire, alla gestione della "Concentrazione antifascista", che riunì i vari partiti e organismi dell'antifascismo attivi all'este- ro - i due partiti socialisti, il PRI, la Lega dei diritti dell'uomo, le personalità fuori dei partiti che ad essa direttamente aderivano su un programma democratico antifascista con punte repubblicane e socialiste non troppo impegnative né settarie - poi alla fondazione di un settimanale della "Concentrazione" diretto dal Claudio Treves, "La libertà", con una pagina in francese, il bollettino "Italia" curato dallo stesso Turati, poi - dopo varie discussioni e tensioni - all'accordo per l'azione in Italia con il movimento clandestino "Giustizia e Libertà", creato, dopo l'evasione da Lipari di Lussu e Rosselli, da loro e dal liberale Tarchiani, e poi ancora all'unificazione dei due partiti socialisti, il massimalista e il rifor- mista in un unico PSI, aderente alla Internazionale Socialista ricostituita fra i paesi occidentali". Malgrado alcuni dissensi da parte di intellettuali o movimenti politici, Turati "continuò fino alla fine a difendere con la "Concentrazione", l'unità della democrazia antifascista, dalle sue correnti più inquiete a quelle più tradizionali e "conservatrici" ... la precedenza era sempre, per Turati, l' alleanza per la lotta antifascista e democratica ... di fatto, finché vissero Turati e Treves, l'equilibrio e l'impostazione ideale che all'estero essi diedero alla politica dell'emigrazione antifascista e che aveva le sue radici nella coscienza teorica di Filippo, resistette agli inevitabili attacchi e dissensi ... la continuità in seno alla democrazia europea di un' importante componente del socialismo italiano, risale attraverso tutte le prove, a Filippo Turati. E a lui risale pure, nel senso più alto, che non fu di questa o quella azione di guerra anche ardita (che può coesistere anche con la barbarie) ma dell'alta ispirazione ideale, la resistenza che serbò un volto umano e pose un freno alle inevitabili vendette, e contenne le più crudeli necessità della lotta." Socialismo
democratico e socialismo liberale. I problemi che Turati ha risolto
e quelli nati dopo. Tuttavia, secondo Garosci, "c'è un atteggiamento fondamentale, nel Turati dell'esilio, che lascia scorgere tutta la capacità di rinnovarsi e d'intendere che gli era stata sempre caratteristica, ed è il suo atteggiamento verso Rosselli ... Certo, il legame da maestro a discepolo, da rappresentante di una generazione al tramonto a quella che si levava prepotente, e con esso il ricordo dell'impresa che da Milano l'aveva portato in Corsica e del processo di Savona, che aveva fatto risuonare alto nell'aula della giustizia il nome del grande esule era tutto particolare tra Rosselli e Turati, per l'immenso rispetto del primo, la grata speranza dei secondo. E tuttavia la barriera, sempre esistita o che si era riformata, tra i due, avrebbe dovuto essere scarsamente valicabile ... pure malgrado che l' azione di Rosselli al suo ritorno si svolgesse prevalentemente al di fuori dell'ambiente socialista, in sintonia con i repubblicani, tra progetti di gesti clamorosi di squadre armate, in qualche caso di attentati, Turati non smise di guardare a lui con benevola volontà di cooperazione". Così Turati, "come aveva accettato Rosselli nel momento in cui aveva scelto l'esilio, egli accettò da lui quel ricorso agli estremi rimedi, agli scontri frontali che aveva rifiutato nel 1898 (e nel 1900, quando la sua politica gradualista si era trovata sul suo cammino le rivoltellate di Brescia, che poi per sua fortuna si risolse come difensore a Merlino) ... Lo stesso atteggiamento, di solidarietà più che di amichevole comprensione, mostrò Turati verso Rosselli e "Giustizia e Libertà", quando, nel 1931, fu concluso l'accordo tra il PSI e G.L. ... non solo Turati accettò il patto con G.L. che faceva dell'organizzazione la sola rappresentante del partito in Italia (con la reciproca di G.L. di non creare una propria organizzazione all'estero) ma non calcò la mano quando il movimento si diede un proprio programma "rivoluzionario" che suscitò polemiche nell'emigrazione socialista sia per il suo carattere "moderato", perché cioè non prevedeva la socializzazione di tutti i mezzi di produzione, sia per il suo carattere "estremo", cioè perché prevedeva la presa del potere repubblicano da parte sia di un governo centrale che di comitati locali, e la creazione di una guardia della rivoluzione, mentre vi erano assenti le formule di classe." Aggiunge il nostro Autore che: "di certo Turati non approvò tale programma, che raccoglieva formule piuttosto "sincretiche" che "sintetiche", in molta parte estranee alla teoria del socialismo democratico. Eppure esso non costituì per Turati ragione di staccarsi da quell'accordo che era stato concluso poco prima ... sia per la coscienza, fortissima in ambedue, del carattere nuovo e determinante, del fascismo e della lotta antifascista, che obbliga a rivedere metodi e principi ... sia per la percezione diretta del valore della libertà, comunque la si cerchi." Conclude, così, il Garosci: "Possiamo ora ritornare, con visione più nitida, alla questione, mal posta in principio, della attualità di Turati. Si leggeva nel recente consiglio di un partito a cui mi lega nessuna tessera, ma comunità di anni decisivi nella riconquistata libertà e comunità permanente di ideali ultimi, che "la storia ci ha dato ragione". Sono dolente di non concordare interamente con questo bel motto, beneaugurante. No, la storia non dà ragione a nessuno, e c'è dentro Hitler e Stalin, Komeini, Gheddafi e Mao; amici e compagni, non la storia ci dà ragione, ma la ragione. Nella storia, la ragione riconosce che il solo "socialismo reale" non è quello militare imperialista, ma quello che in forma pura o mista, anche in Italia dove è stato minoranza ed è dovuto scendere a compromessi con più massicce realtà organizzate, ha dato all'umanità la società non solo con il maggiore benessere civile, ma il più ampio potere alle classi lavoratrici, ed è stato socialismo nella libertà. I tentativi e gli esperimenti che sono seguiti dopo la scomparsa del vecchio maestro italiano, a cui egli stesso ha partecipato nell'estrema parte della sua vita, hanno detto molte cose nuove sviluppando i temi della politica di piano, della vivace partecipazione alla vita dell'umanità e, se non all'autogoverno, certo ad uno statuto civile (più o meno riflesso nelle transitorie leggi) del lavoro. Ma i problemi dell'oggi a qualunque dei momenti di questo grande processo ci si richiami, vanno oltre questo passato che è storia, e "darci ragione" toccherà semmai all'avvenire. Questo bisogna costruire sui successi come sulle difficoltà create dagli stessi successi e contro ogni tentazione di chiudere la storia con "irreversibili" teorie autoritarie, o beate attese." |