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Sul socialismo nella Ue

La libertà,da sinistra: verso una assise programmatica. Il documento di introduzione al seminario.

Un progetto per l'Italia. La relazione di D'Alema e l'intervento di Amato 

 

 

 

La Fondazione Italianieuropei presenta:
Italianieuropei
Bimestrale del riformismo italiano
Direttori
Giuliano Amato
Massimo D'Alema



Gran folla al convegno di Italianieuropei sul socialismo nella Ue
"La sinistra parli a tutta la società"
D´Alema: il Pse si apra. Strauss Kahn: basta dire cose di sinistra. Mandelson loda l´Onu, Amato dice no alla guerra


GOFFREDO DE MARCHIS


ROMA - Senza volerlo Dominique Strauss-Kahn, ex ministro del Bilancio francese, spiega all´italiana la crisi della socialdemocrazia: «Non possiamo più solo fare o dire cose di sinistra. Prendete le 35 ore. Secondo me era un provvedimento giusto ma non ci siamo mai chiesti se era adatto alla società francese, ci siamo chiesti solo se era di sinistra». D´Alema sorride sotto i baffi. Il presidente dei Ds la mette così: «Noi dobbiamo parlare a tutti, non soltanto ai ceti tradizionali della sinistra. Ma il tramonto delle nostre politiche non deve significare anche la caduta dei vecchi valori». Su queste basi si può creare anche una «maggioranza culturale. E io sono più ottimista di altri sul futuro». Peter Mandelson, il guru di Blair, presidente di Policy Network, fa capire come i laburisti inglesi hanno rovesciato la loro politica: guardando l´altra faccia della medaglia. Sulla guerra all´Iraq, Mandelson ribalta lo stereotipo del pacifismo: «Noi ci rivolgiamo anche a un´altra opinione pubblica, a chi ci chiederebbe perché facciamo finta di niente e non combattiamo Saddam Hussein».
Ecco il punto: la guerra. E la sinistra europea, riunita in conclave dalla Fondazione Italianieuropei, si divide. Tanti i protagonisti della giornata romana: Mandelson, Strauss-Kahn, Amato, Fassino, D´Alema, il consigliere di Blair Gould, il tedesco Lersch-Mense parlano al Piccolo Eliseo moderati dal vicedirettore di Repubblica Paolo Garimberti, Paolo Franchi del Corriere della sera e Antonio Polito, direttore del Riformista. Mandelson è duro contro i «venti di pace»: «Quale credibilità avrebbe l´Onu se qualcuno non seguisse la sua risoluzione? Sarebbe morta. Quindi discutiamo del ruolo delle Nazioni unite dopo aver visto gli effetti delle ispezioni. Senza avere paura delle conseguenze». L´intervento del leader laburista viene dopo le parole più prudenti di D´Alema e la presa di posizione netta del Dottor Sottile: «Lo dico chiaro: il bombardamento a tappeto di Bagdad sarebbe uno sterminio criminoso. E non sono pacifista, ma nessun missile intelligente risparmia i civili». Il presidente diessino è convinto che «la guerra all´Iraq non combatte il terrorismo e si rivelerebbe un errore. Detto questo, rispetto la decisione dell´Onu anche se si arrivasse a un uso proporzionato della forza».
È Amato a riportare la discussione sul futuro della sinistra e sulle eterne divisioni. Dice: «Dialoghiamo con i movimenti poi vedrete che sarà Bertinotti a ritrovarsi con 4 amici tra i no global». Si rifà all´esperienza svedese per sottolineare i valori della sinistra: «Lì hanno vinto rifiutandosi di ridurre le tasse, senza abbattere la rete di sicurezze sociali ma migliorandola». Spiega l´ex premier parlando della litigiosità: «Noi ci dividiamo sempre sulle cose che succederanno, sui se... Come se io mi interrogassi sull´eventualità di trovare mia moglie a letto con il parroco quando tutto questo non è ancora successo». Ma qualche problema, nella socialdemocrazia europea, è sotto gli occhi di tutti: le sconfitte, i ritardi. Fassino mette l´accento sul Pse anche nel confronto con i popolari europei: «Non siamo cambiati molto negli ultimi anni. Non c´è un programma e non c´è un leader». Dalla platea Amato polemizza: «E l´Ulivo cos´è?». Come dire: quei problemi li conosciamo bene. La replica di Fassino è secca: «Visto che tu sei il vicepresidente del Pse non è il caso di fare facile ironia...».

la Repubblica
23 novembre 2002

La libertà, da sinistra

Verso un'assise programmatica che definisca una proposta riformista per il futuro dell'Italia, incentrata sui capisaldi di un progetto di innovazione. 

Il documento di introduzione al seminario del 18 gennaio


Il 18 gennaio la Fondazione Italianieuropei ha promosso una riunione del Comitato scientifico allargata a varie personalità della politica, dei centri di ricerca e delle associazioni culturali legate idealmente al riformismo. Dalla discussione è nata la decisione di convocare, nella seconda metà di marzo, un appuntamento pubblico che serva a mettere a punto una proposta per il futuro dell’Italia incentrata sui capisaldi di un progetto di innovazione. Una sorta di assise programmatica, di segno non enciclopedico ma focalizzata su alcuni temi di forte significato, che contribuisca anche a dare alimento all’azione propriamente politica delle diverse componenti del riformismo italiano. Pubblichiamo di seguito il documento di introduzione ai lavori 

Abbiamo di fronte a noi un centrodestra sorretto da una rappresentazione della volontà popolare di segno plebiscitario. Nella quale lo spazio delle garanzie e del confronto istituzionale viene sostituito da una concezione del voto al leader come unica fonte di legittimazione per un potere slegato da qualsiasi altro vincolo di responsabilità verso la società. Un centrodestra che, su questa base, persegue un disegno di trasformazione della nostra comunità civile lungo direttrici insieme populistiche e individualistiche. 
Con il ritorno di questa destra sembra avverarsi quello che è per noi l’incubo di una società futura dominata dall’individualismo egoistico e dal trionfo della caccia di ciascuno – da solo – alle proprie convenienze. Una società senza tessuto connettivo, senza solidarietà che non sia quella paternalistica e assistenziale, nella quale viene meno la coesione anche come limite alla diseguaglianza con tutte le conseguenze che ne derivano. “Arrangiatevi, datevi da fare e non vi preoccupate della legalità”: è questo il messaggio subliminale che si legge nei primi provvedimenti varati da questo governo. Provvedimenti tutti rivolti a risolvere problemi individuali di chi governa o di chi gli è vicino, ovvero a garantire impunità a buon prezzo a comportamenti finanziari border line. È costato molto all’Italia in crisi, e non solo morale, dei primi anni Novanta ridare radici alla cultura della legalità. Ora tutto questo viene spazzato via. I richiami all’unità e all’orgoglio nazionale passano troppo alti su questa tragica inversione. E non incidono su di essa. 
È compito delle forze culturali e politiche che si riconoscono in una sinistra laica e riformista fermare questa opera di distruzione del nostro tessuto sociale e delle sue basi civili e morali. Ma è necessario farlo non limitandosi alla ferma denuncia di quanto sta accadendo nel nostro paese. Dobbiamo farlo cercando di comprendere le basi di quanto abbiamo di fronte. E in particolare prendendo atto della società di individui in cui ormai viviamo. Una società nella quale la centralità dell’individuo, delle sue aspettative e dei suoi bisogni, è un fatto acquisito e da accogliere positivamente. Come premessa di maggiore libertà collettiva e di una migliore qualità dello sviluppo sociale, come condizione per una più ampia libertà creatrice e una più ricca moltiplicazione delle capacità. 
Il centrodestra trasforma questo elemento, in sé positivo, nel motore di una torsione qualunquistica della società. Facendo appello al lato oscuro della società italiana, alle sue pulsioni antipolitiche e alle debolezze che essa ha mostrato nel passaggio storico che ha coinvolto il nostro paese negli ultimi anni. Ma la società degli egoismi condanna il nostro paese alla regressione, verso una decadenza non solo morale ma organicamente nazionale. Perché una società dove scompare la responsabilità collettiva e dove la libertà dell’individuo viene trasformata in trionfo degli egoismi non solo è priva di moralità, ma è incapace di trasformare in ricchezza sociale le maggiori potenzialità di sviluppo che questo aumento della libertà porta con sé. Impedendo al paese di partecipare in modo non subalterno agli scenari dell’innovazione e alle possibilità di un governo giusto della globalizzazione. Inoltre, la società degli egoismi è la società della solitudine, nella quale i più risultano abbandonati ai loro problemi irrisolti e dove le diversità vengono soltanto (e a malapena) tollerate. È una opzione politica, quella esercitata dal centrodestra. Perché nella società degli individui vi sono al contrario forti e più legami collettivi, momenti di azione e competenza pubblica essenziali ad evitare quell’abbandono e necessari per potenziare, in forma di acquisto di capacità e di garanzia contro i rischi, la libertà a cui si aspira e nella quale soprattutto si vuole vivere. 
La nostra responsabilità non è dunque di ordine morale ma propriamente politica e culturale. Perché essa ha a che fare con i destini del paese e con l’utilizzo sociale delle potenzialità di cui l’Italia dispone. Dobbiamo assumere la premessa a cui si faceva riferimento – e dunque la società degli individui – per incardinare sui valori della libertà e dello sviluppo collettivo il tema dell’innovazione. Perché questo tema non appartiene alla destra italiana, che ne svolge un uso meramente ideologico, ma a quelle forze che guardano agli interessi della collettività e allo sviluppo sociale. Dobbiamo uscire dalla strettoia costituita dalla rivolta morale e dalla difesa resistenziale dell’esistente, per insidiare il centrodestra sul terreno della maggiore libertà collettiva. Intorno all’idea di una società di uomini liberi che si fanno responsabilmente carico dell’interesse generale. Altrimenti saremo solo una nobile minoranza dai buoni sentimenti. Mentre il paese continuerà a non riconoscersi, nella sua maggioranza, nella proposta regressiva del centrodestra.

D'Alema: un progetto per l'Italia Relazione di Giuliano Amato

Un progetto per l'Italia

Fondazione ItalianiEuropei
Frascati, 29 – 30 giugno 2000
 

INTRODUZIONE DI MASSIMO D'ALEMA
(Bozza non corretta)

Vorrei sottolineare un punto, anche per spiegare il carattere della mia introduzione. Questo seminario vuole segnare l'avvio di un lavoro che ha come finalità esplicita di concorrere a definire un "progetto per l'Italia".

Questo progetto, al quale la Fondazione intende lavorare sviluppando un impegno comune con altre istituzioni e centri culturali e un dialogo con le forze politiche del centrosinistra, viene esplicitamente preparato in vista delle elezioni politiche del 2001.

Tutti sanno che la Fondazione Italianieuropei si riconosce in un'area culturale di centrosinistra. Tuttavia, fino a questo momento la Fondazione ha svolto un’attività assai intensa, significativa, sotto la guida di Giuliano Amato, ma non così esplicitamente legata a una scadenza di carattere politico-istituzionale.

Io credo che sia giusto porre in modo esplicito il senso di un programma di lavoro. Noi sentiamo il bisogno di offrire questo strumento, affinché forze intellettuali e forze significative della società civile, delle professioni, dell'impresa concorrano a compiere un bilancio dell'esperienza riformista di questi anni e a delineare un progetto di rinnovamento e di trasformazione della società italiana per gli anni futuri.

Siamo persuasi che il passaggio che il Paese ha di fronte a sé sia di grandissimo rilievo. Nessuno può sottrarsi, a nostro avviso, dal dare un contributo perché possa continuare, con rinnovato slancio e con chiarezza di obiettivi, un cammino di rinascita, di riforme, di crescita del nostro Paese e della sua funzione in Europa e nel mondo.

È un cammino che rischia di interrompersi anche, io credo, per le debolezze, le incertezze, talora le divisioni, nel campo delle forze democratiche e riformiste. È, quindi, giusto mettere in chiaro il senso di questo percorso.

Si tratta di un percorso che, ovviamente, impegna in primo luogo i protagonisti politici – molti dei quali sono qui con noi, e li ringrazio –, ma che interroga anche altri interlocutori.

Naturalmente, noi non pretendiamo che tutti coloro che sono in questa sala e tutte le persone che via via entreranno in questo dialogo con noi – così come è già avvenuto nell’incontro tenuto nelle scorse settimane sul sistema elettorale o nella riflessione, molto interessante, che abbiamo svolto sul fenomeno dell’astensionismo – condividano questo progetto politico.

Anzi, noi vogliamo interrogare la parte più viva e significativa della cultura e della società ma nella chiarezza del progetto che perseguiamo. E la ragione per cui ci interroghiamo è proprio per raccogliere consigli e indicazioni che ci aiutino a camminare meglio verso il futuro democratico del Paese.

Devo anche dire che la domanda diffusa di partecipazione e, in conseguenza di ciò, le presenze qui, oggi, hanno fatto sì che il nostro incontro assumesse una dimensione diversa rispetto alle aspettative iniziali e al carattere seminariale, ma non per questo vorrei cambiarne il taglio, che è quello di un confronto aperto.

Noi abbiamo chiesto, in particolare a un gruppo di intellettuali, di preparare dei contributi su singole questioni – non sono relazioni – che nel corso del dibattito potranno fornire un'ossatura problematica alla discussione, posto che, naturalmente, chi vuole può dire la sua.

La discussione, avendo l’obiettivo di raccogliere opinioni, potrà anche risultare un po' confusa. Ma lo scopo, del resto, non è di presentare un progetto definito, bensì indicare un percorso, un cammino da completare. Naturalmente prendendo le mosse dal lavoro fatto in questi anni di esperienza di governo; lavoro del quale, io credo, la classe dirigente del Paese deve sentirsi orgogliosa e di cui è giusto rivendicare i risultati non scontati e di grande importanza nella storia d'Italia.

Il punto di partenza, come ricorderete, era assai pesante: la crisi del sistema democratico e dei partiti e la contemporanea crisi della finanza pubblica avevano spinto il nostro Paese sull'orlo di un collasso drammatico, ai margini del processo di costruzione europea e di fronte al rischio di una drammatica crisi delle istituzioni democratiche.

È in questo scenario che si è mossa una nuova classe dirigente e si è venuto costruendo un nuovo centrosinistra.

Questo processo, che è cominciato attraverso una progressiva assunzione di responsabilità, prima nei confronti del Governo Amato e del Governo Ciampi, poi, dopo la parentesi Berlusconi, nel sostegno che la sinistra diede al Governo Dini, trovò, nell'Ulivo, nel risultato elettorale del 1996 e nell’avvento del Governo Prodi, il suo compimento.

Credo che il riformismo italiano, nelle sue diverse famiglie e tradizioni culturali, abbia offerto una prova importante di coraggio, di determinazione e di senso dello Stato, guidando non solo una stagione di risanamento, ma una vera e propria rinascita del Paese.

Tornerò su questo tema, perché credo che uno dei messaggi più significativi da lanciare al Paese sia quello del ruolo dell'Italia in Europa e nel mondo.

Non c'è dubbio che il corso degli eventi di questi anni abbia contribuito a cambiare e ad elevare la percezione del nostro prestigio e della credibilità dell’Italia in una dimensione internazionale.

Un risultato non scontato, reso possibile da un rapporto positivo tra le diverse componenti della coalizione; forze tra le quali vi era sicuramente una tradizione di collaborazione democratica, ma non una tradizione di cooperazione di governo, almeno non con tutte.

Lo abbiamo fatto sulla base di una cultura riformista, vale a dire non subendo passivamente l'evoluzione della società e dell'economia, non assecondando tendenze spontanee del Paese, ma, al contrario, guidando il Paese verso scelte difficili.

Il traguardo del risanamento si è potuto raggiungere attraverso sacrifici, scelte coraggiose e non certo facili, che hanno fatto prevalere, anche per la scelta delle grandi organizzazioni sociali, il senso dell'interesse nazionale contro gli interessi settoriali, clientelari, corporativi, contro rendite parassitarie consolidate che noi sappiamo quanto pesino nel nostro Paese, in particolare dal punto di vista degli interessi che mobilitano e delle forze e dei consensi che mettono in campo.

L'idea che ha mosso il centrosinistra è stata di rendere più europea l'Italia, sia dal punto di vista del funzionamento della sua amministrazione, del suo sistema politico – in fondo, l'Europa democratica ha sistemi politici che si ispirano, con modalità e tecniche diverse, al principio dell’alternanza –, sia dal punto di vista di una piena assunzione del ruolo di Paese guida dell'integrazione politica ed economica.

Dalla previdenza alla pubblica amministrazione, al fisco, alla formazione, alla sanità, all’assistenza, il centrosinistra ha avviato un processo di riforma di grandissima portata, naturalmente con tutti i problemi che questo comporta.

Nulla è più pericoloso che trovarsi nel momento in cui si avviano le riforme. Le riforme, infatti, contrariamente a quanto si pensa, non sono processi indolori; sono processi che suscitano resistenze, contrarietà, che mobilitano interessi contrari, ma che spesso, scontando una difficoltà in termini di consenso nella fase iniziale, producono effetti nel tempo.

Questa è una delle ragioni per cui in particolare i riformisti hanno bisogno di stabilità politica, per poter misurare in un periodo medio, ragionevole, gli effetti delle loro scelte.

Tuttavia, io credo che noi dobbiamo rivendicare l'ambizione di questo disegno, di questo progetto riformista incompiuto, che comunque ha avviato una trasformazione del Paese di cui oggi cominciamo a raccogliere i primi frutti.

Parlano le cifre: nell'anno in corso il disavanzo pubblico sarà il più basso da oltre tre decenni. Lo stesso debito pubblico, scendendo sotto il 111% del PIL, consolida la tendenza positiva degli ultimi quattro anni; avremo una crescita intorno al 3% nel 2000, e nel prossimo quadriennio con un ritmo tre volte superiore agli anni ’90. Cresce l’occupazione in modo significativo e per la prima volta i dati registrano una crescita importante dell'occupazione anche nel Mezzogiorno.

Naturalmente è legittimo sostenere, come si sostiene da più parti, che queste tendenze si stanno dispiegando, grosso modo, in tutta Europa, che c'è un mutamento della congiuntura internazionale e che nel nostro Paese queste tendenze si manifestano in una misura che può apparire inferiore rispetto a quella di altri Paesi europei.

Si può sostenere che questa crescita in Italia produce un tasso di inflazione – per ragioni anche strutturali, legate alla dipendenza del nostro Paese, in modo particolare, per quanto attiene alle materie prime – che è superiore a quello, pure crescente, che si registra in altri Paesi europei.

Certo, è legittimo sostenere che non basta, che si potrebbe fare di più. Tuttavia, credo che noi dobbiamo fortemente rivendicare che il fatto che l'Italia si sia agganciata a un trend europeo non era affatto scontato. Anzi, è stato proprio questo il cuore della sfida. Dobbiamo sottolineare che se le scelte prevalenti fossero state altre, noi non avremmo avuto nessuna garanzia che la ripresa europea avrebbe investito il nostro Paese.

Insomma, io ritengo che ci sia, nelle reazioni – di determinati ambienti e poteri – a questi dati, un elemento di conformismo politico, un investimento su possibili nuovi equilibri più che una valutazione serena dei risultati del Paese.

Ripeto, però, che noi dobbiamo fortemente rivendicare, pur non nascondendo i problemi (ad alcuni dei quali ho fatto cenno), che l'aver agganciato il nostro Paese alla crescita europea è stato il frutto non della spontaneità delle cose, ma di scelte assai impegnative e coraggiose che sono state compiute nel corso di questi anni. E’ bene sottolinearlo, perché credo sia sbagliata una certa "critica" da sinistra.

Qualche giorno fa, con alcuni dei maggiori esperti di questi problemi, abbiamo discusso sul fenomeno dell'astensionismo. Una delle tesi – a mio giudizio, in realtà, è una tesi consolatoria – che circolano nel dibattito politico è che le difficoltà elettorali del centrosinistra derivino dalla disaffezione dell’elettorato di sinistra alla politica.

La considero una tesi consolatoria, perché, come mi sforzerò di dimostrare, nasconde il vero dato, cioè il carattere strutturale e non di breve periodo della forza della destra nel Paese.

Tra l'altro, questa tesi consolatoria non ha un fondamento scientifico. L'analisi vera rivela un dato diverso. È inutile dire che le ricerche sull'astensione non sono il frutto di sondaggi o altro: basta andare nei seggi e verificare la percentuale dei non votanti, quindi sono ricerche che hanno una base scientifica molto solida.

Il trend di riduzione dei votanti, in Italia, è il 7,2%, contro una media europea del 6,9%. Quindi, noi siamo esattamente dentro la tendenza europea. La tendenza, ovviamente, è legata all'invecchiamento della popolazione: questo è un dato molto significativo, perché il picco dell’astensione riguarda i più anziani.

Certo, venuto meno il periodo della grande mobilitazione, ossia quell’Italia in cui le parrocchie e le sezioni del Partito Comunista portavano tutti a votare, per cui ogni elezione era una drammatica sfida di civiltà, siamo rientrati dentro un trend europeo.

Ovviamente, questo non è un fatto positivo, ma dal punto di vista scientifico la cosa deve essere valutata nei suoi termini reali.

Questo è un fenomeno che, grosso modo, tocca tutte le forze politiche. La valutazione, dal 1994, è che su circa 4 milioni di elettori che sono venuti meno 1 milione e mezzo appartengono all'area degli elettori progressisti, ma gli altri no.

Quindi, è vero che c'è un astensionismo intermittente, più congiunturale, che può di volta in volta penalizzare, a seconda della qualità dell’offerta (parliamoci chiaro) e che può anche penalizzare noi, in determinati momenti. Ma non credo che sia questo il fondo della questione.

Dico questo anche perché credo che dobbiamo rivendicare che il processo di risanamento è avvenuto con uno sforzo di tutela delle fasce più deboli della popolazione, con una difesa del potere d'acquisto dei redditi del mondo del lavoro e direi anche con politiche sociali di tipo inclusivo e innovativo.

Considero questo uno dei settori in cui si sono fatte alcune cose nuove importanti – naturalmente, esse dispiegheranno i loro effetti nel tempo –, che hanno consentito anche una qualche riduzione dell'area della povertà.

Non mi pare che in questi anni si siano perseguite politiche di austerità socialmente inique, tali da respingere un certo mondo popolare. I dati non dicono questo. D'altro canto, è una delle idee forti di un Governo di centrosinistra: lavorare per conciliare le ragioni del dinamismo economico con le ragioni della socialità e della solidarietà.

Credo, quindi, che se questa è inevitabilmente e, direi, orgogliosamente la base su cui costruiamo un discorso sul futuro, noi non possiamo nasconderci che l’esperienza riformista, pur con i suoi risultati, appare come un processo incompiuto.

Un processo incompiuto, intanto, perché, come ho già sottolineato, una parte importante di queste riforme è ancora in mezzo al guado. Si tratta di riforme i cui effetti si misureranno nel tempo.

La scuola, la pubblica amministrazione, il fisco, la sanità, le professioni: ognuna di queste riforme ha suscitato determinate reazioni contrarie, perché non c'è dubbio che si sono toccati interessi e privilegi consolidati.

Ad esempio, nel mondo della scuola, l’aver avviato una riforma molto imperniata sul tema della qualità e della valorizzazione della professionalità, ha sicuramente generato paura e resistenza in una parte del corpo insegnante che, secondo me, anche per errore della sinistra, si è formata ad una cultura egualitaria, nel senso del livellamento verso il basso. Comunque, gli effetti di questa grande riforma si misureranno nel tempo.

Non c'è dubbio che il cambiamento nella pubblica amministrazione abbia suscitato problemi, resistenze.

Non ho mai pensato che le riforme generino entusiasmo. Quando si dice, giustamente, che bisogna pagare tutti per poter pagare di meno, intanto si paga tutti, ed è poco probabile che quelli che non pagavano siano entusiasti di questo cambiamento.

Dobbiamo sapere che in parte noi ci troviamo di fronte a resistenze che vengono da gruppi sociali, da interessi che sono stati incalzati, sfidati dopo decenni di pigrizie, di tolleranze. Questo ha riguardato la responsabilità di chi ha governato il Paese ma anche, in parte, di chi, anche dall’opposizione, ha avuto un grande peso nella formazione del senso comune, delle abitudini, della cultura di settori importanti della società italiana.

Ma non è solo per questo, io credo, che si deve parlare di riformismo incompiuto. È ovvio che, trattandosi di un processo, c’è bisogno di tempo. Vi sono, tuttavia, altre incompiutezze che, invece, derivano da un difetto di impostazione e di coraggio.

In particolare, è accaduto per due punti cruciali. Il primo riguarda il sistema delle istituzioni. Non c'è dubbio che il centrosinistra si è presentato alla guida del Paese senza un progetto di coraggiosa e radicale riforma delle istituzioni e del sistema, ed anzi con una difficoltà di fondo a indicare su questo terreno una strada unitaria.

L’altro terreno di ritardo è rappresentato dalla trasformazione del lavoro con le conseguenze che si stanno progressivamente determinando. E’ chiaro, infatti, che se la grande rivoluzione della cosiddetta new economy è innanzitutto una rivoluzione che mette in discussione il modello sociale, nazionale ed europeo, il problema è di tale portata che richiede un’azione di cambiamento assai più radicale e coraggiosa di quella che si è sviluppata fin qui.

Noi sappiamo anche quali sono i rischi di questo cambiamento e li condividiamo con il riformismo europeo. Rischi connessi al fatto che un processo di innovazione sociale così radicale determina inevitabilmente una tensione con il proprio insediamento sociale tradizionale, senza per altro offrire la garanzia, nel breve periodo, di conquistare altri consensi.

Il riformismo europeo è sospeso in queste drammatiche condizioni di incertezza e transizione tra "vecchio" e "nuovo".

Pensiamo a una delle esperienze più innovative, quella di Tony Blair, che è stato battuto a Londra da sinistra, segno chiaro di un disagio di forze intellettuali, di forze sindacali tradizionalmente legate al Partito Laburista, ma allo stesso tempo nel resto della Gran Bretagna ha visto i conservatori in minorità.

È evidente che un processo di innovazione radicale espone a rischi molto gravi. Tuttavia, credo che non vi siano alternative, pena il rischio peggiore, vale a dire una condizione di immobilismo con la conseguenza che la domanda di modernizzazione troverà necessariamente un'altra risposta.

In condizioni normali si potrebbe anche pensare che questo bisogno di cambiamento, di modernizzazione possa essere interpretato nella dialettica dell’alternanza.

Ma io non credo che in Italia ci sia una forza di destra in grado di guidare il processo di modernizzazione del Paese; in grado di prometterlo, sì, ma in grado di guidarlo seriamente ho forti dubbi che ci sia.

Credo, quindi, che quando si parla di un riformismo incompiuto del centrosinistra ci si riferisca non soltanto alle riforme avviate e che daranno i loro frutti, ma anche a due grandi nodi, quello della decisione del sistema politico-istituzionale e quello del nuovo patto sociale su cui noi abbiamo scontato una difficoltà di impostazione, di cultura, di determinazione, non riuscendo a dare una risposta a bisogni profondi del Paese che pure si erano manifestati.

Vorrei fare un passo indietro, anche nel tempo. La mia tesi è che, tutto sommato, le tendenze elettorali con le quali noi ci misuriamo non debbano essere lette fondamentalmente sulla base di un criterio di analisi contingente, ma sono tendenze di medio periodo.

I risultati elettorali delle ultime elezioni regionali sono del tutto simili a quelli del 1994 e, poi, del 1996.

E’ sempre bene non rimuovere, almeno sul piano elettorale, i dati reali. La somma dei voti del Polo e della Lega – questo è il punto che non va rimosso se non si vuole distorcere la verità storica dei rapporti di forza nel paese nel corso dell’ultimo decennio – è sempre risultata una maggioranza rispetto ai consensi raccolti dalla coalizione di centrosinistra.

In realtà, noi scardinammo questo predominio nel ’96 ma, come noto, grazie alla divisione tra Polo e Lega, oltre naturalmente alla forza della proposta politica e ad una accorta campagna elettorale. In quanti collegi del Nord, però, abbiamo vinto con la maggioranza assoluta del voto, ossia battendo la somma Polo- Lega?

In realtà, la maggioranza assoluta dei cittadini delle regioni più avanzate, più moderne del Paese, ha continuato a votare per Bossi, Fini e Berlusconi, esattamente come nel ’94. Ed è a tutti noto che in un sistema bipolare con il 39% si perde brutalmente.

Detto questo, dal punto di vista dell’analisi della società, degli orientamenti, noi siamo di fronte a qualcosa che non è un fenomeno di ora, non è un dato congiunturale, non può essere esaminato sulla base dell'ultimo provvedimento che abbiamo preso.

Evidentemente c'è una forza, una solidità di un orientamento che colpisce tanto più perché investe, indubbiamente, le regioni più avanzate, più sviluppate.

Anche nel Mezzogiorno, badate, è interessante notare questa tendenza. Non appaia campanilistica la mia osservazione – non voglio togliere nulla ad altre regioni meridionali –, ma non c'è dubbio che la più "moderna" delle regioni del Mezzogiorno, la Puglia, la più investita dai processi di modernizzazione, presenta trend elettorali che non sono dissimili.

C’è un dato sociale, un dato culturale: di fronte ad una doppia crisi – crisi della democrazia dei partiti, della rappresentanza, da una parte, e crisi di un vecchio blocco sociale, grande industria e lavoratori dipendenti, dall’altra –, che è stata particolarmente forte nelle aree in cui la modernizzazione ha determinato un cambiamento del mix sociale e culturale, la risposta della destra è apparsa più persuasiva.

La destra ha risposto a due domande che possono apparire tra loro contraddittorie, ma che, invece, non lo sono affatto: una domanda di autorità e una domanda di libertà.

In uno schema in cui la tendenza è verso la personalizzazione della politica – parlo da politologo, con il distanziamento critico necessario –, l’offerta politica della destra è impregnata di una subcultura d'impresa: certezza di comando (si sa chi è il proprietario dell'impresa, che è anche il Presidente del Consiglio di amministrazione con deleghe) e valorizzazione dei talenti (giovani amministratori delegati con compiti specifici in determinate aree, e così via).

Il messaggio di forza è questo. Ci potremmo chiedere, questo sì, se esso corrisponde alla realtà. La mia risposta è no, ma adesso questo conta poco.

Il centrosinistra propone ai cittadini un'offerta politica che appare, invece, dominata da una subcultura burocratica, non d'impresa: incertezza di comando, frammentazione, una certa tendenza a considerare i talenti più come un pericolo che come una risorsa (non per cattiveria, ma perché, tutto sommato, essi sono una minaccia rispetto a un equilibrio, a un’esigenza di pluralismo).

Tutto questo appare molto arcaico, ci parla di un'altra società; appare come un sistema vecchio, non efficace, non in grado di rispondere ai bisogni.

Badate, questi bisogni si sono persino acuiti, perché uno dei meriti che noi abbiamo avuto è stato quello di aver portato la società italiana a una sfida. In fondo, nel corso di questi anni, abbiamo tolto al sistema Italia la difesa delle svalutazioni competitive (non si può più pensare di esportare svalutando la lira). Abbiamo tolto al risparmio la certezza degli interessi garantiti dallo Stato, che lo tenevano al riparo dai rischi del mercato. Abbiamo, giustamente, portato la società, l'economia italiana, il Paese a una sfida della globalizzazione, senza difese, senza barriere protettive, che per certi aspetti ha reso ancora più acuto, nei settori più moderni, quel bisogno di autorità politica e di libertà sociale che è esattamente il messaggio che la destra comunica.

È la ragione per cui ha fatto blocco una parte della società dell’Europa. Io credo che dobbiamo misurarci con questi bisogni. Possiamo anche demonizzarli e dire che questa è una spinta autoritaria. Indubbiamente, essa ha anche connotazioni autoritarie – chiusura nei confronti dell’immigrazione, intolleranza –, ma c'è anche un bisogno moderno di stabilità, di responsabilità personale, di un qualcosa che, non a caso, è in linea con le tendenze della politica in ogni parte del mondo avanzato.

Questo bisogno di libertà sociale, di rottura di vincoli giuridici e fiscali, contiene anche una spinta pericolosa, la spinta a rompere pure vincoli di solidarietà sociale, vincoli geografici (il nord che non vuole più saperne della solidarietà verso il Mezzogiorno).

O noi siamo in grado di cogliere, come diceva un grande intellettuale italiano, il nocciolo di verità che c’è in tutto questo, e di dare a questi bisogni sociali una risposta diversa da quella che dà la destra, ma comunque in grado di appropriarsi di volontà di modernizzazione, oppure io temo che noi non rovesceremo dati che mi appaiono abbastanza di fondo e che, ripeto, neppure i risultati positivi di questi anni hanno cancellato.

L'Euro non è la soluzione del problema, è il diritto di partecipare a una sfida. Il problema è la capacità competitiva del sistema Italia.

È chiaro che la risposta alle esigenze di competitività non è soltanto sul terreno della libertà economica, della deregulation. Questa è una visione sbagliata. Ci sono essenziali politiche pubbliche: le infrastrutture, la cultura, la formazione.

Non è vero che la grande trasformazione americana si è compiuta soltanto sotto la spinta della deregulation, si è compiuta anche sotto la spinta di grandi scelte pubbliche: le autostrade informatiche, e così via.

Credo che un punto sul quale noi dobbiamo mettere l'accento è quello delle politiche pubbliche per l'innovazione come una delle scelte fondamentali di un progetto riformista per il futuro.

Tuttavia, io ritengo che questo non sia sufficiente se noi non affrontiamo, nello stesso tempo, i due nodi che ho ricordato. Credo che queste siano le due questioni intorno alle quali lavorare, non per uno scambio di accuse e di responsabilità.

Se il tema vero della trasformazione della società italiana è quello di un nuovo progetto riformista, di un nuovo modello sociale, questo non si costruisce soltanto attraverso il Governo.

L'idea che il riformismo sia soltanto una sequenza di buoni provvedimenti presi dall'alto è un'idea sbagliata. Il progetto riformista comporta una partecipazione attiva, consapevole, un movimento nel Paese, senza il quale un progetto riformista difficilmente può vincere. C’è anche l’esigenza di mettere più in fase il Governo e il complesso delle forze della democrazia, che non sono soltanto i partiti, ma anche i sindacati, le associazioni. Occorre creare una sintonia culturale, progettuale – è ovvio che poi ognuno fa la sua parte –, un comune sentire.

Questo non c'è stato. Anzi, in diversi momenti e con diverse responsabilità noi abbiamo lavorato sempre ciascuno per conto proprio. Credo che in questi termini un progetto di cambiamento non possa vincere.

Sotto il profilo più squisitamente programmatico, il primo dei temi da affrontare riguarda il sistema politico, le Istituzioni, la legge elettorale.

Io considero che questa questione sia arrivata a un punto persino rischioso, sul quale forse varrebbe la pena di fare un discorso più solenne ed allarmato. Il rozzo bipolarismo che si è avviato nel Paese ha prodotto dei risultati; tuttavia, si sono determinati tali squilibri e, soprattutto, un tale contrasto tra Costituzione materiale e Costituzione formale del Paese da portare il sistema a punti di rischio democratico.

L'elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Province e delle Regioni, con uno spostamento di potere di fatto verso la periferia (ne abbiamo avuto manifestazioni recenti), senza avere contemporaneamente né definito il nuovo quadro costituzionale in grado di garantire i meccanismi di solidarietà e senza avere rafforzato il Governo e le Istituzioni centrali garanti dell'unità dell’Italia, in un paese come il nostro, a scarsa coesione nazionale, significa avere portato ad un punto di rischio il sistema.

Io dubito che possiamo risolvere questa questione attraverso un inseguimento un po' "codista" delle forme più estremiste del federalismo: posizione, questa, che si è rivelata scarsamente utile anche dal punto di vista elettorale, ma che comunque, politicamente, secondo me, non risponde alla vera esigenza di federalismo.

Il vero federalismo consiste nel ridisegnare i rapporti tra centro e periferia, in un quadro che abbia una sua organicità e una sua solidità.

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