GLI EREDI EUROPEISTI DI FILIPPO TURATI
di Antonio Glauco Casanova

 

 

Turati, homo europeus per il suo destino di esule, ma soprattutto per la sua originaria formazione intellettuale, svolge nella stona del nostro socialismo un ruolo importante per far intendere, sia alla classe politica, al potere sia ai lavoratori organizzati nel Partito Socialista, che l'Italia aveva assegnata dalla storia, e soprattutto dalla cultura moderna e dallo stesso sviluppo della sua industria e della sua tecnologia, una vocazione europea, e che soltanto avendo lo sguardo all'Europa il nostro Paese poteva avere un punto di riferimento sicuro per indirizzare in senso utile e giusto le linee di tendenza del suo processo evolutivo. La pace, certamente, è la condizione indispensabile affinchè l'europeizzazione dell'Italia possa realizzarsi nel modo più sollecito. Mentre ai governi spetta svolgere questa opera di pace, ai lavoratori spetta intendere tutto il valore morale e politico di quell'internazionalismo, che, fin dal-la preistoria del nostro socialismo, è stato l'idea-forza attorno alla quale la parte più evoluta del proletariato si e ritrovata.

Quando si dice internazionalismo si dice in sostanza europei-smo, essendo il concetto il medesimo, anche se i termini in cui è espresso sono diversi. Questi termini - internazionalismo, solidarietà proletaria universale, unità proletaria - appartengono alla fraseologia tipica del socialismo di fine secolo e si portano dietro e suggestioni provocate dalle parole del manifesto di Carlo Marx, consegno lungo i decenni la loro matrice rivoluzionaria e proletaria e contemporaneamente operano al fondo della coscienza de, lavoratori nel senso di difendere e alimentare un bisogno di solidarietà e di rapporti internazionali pacifici per un futuro da realizzare con gli sforzi convergenti delle masse proletarie di tutti i Paesi. I termini di questa politica di solidarietà e di intesa tra i popoli sono i medesimi anche nel linguaggio di Turati e degli esponenti del socialismo, ma sta di fatto che l'Internazionale e da essi e concepita e vissuta nella realtà storica dell'Europa di allora m vista ovviamente di un'Europa socialista. Non essendoci altre mansioni di sviluppo civile, quali il "terzo mondo" della nostra età ne nell'area afroasiatica ne m quella centro e sud americana, i confini dell'Internazionale non sono altro che i confini dell'Europa tutt'al più allargati idealmente fino ad abbracciare le masse operai degli Stati Uniti d'America, quelle, fra l'altro, alle quali è d'obbligo riferirsi ad ogni 1° maggio m ricordo del massacro del 1886 a Chicago.

Questa Internazionale non è dimentica ceno del destino di quei popoli che oggi costituiscono il "terzo mondo . Ha anzi nei loro confronti una politica molto chiara e decisa, che è l'anticolonialismo. L'opposizione dei socialisti italiani ad ogni impresa coloniale non parte soltanto dalla provata loro antieconomicità o dall'assurdità di un espansionismo a scapito delle opere di redenzione sociale e civile da compiere nel Paese, ma e accompagna sempre dalla protesta per l'ignominia, di cui il paese, si viene a macchiare con l'aggressione a popolazioni inermi, che nulla hanno fatto contro di noi. Ricordiamo una di queste prime proteste di Turati, quella contenuta m una lettera inviata "ai compagni di Romagna" in occasione di un comizio indetto contro la politica coloniale svolta da Crispi già durante il suo primo governo quello del 1887-1889.

Traggo la citazione dal testo riportato nella nota antologia di scritti europeistici di Turati curata da Pier Carlo Masini e pubblicata dall'editore Armando: "È bene - scrive Turati allora trentenne - che i socialisti pei primi abbiano squillato l'allarme. Sentinelle avanzate del moto sociale, pionieri pazienti e misconosciuti di una civiltà men bugiarda, essi sentono meglio di chicchessia il nesso profondo che vi è fra la civiltà guerriera, che si vuoi imporre ai lontani, e le barbarie e la servita economica e morale, che si vuoi ribadire ai vicini. Ma l'allarme sarà inteso e fatto proprio dal popolo tutto, questo eterno giovane che è la stona stessa in cammino; dal popolo, che - maggiore dei partiti, maggiore eziandio del socialismo, che in lui si germina e da lui si matura - ha già inscritto incancellabilmente da un secolo nei suoi quaderni politici la pace, la fratellanza, il rispetto all'autonomia delle razze". Il "fuori dall'Africa" gridato per primo nel Parlamento ita-liano e sulle piazze della sua Romagna da Andrea Costa, si colora alla fine di quella lettera turatiana di un patriottismo, che ha lo stesso accento che aveva in Mazzini o in Garibaldi: "II tricolore che s'innesta a minaccia di un paese lontano - mentisce i suoi colori - è la bandiera dei nemici d'Italia!".

Questo, dunque, è il senso dell'internazionalismo di Turati: un'idea legata alla realtà rappresentata dalle nazioni uscite libere e indipendenti dalla stagione risorgimentale dell'Europa e ai problemi connessi con la continuazione, nell'età successiva, della in-dicazione democratico-mazziniana per l'indipendenza, per la libertà e per l'armonia dei popoli. Sarebbe fuorviante ai fini della comprensione dell'internazionalismo turatiano richiedere un preciso progetto di Federazione europea. I presupposti per una tale Federazione sono, del resto, più importanti, che non formule o piani del tutto estranei alla realtà dell'Europa di fine secolo. I presupposti sono legati alla realtà imponente dei movimenti socialisti formatisi in Germania, in Francia, in Italia. Da una tale realtà si può partire per una avvenire di fratellanza, non dalla realtà rappresentata da governi tutti protesi verso traguardi di potenza militare e coloniale. In fondo e più realistico il riformismo italiano nell'indicare la Internazionale come il governo mondiale fondato sulla solidarietà di classe e affidato ai proletariati fatti maturi e liberi dal processo di emancipazione in atto in tutti i Paesi, che non il disegno astratto di un'Europa unita e integrata alla quale la logica della politica di potenza e le inclinazioni nazionalistiche delle classi borghesi al potere nei singoli Stati non permetterebbero mai di vedere la luce. Soltanto le nuove realtà dei proletariati in marcia verso traguardi di redenzione sociale può indicare la via sicura per l'unità dei popoli.

Nel pensiero di Turati tutto ciò non si configura in forma palingenetica, quale rivoluzione universale contro la borghesia al potere. Il gradualismo e l'evoluzionismo operano anche in questa visione internazionalistica, nel senso che ad ogni proletariato e ad ogni Partito Socialista è assegnato il compito di premere sui rispettivi poteri statali ai fini della pace, dell'intesa, dell'accordo fra gli Stati. L'opposizione alla guerra di Libia, l'avversione alla prima guerra mondiale con la correzione in senso patriottico quando si affaccia il pericolo dell'invasione straniera, l'adesione al program-ma del presidente americano Wilson nell'immediato dopoguerra, il revisionismo rispetto agli ingiusti trattati di pace, sono i momenti più significativi e impegnati della lunga battaglia turatiana rivolta alla salvezza dell'Europa e alla creazione di un avvenire eu-ropeo migliore affidato allo spirito di solidarietà e di collaborazione tra gli Stati.

Di fronte al rigore e alla chiarezza di una siffatta linea politi-ca la ricerca dei luoghi testuali, nei quali Turati e i suoi amici ri-formisti parlano di Stati Uniti d'Europa nei termini usati dalla let-teratura europeistica ottocentesca - che saranno poi quelli di Aristide Bnand nel 1929-1930 e che sono i nostri di oggi - può non essere indispensabile, ma è comunque utile. In questo esercizio di ricerca si è provato Aldo Garosci che ha trovato nel primo discorso parlamentare pronunciato da Turati il 10 luglio 1896 - ossia ad appena quattro mesi dal disastro di Adua e dalla conseguente caduta di Crispi - questa frase: "Noi vagheggiamo insomma l'unità mondiale e in un domani più prossimo gli Stati Uniti d'Europa i quali moltiplichino con provvido intreccio le vane potenzialità dei popoli, senza cancellarne le singole fisionomie". Ma, fatta una verifica sugli Atti parlamentari, questa frase risulta preceduta da una affermazione ancor più vicina al linguaggio di oggi. Turanti infatti, parla di "una crescente "integrazione" delle vane unita nazionali" e di "una internazionalizzazione progressiva" voluta e sognata dai socialisti m luogo dello "stato di divisione nazionale" in atto.

Evidentemente Turati ha corretto una sua precedente sotto- valutazione del disegno mazziniano dell'Europa unita, fatto proprio invece da Claudio Treves e da questi proposto all'attenzione dei lettori di "Critica Sociale" nel 1893 in polemica con la freddezza con cui il partito giudicava gli sforzi condotti da Ernesto Teodoro Moneta per la pace universale e per la creazione dell'areopago europeo". Non per nulla Treves era di estrazione politica repubblicana ed era uno stretto collaboratore del Moneta. Nel 1893 quindi quelli che saranno chiamati i "dioscuri del riformismo" hanno qualche motivo per confrontare i rispettivi modi di condurre la lotta per la pace, Treves propugnando l'alleanza con tutte le forze culturali e politiche della borghesia favorevoli alla pace e alla ricerca di forme di integrazione economica e politica. Turati convergendo sugli obiettivi indicati da Treves ma senza alcuna volontà di far fronte comune con la parte pacifista e europeista della borghesia. Questo piccolo dissenso sarà tra breve superato, come abbiamo visto, dal discorso turatiano del luglio 1896.

Per parte sua Treves non abbandonerà più la fede europeistica. Sarà di sua mano, nel 1931, la prefazione al libro di Mario Pistocchi (più tardi diventato purtroppo una spia dell'OVRA), il destino d'Europa, fondato sulla proposta della creazione di un Parlamento e di un governo europei. Negli anni trenta l'europeismo socialista di indirizzo riformista trova il momento della sua piena affermazione in virtù dell'in-dicazione venuta da Turati attraverso l'intervista al giornale parigino "Le Quoridien", di cui ha esaurientemente trattato l'amico Orsello.

Carlo Rosselli nel 1935 potrà affermare che "non esiste per la sinistra europea altra politica estera: Stati Uniti d'Europa, Assemblea europea [...] Il resto è catastrofe". E sarà la catastrofe, e in piena catastrofe toccherà ancora ad un socialista raccogliere l'eredità (turatiana, toccherà ad Eugenio Colorni rappresentare il socialismo democratico nel movimento, che ha il suo atto di nascita nel Manifesto di Ventotene del 1943. Colorni sarà appunto il primo editore in piena clandestinità - nel 1944 - di questo testo, che, dovuto all'iniziativa di Ernesto Rossi e di Altiero Spinelli, ha dietro di sé una lunga storia di parte socialista-riformista. Prima di concludere mi sia consentito di riandare ad altri due documenti di questa storia, comprovanti ambedue la naturale affinità tra socialismo riformista ed europeismo. All'indomani della fondazione del Partito Socialista Unitario, nei primissimi giorni dell'ottobre del 1922, seguita alla espulsione dei riformisti ad opera dei massimalisti, la proposta europei-sta entra in modo esplicito nel programma del nuovo partito, di cui è segretario nazionale Giacomo Matteotti e guida ideologica e morale Filippo Turati.

Già nel primo Appello, pubblicato su "La Giustizia", l'organo ufficiale del nuovo partito diretto da Claudio Treves, il 10 ottobre, ci incontriamo con più di un riferimento all'impegno europeistico, perché tutta la pane riguardante la politica estera è per-meata di quello spirito: ancora si invoca la revisione dei Trattati "per il ripristino - così è scritto - di una vera società europea, alla quale partecipino con pari diritti gli Stati Uniti e la Russia", in vista di "realizzare - come è scritto in un altro passo - l'immagine di una vera nazione politica internazionale parlamentare socialista", che "elimini gli impedimenti e gli squilibri" provocati dalle "concorrenze industriali e commerciali [...]". Può darsi che non tutto sia appropriato in questo testo elaborato in condizioni orga-nizzative del tutto manchevoli e mentre è già in atto la mobilita-zione delle "camicie nere" per l'atto di forza che avrà luogo di lì a due settimane prima a Napoli e poi a Roma. Ma, quando si dovranno elaborare in modo completo le "direttive" programmati- che del nuovo partito socialista democratico - il PSU - e si tratterà - data l'avvenuta vittoria di Mussolini e la sua salita al potere - di un'opera preminentemente dottrinaria, la mèta degli Sta- ti Uniti d'Europa avrà un posto di rilievo. In quel documento - pubblicato nei primi mesi del 1923, ed oggi rarissimo - leggiamo che "l'Internazionale socialista [...] dovrà favorire il formarsi di una vera Lega delle Nazioni e più immediatamente degli Stati Uniti d'Europa, che si sostituiscano alla frammentazione nazionalista in infiniti piccoli Stati turbolenti e rivali". Non c'è la firma di Filippo Turati: c'è però l'acquisizione definitiva di un ideale appartenuto al fondatore del nostro socialismo e, attraverso la sua azione politica di prima e dopo il conflitto mondiale, di prima e durante l'esilio, trasmesso agli esponenti della nuova generazione, di cui - come ha giustamente detto Orsello - Giuseppe Saragat rappresenta nel nostro tempo la figura storicamente più eminente anche quale coerente interprete della vocazione europeista del riformismo italiano.

Il riferimento a Saragat sotto questo profilo è più che legittimo storicamente perché il rapporto ira Europa e Stati Uniti d'America è concepito in modo analogo e proposto con identico spirito di mutua collaborazione, sia da Turati nel 1929, sia da Saragat nel 1949 e negli anni successivi. Nella già ricordata intervista turariana a "Le Quotidien", infatti, dopo l'esortazione a seguire l'esempio degli U.S.A. - "Se la gente ragionasse e se il mondo non fosse un "manicomio", l'esempio soltanto degli Stati Uniti d'America, esempio che è contemporaneamente una minaccia, dovrebbe essere decisivo" - leggiamo: "Essa [l'America] non domanderebbe di meglio che di trattare da pari a pari con noi, se noi fossimo, come ella è, una Unione di Stati. Gli Stati Uniti d'Europa diverrebbero di colpo, quasi automaticamente, gli Stati Uniti e dell'Europa e del Nord-America". Concludo ricordando come accanto a Saragat si siano ritrovati uomini come Ignazio Silone, il quale, all'insegna dell'"Europa Socialista" - come suona la omonima testata del settimanale da lui fondato e diretto - richiama ad unità i socialisti nel momento della loro più grave frammentazione, come Ugo Guido Mondolfo, Umbero Calosso, Giuseppe Romita, tutti professatisi sempre orgogliosi di essersi fatti guidare dall'insegnamento e dall'esempio di Filippo Turati.


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