Campo della Gloria








Intervento al Campo della gloria
di Mario Artali
presidente della Fiap (Federazione italiana associazioni partigiane)
Milano 30 ottobre 2014


Inizia settant’anni  orsono, di questi  giorni,  il più terribile inverno della lotta per la libertà.
I primi mesi  del 1944 avevano alimentato le speranze di una rapida conclusione della guerra con la sconfitta del nazifascismo.  
A marzo i grandi scioperi in tutta l’Italia occupata, il 4 giugno la liberazione di Roma e subito dopo dell’intero Abruzzo, in luglio Siena, Arezzo, Ancona e  Livorno.
Per tutto agosto si combatte a Firenze fino alla vittoria del 1°settembre.
Dovunque si rafforzano le bande partigiane e ne nascono di nuove, si implementa faticosamente il coordinamento delle formazioni sulla base della decisione presa il 19 giugno dal CLNAI di costituire il CVL sotto il comando di Raffaele Cadorna, con Luigi Longo e Ferruccio Parri vicecomandanti.
Da  marzo 1944 era iniziata la costituzione del Corpo Italiano di Liberazione (CIL) per combattere accanto agli Alleati, dopo che negli ultimi mesi del 1943, il 1°raggruppamento motorizzato aveva combattuto con gli alleati e la bandiera italiana era sventolata con quella americana sulle pendici di Monte Lungo.
A settembre dello stesso anno il CIL  lascia il posto ai primi "Gruppi di Combattimento", vere e proprie Divisioni di fanteria del ricostituito esercito: un complesso di 20.000 uomini, armati ed equipaggiati dagli inglesi ma con stellette ed il tricolore al braccio.  Collegata al Comando alleato opera anche la Brigata Majella di Ettore Troilo, che abbiamo insieme ricordato pochi mesi fa qui a Milano.
A giugno  era stata costituita a Montefiorino (Modena) la prima repubblica partigiana, la prima di molte: la Resistenza cercava di riscoprire la democrazia e la partecipazione, dopo la lunga notte del fascismo.
A settembre nasce la Repubblica dell’Ossola, una delle principali e delle più ricordate. La giunta provvisoria di governo è presieduta dal socialista Ettore Tibaldi, che così definisce l’obiettivo della Repubblica: “dare un esempio di come gli italiani, liberatisi per esclusiva forza loro, sapessero amministrarsi, attraverso un libero Governo, dando prova della capacità a democraticamente reggersi”.
Ma già da agosto  il fronte di guerra italiano era andato attestandosi sulla "Linea Gotica" .
C’è una intensa attività delle formazioni partigiane che operano a ridosso del fronte compiendo numerose azioni con attacchi a sorpresa ai capisaldi tedeschi.
Fino a fine agosto ci sono progressi sul fronte adriatico ed anche il primo significativo tentativo di superamento della linea gotica,  che a prezzo di forti perdite apre la via verso Rimini.
Ma intanto sette divisioni americane vengono spostate dal fronte italiano per l’attacco alla Francia meridionale.
Perde di intensità l’azione alleata e si dispiega in tutta la sua ferocia la rappresaglia tedesca e repubblichina.
Da settembre a novembre rastrellamenti ed eccidi si intensificano in tutta la zona di retrovia della "Linea Gotica": in pratica è coinvolta l’intera Italia settentrionale, in cui non c’è zona che non abbia pianto le sue vittime.
Così tante che oggi – qui - non è possibile altro che questa breve menzione.
Dopo mesi in cui l’iniziativa alleata in Italia ha perso progressivamente d’intensità il fronte alleato si stabilizza sulla "Linea Gotica" e il 13 novembre, con il "Proclama Alexander" il comandante in capo delle truppe alleate nel Mediterraneo, feldmaresciallo Harold Alexander, annuncia la conclusione della campagna estiva contro la "Linea Gotica" ed invita gli aderenti alla resistenza armata a sospendere le azioni su vasta scala ed attestarsi su posizioni difensive.
Il contraccolpo militare e psicologico del proclama Alexander - diramato da Radio Italia Combatte - su un movimento partigiano già in difficoltà per il massiccio attacco tedesco, è notevole e provoca un forte senso di sbandamento.
Si reagisce e il 2 dicembre il CVL invita tutti i comandi regionali a interpretare il proclama Alexander nel senso dell’apertura della campagna invernale: non si tratta di smobilitare ma di passare ad una nuova strategia in considerazione delle mutate condizioni belliche e climatiche.
L’inverno 1944-45 fu particolarmente rigido, rendendo molto precaria la sopravvivenza, soprattutto delle formazioni partigiane di montagna.
Terribile inverno e atroce ultimo anno di guerra.
Tra il 1944 e il 1945 lo scontro tra Alleati e Tedeschi e la guerra partigiana di resistenza alle truppe di occupazione naziste e fasciste trasformano l'Italia nel teatro di guerra più sanguinoso d'Europa.
Le perdite subite dagli eserciti nelle battaglie di Cassino e lungo la Linea gotica sono paragonabili a quelle verificatesi sul Fronte occidentale durante la Grande Guerra. Lungo le dorsali montane del Paese la Seconda guerra mondiale si trasformò in una guerra di trincea in cui la linea del fronte rimase immobile per mesi, devastando i territori che attraversava.
Terribile è il racconto della vita al tempo della guerra: quella dei soldati, ma anche quella di milioni di civili costretti quotidianamente a fare scelte tragiche e impossibili per sopravvivere al terrore, all'anarchia, alla povertà e alla fame.
Ho voluto ricordare quegli anni lontani per rendere un omaggio non rituale né retorico ai caduti e a quello che hanno fatto per noi, e l’entità quindi del debito che abbiamo nei loro confronti.
A coloro che ancora sottovalutano il contributo di tutti i combattenti per la libertà – non importa se inquadrati nelle Forze Armate o partigiani delle più diverse formazioni – ricordo la sobria efficacia con cui a Parigi, alla conferenza di pace, si espresse Alcide De Gasperi  rivendicando per l’Italia condizioni diverse da quelle riservate alla Germania ed al Giappone.
De Gasperi rifiuta (sono sue parole) “la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza” che è: “delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania”. “Delle forze?” Ancora De Gasperi: “ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del Corpo Italiano di Liberazione, trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e last but not least dei partigiani, autori soprattutto della insurrezione del nord”.
Senza il sacrificio di questi uomini saremmo passati  - come diceva Pietro Nenni- senza un fremito di orgoglio dall’una all’altra occupazione militare straniera, e questo non avrebbe significato solo condizioni di pace peggiori ma anche la impossibilità di ricostruire l’identità e l’orgoglio della Nazione.
La Resistenza è stata ed è di tutti, soldati e volontari di tutte le idee e di tutte le articolazioni della libertà di pensiero, senza pretese di esclusive o egemonismi comunque mascherati.
Dovere nostro è, in questi tempi difficili, essere capaci di una nuova unità sui principi della Costituzione ed insieme, saperli  trasformare in realtà attraverso lo strumento di una “democrazia governante”, secondo l’antico - inascoltato -ammonimento di Piero Calamandrei.
Sono responsabilità nostre, per non rendere vano il sacrificio di coloro  che sono qui sepolti.
Perché, come scrisse Giuseppe Ungaretti:

“Qui vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti li avessero aperti
per sempre alla luce.”



mercoledì 24 aprile 2013 ore 10

Cerimonia, con deposizione di corone, a ricordo dei Partigiani, dei militari italiani caduti nella Guerra di Liberazione, dei cittadini milanesi deportati nei lager nazisti a seguito della persecuzione antisemita e della opposizione al regime nazifascista

Intervengono:

- il Comandante del Presidio Militare;
- un rappresentante della Diocesi milanese;
- il rabbino capo di Milano;
- rappresentanti delle Istituzioni (Comune, Provincia, Regione);

conclusioni di Mario Artali , Presidente Nazionale della FIAP a nome delle Associazioni Partigiane e Combattentistiche



Ecco l'intervento conclusivo della manifestazione:


Siamo qui, come tutti gli anni, a rendere gli onori a coloro che diedero la vita per la libertà della Patria.

A quelli che  qui riposano, ed ai tanti, tantissimi sparsi in tutti i cimiteri del mondo, ed alle donne ed agli uomini che mai hanno avuto una tomba, periti negli anni del secolo che,  dopo il “secolo dei lumi” e quello delle “magnifiche sorti e progressive”    si è rivelato uno dei più barbari nella storia dell’umanità.

“Il sonno della ragione genera i mostri” né  i mostri si sono del tutto dileguati: fascismi, opposti totalitarismi, integralismi e terrorismi cercano ogni giorno  di prendere il sopravvento.

Siamo a 70 anni dal triennio -1943-1944-1945- in cui abbiamo subito le maggiori devastazioni e le più infami barbarie, ma quel triennio è nello stesso tempo quello in cui i valorosi -tra cui quelli che qui sono sepolti-seppero costruire, nella lotta per la libertà, quello che poi è stato, e deve tornare ad essere, una lunga fase di crescita morale, civile e sociale.

Non è certo a questi ragazzi che possiamo addebitare i nostri errori, la nostra difficoltà a  procedere lungo la strada tracciata.  A noi tutta la responsabilità della nostra inadeguatezza, a loro la gloria ed il merito di averci aperto, anche con il sacrificio supremo, la retta via che sembriamo avere smarrito.

Tra le  nostre inadeguatezze anche quella  di non essere stati capaci di trasmettere il significato pieno della lotta per la libertà che fu insieme confronto e lotta di idee ma anche senso del dovere, orgoglio nazionale, capacità di costruzione unitaria nelle differenze, così come seppe esprimersi nella lotta e nei Comitati di Liberazione Nazionale prima, nella Costituzione della Repubblica poi.

Non tutti –donne ed uomini- avevano necessariamente credi predefiniti, eppure seppero dare le risposte necessarie.

E’ nei primi mesi di quel lontano 1943 che avvengono, a regime ancora al comando, i primi atti di rifiuto di massa, con i grandi scioperi delle città operaie e l’intensificarsi della richiesta di cambiamento.

E’ in quei primi mesi di settant’anni   fa che si va formando “l’armata delle ombre”, che poi diventerà , dopo il settembre, anche l’armata dei combattenti in campo aperto fino al fiorire delle repubbliche partigiane ed, infine, l’insurrezione vittoriosa.

Dopo quel settembre in cui molti militari testimoniarono in forme diverse ma spesso egualmente eroiche la fedeltà alla bandiera ed al giuramento prestato.

-A Roma  la battaglia contro l' occupazione dei nazisti si svolse tra l' 8 e il 10 settembre 1943: rimasero uccisi 414 militari e 156 civili .I caduti di Porta San Paolo, "onore dell' Italia", come disse il Presidente Ciampi: "Difesero Roma anche quando si trovarono soli"

-A Cefalonia e Corfù  dove “non accettarono il disonore e persero la vita.”

-Il 9 settembre 1943, giorno successivo alla proclamazione dell’armistizio, nelle acque del Golfo dell’Asinara, la Forza Navale da Battaglia, al comando dell’Amm. Carlo Bergamini, veniva attaccata da formazioni di bombardieri tedeschi. Nel corso dell’operazione fu colpita e affondata la Corazzata ROMA. Perirono tutto lo Stato Maggiore e una grande quantità di Graduati e Marinai, in tutto 1.253 Uomini.

-Gli internati militari rifiutarono in massa l’adesione alla Repubblica di Salò: un fatto di cui si è detto troppo poco mentre occorrerebbe parlarne nelle scuole ed ai giovani.

Non solo scelte “politiche”, insomma, ma sarebbe sbagliato oggi, che la politica non sa esprimersi al meglio, non ricordare che anche se i più non ne erano consapevoli, molto fu dovuto a quanto era stato seminato nei lunghi anni dell’esilio e della clandestinità.

C’è continuità tra opposizione al regime, esilio, clandestinità  e la lotta armata.

Valga per tutte la storia dell’unica formazione partigiana insignita della medaglia d’oro al valor militare, la Brigata Majella, riconosciuta dalle forze alleate di liberazione, nata sui monti d’Abruzzo e giunta fino ad Asiago risalendo la penisola combattendo. Formazione puramente militare, senza commissari politici ed aperta a tutti coloro che volevano combattere per la libertà.

Ma a fondarla e comandarla era stato un giovane ufficiale dell’esercito –Ettore Troilo – già valoroso volontario nella prima guerra mondiale, poi giovane avvocato con Filippo Turati,  e stretto collaboratore di Giacomo Matteotti.

A questa idea alta della politica, come confronto e non rissa, come libera gara ed insieme impegno comune guidato dalla preminenza degli interessi generali del Paese  ci ha richiamato in questi giorni e con  particolare forza nelle ultime ore il Presidente Giorgio Napolitano: rispondere al suo appello è anch’esso un modo di onorare la memoria di coloro che per  la Patria libera ed unita caddero.


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